Archivio mensile:aprile 2006

Scegliere di scegliere

Venerdì 31 marzo la Divina Commedia ha animato Milano: cento giovani tra attori e studenti hanno recitato a memoria i versi di Dante in vari luoghi della metropoli: l’inferno nelle stazioni della metropolitana, il purgatorio nelle piazze e il paradiso sul sagrato delle chiese.

L’iniziativa è degna di nota. Non abbiamo avuto il piacere di partecipare, anche se abbiamo visto girare i giovani per città (era facile riconoscerli). Iniziativa culturale, simpatica. Probabilmente i fini dicitori e i letterati avranno storto il naso, ma l’idea di rendere popolare, familiare, amichevole un testo tutto sommato ostico come la Divina Commedia merita il plauso: se è vero che un paese si misura dal livello culturale dei cittadini, iniziative come queste non possono fare altro che bene.

Il fatto che l’iniziativa sia stata promossa dal Comune dimostra che le amministrazioni locali sono sensibili alla cultura alta, ma anche alla sua divulgazione con sistemi “non convenzionali” come questo. E il fatto gioca a nostro favore.

Come cristiani abbiamo – dovremmo avere – a cuore la diffusione del messaggio divino contenuto nella Bibbia. Attraverso la predicazione, certo, ma anche con semplici letture. E questa idea così originale sviluppata a Milano mi ha fatto riflettere. Vedendo passare questi giovani con le felpe “numerate”, il pensiero è andato a quanti sono i modi e le possibilità per diffondere la Bibbia. Potremmo fare lo stesso. Potremmo andare per città e declamare i salmi, o il messaggio del Vangelo.

O magari, ora che è Pasqua, la passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

Le opportunità sono numerose e non si limitano alla strada. Se non siamo capaci di parlare, o non ci sentiamo all’altezza, ci sono altre opportunità date dall’attualità. Per esempio, potremmo approfittare anche del fatto che Rai Uno manderà in onda per pasqua The Passion: potremmo rispolverare i volantini e le conversazioni che già avevano tenuto banco due anni fa. O magari invitare un amico a vedere un film a casa, per esempio Luther. A volte è sufficiente, altre volte potremo completare la visione arricchendola con la nostra esperienza.
Per strada, per casa, o negli asili: ci sono credenti che organizzano ogni anno piccole recite con i bambini delle scuole (materne o elementari) frequentate dai loro figli. Le maestre sono entusiaste, e questo nonostante il messaggio dello spettacolo sia evidentemente cristiano.

Non tutti i sistemi sono validi ovunque, non tutti siamo capaci di fare tutto. A volte verrà meglio, altre volte peggio. La competenza e la preparazione sono importanti, e lo diciamo spesso, ma questo non ci deve fermare: semmai ci deve incoraggiare.

Insomma: sta a noi scegliere come, cosa, dove impegnarci. Ma soprattutto sta a noi scegliere di farlo.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Quando l’urna non decide

Non abbiamo voluto parlare di voto fino a oggi. Non per disinteresse: più che altro, dai nostri ascoltatori non è arrivato nessuno stimolo in questa direzione.

Se prima era campagna elettorale, ora è notizia, e quindi non possiamo restarne fuori.
L’impressione è che l’Italia si sia svegliata stordita. In casi come questo si usa dire “c’è grande confusione sotto il cielo”, ma poche volte come questa la definizione risulta adatta. Abbiamo atteso fino a notte fonda i risultati finali (ma a quanto pare non ci sono ancora tutti, mancherebbe il voto degli italiani all’estero), assistendo a una serie di continui sorpassi e controsorpassi, un testa a testa da fotofinish.
Alla fine pare che, come spesso accade in Italia, non abbia vinto nessuno. Non ha vinto l’Unione di Romano Prodi, che si è aggiudicata la maggioranza alla Camera (ma sarà vero?) ma non il Senato; non ha vinto la Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi, cui è riuscita una rimonta clamorosa rispetto ai sondaggi, e ha raggiunto la maggioranza in Senato (ma di un solo voto, e quindi una maggioranza ingestibile). Se è chiaro che non ha vinto nessuno, è altrettanto chiaro chi ha perso: ha perso l’Italia. Non tanto perché politicamente si è divisa praticamente a metà. E nemmeno perché i piccoli partiti minori potrebbero fare la differenza, dato che stavolta pare sventato il pericolo.
Qualcuno ha definito l’Italia uscita dalle urne come “ingovernabile”: magari non sarà ingovernabile, ma il paese torna a un’instabilità che ormai credevamo superata. Ne risentirà la politica estera, ne risentiranno le grandi decisioni, ne risentiranno le “riforme”, quelle che hanno bisogno di un’ampia maggioranza per venire approvate.

Ma al di là dei programmi proposti e dei confronti sull’effimero, la scelta per noi cristiani era tra due sistemi di valori. Attenzione: non vogliamo dire che fosse meglio l’uno o l’altro. Non amiamo dare un consiglio di voto che sia semplicemente un’indicazione acritica; preferiamo spiegare, a chi ce lo chiede, i pro e contro del votare per l’uno o per l’altro schieramento.
Da questo punto di vista, la scelta era tra uno schieramento che tutela i principi fondanti della nostra società – come la famiglia tradizionalmente intesa, o la vita -; dall’altro, c’era l’altrettanto apprezzabile difesa delle minoranze, l’uguaglianza, e quindi i possibili vantaggi per le realtà evangeliche sotto questo aspetto.
Questione di scelte; speriamo che nell’urna ci siano state quelle giuste.

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Quando l'urna non decide

Non abbiamo voluto parlare di voto fino a oggi. Non per disinteresse: più che altro, dai nostri ascoltatori non è arrivato nessuno stimolo in questa direzione.

Se prima era campagna elettorale, ora è notizia, e quindi non possiamo restarne fuori.
L’impressione è che l’Italia si sia svegliata stordita. In casi come questo si usa dire “c’è grande confusione sotto il cielo”, ma poche volte come questa la definizione risulta adatta. Abbiamo atteso fino a notte fonda i risultati finali (ma a quanto pare non ci sono ancora tutti, mancherebbe il voto degli italiani all’estero), assistendo a una serie di continui sorpassi e controsorpassi, un testa a testa da fotofinish.
Alla fine pare che, come spesso accade in Italia, non abbia vinto nessuno. Non ha vinto l’Unione di Romano Prodi, che si è aggiudicata la maggioranza alla Camera (ma sarà vero?) ma non il Senato; non ha vinto la Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi, cui è riuscita una rimonta clamorosa rispetto ai sondaggi, e ha raggiunto la maggioranza in Senato (ma di un solo voto, e quindi una maggioranza ingestibile). Se è chiaro che non ha vinto nessuno, è altrettanto chiaro chi ha perso: ha perso l’Italia. Non tanto perché politicamente si è divisa praticamente a metà. E nemmeno perché i piccoli partiti minori potrebbero fare la differenza, dato che stavolta pare sventato il pericolo.
Qualcuno ha definito l’Italia uscita dalle urne come “ingovernabile”: magari non sarà ingovernabile, ma il paese torna a un’instabilità che ormai credevamo superata. Ne risentirà la politica estera, ne risentiranno le grandi decisioni, ne risentiranno le “riforme”, quelle che hanno bisogno di un’ampia maggioranza per venire approvate.

Ma al di là dei programmi proposti e dei confronti sull’effimero, la scelta per noi cristiani era tra due sistemi di valori. Attenzione: non vogliamo dire che fosse meglio l’uno o l’altro. Non amiamo dare un consiglio di voto che sia semplicemente un’indicazione acritica; preferiamo spiegare, a chi ce lo chiede, i pro e contro del votare per l’uno o per l’altro schieramento.
Da questo punto di vista, la scelta era tra uno schieramento che tutela i principi fondanti della nostra società – come la famiglia tradizionalmente intesa, o la vita -; dall’altro, c’era l’altrettanto apprezzabile difesa delle minoranze, l’uguaglianza, e quindi i possibili vantaggi per le realtà evangeliche sotto questo aspetto.
Questione di scelte; speriamo che nell’urna ci siano state quelle giuste.

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Basta poco. Quanto?

James Montier, stratega per il mercato azionario globale, relatore a un seminario annuale per investitori globali a Londra, sa stupire. L’anno scorso ha dichiarato che denaro e felicità non sono connessi. Quest’anno è andato un passo oltre: si ricava maggiore felicità investendo in esperienze di vita più che in beni di lusso, perché l’esperienza – così Paolo Passarini su Specchio della Stampa – garantisce un arricchimento individuale che il possesso di un oggetto di valore non può dare. E la ragione è che l’esperienza, a differenza dell’oggetto acquistato, è unica, quindi più preziosa.

Alla fine, i vecchi adagi popolari si dimostrano realistici anche alla prova dei fatti. Quante volte ci hanno detto che “il denaro non fa la felicità”? È un refrain che torna regolarmente, anche se spesso è detto nel contesto sbagliato.

Che il denaro non faccia la felicità, è ormai riconosciuto anche da analisti globali. Ma non ci voleva tanto.
Ma molto spesso sentiamo esprimere questo concetto in chiave consolatoria. Sei povero, ti manca qualcosa di concreto, non riesci ad acquistare ciò che vorresti, invidi i ricconi? Non preoccuparti, tanto “il denaro non fa la felicità”. Questo, di solito, è il contesto in cui ne sentiamo parlare. E invece il concetto è ben più profondo, e va oltre la consolazione per qualcosa che non possiamo raggiungere.

La felicità viene prima del denaro. Il denaro, i beni materiali, possono solamente interagire, integrare, dare un valore aggiunto a ciò che già abbiamo dentro. La gioia di vivere, la soddisfazione per ogni piccolo gesto, l’intensità del vissuto, il piacere della scoperta, la certezza appagante di avere uno scopo nella vita: questi sono alcuni dei principi che possono darci la felicità. Certo, come gli analisti hanno ri-scoperto, questo è possibile quando non si soffre la fame o il freddo. Ma anche questo è un concetto biblico.

Qualche mese fa il settimanale Panorama aveva stabilito la soglia per vivere di rendita, senza quindi dover lavorare, e l’aveva chiamata “la soglia della felicità”. È evidente che la felicità non stia in due o tre milioni di euro. Anzi, molti si sono rovinati

Come cristiani diciamo sempre che basta poco per essere felici. Ma quanto poco?

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Teorie scivolose in Galilea

In molti avete notato (e ci avete fanno notare) la curiosa notizia pubblicata su varie testate e relativa a quello studioso convinto di aver scoperto il “trucco” con il quale Gesù ha camminato sulle acque del mare di Galilea: a suo dire potrebbe aver camminato sul ghiaccio, che in particolari condizioni si verificherebbe anche in quelle zone. E in molti si sono indignati perché, con questa presunta scoperta, lo studioso rischia di disinnescare un miracolo.

Vero o falso, si tratta comunque una notizia clamorosa. Ma non tanto per la scoperta – attendibile o meno -. Piuttosto, suona clamoroso il fatto che Gesù abbia camminato sul ghiaccio in Israele, dove di ghiaccio non se ne vede molto. E soprattutto che nessun altro lo abbia potuto fare, dopo di lui.

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Oggi musica&parole non è in onda… come dicevo ieri, sono a Rimini per il convegno della Federazione radio evangeliche italiane (Fare), per cui torneremo insieme lunedì, come sempre alle 10.

Quando il gioco si fa duro

«Musica, birra e visite notturne: il bomber fa gol solo ai condomini»: questo il titolo di uno sconfortante articolo che oggi il Giornale dedica al calciatore dell’Inter, Adriano.

C’era una volta un ragazzone dagli occhi dolci come il caramello e il sorriso buono che piaceva tanto alle mamme. Un ragazzone che era anche un attaccante fortissimo, che segnava a raffica e metteva tutti d’accordo. Non a caso, lo chiamavano Imperatore. Ma c’era una volta. Perché adesso quel ragazzone non c’è più. Adesso c’è un ragazzino incattivito, che fa quasi a pugni negli spogliatoi perchè un compagno lo critica e va in rete con il contagocce. (…) È inevitabile che la storia recente di Adriano lo metta in una condizione perlomeno scomoda. Se prima gli si perdonava qualunque cosa, anche le serate a zonzo per locali (visto che il brasiliano non ha scoperto solo da pochi mesi la sua natura festaiola)… adesso basta. Basta con le sue continue bravate, come la serata hollywoodiana di qualche settimana fa… finita alle prime luci dell’alba e che gli ha fatto saltare l’allenamento del mattino dopo… Basta con i suoi atteggiamenti da perenne arrabbiato con il mondo… E tolleranza zero anche da parte dei condomini del palazzo di Cernobbio in cui vive in attesa che siano ultimati i lavori della casa sul Lago che ha acquistato, esasperati dalla musica a palla, dalle bottiglie di birra lasciate sul pianerottolo e dal campanello che suona a tutte le ore. L’Imperatore si scopre solo. Non c’è più nemmeno Danielle ad aspettarlo. Danielle, la ragazza che a giugno lo renderà padre e che è tornata in Brasile… troppo diversi i loro caratteri per conciliarsi in un progetto di vita a due e troppo grande la voglia di Adriano di godersi i suoi 24 anni senza pensieri. Nessun matrimonio all’orizzonte. Adriano riconoscerà legalmente suo figlio, che si chiamerà Adriano Junior, ma non farà altro. Prima, deve crescere lui.

Abbiamo parlato pochi giorni fa di come ci si aspetta una testimonianza forte e costante da parte dei “personaggi famosi” che dicono di aver trovato la fede. Parlavamo di attrici e cantanti italiane con storie diverse e percorsi diversi: entrambe hanno trovato Dio, ma una non perde occasione per comunicare questa sua gioia e offrire agli altri la soluzione che ha trovato; l’altra vive la sua fede in una maniera molto più “nicodemitica”, personale, e anche nelle interviste non la si sente così spesso parlare della speranza trovata nel Vangelo, nemmeno quando la domanda lo richiederebbe.

Fin qui ci eravamo limitati a parlare della testimonianza presumendo che – esplicita o implicita che sia – il comportamento sia comunque consono alla propria scelta di fede. Oggi, invece, dobbiamo osservare un altro caso, decisamente poco edificante. Adriano è un calciatore che in varie occasioni ha parlato della sua fede, che si è detto “evangelico”, che ha indossato una celebre maglietta, per quanto criptica ai più, con un versetto biblico (Filippesi: “Io posso ogni cosa…”) in occasione di una vittoria.

E ora? Ora lo si trova protagonista della vita notturna, con una vita sentimentale disordinata, mal sopportato perfino dai vicini.
Non ci piace la dietrologia, e non vogliamo unirci al coro pettegolo dei “lo dicevo io che uno che si comporta così”, all’atteggiamento odioso ma purtroppo comune di chi seppellisce chi è in difficoltà con frasi come questa.

Però una cosa va detta: è facile testimoniare, ringraziare Dio, vestire magliette, parlare di fede quando si sta bene, quando si ha successo, quando ti chiamano “imperatore”. Meno facile è farlo quando si è in difficoltà, eppure è proprio lì che siamo chiamati a dare maggiore conto della nostra certezza in Dio, perché in quei momenti siamo sotto esame nei confronti di chi ci circonda. Sarebbe triste se un giorno, quando staremo di nuovo bene, nel consolare chi soffre ci dovessimo sentir dire: «È facile per te ora parlare, ma la fede non ti è servita quando eri in crisi».

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Cristiani, ma quanto coerenti?

Ci è arrivata una lettera da Gianfranco da Milano.

Negli anni per non mortificare i credenti gli si è insegnato che non tutti sono chiamati a fare gli evangelisti o i pastori a tempo pieno e che è possibile evangelizzare anche sul proprio posto di lavoro, tra gli amici, per strada mentre si va a far la spesa, etc.
L’affermazione di per sé è corretta ma, calata nella vita di tutti i giorni, significa: evangelizza nei ritagli di tempo – se ne hai!!!
Ora, io credo che una persona che VERAMENTE vive solo per Cristo, riuscirebbe anche ad attuare l’insegnamento così come l’ho riportato ma, poichè non siamo perfetti, non siamo super eroi, non siamo costanti, etc. il Signore stesso ha pensato bene di dare un insegnamento ben diverso.
Lo so che può sembrare radicale ed esagerato, ma resta la verità: Gesù, alle persone come te e me, ha detto “lascia tutto e seguimi”, punto!
Non ha detto “inserisci i miei principi nel tuo stile di vita”, non ha detto “adatta la tua vita in modo da ricavare tempo per fare discorsi di fede”… non ha detto cose di questo genere.
Purtroppo, o per fortuna nostra, ha detto LASCIA TUTTO, ovvero un taglio radicale che, tradotto in pratica significa essere cristiani a tempo pieno e dedicare il proprio tempo a Cristo e solo se avanza tempo si fa altro…
Lo dico perchè è un pensiero che pesa nella mia mente e su cui rifletto per me stesso.
Forse sembrerò troppo radicale ma… io non riesco proprio a trovare una giustificazione biblica allo stile di vita medio di noi cristiani.

Grazie, Gianfranco. La riflessione mi sembra degna di nota, e di approfondimento.

Per chi ha ricevuto il dono della salvezza, dopo aver accettato il messaggio di speranza del Vangelo – insomma, per chi può dirsi seriamente “cristiano” -, cambia il modo di vedere le cose, e anche il modo di vivere. Magari apparentemente potrebbe sembrare tutto come prima, ma è il cuore che è cambiato: una rivoluzione copernicana che ci porta a non vedere più le cose dal punto di vista del nostro ego, ma dal punto di vista di Dio.

Dobbiamo essere cristiani al 100%, diceva qualcuno per rendere l’idea. Non cristiani della domenica, ma discepoli costanti e seri. Altrimenti rischiamo di ricadere in una serie di regole, buone e utili per la vita sociale, sì, ma che sul piano interiore finiscono per essere un alibi, un modo per dire “ho fatto quello che dovevo fare”. Invece il cristiano è cristiano senza limiti, perché AMA DIO senza limiti.

Recentemente mi è capitato di sentir usare un altro termine interessante per definire il cristiano nato di nuovo, o confessante se preferite: qualcuno ha parlato di “cristiano coerente”. Coerente con i desideri di quel Dio che ci ha salvati, ma non solo: coerente nel rapporto tra ciò che siamo e ciò che facciamo.

Lascia tutto, dice Gianfranco (e con lui, la Bibbia). Che non necessariamente significa “abbandona tutto”: sicuramente, però, significa “sii pronto ad abbandonare tutto”, perché potrebbe succedere. Ossia, non metterci più il cuore. Al primo posto nella nostra vita non ci deve essere tutto quello che siamo chiamati a “lasciare”, e che oggi o domani potremmo perdere (famiglia, lavoro, soldi, casa, beni, reputazione). Se la nostra soddisfazione continua a stare in ciò che ci soddisfaceva prima di essere cristiani coerenti, allora qualcosa non quadra.

E allora forse è il caso di interrogarci: siamo ancora “cristiani della domenica”, dove la fede è uno dei tanti hobby, oppure siamo cristiani coerenti, dove tutto – anche la nostra consuetudine quotidiana – gira intorno a Dio?

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Il sogno di un sonno placido

Gli italiani dormono poco e male: da un indagine condotta da “Salute naturale” su mille italiani tra i 25 e i 65 anni, il 34% degli intervistati ha problemi ad addormentarsi (ha bisogno di 20 minuti, e studia rimedi che vanno dalle tisane ai bagni caldi, dalla tv alle letture, fino ai tappi nelle orecchie), mentre il 24% si sveglia più volte nel corso della notte e il 19% è già in piedi all’alba; il problema riguarda un’ampia fascia di popolazione, dato che il 75% degli italiani dorme meno di sei ore a notte.

Sono contento di essere nella minoranza, in questo caso. Però il problema è reale. Qualcuno ci metterebbe la firma, per dormire solo sei ore o meno, in modo da lavorare di più; per la maggioranza, ahinoi, dormire è un piccolo lusso che ormai non ci possiamo più concedere. Un po’ per gli impegni: troppo da fare, il lavoro ossessiona. Un po’ per il divertimento: mica ci vorremo addormentare come galline? Un po’ per problemi pratici: viviamo quasi tutti in città, e il rumore disturba. Sarà anche che mangiamo male e beviamo troppo, o che invecchiamo (…), ma resto convinto che la causa principale per il sonno che non arriva, che fugge e che non è sereno sia in una voce non contemplata nella ricerca in questione: l’ansia.

Viviamo in un’epoca dove tutto è accelerato e amplificato. Se l’autoradio non ha i toni bassi e acuti enfatizzati, non siamo contenti. Se non troviamo subito la persona che cerchiamo, sbuffiamo. Fast food per mangiare rapidamente, metropolitana per non perdere tempo nel traffico (potessimo dirlo dei treni!), collegamenti telematici iperveloci per arrivare prima, ricevere prima, rispondere prima eccetera, in una corsa senza fine. Perfino i film, se sono troppo lunghi, diventano “eccessivi”.

Bella, entusiasmante, mozzafiato una vita così. Ma non siamo programmati per questi ritmi, possiamo adattarci fino a un certo punto, non oltre. Risultato: guadagniamo ore nel corso della giornata, e poi le perdiamo di notte.

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Il peso della celebrità (convertita)

Mary J. Blige, nota cantante rhythm’n’blues (tre Grammy all’attivo) dichiara che l’ha salvata la fede, che ha scoperto la Bibbia e un rapporto con Dio; il suo nuovo cd parla di speranza, e i suoi progetti di lavoro volgono nella direzione di una testimonianza cristiana coerente.

Notizia interessante, non c’è dubbio. Non solo perché si tratta di un personaggio famoso, ci mancherebbe: ogni esperienza di una vita cambiata dalla fede è altrettanto rilevante, e il fatto che una persona sia celebre non dà alla testimonianza una dignità maggiore. Semplicemente, come spesso ripetiamo, cambia l’ambito e la diffusione: se trova la fede una persona comune, avrà un’eco nell’ambito del suo ambiente familiare, lavorativo, sociale; se trova la fede una persona nota, il riverbero della notizia potrà essere maggiore, sempre che la persona stessa sappia trovare la maturità per esprimerla senza estremismi e con le parole adatte al contesto.

Ci viene in mente Claudia Koll, come esempio positivo: dalle sue parole e dai suoi gesti si nota un cambiamento notevole, dalla notte al giorno, rispetto al personaggio che tutti conoscevano. Resta un’attrice di rilievo, e quindi continua a calcare set e salotti televisivi. Non si è ritirata in seguito alla conversione, ha semplicemente rivisto il suo impegno professionale evitando posizioni in contrasto con il suo nuovo modo di essere. E in più approfitta del suo nome e della notorietà per diffondere il messaggio di speranza che lei stessa ha trovato. Basta vederla in tv: solare, serena, non perde occasione per parlare del suo cambiamento e di come questo cambiamento sia alla portata di tutti.

Meno efficace la testimonianza di altri artisti. Molti, vedendo una nota cantante che negli anni scorsi era salita agli onori della cronaca per la sua conversione, ci hanno chiesto come mai non è altrettanto pronta a utilizzare le occasioni per parlare del suo nuovo modo di essere, per “dare conto della speranza che è in lei”. Qualcuno faceva notare anche che le scelte artistiche non sono state del tutto in linea con la sua nuova vita.
Non credo sia una questione di debolezza. Di carattere, forse. In tutti gli ambiti, d’altronde, ci sono persone la cui conversione è stata vissuta in maniera più intima e personale, e che rimane in quella sfera. O magari è solo una questione di maturità, e le cose cambieranno.

Deludente anche la testimonianza di un noto calciatore brasiliano, della cui fede spesso abbiamo parlato in maniera positiva. Da una recente dichiarazione, pare che qui in Italia non frequenti spesso culti, perché «sono molto diversi da quelli cui ero abituato in Brasile». Se la dichiarazione è vera (si sa come sono i giornalisti… e lo dico da giornalista), risulta un po’ deludente per i tanti che avevano sperato anche da lui in una testimonianza forte, avevano sperato che si fosse reso conto – da credente – di essere arrivato in Italia con uno scopo diverso – e superiore – del dare quattro calci (di classe) a un pallone. Non bastano due dita al cielo quando si segna un gol, non basta fare da testimonial qua e là. La vita di fede non è un optional, è una testimonianza quotidiana, e vale sia per i “celebri”, sia per i “comuni”. E’ una riflessione anche per noi “comuni”: al di là di quel che possiamo fare nell’ambito della nostra chiesa, o anche fuori, stiamo veramente dando testimonianza della nostra fede in tutti gli aspetti della nostra vita? Se abbiamo il sole della fede dentro di noi, sta splendendo per illuminare chi c’è attorno a noi in ogni istante, in ogni occasione?

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Un doveroso saluto – non solo in diretta – per Gianni Grattieri, nostro collaboratore nonché presidente di crc, che abbiamo sentito in onda pochi minuti prima dell’inizio del rito civile… felicitazioni!

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