Archivio mensile:marzo 2006

Il paese adolescente

A Calabasas, cittadina nello stato della California non lontana da Los Angeles, è vietato fumare. Direte: che novità. E invece qualcosa di nuovo c’è, perché il divieto non riguarda i locali pubblici, ma tutto il territorio cittadino. Non si può fumare nelle scuole, negli ospedali, nelle chiese, nei bar, nei ristoranti, ma anche per la strada e nei giardini pubblici; inoltre il divieto vige anche nella propria abitazione. Ci sono solo due posti, in tutto il territorio cittadino, dove la sigaretta è ammessa. «Questa città è salutista – spiega la legge nel preambolo -: non vuole che alcuni dei suoi abitanti ne uccidano altri con il loro vizio».
Per i trasgressori è prevista una multa di 500 dollari, nientemeno, con un simpatico “sconto” se nel giro di tre chilometri non c’è nessuno.
Il sindaco spiega: «Fumare non è un diritto. Avere l’aria plita per respirare bene, invece lo è».

Solite esagerazioni all’americana, certo, tra diritti assoluti e allergie agli obblighi. È vietato tutto ciò che può sembrare lontanamente dannoso, dall’altro è vietato obbligare a tutelarsi. I minorenni non possono comprare alcolici, ma allo stesso tempo – fino a non molti anni fa, ma la legge potrebbe essere ancora in vigore -, non erano obbligatorie le ringhiere ai balconi. Pare evidente che il rischio di danni per i bambini piccoli sia superiore nel secondo caso, piuttosto che nel primo.
Allo stesso modo suona anomalo che non si possa fumare nemmeno quando non si ha nessuno attorno, mentre non si può impedire a nessun adulto di comprare armi. Penso sia chiaro a tutti che, quando uno è nervoso, fa meno danni con una sigaretta in mano, piuttosto che un fucile in braccio, ma queste evidentemente sono sottigliezze, per la legislazione americana, che soffre la sindrome dell’adolescente: tutto deve essere estremo, o bianco o nero, senza compromessi ma con tanti paradossi.

Beninteso: gli ultimi a poter criticare gli Stati Uniti siamo noi, con le nostre leggi forse meno estreme, ma controverse e talvolta in contrasto tra loro, dove l’avvocato bravo può trovare sempre il codicillo giusto per sfuggire all’applicazione e alle sentenze, dove la certezza del diritto è un optional e le conoscenze – nel senso di raccomandazioni, e non di cultura – sono percepite come essenziali. Un paese forse meno adolescenziale, il nostro, ma che dell’età adulta ha preso tutte le caratteristiche peggiori.

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Angolo cultura/ pattixfetti

Loro sono un gruppo romano ancora poco noto ai più: le cronache segnalano un loro passaggio, invero non maiuscolo, al Sabaoth Festival 2004. Si sa, la dimensione live non sempre rende giustizia a preparazione e pedigree che invece possono emergere nel lavoro di studio. È il caso dei pattixfetti e del loro primo cd quasi omonimo, fresco di stampa.

Non è facile, in campo cristiano, trovare un cd di qualità e che magari sia anche innovativo, abbandonando i comodi luoghi comuni per lanciarsi in qualche sperimentazione convincente. Ai pattixfetti l’esperimento è riuscito: brani originali, testi per niente scontati – a tratti addirittura impegnativi -, esecuzione ineccepibile, arrangiamenti appropriati, voce solista posta nel giusto rilievo. Il genere della band è un rock italiano robusto e pulito, attraversato qua e là da sensazioni progressive, solennità e strutture da rock opera alla Queen, controtempi spiazzanti (ma non per il gruppo, grazie a Dio). Insomma, un lavoro godibile.

pattixfetti
Patti perfetti
2005

Il fattore tempo

Scopriamo, da uno studio inglese di cui parla oggi il Corriere, che «i videogiochi non devono più essere considerati solo uno svago o una perdita di tempo». Semmai sono uno strumento che aiuta l’apprendimento: sono in grado di sviluppare alcune utilissime capacità.

E dire che fino a ieri ci dicevano davvero di non stare troppo davanti ai videogiochi perché fanno male… certo, le ricerche non possono non stupire: un giorno ti dicono che i videogiochi rovinano i ragazzi perché li fanno chiudere in se stessi, creando dei nuovi autistici, e che invece devono andare a socializzare, giocare a pallone per la strada, leggere; oggi invece i videogiochi sarebbero addirittura meglio di tutto questo, quasi un master da mettere in curriculum.

Su una cosa però viene qualche dubbio: potranno anche dare un maggior senso di spazialità, intuito, capacità di decidere, ma non so quanto possano insegnare a gestire meglio il proprio tempo. Il gioco elettronico appassiona: oggi, poi, sembrano veri film, e richiedono ore e ire solamente per ambientarsi e raccapezzarsi.

E, se è sicuramente importante acquisire riflessi, imparare la concentrazione, fare delle scelte, è altrettanto importante saper gestire il proprio tempo. Anzi, forse è proprio questa la sfida più importante di questa generazione. Abbiamo strumenti che ci aiutano a fare tutto, a migliorare le nostre prestazioni, a imparare rapidamente, a schematizzare, a rispondere nel modo corretto, a impostare un ragionamento. Sappiamo tutto e sappiamo fare tutto, e quel che non sappiamo lo recuperiamo rapidamente via Internet. Spesso, però, ci rendiamo conto che perdiamo la sfida con il tempo. Ci manca la capacità di dosare, misurare, pianificare la nostra giornata, la stagione, l’esistenza. Impegni e attività si accumulano in un susseguirsi di emergenze e di urgenze che non ci danno respiro, e il tempo sembra non bastare mai. Risultato? Ci manca un bene più prezioso della cultura, della preparazione, prezioso perfino della salute: ci manca la serenità.

A volte guardiamo con compatimento (e a volte con fastidio) i vecchi, che non hanno mai fretta. O i tempi lunghi delle istituzioni, o la calma dei monaci. “Non sanno cosa si perdono” ci diciamo. Noi corriamo, parliamo con tutto il mondo e perdiamo la calma quando non riusciamo a connetterci entro un minuto; risolviamo una situazione in pochi istanti, e poi perdiamo mezza mattinata a per rivedere la questione una, due, tre volte perché non l’abbiamo pianificata bene. Facciamo scelte in pochi minuti, per poi pentircene per mesi.

Forse, viene da credere, siamo noi a non sapere cosa ci perdiamo.

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Ah, la felicità…

Alla ricerca della felicità. Se chiediamo a chiunque – credente o non credente – quale sia lo scopo della sua vita, dopo aver grattato la superficie (che potrebbe vedere i soliti, prevedibili temi come soldi e potere), ecco emergere l’obiettivo vero: la felicità. Perché la felicità è tutto.
Leopardi diceva “siamo nati per soffrire”, e qualcuno cerca di accreditare anche nella morale cristiana questo principio, che peraltro non trova troppe conferme nella Bibbia né nel profondo dell’animo umano. L’uomo tende, cerca, punta alla felicità, consapevolmente ma anche inconsapevolmente. In fondo tendiamo a crearci condizioni di pace, di salute, di stabilità tali da da consentirci di vivere più felici possibile. Quindi la felicità è una ricerca naturale. L’attenzione, quindi, si deve spostare semmai a DOVE si cerchi questa benedetta felicità. Ed è qui che nascono i problemi.

Di primo acchito, molti direbbero “soldi”, “fama”, “potere”. Ma, guardando la vita dei ricchi&famosi, possiamo comprendere facilmente come non sia quella la strada: chi arriva ad avere soldi, fama e potere non si sente “arrivato” grazie a questi elementi a cui, invece, aveva affidato la ricerca della propria felicità. Insomma: molti ricchi e famosi, che hanno cercato a lungo e con testardaggine la felicità nei soldi e nel successo, si sentono traditi. La conseguenza spesso è la ricerca disperata dell’eccesso – che però rischia di non portare lontano – oppure la depressione.

Quindi, stando a chi l’ha provato, la felicità non sta nei soldi o nel successo.

La felicità va cercata in qualcosa di immateriale, che non si può comprare. Si può imparare? Be’, in fondo sì. Soprattutto, si può imparare cosa si intenda per “essere felici”. Perché la chiave sta tutta lì. Questo corso universitario americano è tutto sommato interessante per le linee guida che segue. Guardare positivo, enfatizzare le “dimensioni sane” dell’individuo, migliorare l’interazione con gli altri sono sicuramente elementi importanti. Ma, come dire, pare che in questo ragionamento sfugga qualcosa. Questi sono gli ingredienti della felicità, non la felicità stessa. E la felicità non è solamente la somma aritmetica di questi fattori, come la torta non è la semplice somma degli ingredienti.
Se uno non è felice, difficilmente valorizzerà ciò di cui è in possesso, i propri talenti naturali, i propri beni: anzi, nemmeno li apprezzerà, o addirittura non si renderà conto di averli. Insomma: si è felici quando si è soddisfatti, ma essere soddisfatti è la conseguenza di essere felici, NON la chiave per essere felici.

Essere felici in quanto si è soddisfatti della propria condizione risulta sicuramente importante, ma non arriva da sé. E il punto è proprio questo: come si fa a essere soddisfatti, e quindi felici? Qualcuno ci prova “ubriacandosi”: di alcol, di sostanza, ma anche di dottrine particolari, che possono dare un momento di estasi. Sono carte di riserva, che non danno una risposta a lungo termine.

E allora? Allora, per essere felice, l’uomo deve capire lo scopo della sua vita. Perché esiste, qual è il suo scopo, che senso ha tutto questo.

La risposta? È nella Bibbia. E si può riassumere in cinque semplici parole. L’uomo è “disegnato per vivere con Dio”. E solo rispondendo a questa condizione, in un rapporto personale con chi l’ha creato, può trovare quella felicità che cerca.

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Quelle “ricchezze ingiuste” che nemmeno ricordiamo

Sul Corriere mi ha colpito una notizia riguardante l’impegno umanitario di John Kamm, un imprenditore statunitense in rapporti commerciali con la Cina, che nel 1990 ha dato il via a una particolare attività: nell’ambito di un viaggio di lavoro chiese, quasi come una boutade, la liberazione di un carcerato per motivi di opinione, e questo venne liberato quasi come benefit nell’ambito dei rapporti commerciali con il paese asiatico. Da allora ha costituito una fondazione ed elaborato una lista con 2700 persone detenute (o maltrattate) per motivi d’opinione, tra cui una “top list” di 250 nomi, che affida ai manager occidentali per sottoporla ai loro referenti cinesi man mano nel corso dei rapporti commerciali. Si parla di centinaia di persone liberate con questo sistema, che nel frattempo si è reso ancora più efficace con l’impegno a tempo pieno di Kamm, che da due anni segue il progetto a tempo pieno.

La notizia è rilevante sotto diversi punti di vista. Intanto, sul piano immediato: c’è un manager che ha trovato un modo alternativo per rendersi utile sul piano dei diritti umani. Forse, nel sentirne parlare, vi sarà venuto in mente il caso di Oskar Schindler e delle migliaia di ebrei salvati durante la guerra: anche qui c’è una lista, e anche qui, per interesse, c’è la liberazione di persone che altrimenti avrebbero avuto poche possibilità in questo senso.

In secondo luogo, la notizia fa riflettere: onore al merito di chi ha saputo inventarsi e sfruttare un canale anomalo, diverso, per raggiungere uno scopo così rilevante. Kamm non è un diplomatico, non è un attivista delle associazioni per i diritti umani, forse non è nemmeno un cristiano impegnato. Tanto più, quindi, possiamo chiederci come mai lui si sia fatto venire questa idea e altri, che magari potremmo considerare più “titolati”, non l’abbiano fatto.

Consideravo poi com’è nato il tutto: un ricevimento per uomini d’affari, una richiesta “fuori protocollo”. Insomma, Kamm ci ha semplicemente provato. Non è vero però che non rischiava niente: rischiava di perdere la faccia, che nel commercio è tutto. Però ci ha provato, e da lì è nato un progetto che non pensava, e un discorso più grande di lui.

Mi chiedevo quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, potremmo fare e non facciamo. Magari abbiamo amici, conoscenti, contatti in posti che – per il nostro piccolo – “contano”, ma non li sfruttiamo perché “chissà cosa penseranno”. E così spesso le chiese si ritrovano senza sala di culto, senza permessi per evangelizzare in piazza, o devono pagare cifre esorbitanti perché non c’è nessuno in grado di “trattare” con gli uffici competenti.

Nell’usare i canali che possiamo non rischieremmo niente: magari nemmeno la reputazione o la faccia. Sarebbe solo un tentativo, ma spesso non facciamo nemmeno quello. Spesso non scomodiamo l’amico poliziotto per aiutare lo straniero che ha bisogno di informazioni per il visto, perché “magari poi si scoccia”. Spesso non aiutiamo un vicino che sta traslocando dandogli informazioni concrete sugli uffici a cui iscriversi per i servizi essenziali, perché “mica me l’ha chiesto”; spesso non ci muoviamo se vediamo un’ingiustizia, o qualche irregolarità sulla strada che facciamo ogni giorno per andare a lavorare, perché “con tutta la gente che passa, perché devo farlo io?”.

Viviamo ogni giorno i nostri “chissà”, e non rischiamo nemmeno quel che sarebbe ragionevole rischiare. Sia chiaro: questo non significa essere insistenti, in tempo e fuor di tempo, per parlare nel modo sbagliato nel momento sbagliato, o insistere allo sfinimento. Spesso si tratta solo di investire qualche minuto e qualche contatto.

Invece, siamo convinti di NON riuscire in partenza. Invece di tentare di usare i mezzi che abbiamo, le “ricchezze ingiuste” che ci sono affidate, preferiamo credere di non poterlo fare. Meglio convincersi che non possiamo: è molto meno faticoso.

Come sfruttiamo le potenzialità che abbiamo a disposizione?

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Quelle "ricchezze ingiuste" che nemmeno ricordiamo

Sul Corriere mi ha colpito una notizia riguardante l’impegno umanitario di John Kamm, un imprenditore statunitense in rapporti commerciali con la Cina, che nel 1990 ha dato il via a una particolare attività: nell’ambito di un viaggio di lavoro chiese, quasi come una boutade, la liberazione di un carcerato per motivi di opinione, e questo venne liberato quasi come benefit nell’ambito dei rapporti commerciali con il paese asiatico. Da allora ha costituito una fondazione ed elaborato una lista con 2700 persone detenute (o maltrattate) per motivi d’opinione, tra cui una “top list” di 250 nomi, che affida ai manager occidentali per sottoporla ai loro referenti cinesi man mano nel corso dei rapporti commerciali. Si parla di centinaia di persone liberate con questo sistema, che nel frattempo si è reso ancora più efficace con l’impegno a tempo pieno di Kamm, che da due anni segue il progetto a tempo pieno.

La notizia è rilevante sotto diversi punti di vista. Intanto, sul piano immediato: c’è un manager che ha trovato un modo alternativo per rendersi utile sul piano dei diritti umani. Forse, nel sentirne parlare, vi sarà venuto in mente il caso di Oskar Schindler e delle migliaia di ebrei salvati durante la guerra: anche qui c’è una lista, e anche qui, per interesse, c’è la liberazione di persone che altrimenti avrebbero avuto poche possibilità in questo senso.

In secondo luogo, la notizia fa riflettere: onore al merito di chi ha saputo inventarsi e sfruttare un canale anomalo, diverso, per raggiungere uno scopo così rilevante. Kamm non è un diplomatico, non è un attivista delle associazioni per i diritti umani, forse non è nemmeno un cristiano impegnato. Tanto più, quindi, possiamo chiederci come mai lui si sia fatto venire questa idea e altri, che magari potremmo considerare più “titolati”, non l’abbiano fatto.

Consideravo poi com’è nato il tutto: un ricevimento per uomini d’affari, una richiesta “fuori protocollo”. Insomma, Kamm ci ha semplicemente provato. Non è vero però che non rischiava niente: rischiava di perdere la faccia, che nel commercio è tutto. Però ci ha provato, e da lì è nato un progetto che non pensava, e un discorso più grande di lui.

Mi chiedevo quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, potremmo fare e non facciamo. Magari abbiamo amici, conoscenti, contatti in posti che – per il nostro piccolo – “contano”, ma non li sfruttiamo perché “chissà cosa penseranno”. E così spesso le chiese si ritrovano senza sala di culto, senza permessi per evangelizzare in piazza, o devono pagare cifre esorbitanti perché non c’è nessuno in grado di “trattare” con gli uffici competenti.

Nell’usare i canali che possiamo non rischieremmo niente: magari nemmeno la reputazione o la faccia. Sarebbe solo un tentativo, ma spesso non facciamo nemmeno quello. Spesso non scomodiamo l’amico poliziotto per aiutare lo straniero che ha bisogno di informazioni per il visto, perché “magari poi si scoccia”. Spesso non aiutiamo un vicino che sta traslocando dandogli informazioni concrete sugli uffici a cui iscriversi per i servizi essenziali, perché “mica me l’ha chiesto”; spesso non ci muoviamo se vediamo un’ingiustizia, o qualche irregolarità sulla strada che facciamo ogni giorno per andare a lavorare, perché “con tutta la gente che passa, perché devo farlo io?”.

Viviamo ogni giorno i nostri “chissà”, e non rischiamo nemmeno quel che sarebbe ragionevole rischiare. Sia chiaro: questo non significa essere insistenti, in tempo e fuor di tempo, per parlare nel modo sbagliato nel momento sbagliato, o insistere allo sfinimento. Spesso si tratta solo di investire qualche minuto e qualche contatto.

Invece, siamo convinti di NON riuscire in partenza. Invece di tentare di usare i mezzi che abbiamo, le “ricchezze ingiuste” che ci sono affidate, preferiamo credere di non poterlo fare. Meglio convincersi che non possiamo: è molto meno faticoso.

Come sfruttiamo le potenzialità che abbiamo a disposizione?

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Governanti: cristiani fino a che punto?

George Washington era cristiano? Un nuovo studio del neocon Michael Novak accredita questa discussa tesi. Secondo lui il fatto che il primo presidente USA non abbia mai dichiarato la sua fede, che non parlasse di Cristo nei suoi discorsi, che non abbia avuto pastori al suo capezzale né orazioni funebri era dovuto solamente al fatto che voleva insegnare a convivere in pace alle diverse anime della nuova nazione americana. In realtà, dice Novak, Washington era di famiglia anglicana, con antenati pastori, e la sua stessa posizione sulla guerra d’indipendenza avvalorerebbe una posizione diversa da quella laica.

La notizia mi è sembrata degna di nota perché pone un dilemma antico come la democrazia: quanta parte di convinzioni personali, e quanta di condivisione devono convivere in chi governa? Mi spiego meglio. Da un lato ognuno di noi ha un suo credo: sia laico o spirituale, ha dei principi, dei valori sui quali ha basato la sua vita, che ha affinato nel corso degli anni. Sono dei punti fermi che gli sono serviti e gli servono per dare un senso alla sua vita, alle piccole e grandi cose. È evidente che, se credo in qualcosa, questo “qualcosa” tenderà ad emergere nel mio approccio con la vita, nell’approccio con gli altri, nell’approccio con la società. Se poi mi ritrovo in un ruolo di responsabilità, sia esso in un’azienda o nella pubblica amministrazione, queste mie convinzioni emergeranno, consapevolmente o inconsapevolmente.

Ma c’è di più: se sono arrivato a un ruolo di comando, di governo, significa che sono stato eletto da persone che hanno creduto non solo in me e nelle mie capacità, ma anche nei miei valori: quando mi sono candidato ho espresso i miei pensieri, i miei principi, e ho convinto gli elettori più di altri “concorrenti”. Quindi i miei valori hanno una presenza legittima, potremmo dire, nella mia opera di governo.

Però. C’è un però. Nel momento in cui mi ritrovo a governare, non sono più solo il rappresentante di una parte, ma di tutti. Quindi devo tener conto del bene di tutti, e rispettare i valori di tutti. A questo punto emerge il dubbio cui si accennava prima: fino a che punto i MIEI valori devono ancora emergere, e oltre quale punto devono diventare un fatto privato?

La mia fede, quando governo, si deve vedere solo nell’onestà, nel rispetto, nell’amore, nella compassione per i deboli, nell’attenzione verso i bisognosi, oppure deve apparire in maniera più marcata?

Non sappiamo se Washington fosse davvero un cristiano confessante. Stando a Novak, sarebbe l’esempio più lampante di una fede riservata, personale, esplicitata solo attraverso il buon governo. Se non lui, ci sono comunque stati altri governanti, nel passato, che avevano una forte, fortissima fede cristiana ma hanno deciso consapevolmente di renderla pubblica solo attraverso il loro comportamento sempre corretto e attraverso il loro modo di governare sempre esemplare.

Altri, invece, hanno ritenuto di rendere pubblica in ogni occasione la loro fede, la loro spiritualità, il loro senso di Dio. Sollevando polemiche, ma allo stesso tempo consensi.

Insomma: in un ruolo di governo, fino a quando le nostre convinzioni hanno diritto di essere imposte agli altri, e quando invece è opportuno che restino “nostre”?

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Un reality in salsa evangelica

È la nuova frontiera del reality show: negli USA la Fox lancia “Black. White.”. L’originalità rispetto alle tante case, fattorie, isole? Il cambio di identità: per sei settimane una famiglia bianca viene trasformata (anche fisicamente, grazie una marcata sessione di trucco) in una afroamericana e viceversa.

Scrive Tgcom: «La famiglia Sparks, Brian la moglie Renee e il figlio diciassettenne Nick, sono afroamericani di Atlanta. I Marcotulli, di chiare origini italiane, sono un nucleo composto da Bruno, la convivente Carmen e la figlia di lei Rose, 18 anni. Sono bianchi e vivono a Santa Monica. Ma per sei settimane le loro vite si sono invertite totalmente. Cambiando colore grazie a delle lunghe sessioni di trucco, hanno potuto sperimentare, è proprio il caso di dirlo, sulla loro pelle il razzismo latente che ancora regna negli Stati uniti, dove resta uno degli argomenti meno graditi».

Anche noi evangelici, se pure non lo diamo a vedere, abbiamo le nostre solide convinzioni, e – volendo essere onesti fino in fondo, le nostre vedute non sono proprio così aperte nei confronti delle altre denominazioni. Non arriviamo al razzismo, ma tendiamo comunque al pregiudizio, all’etichetta che generalizza (e banalizza) le convinzioni altrui. Così, se i valdesi sono “antiquati”, i fratelli sono “freddi”, l’esercito della salvezza “folcloristico”, i pentecostali “rumorosi”.

E allora, c’è da chiedersi cosa verrebbe fuori a fare un esperimento simile a quello americano: mettere per sei settimane una famiglia cattolica in una chiesa evangelica (questione anche di par condicio, supponendo che molte famiglie evangeliche siano state a lungo in una chiesa cattolica).
Ma si potrebbe rendere il confronto ancora più interessante scendendo nello specifico delle tante differenze che caratterizzano l’arcipelago evangelico: mettiamo una famiglia valdese in una chiesa dei fratelli, una famiglia dei fratelli in una chiesa pentecostale, una famiglia pentecostale in una chiesa valdese. Le possibili variazioni sul tema sono, come comprendete, molteplici, e qualche sociologo potrebbe indicarci la soluzione più efficace.

Per sei settimane, insomma, la famiglia si troverebbe a vivere in una realtà completamente diversa dalla propria. Sarebbe interessante vedere come si passa dal distacco alla diffidenza, dalla diffidenza alla discussione, dalla discussione al confronto, dal confronto al dialogo, dal dialogo alla comprensione, dalla comprensione all’accettazione e – magari – addirittura all’affetto fraterno. Dall’esperienza uscirebbe più ricca la famiglia “trapiantata”, ma anche la chiesa ospitante. Chi ha provato a vivere per un periodo in una chiesa (o in una denominazione) diversa dalla propria – e non per forza per insoddisfazione: parliamo di motivi di studio, sentimentali, di lavoro – può testimoniare quanto sia stato salutare per lui confrontarsi con una realtà diversa, e quanto questa esperienza possa avergli aperto la visuale. E magari quanto possa averlo reso disponibile verso gli altri, verso il “diverso”.

Perché? Perché partiamo tutti con l’idea, istintiva e inevitabile, che il nostro microcosmo sia il migliore dei mondi possibili, dove comprensione della dottrina e attuazione pratica si sono integrati nella maniera più efficace. E gli altri? Sempre secondo questa logica, inconsciamente (o consciamente?) riteniamo che a qualcuno manchi qualcosa, qualcun altro abbia qualcosa “di troppo” rispetto alla nostra UNICA ortodossia possibile. Guardando le diverse situazioni più da vicino e con maggiore apertura, possiamo comprendere come esperienze storiche diverse possano aver portato a risultati diversi, e possiamo quindi renderci conto di come una certa pratica non è per forza “più” o “meno” giusta della nostra: è semplicemente diversa, una ricchezza, un valore aggiunto nel panorama cristiano in cui tutti – e sottolineo tutti – viviamo, e dove siamo chiamati a convivere mantenendo buoni rapporti e, perché no, collaborando per comunicare al mondo la speranza, la gioia, l’amore che abbiamo trovato – TUTTI, nessuno escluso – in Dio.

«Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Mi sembra di averlo letto proprio in quel Vangelo che noi evangelici tanto ci vantiamo di mettere in pratica in maniera sana e piena.

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http://www.tgcom.mediaset.it/televisione/articoli/articolo300124.shtml

Angolo cultura – il blues di Glenn Kaiser in Italia

Dopo una sospensione dovuta alle condizioni di salute dello scorso fine settimana, rieccoci con il nostro appuntamento del fine settimana dedicato alla cultura.

In Italia è poco conosciuto, ma gli appassionati di blues apprezzeranno la notizia che nel corso della settimana entrante Glenn Kaiser sarà in Italia per due concerti. Glenn Kaiser, 25 anni di blues cristiano alle spalle, si presenta con la sua band, nell’ambito del quale pare abbia trovato la giusta alchimia per la sua musica. La formazione lo ha accompagnato anche nella registrazione del suo recente cd “Glenn Kaiser band live” (2005), sesto album dell’artista, da cui emerge un blues sudista dal suono deciso, integrale, sporcato al punto giusto dall’elettrico delle chitarre. Il contesto live, si sa, esalta un genere come il blues, e Glenn Kaiser con la sua band si può sbizzarrire in assoli e improvvisazioni che sanno di esperienza e di autenticità. Dodici brani registrati integralmente dal vivo nel corso di cinque concerti in atmosfere da club, e giocati musicalmente tra blues e rock-blues, con una prevalenza delle chitarre (ospite il chitarrista Dave Beegle), spesso impegnate in duetti, ben sostenute da Ed Bialach alla batteria e dal basso di Roy Montroy, con qualche immancabile puntata di armonica a bocca.

Dato che la chiarezza è importante quando si parla di musica (si sono visti troppi momenti di lode melodica presentati come concerti gospel…) meglio precisarlo: non si tratta di Gospel, non si tratta di soul o di r’n’b, non è nemmeno musica di lode (almeno secondo gli standard della CCM): è proprio blues, con i suoi lunghi assoli stracciati, le svisature accennate e i tipici finali tirati per le lunghe.

Il neofita del genere probabilmente non apprezzerà, chi è abituato alla musica melodica si troverà perfino a disagio, ma gli intenditori non si lasceranno sfuggire l’occasione.

Glenn Kaiser sarà lunedì 13 marzo a Roma presso la chiesa di via Tiburtina 249; mercoledì 15 si esibirà a Milano presso la chiesa “Gesù vive” di Bollate.

Anime all’asta in un mondo che cambia

Impossibile, sulla Stampa di oggi, non venir attratti da una notizia apparentemente curiosa, ma in realtà molto profonda.

Una premessa. Come molti sanno, ormai su Internet si può fare e trovare di tutto. Da diversi anni sta andando per la maggiore in tutto il mondo un servizio che si chiama e-bay, ed è in pratica una casa d’aste online. Può partecipare chiunque, e la procedura di base è semplice e forse anche divertente: se, per esempio, vogliamo vendere la nostra vecchia bicicletta, è sufficiente inserire online il prodotto con un annuncio, segnare il prezzo e una data di scadenza dell’offerta: tutti i visitatori (e sono migliaia anche in Italia) potranno visionare l’annuncio e decidere se l’acquisto è un affare. Magari di persona, dal vivo, non avreste venduto la bici, mentre in rete potete trovare qualcuno che ha bisogno di una bici usata a poco prezzo, ed la vostra fa proprio al caso suo.

Certo, su questo sito si vendono le cose più incredibili, dai panfili alle collezioni di fumetti, eccetto le cose vietate dalla legge. E si può decidere di vendere anche, pensate un po’, l’anima.

La notizia di cui parlavamo è proprio questa: “Ateo vende l’anima su eBay, ex predicatore la compra”

È successo ovviamente negli Stati Uniti, precisamente a Chicago: uno studente ateo ha messo l’anima in vendita su eBay. Un ex predicatore evangelico che se l’è aggiudicata per 504 dollari. L’offerta di Hemant Mehta, dottorando alla DePaul University – una delle più grandi università cattoliche negli Stati Uniti -, includeva una clausola: per ogni dieci dollari del prezzo finale si sarebbe assoggettato a un’ora di servizio religioso in chiesa. Il venditore, Metha, ha 23 anni, ed è un miscredente – c’era da dubitarne? -; nella sua offerta sul sito delle aste on-line ha rivelato di sentire che qualcosa gli mancava nella vita: «Forse essere assieme a persone che mi indichino la Via. È la migliore opportunità, forse, di cambiare me stesso».

Interessante il fatto che l’asta si sia conclusa qualche giorno fa dopo ben 41 rilanci sul prezzo: si sono contesi l’anima di Metha a colpi di dollari sonanti un gruppo di evangelici, ma anche atei, determinati a tenere il giovane di Chicago nella loro “squadra”. Quando la vendita on-line si è chiusa, è risultato vincitore Jim Henderson, un ex predicatore di Seattle, nello stato di Washington, che oggi fa l’imbianchino e che ha scritto un libro, ‘Lost’, sulla crescente distanza tra cristiani e non-credenti pubblicato dalla casa editrice Random House.

Ma, a differenza di molti colleghi predicatori, Henderson non era alla ricerca di un’anima da salvare. Anzichè imporre a Metha le 50 ore di culti che gli sarebbero spettate nel prezzo pattuito, «Non sto cercando di convertirti. Devi andare in chiesa con occhio critico e dire quel che non va. Se poi lungo la strada trovi la fede, tanto meglio».

Già fin qui ci sarebbe di che riflettere. Il sistema dell’asta non è certo dei più ortodossi, ma quantomeno va detto che è stato utile per stabilire un contatto. E poi, con il suo atteggiamento, questo predicatore ha dimostrato che la concezione evangelica della fede non si basa sul numero di messe, o di sacrifici, o di buone opere che compiamo, ma su qualcosa che troviamo a prescindere da tutto questo, in base a qualcosa di profondo e per niente formale.

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Ma c’è di più. L’ex pastore è infatti curatore di un sito in inglese che si prefigge di «aiutare i cristiani a essere normali»: lo scopo è quello di far comprendere ai cristiani la società che li circonda per consentire loro di presentare più efficacemente il messaggio del Vangelo, senza quelle abitudini e tradizioni che spesso legano a un metodo definito e ormai antiquato. Uno dei principali quotidiani di New York, il Wall Street Journal, fa la cronaca del viaggio: finora Metha ha visitato una mezza dozzina di chiese.

L’idea, per quanto originale, non è peregrina. Spesso non sappiamo capire ciò che ci circonda perché non sappiamo guardare con occhi diversi quel che facciamo, ormai per tradizione, da decenni. A dare un punto di vista diverso può aiutarci qualcuno che viene da “fuori”: fuori dall’ambiente, estraneo a usi e costumi che, anche nelle chiese evangeliche, si sono consolidati nel tempo. Lo scopo, ovviamente, non è cambiare per il gusto di cambiare, o per seguire le mode: il problema, semplicemente, è che spesso con il nostro atteggiamento non siamo più in grado di trovare l’approccio giusto nei confronti di chi ci circonda. Il volantino ha fatto il suo tempo; ormai per strada ne ricevo decine. Il coretto che canta inni in piazza è ormai poco più che folklore, dato che girando per la città si trovano musicisti di strada capaci di stupire – loro sì – per la loro bravura. Sia chiaro: il contenuto, il messaggio, resta lo stesso, ma non possiamo non adattare la forma, il metodo, ai tempi.

Altrimenti, almeno, non diciamo che “noi non seguiamo le tradizioni”. Perché non è vero.

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