Archivio mensile:maggio 2006

Parole senza musica (e senza contesto)

Carlos Santana, cinquantottenne alfiere del latin rock, ha riempito il palaforum di Assago (MI) con 12mila persone. E, tra un brano e l’altro, ha parlato anche di spiritualità: «Viviamo in un’epoca importante – ha detto -. A me non importa se Cristo è stato con la Maddalena o no [il riferimento è alle polemiche sul Codice da Vinci], a me importa che si riconosca che ognuno di noi ha qualcosa di divino e ha una luce nel cuore».

Apprezziamo artisticamente e rispettiamo come persona Santana, valido chitarrista che ha attraversato le generazioni, dalla contestazione degli anni Sessanta al disimpegno di oggi, diventando nel tempo un classico del rock internazionale.
Certo, è un artista secolare: ma come spesso facciamo presente, Dio non ha distribuito i talenti solo tra coloro che li mettono al suo servizio; sarebbe assurdo non ammettere le capacità compositive di Beethoven o esecutive di Segovia, o anche dei Deep Purple o dei Queen. Il talento c’è; il modo in cui viene utilizzato è altra cosa, e non riguarda noi ma gli artisti e Dio stesso. Noi possiamo solo, quando i prodotti artistici sono accettabili nel nostro contesto etico, godere delle loro produzioni, del loro ingegno, delle loro capacità. Ringraziando Dio.

Dicevamo: il musicista sopraffino è un musicista sopraffino, a prescindere dalla sua situazione spirituale. Il problema, semmai, si riscontra quando le capacità pongono l’artista al centro dell’attenzione, e questa attenzione lo porta a esulare dal proprio contesto. Santana non è il primo artista a volersi esprimere su fede, politica, sociale. Proprio per la situazione di digiuno in merito a certi temi, spesso le dichiarazioni sono frutto di opinioni confuse, superficiali, poco pregnanti. In questo caso, i concetti espressi da Santana sanno di new age e sincretismo: sii quel che vuoi, fai quel che vuoi, credi in quel che vuoi, anche a eresie, basta che cerchi e riconosci il divino dentro di te.

Magari Santana ha solo espresso male la sua opinione, o magari ci crede davvero. Il fatto è che ognuno di noi dovrebbe avere la consapevolezza dei propri limiti. Uno stonato non canterà; un musicista non necessariamente deve dare indicazioni sui grandi tema della vita. La celebrità in un settore non autorizza automaticamente a parlare di qualsiasi argomento.

Come cantava Baccini a suo tempo, rivolgendosi a Celentano e alle sue frequenti esternazioni televisive: “Adriano, è meglio che canti/ ma che ne sai tu degli operai?”

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Tolleranza cristiana

L’Italia si sveglia, ogni mattina, sempre più multietnica: 184 nazionalità diverse popolano e colorano le città e le campagne, spesso dando un contributo importante sul piano economico allo sviluppo del nostro paese. Spesso gli stranieri sono lavoratori che non si creano troppi problemi, e accettano anche occupazioni di solito rifiutate dagli italiani: tra gli operai e i braccianti, per esempio, si sente ormai parlare quasi solamente in lingue estere.

Dove più, dove meno, gli stranieri sono ovunque; 41 su mille, in media, significa che 4 su cento, uno ogni 25; e questo, senza contare i tanti “non in regola” (probabilmente più numerosi dei regolari) e coloro che ormai figurano come cittadini italiani. Facendo due conti, non c’è niente di strano se in ogni classe scolastica ci sono ragazzi stranieri, e se quindi anche le scuole si trovano ad affrontare problemi logistici e pratici, ma anche qualche imbarazzo.

Il problema della multietnicità ci porta dritti dritti a un problema pratico. Ogni popolazione ha i suoi usi e le sue abitudini; a volte anche una religione diversa, e in certi casi porta in Italia pratiche che da noi sono considerate strane o fastidiose, se non addirittura immorali e inaccettabili. In certi casi si tratta di pratiche illegali, pensiamo alle mutilazioni femminili. Ma anche la poligamia, per fare un esempio meno cruento. In altri casi, invece, si tratta di abitudini diverse: c’è chi prega cinque volte al giorno, magari rumorosamente, o pratica macellazioni diverse dalla nostra (magari più sane).
Finché la pratica resta personale, il problema si pone relativamente: per una tradizione assodata, a casa sua chiunque può fare quel che vuole, e spesso lo dimostriamo noi stessi con i nostri comportamenti poco civili tra le mura domestiche, che i vicini mal sopportano: il volume della televisione alto, allarmi che suonano, parcheggi poco regolari.

Diversa è la situazione quando ci troviamo di fronte a un problema di convivenza, e quindi quando le differenze assumono un carattere pubblico. Alla mensa scolastica c’è chi non mangia carne, chi certe specifiche carni, chi non le mangia certi giorni, chi certi periodi dell’anno non mangia. Ci sono feste discordanti. Ci sono differenze culturali che portano a comportamenti intolleranti nei confronti dell’altro (o dell’altra, in molti casi).

Che fare, in questi casi? Venire incontro, accettare la differenza e farsi in quattro per mettere a proprio agio, o ribadire la propria identità e il concetto che “chi viene da noi, deve adattarsi alle nostre abitudini”?
Sono problemi con cui ci confrontiamo da almeno vent’anni; hanno portato a reazioni estreme, da un lato l’integralismo politico del rifiuto totale del diverso, dall’altro il “pensiero debole” dell’accettazione supina, che mette in discussione le proprie abitudini per far posto a quelle altrui.

Ma il cristiano? Il problema non è secondario: non tollerare significherebbe non dimostrare amore, e quindi venir meno alla nostra chiamata. Tollerare qualsiasi cosa significherebbe mettere in dubbio i nostri principi, e quindi – anche qui – non adempiere al nostro mandato.

Anche in questo caso, come in molti altri, il comportamento cristiano richiede quell’amore che ci permette di vedere l’altro nella giusta ottica, di non fare nulla per spirito di parte o per reazione, ma per comunicargli quel messaggio transculturale che è la speranza e l’amore predicato dal Messia. L’odio porta odio, l’intolleranza porta intolleranza. Lo stesso precetto biblico si può rispettare e proclamare in due modi diversi: con amore, o con

E nel concreto, il comportamento cristiano non richiede integralismi ma equilibrio. Quell’equilibrio che permette di non scivolare verso l’intolleranza, ma allo stesso tempo di non accettare l’intolleranza altrui.

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Vedere per credere

A fine aprile i giornali hanno dato ampio spazio al ritrovamento, da parte di un team di archeologi israeliani, di tre camere sotterranee, a forma di igloo, collegate da alcuni tunnel, con all’interno una decina di giare.
Il sito si trova cinque chilometri a nordest di Nazareth, sulla strada che conduce a Tiberiade, e risale al primo secolo, quindi all’epoca in cui visse Gesù.

Da questi quattro dati i giornali hanno titolato trionfanti che è stata ritrovata Cana. Le rovine ritrovate sarebbero i resti del villaggio dove, duemila anni fa, si sarebbe svolto il celebre matrimonio di cui narrano i vangeli, dove Gesù si era recato con i suoi discepoli e dove aveva tramutato l’acqua in vino. È sicuramente suggestivo pensare di calcare i propri passi nella celebre città del primo miracolo compiuto da Gesù, ma non basta: leggiamo negli articoli che anche che le anfore ritrovate «sarebbero simili a quelle della trasformazione dell’acqua in vino».

In un colpo solo gli archeologi avrebbero ritrovato il villaggio, forse la sala nuziale e – con un po’ di azzardo, certo – addirittura le anfore. Troppa grazia, decisamente.
Un nuovo miracolo, è stato definito. Forse lo è, ma fino a un certo punto. Certo, la conferma archeologica è importante, perché rende alla fede degli elementi di riscontro. Ma si tratta di conferme importanti più per chi non crede: chi ha fede, infatti, resterà indifferente alle “rivelazioni”, siano esse di un verso o dell’altro. Altrimenti non sarebbe fede. Dall’altro, le conferme possono dare autorevolezza a chi, per credere, ha bisogno di dati certi, chi cerca ma non ha ancora trovato, chi vuole avere un barlume di concretezza prima di lasciarsi andare a una scelta di vita cristiana. Beato chi crede senza vedere, dice Gesù a Tommaso. Ma Gesù, alla fin fine, ha avuto compassione anche per lui, e gli ha dato quelle certezze concrete di cui aveva bisogno.

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Aria nuova per i libri

Il valore di una biblioteca. Complice la radice protestante che, tra i capisaldi, aveva quello di portare ogni cristiano a leggere e interrogarsi sul messaggio divino, quasi tutte le chiese evangeliche ne hanno una. Fateci caso, però: spesso è sperduta o poco accessibile. Quando è accessibile, è comunque molto defilata, quasi fosse in imbarazzo per il fatto di esistere e non volesse disturbare più di tanto con la sua presenza.

Certo, a scuola non va meglio: non ci insegnano l’importanza della lettura, che viene intesa come qualcosa di necessario ma noioso. Prendere in mano un libro e concluderlo il prima possibile è l’atteggiamento più comune. È raro l’insegnante che punta qualche ora di lezione sulla passione per i libri, magari facendo fare alle classi un tour nella biblioteca scolastica, o stimolando gli studenti a iscriversi alla biblioteca comunale.

Eppure la biblioteca dovrebbe essere uno strumento importante nella vita sociale. In una scuola, in una città, in una chiesa. Vero: abbiamo la Bibbia, dove possiamo – e dobbiamo, se siamo cristiani – cogliere il messaggio di Dio, ogni giorno, per indirizzare la nostra vita secondo le sue direttive (per il nostro bene, non certo per il suo).

E allora, diamo un po’ di fiato alla biblioteca della nostra comunità. Intanto facendo prendere aria ai volumi: maneggiandoli, leggendo la quarta di copertina per capire di cosa si tratta, sfogliando l’indice per capire il filo del discorso. E magari sfogliamoli, questi libri. Prendiamo qualche passo qua e là, anche a caso, tra le pagine: ci sono libri il cui stile appassiona, ma che nessuno leggerebbe se dovesse basarsi sulla copertina o sulla presentazione sintetica. L’introduzione e la prefazione lasciamole per tempi migliori, almeno in questa fase. In questo modo scopriremo un mondo che non avremmo mai immaginato, troveremo spunti, stimoli, idee. E poi, non limitiamoci a questo. La biblioteca è importante, ma deve essere un trampolino di lancio. Esistono una decina di case editrici nel solo ambito evangelico italiano. Ognuna ha (o dovrebbe avere) un catalogo, che presente le produzioni. Cerchiamolo (magari in Internet), sfogliamolo con curiosità, indaghiamo sui titoli che ci sembrano più adatti alle nostre corde, senza trascurare del tutto altre proposte che – magari per un titolo infelice – non saremmo pronti a prendere in considerazione.

E poi, apriamo le finestre: molte, moltissime case editrici italiane propongono titoli relativi alla fede, biografie di personaggi biblici, testimonianze di conversione, testi di storia del cristianesimo, ristampe di volumi storici della tradizione evangelica – e l’elenco sarebbe ancora lungo. Diamo un’occhiata nelle librerie, e non solo al settore dedicato alle religioni: una perla si può trovare dove meno ci si aspetta, perfino tra i romanzi (Il viaggio di Lewi, edito da Iperborea), o tra i volumi che parlano di fumetti (Il vangelo secondo Charlie Brown). Risvegliamo la curiosità di sapere, di conoscere, di indagare, di informarci, senza aver paura di perdere tempo. Perché il tempo trascorso nella lettura non è perso, è investito. Specie per un cristiano, la cui base di fede non è di favole, teorie, pensieri, parole, tradizioni. È un testo, scritto. Noi la chiamiamo Sacra Scrittura, gli ebrei addirittura Sacra Lettura. Un vero invito, non trovate?

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Baruffe politiche

Un fatto squisitamente milanese ci dà lo spunto per parlare di un tema che, credo, sta a cuore a molti. Sapete che, la prossima settimana, a Milano si voterà per il nuovo sindaco.

Due chiese evangeliche milanesi si sono confrontate, nei giorni scorsi, su un terreno piuttosto scivoloso. Una chiesa protestante si è lamentata di una chiesa neopentecostale a causa della sua “adesione” – così almeno diceva – alla causa del candidato sindaco di centrodestra. “Storie”, ribadisce l’altra chiesa, “in realtà il nostro sostegno è alla persona, che conosciamo e apprezziamo, e non allo schieramento in quanto tale”. Piuttosto sono loro che sono schierati nettamente a sinistra, e lo dimostrano da quarant’anni.
Ne nasce una scaramuccia verbale che finisce anche sui quotidiani (pochi, a dire il vero), ne parlava Libero proprio ieri.

Il fatto non meriterebbe un grande spazio; probabilmente avremmo cose più importanti di cui parlare, ma la questione non si limita al confronto tra le due realtà evangeliche, ma tra due modi di vedere la fede.

No, non stiamo parlando di schieramenti: i due modi non sono l’adesione al centrodestra o alla sinistra. Qui il problema è più ampio e riguarda proprio il fare o non fare politica. Quando abbiamo sentito che qualche chiesa, o qualche credente, avrebbe sostenuto la campagna elettorale di qualche candidato, abbiamo espresso la necessità di cautela. Cautela, cautela, cautela.
Si fa presto a lasciarsi prendere. Oppure, peggio, a venir fraintesi.

A quanto pare, almeno a Milano, è successo. Una chiesa punta sulla difesa dei valori morali, decide di appoggiare qualcuno, e finisce “impallinata” da altri. Spiace che questi “altri” siano altri evangelici. Spesso, accecati dai nostri “principi”, ci è più semplice andare contro gli altri, anziché verso gli altri. Facendo male a noi stessi, a chi ci sta di fronte, e a chi ci guarda. Perché la società ci guarda, vuole capire se l’amore, la pace e la gioia che predichiamo sono realmente dentro di noi oppure se sono comodi slogan.

Spiace soprattutto che la polemica sia una delle poche notizie sull’ambiente evangelico che siano uscite nell’ultimo periodo sui giornali. Non ci facciamo riconoscere, e quando lo facciamo è per una litigata su temi che, sinceramente, ci riguardano solo in maniera marginale. Il problema non è la solidarietà sociale o la difesa dei valori morali, ma la testimonianza che, come cristiani, possiamo dare o non dare. Quando ci confrontiamo su questioni come questa, o anche su problemi di pratica ecclesiastica, anziché esercitare il nostro dovere di andare in soccorso a chi soffre – sia materialmente, sia spiritualmente – che testimonianza stiamo dando? La politica può essere uno strumento utile per il nostro mandato, la nostra chiamata di cristiani. Ma non deve diventare motivo di mala testimonianza da parte di chi ci guarda da fuori. Perché esiste qualcosa di peggio del non fare: ed è il deludere.

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Un gioco chiamato Bibbia

Un articolo sul Corriere informa su un nuovo videogame a carattere biblico: si chiama The Bible game e sta ottenendo buoni riscontri negli USA. Come una sorta di Trivial Pursuit, il gioco richiede conoscenza biblica per procedere nel percorso e vincere.

Non è la prima iniziativa del genere. In particolare negli USA c’è attenzione e sensibilità per questi temi: la cultura biblica viene considerata un patrimonio nazionale, e quindi coltivata. E poi è uno dei punti di forza delle chiese evangeliche – che, ricordiamolo, negli USA sono maggioritarie – avere a cuore la preparazione dottrinale dei giovani, per dare loro indicazioni per vivere bene, in pace con Dio, sempre lasciandoli poi liberi di vivere la loro vita come desiderano. Quindi, ogni mezzo è buono, anche i giochi elettronici. Questo, poi suona molto come un Trivial Pursuit biblico: domande sulla fede per accumulare punti.

Magari tornerà utile anche qui da noi: anche al giornalista che ha scritto l’articolo, e ha sottolineato come “si rivolge principalmente ai più piccoli, con l’idea… di insegnare loro le basi della dottrina cattolica“.
E magari anche ai tanti partecipanti ai quiz televisivi, che sono preparati sui temi più disparati, ma hanno gravi carenze sui temi più comuni relativi a Bibbia e cristianesimo.

Chissà: arrivando anche in Italia non avrà probabilmente lo stesso successo, ma sarà anche per noi uno strumento in più. Uno strumento per diffondere la cultura biblica nei confronti degli altri, ma anche per noi stessi, ovviamente. Perché chi di noi ricorda l’età a cui è morto Adamo?

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I veri malati

Un paese intero, gli USA, restano con il fiato sospeso per la sorte di un cavallo da corsa, Barbaro, il migliore degli ultimi trent’anni: si è spezzato una zampa e non si sa se ce la farà. Ci sarebbe materiale per un carnet di battute, ma purtroppo c’è poco da ridere.

Un paese intero freme per la sorte di un cavallo. Non un animale eroe, come il cane che ha salvato la vita a un bambino caduto nel fiume, o quello che ha richiamato i soccorsi abbaiando accanto al padrone in fin di vita: no, un semplice cavallo. Be’, semplice fino a un certo punto: un campione, ovviamente, un purosangue. Un po’ come un campione sportivo, insomma.

Solo che, fino a quando si fa male Ronaldo, o Totti, o il povero Pantani, è comprensibile attenzione (specie da parte degli appassionati) e anche, se vogliamo, pietà cristiana. Quando invece è un cavallo, stupisce che un paese si mobiliti.

Quel che colpisce è la mancanza di equilibrio. Ci sono persone che muoiono di fame ogni giorno. Ci sono bambini che soffrono ogni giorno negli ospedali. Ci sono malati in fase terminale che trascorrono i loro ultimi giorni da soli. Eppure c’è chi si preoccupa di un cavallo.

Il rispetto per gli animali è doveroso, e anche l’amore per gli animali non è sbagliato. Chi ha un cane che soffre, di solito, soffre con lui; è un normale sentimento umano, per niente riprovevole; quel che è meno condivisibile è spendere cifre ingenti per curare un animale, senza tener conto delle tante persone che muoiono perché non hanno i soldi per vincere il loro male. E allora il problema non è l’animale, siamo noi, vittime di una realtà che ci porta a minimizzare, appiattire, sbiadire quel che ci circonda e vedere solo il nostro problema. Quando si perde di vista il contesto, il proprio problema sembra enorme, insuperabile, prioritario: si tratti di un rapporto, un fatto, un impegno, un dramma, o della salute di un animale. I veri malati, però, siamo noi.

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23 maggio 1992
Quattordici anni fa, poco prima delle 18, un’esplosione chiudeva l’impegno civile di Giovanni Falcone, e spezzando la sua vita insieme a quella di sua moglie, Francesca Morvillo, e degli uomini della scorta. Cominciava una stagione drammatica, destinata a veder morire nel giro di poche settimane anche Paolo Borsellino: era il trionfo dell’antistato, come lo definiva Falcone stesso.

In quattordici anni le cose sono cambiate. Ci piace ricordarlo, questo giorno, pensando che il lavoro e il lascito civile di Falcone non siano stati vani. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia.

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Mattoncini come pietre

La Bibbia in formato lego: è la sfida di un giovane di San Francisco (USA) che in cinque anni ha realizzato quasi tremila scene per raccontare i fatti biblici attraverso i mattoncini che tutti noi abbiamo utilizzato da bambini per costruire palazzi, aerei, astronavi. Lo scopo, dice l’autore, è «diffondere la conoscenza dei libri sacri fra le persone, credenti e non»; l’opera è già apprezzatissima nelle scuole domenicali nordamericane, che trovano utile spiegare ai bambini i fatti biblici con questo sistema.

Scorrendo il sito si resta sorpresi: come in un fumetto, Smith ha impostato una serie di episodi per ogni periodo biblico; per ora ce ne sono dieci – Genesi, Esodo, la traversata del deserto, la Legge, Giosuè, Giudici, la vita di Gesù, Parabole di Gesù, Atti, Epistole -, ma entro quattro anni, assicura l’autore, l’opera verrà completata. Per ogni capitolo ci sono decine di episodi, e ogni episodio prevede decine di scene per raccontare il fatto. Insomma, una serie di quadri per rappresentare la Bibbia nella maniera più semplice e diretta.

Non sappiamo se per Smith è stata più una missione o un divertimento; incuriosisce il fatto che una persona che si definisce atea abbia preso così a cuore la diffusione delle Sacre Scritture. E anche questo è un modo per allargare la fruizione della Bibbia, e quindi il suo messaggio. Come diceva un teologo evangelico, la maggior parte delle persone quando legge il giornale si ferma alla pagina dei fumetti. Se tanto mi dà tanto, e se la nostra generazione vede un analfabetismo di ritorno a livelli impressionanti, allora il modo più efficace per diffondere un messaggio è proprio quello di comunicarlo con mezzi semplici. Come i cicli pittorici di Giotto, che non erano lì per essere adorati ma per istruire. Un tempo la pittura, oggi il lego: un modo per rendere familiare il messaggio.

D’altronde, se può servire, ben venga. Se non predichiamo noi, grideranno le pietre. Se non dovessero essere le pietre a gridare, ci saranno i mattoncini. Lego.

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Medicine diverse, domande diverse

La battaglia è in corso: sostenitori della medicina tradizionale e di quella alternativa si confrontano da decenni, e non risulta finora che qualcuno abbia cambiato posizione.

La medicina tradizionale dice: non ci sono evidenze scientifiche che le medicine alternative possano avere riscontri apprezzabili. Come dire: certe sostanze chimiche (o naturali) provocano certe reazioni, ma queste sono sperimentabili, altrimenti si tratta di un caso.

Dall’altro lato i sostenitori della medicina alternativa dicono: non sarà scientifico sul piano tradizionale, ma noi vediamo che ci sono risultati, funziona, la gente guarisce.

Probabilmente entrambe le posizioni sono corrette. D’altronde, la domanda da cui partono le due filosofie sono diverse. La medicina tradizionale si chiede: “è sperimentabile?”. Quella alternativa si chiede: “funziona?”.

La medicina tradizionale usa certe medicine perché dice: se c’è una macchia, devo usare il detergente per lavare, è la soluzione più ragionevole. Poi magari la macchia non sparisce, e si usa altro, ma il principio è corretto. Ma la macchia può sparire anche con l’acqua semplice. O anche solo con molto olio di gomito.

La scienza tradizionale si occupa di ciò che è fisico, concreto, verificabile, e non contempla l’idea che l’uomo sia composto da corpo, anima, spirito. Quando la scienza non riesce a spiegare una reazione, dice che “si tratta di un caso”; più umilmente, forse, andrebbe riconosciuto che non rientra nella sua sfera di competenze. Non siamo solo un complesso di processi chimici: la medicina alternativa, con tutte le riserve del caso, almeno questo lo riconosce, e forse per questo in molti (troppi) cominciano a viverla come una vera religione.

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Equivoci in Codice

Ora che esce in versione cinematografica, anche chi non ha la passione per la lettura potrà dire la sua sul Codice Da Vinci, e unirsi al coro di commenti che, ormai da due anni, occupano militarmente le pagine dei giornali, le rubriche radiofoniche, i programmi televisivi e migliaia di spazi Internet, dagli immancabili siti ufficiali ai siti dei fan e degli oppositori, passando per newsletter, forum, blog dedicati.

Insomma: con un effetto valanga la più grande operazione mediatica degli ultimi anni ha sorpreso tutti, e tutti hanno cominciato a parlarne. Il numero dei commentatori è di gran lunga superiore rispetto a quello delle copie del libro fino a oggi vendute, ma questo è un particolare che, appunto, si potrà risolvere con l’uscita del film.

Più di qualche amico lettore ci aveva fatto notare che uno degli ormai pochi posti a non aver dato retta al “Codice” era proprio la nostra testata. Non è stata ovviamente una svista o una dimenticanza: avevamo deciso di restare fuori dal balletto di tesi, commenti, repliche per concentrarci su cose serie, almeno fino a quando il caso non fosse diventato – come ora, in effetti è – un fenomeno di costume.

A chi ci chiede il perché di questa allergia, rispondiamo che il Codice Da Vinci è un malinteso. Per sfatare ogni possibile equivoco basterebbe leggere con attenzione non tutto il libro, ma soltanto la copertina: quella copertina dove, nemmeno troppo defilata, compare la dicitura “romanzo”. Sarà utile ricordare che il romanzo è un racconto, lungo e articolato, dove non ci sono limiti alla fantasia dell’autore, che ha – ricorda De Mauro nel suo dizionario – “libertà di invenzione”. Favole, insomma: e sappiamo cosa la Bibbia dica, delle favole. Già questo basterebbe per non prendere troppo sul serio i voli pindarici e le clamorose conclusioni del miracolato autore. Un autore che, inizialmente, aveva minimizzato la polemica, prima di capirne le potenzialità e cavalcarla come guru dei cristiani da infarinatura, versione aggiornata dei medievali cercatori del Graal.

Dan Brown, romanziere di successo, sa come ottenere l’attenzione. E sa che l’invenzione “tira” di più quando c’è un dettaglio capace di farla apparire vera. È una delle prime regole della disinformazione, cavallo di battaglia del KGB per decenni: per far credere a una notizia falsa basta darle un contesto universalmente riconosciuto come vero. L’attendibilità dei dati veri creerà un meccanismo che porterà a credere anche al resto.

Così, se prendiamo una serie di fonti esistenti e diamo loro delle caratteristiche non reali; se riattiamo alcuni avvenimenti mitici e li inseriamo in contesti geografici noti; se montiamo qualche equivoco lasciato colpevolmente in sospeso nei secoli e lo ammantiamo da grande scoperta; se rispolveriamo qualche dottrina eterodossa che può ancora esercitare un certo fascino sul cristiano meno preparato e le diamo la dignità di dottrina martire, ecco pronta una miscela di grande impatto, dove i più non sapranno riconoscere il vero dal falso, e prenderanno tutto per verosimile. Con tutti gli equivoci del caso.

Se tutto questo è successo, se oggi si levano lamenti disperati per l’impatto del Codice Da Vinci sulla solidità spirituale dei cristiani, se è necessario pubblicare decine di libri (non articoli: libri) a confutazione delle deboli tesi di Dan Brown, non è colpa del miracolato autore. La colpa è invece delle chiese. Quelle chiese che hanno inteso come un optional la crescita dei cristiani loro affidati, e hanno relegato lo studio e la conoscenza della Bibbia a un momento in bassa priorità, serale di scarso interesse, diventato di quando in quando una banale palestra per i giovani predicatori, un occasione per ribadire il messaggio domenicale, la continua riproposizione di temi elementari, da scuola domenicale. Un comportamento che ha lasciato sguarnito il campo delle risposte a tematiche importanti, argomenti attuali, domande pressanti che ogni credente prima o poi si pone, o che gli vengono poste.

La chiesa non può fare tutto: non può spaziare dall’apologetica alla missiologia applicata, dall’archeologia biblica alla storia del cristianesimo, dalle dottrine fondamentali all’esegesi. Può però, e anzi deve, dare indizi, tracce, spunti, far nascere l’interesse per poi indirizzare verso canali accreditati (che non sono, evidentemente, i romanzi) dove trovare le risposte.

E Dan Brown? In fondo, un merito ce l’ha. L’ha segnalato lui stesso in una recente intervista: «Io non ho la risposta. Lascio che gli studiosi della Bibbia e gli storici combattano per trovarla. Il dibattito, però, è benvenuto: considerate che è domenica sera e siamo qui a discutere di religione, invece di guardare in tv le Casalinghe disperate».

E smuovere i cristiani assopiti del Ventunesimo secolo senza ostentare miracoli e senza parlare evangelichese è già un’impresa.

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