Cristiano a metà

Abdul Rahaman è in Italia. L’afghano convertito al cristianesimo che, a causa della sua nuova fede, era stato condannato a morte nel suo paese, ha ottenuto a tempo di record l’asilo politico nel nostro paese.

In questi giorni si è dibattuto molto su di lui. Ha stupito pensare che un paese come l’Afghanistan, che non più tardi di quattro anni fa veniva “liberato” dalle truppe americane ed europee, possa avere un codice penale che contempla la pena di morte per chi lascia l’islamismo. Ci sarebbe da chiedersi cosa sia cambiato, allora, rispetto alla legislazione degli integralisti taliban, che tanto si è fatto per spodestare, ma forse il discorso porterebbe troppo lontano, mettendo in dubbio – con il senno di poi – l’utilità dell’intervento armato.

Un paese ora democratico che condanna a morte per motivi d’opinione è un caso quantomeno singolare, e singolare è stata la reazione del mondo. In Afghanistan infatti i cristiani subiscono da anni maltrattamenti e privazioni a causa della loro fede; Rahman è stato un caso limite, che ha avuto la possibilità di portare la questione agli occhi del mondo. Peccato che, espatriato Rahaman, si rischi ora di dimenticarsi di nuovo di questa persecuzione latente nell’Afghanistan liberato.

Comunque è una buona notizia, questo va detto. Rahaman è ora a Roma, in salvo. Il presidente del consiglio e il ministro degli esteri si sono spesi per riuscire a ottenere questo risultato, e va dato merito di un’azione importante. Non si tratta solo di aver salvato una vita umana. Nel nostro piccolo non possiamo non rilevare con soddisfazione che probabilmente è la prima volta in cui l’Italia si impegna in prima persona per salvare un cristiano di fede evangelica.

Certo, la sua posizione è scomoda: i giornali a volte tentano comunque di accreditare la sua appartenenza cattolica, ma senza troppa convinzione; per questo la sua fede viene vista quasi con imbarazzo e si sorvola su quell’aggettivo, evangelico, che invece è importante.
Importante non tanto per il nome o per un vano orgoglio: sapere che Rahaman è cristiano pur non essendo cattolico potrebbe aiutare gli italiani a capire che gli evangelici non sono “alieni”, gente strana, sette da evitare.

Se si fosse approfondito, come talvolta accade per altri temi, si sarebbe scoperto che ci sono missionari evangelici in giro per il mondo che non fanno proseliti ma aiutano la gente, e proprio attraverso il loro aiuto pratico verso persone che non conoscono e verso cui non hanno obblighi, sollevano delle domande in chi viene aiutato. Rahaman è entrato in contatto con la fede così: con una fede genuina, spontanea, altruista. Una fede di amore. E questa fede lo ha toccato, fino a portarlo a Dio. Senza santi, senza riti, senza formalismi: solo cristianesimo.

Chissà se ora gli capiterà di essere ancora al centro dell’attenzione. Chissà se gli capiterà di parlare ai giornali, o in qualche programma televisivo. Chissà se in queste occasioni avrà occasione di manifestare questa sua fede senza che il giornalista o conduttore di turno filtri le sue parole attraverso un cattolicesimo di maniera che non conosce concetti diversi da “messe”, “preti”, “cattolici”.

E chissà se frequenterà una chiesa. Chissà come si troverà. Chissà se riusciremo a non scandalizzarlo con i nostri eccessi di chiusura e di apertura.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Pubblicato il 30 marzo, 2006 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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