Archivio mensile:giugno 2006

Una sofferenza che non conosciamo

Originale ed efficace il numero di giugno/luglio di Porte Aperte Magazine, bollettino della missione internazionale che da cinquant’anni si occupa di sostenere spiritualmente e concretamente i tanti cristiani perseguitati nel mondo: il numero estivo è impostato come una mappa del pianeta, sulla quale sono evidenziati i tanti paesi dove la libertà di espressione religiosa è ancora lontana.

Parliamo spesso della chiesa perseguitata ma mai abbastanza, dato che vediamo ancora troppi cristiani non comprendere il privilegio di poter vivere la propria fede, esprimendola anche pubblicamente nei modi che ritengono più opportuni, senza nessuna opposizione né da parte delle autorità, né da parte di estremismi ideologici. Non solo noi occidentali non usiamo quanto potremmo questa opportunità, presi come siamo dal materialismo e dalla superficialità: non siamo nemmeno in grado di renderci conto di quanto questo sia un privilegio.

Spesso il massimo del disagio che i cristiani italiani hanno provato negli ultimi cinquant’anni è un vicino di casa rissoso che disturba i culti, o qualche vandalismo generico. Nemmeno comprendiamo cosa significhi non avere una Bibbia, avere paura di leggerla, doversi riunire di notte in luoghi isolati, subire vessazioni e venire arrestati, finire in un campo di lavoro. Da un lato possiamo dire grazie a Dio che non comprendiamo: vuol dire che la persecuzione è lontana. Dall’altro, è grave che sia così lontana da non comprendere nemmeno la sofferenza altrui.

Conosciamo la malattia, e preghiamo per chi sta male. Conosciamo l’angoscia, e intercediamo per chi vive in quello stato. La speranza è che possiamo ricordarci – in preghiera e concretamente – anche di chi prova un genere di sofferenza così lontano da noi come la restrizione nella possibilità di vivere liberamente la propria fede. Quando manca questa sensibilità, la chiesa è una chiesa ben triste, e – a ben guardare – non troppo vicina da quel che Dio insegna.

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I media alla ricerca della fede

I media si dimostrano sempre più interessati alle tematiche di fede, almeno negli ambienti anglosassoni: ce lo ricorda un recente articolo di Zenit.
Continua a crescere la domanda di contenuti religiosi nei mezzi di comunicazione. La televisione si sta aprendo ai programmi su tematiche di fede: la BBC – ha annunciato l’Observer – sta ultimando una serie tv sulla passione di Cristo, da mandare in onda a Pasqua 2008; il programma televisivo che ha vinto il premio come miglior programma religioso in Inghilterra è stato “A Test of Faith” (Una prova di fede), che si basa sulle reazioni delle persone coinvolte negli attentati terroristici di Londra del 7 luglio 2005.
Ci sono poi i reality, come quello che vede un gruppetto di persone relegato per quaranta giorni in un monastero: sicuramente sarà un reality più profondo del Grande Fratello, quantomeno per l’assenza di divani su cui passare la giornata e per le riflessioni che la solenne ambientazione potrà ispirare.
L’editoria continua la sua corsa, specie dopo l’uscita del “Codice da Vinci”: numerosi, e ben venduti, sono i volumi dedicati a confutare le tesi di Dan Brown.

Ma c’è anche un’arte finora poco considerata, come la fumettistica, a trovare un’impronta spirituale: mentre si sta lavorando sua serie di strisce sulle vite dei santi (e speriamo vivamente che, per cominciare, si occupi dei santi della Bibbia), a Hong Kong l’immobiliarista australiano Larry Lee Siu-kee ha commissionato una versione a fumetti del Nuovo Testamento per combattere i falsi miti del tormentone su cellulosa (il libro di Dan Brown, sempre lui): pare che seimila copie siano andate bruciate subito, e si stiano ristampando altri ventimila volumi.

Sul fronte elettronica arriva la versione videogioco di “Left Behind”, oltre ai soliti diletti per giovanissimi dove l’improbabile supereroe deve uccidere i nemici, schivare i peccati, rispondere a domande di cultura biblica.
Buoni riscontri anche per le radio cristiane, che negli USA sono un decimo delle radio secolari: per capirci, in Italia non arrivano all’1%.

Tutto questo solleva qualche domanda. In giro per il mondo anche in campo secolare c’è bisogno di contenuti cristiani. E vengono prodotti da non cristiani. Non sarebbe il caso, specie qui in Italia dove i media secolari non sembrano molto sensibili su questo piano, darci da fare in prima persona, anziché aspettare, piagnucolare e poi recriminare? Suonerà banale, ma chi meglio dei cristiani può comunicare dei contenuti cristiani?

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Cellulari cristiani

Sembra una amenità delle tante, ma la notizia è stata riportata su Specchio della Stampa, e quindi ci corre l’obbligo di riconoscerle una certa attendibilità.
Una compagnia telefonica ha lanciato i cellulari “kosher” per ebrei osservanti: non passano le telefonate al sabato, disattivano funzioni pericolose, creano piani tariffari agevolati tra “fratelli”; un prodotto che, adattato, risulta evidentemente appetitoso anche per utenze molto diverse, se la comunità musulmana si è detta interessata al progetto.

La domanda che ci si può porre è quanto successo un prodotto di questo genere potrebbe avere nelle chiese. Si potrebbe a prima vista dire che tariffe agevolate tra credenti potrebbero, in effetti, tornare utili per la comunione. Ma la comunione non è fatta di chiacchiere al telefono (nemmeno dal vivo, in verità), ma di un contatto diretto. Fateci caso: buona parte delle parole dette a distanza dall’interlocutore lasciano il tempo che trovano, perdendosi nell’attesa di dire la propria. Dal vivo è diverso: altrimenti, d’altronde, potremmo tenere culti via Internet senza il fastidio di vestirsi e spostarsi nella sala di culto.

Magari tornerebbe utile un telefono con un blocco per le funzioni “pericolose”, ma anche qui conta più la valutazione personale del rischio: Internet, per me, è essenziale, per altri può essere solo una tentazione. E viceversa per i numeri a pagamento, che io considero dannosi ma altri possono utilizzare per contattare i servizi di informazioni.
Anche perché è opportuno ricordarci che il cristiano non ha una religione: ha una fede. E la fede non è fatta di divieti, ma di scelte personali, consapevoli, volte a permetterci di vivere meglio non solo nel brevissimo termine ma anche nel medio e lungo periodo. Non ci cadrà un fulmine in testa, come qualche quadro dei secoli andati sembra promettere, se commettiamo peccato: semplicemente – e drammaticamente – sperimenteremo una limitazione nel nostro rapporto con Dio, e questo certamente non può giovare.

Dunque: se la tariffa agevolata serve a poco e i filtri rischiano di farci prendere una piega religiosa, non ci sono spunti interessanti in questa proposta di telefono “su misura” per le comunità religiose?
No, un aspetto interessante sicuramente c’è. Per gli ebrei osservanti il telefono blocca le telefonate che si ricevono al sabato. Non sarebbe male nemmeno per noi, una giornata lontana dal chiacchiericcio e dalla nevrosi che spesso il telefono porta. Ma ci rendiamo conto che, visti i tempi che viviamo, è quasi impossibile. Dio si è potuto fermare un giorno, nel discreto daffare che aveva in principio per creare tutto quel che vediamo attorno a noi: è ovvio che noi siamo più impegnati di lui e quindi non possiamo permettercelo. La proposta di blocco telefonico però potrebbe risultare comunque utile e benedetta: se non per un intero sabato o tutta una domenica, almeno per il tempo di un culto. Eviteremmo quantomeno le inopportune suonerie durante la lode o la predicazione. E non sarebbe poco: avremmo davvero, a quel punto, un cellulare “come Dio comanda”.

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Più della censura

Quarant’anni esatti orsono, il 14 giugno 1966 Paolo VI aboliva l’indice dei libri proibiti, istituito nel 1559 da Paolo IV per “tutelare” i cattolici da testi che potessero fuorviarli. Tra questi c’era anche la Bibbia, che nessuno poteva leggere in volgare senza una licenza speciale del Sant’Uffizio, licenza che non veniva comunque rilasciata a chi non conoscesse il latino. L’Indice è cambiato nei secoli, aumentando e diminuendo nel numero di scritti proibiti, ma è stato abolito – appunto – solo quarant’anni fa.

Una data importante, quindi, e non solo per i cattolici: il fatto di non poter leggere alcuni libri – in particolare la Bibbia – significava anche bloccarne la diffusione, rendendola commercialmente svantaggiosa. Un indice di libri proibiti non è un’idea unica nel panorama mondiale: ogni regime ha preso e messo in pratica l’insegnamento, eliminando i libri che considerava “dannosi” oppure testi che minacciassero la propria permanenza al potere.
La censura preventiva, insomma, che in un modo o nell’altro viene ancora oggi esercitata ampiamente nel mondo.

In fondo l’idea di segnalare i libri vietati non è così lontana nemmeno in situazioni molto più vicine a noi. La tentazione è sempre forte, da parte di chi detiene un barlume di autorità. Perché vietare è più comodo che spiegare, eliminare è più semplice che argomentare. Sicuramente ci sono delle motivazioni, e possiamo anche intravederle, nel divieto di leggere il Decameron di Boccaccio, opera che all’epoca (a dire il vero, fino a quindici anni fa) poteva essere considerata oscena (vabbe’, oggi siamo abituati a ben di peggio). Sicuramente c’è un motivo nel mettere al bando il libro di chi propone una dottrina eretica, nel senso di contraria alla verità biblica. Sicuramente è opportuno, per non turbare le menti più sensibili, scoraggiare la lettura di opere che possono dare una prospettiva sfalsata della realtà.

Ma – ed è questo il punto – esiste modo e modo. Vietando, spesso, non si ottiene una tutela di chi vogliamo difendere: si lascia semplicemente nell’ignoranza e alla mercè di altri e peggiori profeti. Senza contare che, impedendo la lettura (o la visione, la fruizione in generale) si finisce talvolta per ottenere l’effetto opposto: il divieto attira.

E allora? Allora esiste un’arma più potente della censura, dell’indice, del divieto verso un libro, un film, un convegno, un pensiero, una frequentazione che si classificano come “pericolose”. L’alternativa è la conoscenza. Quella “cultura” il cui solo nome mette sulla difensiva molti cristiani, convinti che “ci basta la Bibbia”, o che “più si conosce, più si rischia”. Il problema, semmai, è il contrario. Vivendo nella società dell’informazione a flusso continuo, conosciamo già più di quanto in epoche passate si potesse immaginare. Non possiamo, quindi, limitare la conoscenza, che già arriva nelle case di tutti: né avrebbe senso farlo solo con una parte della conoscenza, ossia quella che passa per le chiese: oggi chiunque può informarsi su libri, dottrine, idee, senza per forza passare per il pulpito, e si illude chi pensa esista ancora un controllo ecclesiastico sul pensiero cristiano. Ma non è un male, alla fin fine. Il problema nasce, è sempre nato, e sempre nascerà, non dalla conoscenza tout court, ma da una conoscenza ACRITICA, scollegata da un contesto, una conoscenza paradossalmente “ignorante”. Sapere che esistono i vangeli gnostici non è un peccato: è un errore scoprirlo senza sapere perché questi vangeli non possono fare testo per la nostra fede. Non è un peccato parlare con un testimone di Geova: l’errore è non sapere il contesto in cui tra le beatitudini leggiamo “beati i mansueti perché erediteranno la terra”, e quindi farsi l’idea che resteremo qui, sulla terra.

La cultura è importante. Nessuno, per paura che qualcuno possa tagliarsi un dito, chiede la messa al bando di tutti i coltelli. E la cultura, a tutti gli effetti, è un’arma, che oggi è facilmente a disposizione di tutti e si trova a ogni angolo: per evitare che qualcuno possa farsi male la soluzione non è disarmarlo e scortarlo vita natural durante per evitare che se ne impossessi, ma insegnargli a usarla. Come? Dandogli gli strumenti necessari per usarla a proprio vantaggio.

E allora ben vengano le letture, il confronto, i forum, il dialogo, il dibattito, purché ci sia anche chi conosca l’argomento, e gli altri siano disposti a sfruttare questo suo potenziale anziché arroccarsi – nella peggiore tradizione evangelica – sulle proprie posizioni.

Certo, è più faticoso stare a discutere con un credente piuttosto che rispondere “perché sì”. Ma è la sola soluzione per creare cristiani maturi, e non bambini perenni, deresponsabilizzati, superficiali, senza interessi né passioni, che rischiano la vita giocando al piccolo chimico alla ricerca di qualche emozione in più.

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Calcio e fede, il tema del mondiale

Chissà perché a ogni mondiale si finisce a parlare anche di fede. Succede da tempo immemorabile, ricordo un articolo a tutta pagina sulla Gazzetta in occasione dei mondiali in Messico (86, ovviamente, non sono così datato da ricordare la precedente…), dove parlando di un giocatore coreano scrivevano a nove colonne: “Cha Bum, pastore evangelico…”.

In attesa che il resto dei quotidiani si adegui alla tendenza, oggi è la Stampa a riscoprire il rapporto tra fede e calcio: e ancora una volta succede parlando della Corea del Sud: per l’immaginario collettivo italiano Seul e dintorni dovrebbero essere dediti al buddismo, mentre – come molti evangelici sanno – proprio in Corea negli anni Ottanta c’è stato un movimento spirituale non da poco, che ha portato a centinaia di migliaia di conversioni: particolarmente nota la chiesa della capitale, dove pare ci sia (ma i dati non sono aggiornati) qualcosa come mezzo milione di credenti. Insomma, un paese che, in fatto di interesse per la spiritualità, è più avanti dell’azzimata Italia cattolica, il paese dei “non praticanti”.

La Stampa oggi titola il pezzo sui coreani con un esplicito “Corea, nelle mani del cielo”. Vi si scopre che ben dodici giocatori della nazionale coreana sarebbero cristiani. Tutto è partito da quel Lee dal cui piede nel 2002 è partito il cross che ha permesso alla Corea di eliminare l’Italia: Lee è stato uno dei primi a convertirsi, e ha convinto un bel po’ di suoi compagni. «Nel 2002 eravamo in sei – spiega -, ora siamo raddoppiati». E la fede di Lee e di altri fuoriclasse sta convincendo molti giovani coreani, toccati dall’esperienza spirituale dei loro beniamini. Park Chu Young, ogni volta che segna (e pare succeda spesso), si ferma e prega. Conferma un giornalista, cristiano anche lui: «Noi cristiani amiamo comunicare agli altri la gioia che ci dà la fede». E aggiunge: «Una cosa è sicura: la fede cristiana dà ai nostri giocatori molta più serenità».

Ecco, al di là delle dichiarazioni fuori contesto, di quei roboanti (e tristi) “Dio ci farà vincere” che talvolta si sentono (anche ai calciatori cristiani capita di farsi prendere dall’entusiasmo) forse è questa la chiave giusta per leggere questa notizia. Come lo stesso Paolo Mastrolilli segnala nel suo articolo, «i coreani al massimo puntano sulla propria fede per vincere una partita, e se va male pazienza. Anzi, la fede torna utile anche per accettare sconfitte e delusioni: altra lezione». Lezione non da poco, in un calcio come quello di oggi. Lezione non da poco anche per la vita dei tanti fan e tifosi: se i nostri calciatori sapessero infondere serenità, sapessero davvero far comprendere (e non solo dire in linea teorica) che “è solo un gioco”, se davvero nella loro vita emergesse che il calcio non è la cosa più importante nella vita (e si comportassero di conseguenza), magari le cose andrebbero diversamente, non avremmo gli scontri tra ultras e le patetiche pantomime di chi vive per una fede calcistica. Ma per fare tutto questo, i calciatori dovrebbero averlo dentro: avere la serenità, rendersi conto di non essere dei, di dovere tutto a Qualcuno più in alto, dovrebbero essere consapevoli del fatto che lo scopo della vita non è quello di prendere miliardi per entrare in campo a farsi osannare.
Dovrebbero sapere che la vita è qualcosa di più di una partita di calcio. Per comunicare valori positivi dovrebbero averli dentro di sé. Ma il limite è proprio questo.

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Che sia ora di muoversi?

La chiesa cattolica si trova di fronte a un’emergenza non da poco: mancano gli educatori.
La notizia stupisce, quantomeno per la legge dei grandi numeri: cinquanta milioni di italiani si definiscono cattolici, eppure mancano persone che siano in grado di curare un bacino d’utenza sempre più ampio. Con i tempi che corrono sempre più persone affidano volentieri agli oratori – visti come posti sicuri – l’educazione e il tempo libero dei figli, ma mancano gli “educatori”, quella figura tra il missionario e il volontario che per decenni ha caratterizzato la nostra società. La notizia solleva una riflessione e una proposta.

La riflessione è triste: decine di milioni di cattolici, e quasi nessuno disposto a investire il proprio tempo per i giovani, che – a detta di tutti – sono il futuro, e quindi andrebbero curati, valorizzati, indirizzati se vogliamo evitare casi di disagio e drammi come quelli che sempre più spesso affollano le colonne dei giornali.

La proposta è invece concreta: purtroppo le chiese evangeliche non hanno mai avuto una grande vocazione sociale. Con la motivazione che “dobbiamo predicare l’evangelo” abbiamo diviso nettamente il messaggio dal gesto, la parola dall’atto, al contrario di quel che faceva Gesù, sempre pronto ad aiutare (lo faceva e lo predicava, basti ricordare il Buon Samaritano) e quindi a dare dimostrazione pratica della potenza del vangelo. Per decenni abbiamo limitato la nostra evangelizzazione alle predicazioni in piazza, ai volantini, ben che andasse ai concerti. Pochi spazi per i giovani, se non formativi (campi biblici, scuole bibliche). Cominciamo ad aprirci, ad attirare le persone anche con altre attività. Una partitella di calcio non dovrebbe creare problemi dottrinali, ma può avvicinare certe fasce che non si avvicinerebbero a una conferenza. Questione di utenze, come sempre. Cominciamo ad aiutare, a fare consulenza, a fare beneficenza. Cominciamo a farci conoscere. Siamo tanti, ormai, in ogni città (ben divisi, ma tanti): coordiniamoci e diamoci da fare. Tentiamo di mettere in pratica l’esempio di Gesù, e comunicarlo così anche agli altri: il suo modo di essere, e soprattutto il suo modo di fare. Perché nel suo fare c’era tutta una predicazione.

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Cristiani di tutti i giorni

Una notizia dolce e amara allo stesso tempo. Da un lato uno scippo, come tanti che avvengono praticamente ogni giorno nel nostro paese. Sarà frutto del lassismo, forse, ma soprattutto – dato che è banale dare la colpa alla società – a un modo di essere generale, a una tolleranza verso il male che ormai raggiunge livelli da parodia. O da dramma, a seconda dei punti di vista.

Quindi: un vecchietto (75 anni) scippato appena ha ritirato la pensione. Un pizzaiolo, Ciro, che lo soccorre. E a cui non va giù questo ennesimo sopruso del forte sul debole, del malvagio sul buono. Non gli va, e organizza una colletta per aiutare questo poveruomo, tra l’altro gravato da una situazione familiare per niente felice: moglie cardiopatica, «vita difficile in un quartiere difficile come Gratosoglio», come segnala il Corriere.

Ciro prende carta e penna e prepara un manifesto, che affigge in vetrina: “Stamattina un povero pensionato è statpo derubato della sua pensione. Vi siamo grati se volete fare un’offerta. Grazie per la collaborazione”. I locali, stando alle testimonianze, non aderiscono. I fornitori sì, almeno in parte. La cifra da raccogliere – 810 euro – è ancora lontana, e questo dà il segno di una società dove ormai ognuno pensa solo a se stesso, dove il vicino è quello che disturba camminando e dove chi abita vicino a noi può morire e i suoi resti possono venir scoperti anche dopo anni. Qualcuno che vuole cambiare, nel suo piccolo, le cose, c’è. E questo è consolante, anche se non basta. Chissà noi, come cristiani, come ci saremmo posti nei confronti di quell’anziano. L’avremmo probabilmente aiutato a rialzarsi, ma poi ci saremmo limitati a lamentarci per lo stato delle cose, per la società corrotta, magari citando qualche versetto a proposito. Oppure avremmo fatto come Ciro, il pizzaiolo, e avremmo tentato di aiutarlo anche concretamente, dedicandogli quantomeno del tempo.
La storia mi suona molto simile alla parabola del buon Samaritano. E a voi?

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Quando i cattolici si chiedono perché

Il Cardinale Kasper, riferisce l’Espresso, ha parlato di ecumemismo: che, tradotto in gergo acattolico, significa che ha riflettuto sulle altre realtà cristiane. Con grandi sorprese sulla considerazione per il movimento evangelico, e pentecostale in particolare.

Ci hanno sempre dipinto la chiesa cattolica come una realtà granitica, senza dubbi, poco reattiva nel quotidiano ma vincente sulla lunga distanza. A sentire le affermazioni di Kasper, forse qualcosa di sostanziale sta cambiando.

Innanzitutto, la capacità di autocritica. Riconoscere che le cose, oggi, in quella realtà, non vanno come si vorrebbe, e prendere atto che vanno cambiate. Non nascondere i limiti, ma ammetterli per superarli è un sintomo di maturità.

In secondo luogo, è sorprendente vedere che si prendono in considerazione realtà “diverse”, avversate a lungo (e, forse, ancora oggi) e chiedersi come mai funzionano: è un segno di apertura, ovviamente rivolto a un proprio miglioramento, ma pur sempre un segno di apertura al riconoscimento di una realtà diversa dalla propria.

Chiedersi, come ha fatto Kasper, come mai «queste comunità hanno tanta attrattiva? Cosa manca a noi? Come possiamo migliorare nella nostra pastorale? Come rendere più viva la nostra liturgia parrocchiale? Come iniziare una catechesi sostanziale e fondamentale? Come realizzare tra noi un sano rinnovamento e rinvigorimento spirituale?”» dimostra che in contrasto nel merito – nei contenuti – non è per forza un rifiuto del metodo, che anzi viene guardato con attenzione.

Non possiamo ovviamente condividere il credo, i principi, gli sviluppi della chiesa di Roma. Non possiamo condividere concetti come la salvezza per opere, l’intercessione che non sia solo quella di Cristo, l’idea che “solo nella chiesa ci sia salvezza”. Ma possiamo apprezzare, come detto, alcuni spunti, come quelli di cui sopra.

E ci chiediamo: come mai una realtà millenaria come quella cattolica è in grado di riconoscere i propri limiti e di “prendere il buono” da chi la circonda, mentre noi non siamo in grado di guardarci serenamente attorno per migliorare, cambiare, aggiustare? Non sarà che ci consideriamo più perfetti di quel che siamo?

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Uomini alla ricerca

Il presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti, si ispira alle più prestigiose assemblee mondiali – ONU, Congresso USA, parlamento dell’Unione europea – e decide di creare a Montecitorio uno spazio dedicato ai credenti di fedi diverse da quella cattolica.

Sorprendente Bertinotti, davvero sorprendente. Gli riconoscevamo da sempre un acume, un’intelligenza politica e anche una cultura sopra la media, oltre che il vantaggio della buona educazione, da uomo dell’ottocento, pur nelle inevitabili contraddizioni tra la cortesia borghese e l’ideologia proletaria: era comune sentir dire che «è facile fare i comunisti qui, dove c’è ricchezza, piuttosto che nei paesi dove il socialismo reale ha impoverito la popolazione»; ciononostante ha sempre portato avanti con coerenza e dignità questo suo ruolo, che qualcuno aveva descritto come quello del “comunista in cachemire”.

Con la caduta dei regimi e i mea culpa degli estremismi, le incongruenze si sono stemperate, sebbene alcune recenti posizioni a favore delle frange “disubbidienti” possano stupire chi vede in lui un esempio di uomo politico, inteso come persona capace di mediare e impegnarsi con efficacia per il bene pubblico.

Oggi, Bertinotti si fa portavoce di una proposta decisamente interessante: garantire, alla Camera dei Deputati, uno spazio dedicato alla meditazione anche per le realtà confessionali diverse da quella maggioritaria: la cappella cattolica, infatti, c’è, proprio a due passi dal Parlamento.
In parlamento ci sono ebrei, musulmani, valdesi e – dice il Corriere – “un unico evangelico”, cui Bertinotti appunto vuole riservare uno spazio per la preghiera. Una proposta – verrebbe da dire – decisamente onorevole, ed è curioso che precedenti presidenti – ne sono passati di tutte le estrazioni – non abbiano mai pensato all’importanza, anche simbolica, di rispettare e riconoscere con uno spazio apposito le confessioni acattoliche. Qualcuno si lamenta perché pare quasi un “cattolici di qua, gli altri di là”. Ma, in linea di massima, la proposta è apprezzabile.

Interessante anche notare la posizione di Bertinotti. Stando ai media, Bertinotti negli ultimi anni si sarebbe avvicinato alla fede. Varie dichiarazioni darebbero conto di un interessamento verso le questioni spirituali, tra cui quella – interessante – in cui lo stesso Bertinotti non si definisce più “ateo” ma “alla ricerca”. Proprio quella ricerca, quel mettersi in discussione che, al di là di facili derive religiose e di vuote tradizioni, Dio vuole dall’uomo, da ogni uomo. Perché è più facile abbracciare, aderire a qualcosa di pronto. Meno comodo è confrontarsi con il messaggio divino per trovarvi le risposte che si cercano.
Se Bertinotti legge nottetempo le lettere di Paolo, ben venga. Lo aiuteranno sicuramente a esercitare meglio il suo ruolo di autorità, di politico, di cittadino, a difendere i poveri, a denunciare i soprusi. Continui la sua ricerca, presidente Bertinotti, in serenità, personalmente e senza lasciarsi tirare la giacchetta da riti e miti. Ne trarremo giovamento tutti.

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Questione di regole

“Dio conosce il tuo ombelico da prima che tu nascessi: non occorre che glielo mostri ogni domenica”. A mali estremi, estremi rimedi, e un parroco di Cinisello Balsamo (MI) ha deciso domenica scorsa di affiggere un cartello con un messaggio di questo tenore all’ingresso della sua chiesa.

Si dica quel che si vuole: certe notizie non possono non far pensare sorridendo. Immagino l’esasperazione di quel parroco nel vedere arrivare ogni domenica in chiesa decine di adolescenti vestite (o svestite) sciattamente, e l’impossibilità di fare qualcosa. Perché se non ci pensano i genitori, tantomeno può pensarci un ministro di culto. Se i genitori affermano “i figli non ci ascoltano”, tantomeno quei figli ascolteranno un pastore oggi, e le autorità domani. Forse, senza accorgercene, stiamo tirando su una generazione senza legge e senza remore, dove anche la buona educazione è un optional, e tutto quel che conta è apparire, possibilmente in televisione. Il resto, cantava Califano, è noia: la noia di tenere una camera in ordine, la noia di contribuire alle esigenze familiari, la noia di seguire le elementari regole di convivenza che, se ci sono, ci sono proprio per aiutare a vivere meglio. E così, ogni posto è uguale: si tratti di un matrimonio o di una giornata al mare, di un culto o di una serata con gli amici, l’abbigliamento è sempre identico, come anche il linguaggio, i rapporti con gli altri, il rispetto, la formalità dovuta in certi momenti. E’ grave quando non si coglie la differenza tra un momento e l’altro, perché significa non avere più una prospettiva: il mondo diventa piatto, sempre uguale. Un mondo di noia.

Eppure non sono solo i giovani: se sono i teenager – come è normale – l’avanguardia di questo movimento senza capo né coda, anche gli adulti hanno la loro parte. Si sente comunemente esprimere il concetto “perché dovrei essere ipocrita?”. Con questa chiave pare di poter fare quel che si vuole, nell’ottica di una malintesa sincerità. Se sono sboccato per strada, perché dovrei parlare bene in chiesa? Se mi svesto per la strada, perché dovrei essere decoroso in chiesa? Se mi piace farmi vedere, ammirare, se non ho rispetto per gli altri e voglio esibire quel che “Dio mi ha dato” (e scusate la citazione), perché non dovrei farlo anche in chiesa?
Vero, e formalmente corretto.
Infatti il problema non è come ci si veste in chiesa. Il problema è come ci si veste fuori. O, ancora meglio: il problema è cosa si ha dentro. Utile, la sincerità. Specie quando ci porta a riconoscere i nostri limiti. Il problema si pone quando non riconosciamo il nostro “essere ruspanti” come un limite, ma lo consideriamo un “valore aggiunto” della nostra personalità. In quel caso non solo lo esprimeremo, ma non faremo niente per cambiare. E infatti molti dei “non sono ipocrita” non intendono cambiare, ma solo puntualizzare il proprio diritto a essere come sono.

Sarebbe forse interessante notare una cosa: Dio non ci chiama a essere come siamo. La Bibbia non dice mai “sii te stesso”. Dio dice piuttosto: “sii come me”, ed è evidente che le due cose non coincidono. Questo significa cambiare, modificarsi, migliorare costantemente a contatto con Dio. Senza ipocrisie, certo; senza fariseismi, certo; senza essere bacchettoni, certo. Dio non è ipocrita, non è fariseo, non è nemmeno bacchettone. Dio ci chiama a essere allegri e allo stesso tempo consapevoli.
Per esserlo come lui vuole, non dobbiamo essere noi stessi: dobbiamo cambiare. A meno che ci consideriamo già arrivati alla perfezione. Alla perfezione dell’ombelico.

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