Archivio mensile:luglio 2006

Come noi

Mel Gibson, trovato alla guida in stato di ebbrezza, ha dato in escandescenze offendendo gli agenti. I giornali oggi sottolineano le frasi ingiuriose contro gli ebrei – dette sotto effetto dell’alcol – e si interrogano sulla sua reale posizione: da un lato c’è chi dice “la sua fede era un bluff”, dall’altro chi nota che era semplicemente ubriaco e, in stato di ebbrezza, si rischia di straparlare.
Una vicenda comunque non edificante che tocca il regista di The Passion, il film che ha sensibilizzato tanti cristiani. Già all’epoca qualche censore sollevava la questione della sua fede, e oggi avrà l’aggio di dire “avevo ragione”.

Quella odierna potrebbe essere stata una caduta momentanea in una vita di fede, oppure la regia di The Passion potrebbe essere stata un momento di fede in una vita di eccessi. Ma non è questo il punto.
In una vicenda triste come questa ci piace intravedere come Dio, per adempiere il suo piano, sia in grado di servirsi dei più miseri, dei più incostanti, dei più inadeguati. Di noi.

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Cattivi maestri

Un diario maleducato: è l’ultima frontiera dell’arte (almeno a voler credere agli editori), raggiunta dalla pubblicazione del “Diario di Happy bunny”, prodotto USA di cui potevamo anche fare a meno. In ogni pagina una frase irriverente contro gli anziani, gli insegnanti, i genitori. Denunce e anatemi da parte di associazioni, di membri del governo e dei giornali (perfino Repubblica, che non si scandalizza facilmente), mentre gli editori del prodotto si giustificano: “non ha finalità educative”, come se un diario – che è creato per la scuola, accompagna l’anno scolastico, diventa un riferimento quotidiano per gli studenti – fosse esente da ogni influenza sui giovani, come se il concetto di imparare dovesse e potesse limitarsi alle righe del libro di testo dopo decenni di battaglie per evitare questa deriva manichea tra “cultura” e “altro”.

Una frase, emblematica, spicca su tutte quelle proposte nel diario: “La scuola e la vita… fanno schifo tutte e due”. Sorge il dubbio allora che il problema non sia solo la ricerca della trasgressione attraverso le armi dell’irriverenza, della maleducazione, dell’inciviltà, della contestazione fine a se stessa, ma che ci sia un disagio di fondo. E allora, per onestà, a cercare una strada per la propria vita prima dei ragazzi dovrebbero essere proprio gli adulti, cattivi maestri di se stessi.

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Keith Green – Ventiquattro anni fa periva, in un incidente aereo, uno tra i cantautori più significativi del panorama cristiano mondiale: si chiamava Keith Green, non aveva nemmeno trent’anni e aveva già caratterizzato con la sua musica il modo di parlare di Dio, introducendo testi che parlassero a chi ascoltava, e non a chi cantava: messaggi chiari, incisivi, efficaci. La ricerca di una fede senza compromessi, di un rapporto personale e diretto con Dio, un profondo amore per Dio e per il prossimo: questo era Keith Green. E questo racconta, ancora, la sua musica.

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Radio, un mondo di soddisfazioni

Buone notizie dal mondo radiofonico cristiano: in Nepal prosegue l’evangelizzazione di Gospel for Asia: sono attualmente sei le lingue di trasmissione (83 in tutto il subcontinente indiano); in Benin invece si comincerà a trasmettere nell’aprile del 2007, raggiungendo ampie zone dell’Africa occidentale: non succedeva dal 1990, quando durante la guerra civile venne distrutta radio ELWA. Due continenti, due risultati, una consapevolezza: la radio non è finita, è un mezzo di comunicazione che ancora oggi produce risultati apprezzabili, addirittura più di altri media che – magari – come cristiani non siamo ancora pronti a usare. Teniamone conto.

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La persecuzione non va in ferie

La persecuzione non va in ferie: ogni anno migliaia di cristiani vengono uccisi, nell’indifferenza dei più, e in particolare tra India, Indonesia, Pakistan.

Non sempre è facile riconoscerla: la persecuzione, infatti, sa essere sottile. Non sempre la si vede, non sempre se ne parla, quasi mai i giornali se ne interessano. Ma c’è, e in molti paesi. Alcune missioni si occupano di sensibilizzare, ma non basta mai in un mondo sommerso dalle informazioni (spesso inutili). La persecuzione non è solo carcere: è anche maltrattamento, comportamenti scorretti, soprusi, illegalità, maltrattamenti in famiglia. Nella nostra calda estate di vacanze, in cui la fede talvolta è quasi relegata da parte perché noi “dobbiamo riposare”, ricordiamoci di chi bramerebbe di poter sfogliare una Bibbia, e di farlo senza paura. Ci aiuterà ad apprezzare di più la nostra serenità.

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Coerenza mennonita

Nessuna festa per l’americano che ha trionfato al Tour de France: mentre Floyd Landis vinceva a Parigi, i genitori erano al culto nella loro chiesa evangelica (mennonita) in Pennsylvania, dove il campione è nato. Nella sua comunità nessuno ha accennato al fatto, anzi: la comunità è molto all’antica, e pare vivano in maniera imbarazzata questa situazione. Rispettiamo la chiesa e la sua posizione: in effetti non è facile inquadrare la situazione quando si ha una visione della fede molto tradizionale. Ma questo, sia chiaro, non è un male, né un aspetto da disprezzare. Certo, più di qualcuno dirà che avrebbero potuto sfruttare in chiave evangelistica questo successo ciclistico, ma se ci pensiamo nemmeno noi che frequentiamo chiese “al passo con i tempi” siamo sempre in grado di utilizzare al meglio le potenzialità di cui disponiamo.

Diciamocelo: molto spesso capita anche a noi di non capire chi è diverso e ha abilità particolari nella nostra comunità. Se un credente ha talenti diversi dalla musica, dalla drammatizzazione e – al limite – dalla danza, ci crea imbarazzo, perché non sappiamo come incasellarlo nell’ottica di un’espressività in chiave cristiana. Almeno i mennoniti della Pennsylvania, nella loro divisione sacro/profano, sono coerenti: “non condividiamo l’idea di fare sport, né di avere successo, e quindi quel che avviene in quel contesto non ci riguarda nemmeno se un membro vi si dedica e ha risultati entusiasmanti”. Noi spesso pensiamo di essere più avanzati perché sappiamo vivere “nel mondo”, ma non siamo davvero in grado di gestire le passione e ci ritroviamo a farci trascinare da queste.

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La tv da salvare. O da buttare

Negli Stati uniti i bambini hanno un nuovo beniamino: un supereroe che risolve i problemi con l’aiuto dei superpoteri dati da Dio e dei valori cristiani. Si chiama Bibleman e, a due anni dall’uscita della prima serie in dvd, pare che il prodotto (ora anche gioco da tavolo, pupazzi etc) sia apprezzato dalle famiglie, contente di poter inculcare nei figli i valori che altrove non si trovano.

Immagino le facce dei miei amici lettori, tra il paternalistico e il rassegnato alle “americanate”. Invece anche noi, svestendo per un momento il ruolo di critici, dovremmo mettere una mano sulla coscienza e renderci conto delle nostre contraddizioni. Conosco pochi cristiani – forse uno su mille – che non hanno in casa il televisore; ed è solo uno su mille a non lamentarsi per i contenuti diseducativi, volgari, rozzi, stupidi che la tv manda in onda e quindi inculca a chi la guarda. E’ però quantomeno singolare che quasi tutti la guardino, e quasi tutti si lamentino, salvo poi liquidare con un sorriso (di disapprovazione) chi propone qualcosa per riempire quei palinsesti altrimenti infarciti di reality, pettegolezzi pubblici, vizi e confidenze spiattellati senza ritegno. E allora ben venga chi, anche in maniera meno ortodossa del solito, lancia qualcosa di innovativo.

Se invece non siamo in grado di accettare proposte alternative al nulla attuale, per coerenza dovremmo anche evitare di criticare la tv che guardiamo: vuol dire che ci sta bene. Un’altra opzione possibile? C’è: eliminare il televisore dalle nostre case. Ma questo, in effetti, sembra un sacrificio troppo grande anche per i più “santi”.

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Hippie all’addio

Pare che i figli dei fiori comincino a morire: d’altronde chi negli anni Sessanta aveva vent’anni, oggi ne ha sessanta e più, per cui la notizia assumerebbe un tono di banalità, se non ci fosse un fatto collaterale particolarmente curioso. Eh sì, perché se gli hippie hanno vissuto sempre (o almeno la loro gioventù) all’insegna della rottura delle convenzioni. Una rottura che ha fatto epoca, e che al tempo si è declinata, nel concreto, con un desiderio sfrenato di libertà nei rapporti sociali e in quel nomadismo immortalato da Kerouac nei suoi libri. Potevano, gli hippie di allora, non stupire anche oggi? Ovviamente no, e infatti negli Stati uniti si comincia a fare i conti con le ultime volontà di chi per tutta la vita ha fatto della non convenzionalità la sua filosofia di vita. E le ultime volontà di chi non ha avuto regole non poteva stare alle tradizioni: per questo le pompe funebri statunitensi si ritrovano a esaudire le richieste più strane. Ma a quanto pare non sono solo gli hippie ad avere richieste particolari per l’ultimo saluto: tutta la generazione è stata permeata, volente o nolente, da quella informalità che magari in vita non avevano abbracciato, e ora chiedono un rito funebre a teatro davanti a una banda, o su un campo da golf per celebrare la propria passione principale, o con un furgoncino da gelataio per rifocillare parenti e amici dopo la cerimonia.
Riti macabri? Forse in parte; o forse un modo per portare la morte più vicina alla vita, e magari un po’ più allegra. Gli eccessi sono poco raccomandabili, ma è vero che il funerale come viene visto oggi è decisamente un peso per chi vi partecipa: parole da dire o da non dire, imbarazzi, ricordi in chiave positiva (spontanei o forzati) del defunto, e poi i gesti ieratici del celebrante, il doloroso distacco della tumulazione. Nessuno, credo, ci va volentieri. E allora diventa comprensibile da parte di chi sarà protagonista (suo malgrado) della cerimonia, pensare di alleviare peso e dolore ai convenuti.

Niente di male nel voler alleggerire questo peso, purché tutto resti entro i limiti del buonsenso. In fondo proprio i funerali evangelici sono sempre stati i meno convenzionali: penso che tutti abbiano visto qualche film dove a New Orleans il feretro è accompagnato al cimitero dalla banda che suona Gospel, blues, jazz. Il funerale non è una festa, e non può nemmeno esserlo nella sua sostanza, anche quando – come cristiani – abbiamo la certezza sulla sorte del defunto. Ma può essere comunque più sereno, più leggero. Più umano.
Anche se in fondo è sempre meglio lasciare un ricordo lungo anni, un ricordo di amore, di pace, di dedizione a Dio e al prossimo che durerà altrettanto, piuttosto che una cerimonia che si esaurisce in un giorno.

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Hippie all'addio

Pare che i figli dei fiori comincino a morire: d’altronde chi negli anni Sessanta aveva vent’anni, oggi ne ha sessanta e più, per cui la notizia assumerebbe un tono di banalità, se non ci fosse un fatto collaterale particolarmente curioso. Eh sì, perché se gli hippie hanno vissuto sempre (o almeno la loro gioventù) all’insegna della rottura delle convenzioni. Una rottura che ha fatto epoca, e che al tempo si è declinata, nel concreto, con un desiderio sfrenato di libertà nei rapporti sociali e in quel nomadismo immortalato da Kerouac nei suoi libri. Potevano, gli hippie di allora, non stupire anche oggi? Ovviamente no, e infatti negli Stati uniti si comincia a fare i conti con le ultime volontà di chi per tutta la vita ha fatto della non convenzionalità la sua filosofia di vita. E le ultime volontà di chi non ha avuto regole non poteva stare alle tradizioni: per questo le pompe funebri statunitensi si ritrovano a esaudire le richieste più strane. Ma a quanto pare non sono solo gli hippie ad avere richieste particolari per l’ultimo saluto: tutta la generazione è stata permeata, volente o nolente, da quella informalità che magari in vita non avevano abbracciato, e ora chiedono un rito funebre a teatro davanti a una banda, o su un campo da golf per celebrare la propria passione principale, o con un furgoncino da gelataio per rifocillare parenti e amici dopo la cerimonia.
Riti macabri? Forse in parte; o forse un modo per portare la morte più vicina alla vita, e magari un po’ più allegra. Gli eccessi sono poco raccomandabili, ma è vero che il funerale come viene visto oggi è decisamente un peso per chi vi partecipa: parole da dire o da non dire, imbarazzi, ricordi in chiave positiva (spontanei o forzati) del defunto, e poi i gesti ieratici del celebrante, il doloroso distacco della tumulazione. Nessuno, credo, ci va volentieri. E allora diventa comprensibile da parte di chi sarà protagonista (suo malgrado) della cerimonia, pensare di alleviare peso e dolore ai convenuti.

Niente di male nel voler alleggerire questo peso, purché tutto resti entro i limiti del buonsenso. In fondo proprio i funerali evangelici sono sempre stati i meno convenzionali: penso che tutti abbiano visto qualche film dove a New Orleans il feretro è accompagnato al cimitero dalla banda che suona Gospel, blues, jazz. Il funerale non è una festa, e non può nemmeno esserlo nella sua sostanza, anche quando – come cristiani – abbiamo la certezza sulla sorte del defunto. Ma può essere comunque più sereno, più leggero. Più umano.
Anche se in fondo è sempre meglio lasciare un ricordo lungo anni, un ricordo di amore, di pace, di dedizione a Dio e al prossimo che durerà altrettanto, piuttosto che una cerimonia che si esaurisce in un giorno.

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Conversioni ed espressioni

Nicole Kidman si “riconverte” al cattolicesimo, ma più di qualcuno sospetta una scelta di comodo, viste le contraddizioni insite nel suo comportamento.

Purtroppo non succede solo a Hollywood, di vedere conversioni di convenienza: Nicole Kidman, di cui accettiamo la buona fede fino a prova contraria, è solo l’ultima di una lunga serie di arrivi e partenze, quasi che la fede fosse un fatto pubblico più che personale. Troppi, quando hanno bisogno di rifarsi una fedina morale, ricominciano da lì; le regole sono sempre quelle: partecipare a qualche culto, aderire a qualche chiesa, e – soprattutto – farlo sapere ai media. Ecco, il punto è proprio questo. Sono in molti i personaggi famosi, anche in Italia, che hanno trovato la fede, hanno fatto un’esperienza spirituale, coltivano un rapporto con Dio e con il cristianesimo, ma di cui non si sa nulla. A fronte di tanti Kakà, ci sono altrettanti (e più) anonimi, e non per paura: semplicemente per il desiderio di vivere privatamente, come in fondo è giusto, la propria fede, per la consapevolezza del fatto che quella stessa fede (magari perché ancora giovane) verrebbe messa a repentaglio da una esposizione mediatica. È indubitabile, ovviamente, che poi ognuno di noi abbia la responsabilità di esprimere la propria fede, di raccontarla, ognuno nell’ambiente e con le competenze che ha. Ma avere una posizione pubblica non sempre coincide con l’obbligo di testimoniare in tv: altrimenti sarebbe come dire che un musicisista eccellente, appena convertito, ha automaticamente il mandato a suonare per Dio. Ci sono tempi, modi e fatti (tra cui la maturazione della persona) che vanno rispettati.

Considerando poi quanto siano ballerine le convinzioni di molti personaggi celebri. Per questo è meglio un silenzio oggi, che una smentita domani.

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La felicità altrove

Dal 2001 al 2005 è raddoppiato il numero di italiani che usa droghe, siano esse leggere o pesanti: è il dato che emerge dal rapporto annuale sulle tossicodipendenze che presentato dal ministro Ferrero. Un dato inquietante, se si considera che buona parte degli “utenti” è composta da giovani tra i 15 e i 25 anni.

In fondo non c’è da stupirsi su numeri simili: oggi le “sostanze” hanno preso il posto dell’ubriacatura, del superlavoro, dell’impegno sociale, scalando le posizione nella classifica delle opzioni preferite per riempire il senso di vuoto che ogni persona, presto o tardi, prova. E non è un problema generazionale, succede da quando esiste l’umanità: cercare rifugio in un mondo virtuale, affogare i problemi, esaltarsi per dimenticare sono solo alcune tra le tante strade che l’uomo tenta, alla ricerca della felicità. Per scoprire, tentativo dopo tentativo, che la felicità – quella vera, quella che dura più di una sbornia – abita altrove.

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