Baruffe politiche

Un fatto squisitamente milanese ci dà lo spunto per parlare di un tema che, credo, sta a cuore a molti. Sapete che, la prossima settimana, a Milano si voterà per il nuovo sindaco.

Due chiese evangeliche milanesi si sono confrontate, nei giorni scorsi, su un terreno piuttosto scivoloso. Una chiesa protestante si è lamentata di una chiesa neopentecostale a causa della sua “adesione” – così almeno diceva – alla causa del candidato sindaco di centrodestra. “Storie”, ribadisce l’altra chiesa, “in realtà il nostro sostegno è alla persona, che conosciamo e apprezziamo, e non allo schieramento in quanto tale”. Piuttosto sono loro che sono schierati nettamente a sinistra, e lo dimostrano da quarant’anni.
Ne nasce una scaramuccia verbale che finisce anche sui quotidiani (pochi, a dire il vero), ne parlava Libero proprio ieri.

Il fatto non meriterebbe un grande spazio; probabilmente avremmo cose più importanti di cui parlare, ma la questione non si limita al confronto tra le due realtà evangeliche, ma tra due modi di vedere la fede.

No, non stiamo parlando di schieramenti: i due modi non sono l’adesione al centrodestra o alla sinistra. Qui il problema è più ampio e riguarda proprio il fare o non fare politica. Quando abbiamo sentito che qualche chiesa, o qualche credente, avrebbe sostenuto la campagna elettorale di qualche candidato, abbiamo espresso la necessità di cautela. Cautela, cautela, cautela.
Si fa presto a lasciarsi prendere. Oppure, peggio, a venir fraintesi.

A quanto pare, almeno a Milano, è successo. Una chiesa punta sulla difesa dei valori morali, decide di appoggiare qualcuno, e finisce “impallinata” da altri. Spiace che questi “altri” siano altri evangelici. Spesso, accecati dai nostri “principi”, ci è più semplice andare contro gli altri, anziché verso gli altri. Facendo male a noi stessi, a chi ci sta di fronte, e a chi ci guarda. Perché la società ci guarda, vuole capire se l’amore, la pace e la gioia che predichiamo sono realmente dentro di noi oppure se sono comodi slogan.

Spiace soprattutto che la polemica sia una delle poche notizie sull’ambiente evangelico che siano uscite nell’ultimo periodo sui giornali. Non ci facciamo riconoscere, e quando lo facciamo è per una litigata su temi che, sinceramente, ci riguardano solo in maniera marginale. Il problema non è la solidarietà sociale o la difesa dei valori morali, ma la testimonianza che, come cristiani, possiamo dare o non dare. Quando ci confrontiamo su questioni come questa, o anche su problemi di pratica ecclesiastica, anziché esercitare il nostro dovere di andare in soccorso a chi soffre – sia materialmente, sia spiritualmente – che testimonianza stiamo dando? La politica può essere uno strumento utile per il nostro mandato, la nostra chiamata di cristiani. Ma non deve diventare motivo di mala testimonianza da parte di chi ci guarda da fuori. Perché esiste qualcosa di peggio del non fare: ed è il deludere.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Pubblicato il 25 Maggio, 2006 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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