Archivio mensile:luglio 2006

Quando non si può non sapere

«Preso atto che richiama quale persecuzione subita il non aver potuto praticare il proprio credo religioso, decreta di non riconoscere lo status di rifugiato. Ritenuto che le avversità esposte attengono alla sfera personale e che come tali non sono riconducibili al concetto di persecuzione come intesa ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra, dispone l’espulsione entro 5 giorni». È la decisione della commissione territoriale di Siracusa in merito al caso di tre africani che avevano chiesto asilo politico in Italia per motivi di fede. Si trattava, segnala ADUC nel suo sito, di una donna e due uomini poco più che ventenni di Eritrea, Ghana ed Etiopia che professano la fede «cristiana pentecostale e che per questo sono perseguitati nei loro Paesi».

Per questo «da sabato 1 luglio – spiega il sito di ADUC -, dopo aver lasciato il centro di accoglienza di Pian del Lago di Caltanissetta assieme a un’altra ventina di extracomunitari con permessi di soggiorno o decreti di espulsione in mano, sono “parcheggiati” alla stazione centrale, senza un centesimo in tasca e senza un biglietto».

Decrittando gli arzigogoli linguistici della commissione, pare che essere riconosciuti come cristiani in Eritrea non sia un motivo di persecuzione, e quindi non sia sufficiente per non essere rispediti in patria. Come se i cristiani in Eritrea potessero aprire chiese, incontrarsi liberamente senza irruzioni e arresti arbitrari, come se l’Eritrea non fosse tra i primi posti nella classifica dei paesi che non garantiscono la libertà religiosa, come se fosse una scelta di fede il fatto di passare periodi indeterminati di tempo in campi di lavoro o in container lasciati sotto il sole.

Per la commissione di Siracusa, a quanto pare, non è sufficiente tutto questo per considerare pericoloso il fatto di rimandare ad Asmara un cristiano eritreo. Magari il ragazzo si è espresso male, non ha saputo raccontare le atrocità, le umiliazioni, i drammi umani dei cristiani in Eritrea; il giovane potrebbe non essersi saputo spiegare o potrebbe aver avuto problemi di lingua, ma una commissione che decide sulla permanenza in Italia di una persona perseguitata – e quindi, di fatto, sulla vita o sulla morte di un essere umano – non può non essere a conoscenza del grado di libertà religiosa nei paesi del mondo. Non può non sapere che l’Eritrea è tra i dieci paesi più feroci con i cristiani, non può non conoscere le denunce delle associazioni per la difesa dei diritti umani e degli osservatori cristiani sulla persecuzione. Se non lo sapesse non si tratterebbe solo di ignoranza, ma di colpa grave.

In caso, ci permettiamo un consiglio: un rapido sguardo al sito di Porte Aperte potrà aprire gli occhi sulla drammatica realtà di tutti gli eritrei che vengono scoperti a vivere (non professare: semplicemente vivere) la propria fede cristiana.

Fratelli d’Italia

Alla fine, dopo 24 anni, possiamo sentirlo dire di nuovo: campioni del mondo. I più giovani per la prima volta, dato che nell’82 non c’erano. Noi altri, confessiamolo: probabilmente nemmeno ci credevano più. Ieri nelle città italiane, sotto una luna piena che era già spettacolare per conto suo, si vedevano le cose più incredibili.
Camion scoperti con sopra decine di ragazzi pavesati di Tricolore, che ti invitavano di suonare il clacson per dare il tempo; camioncini che ti invitavano a salire per festeggiare il trionfo su e giù per le vie principali; motorini che trascinavano bidoni della spazzatura, auto da cui si sporgevano ragazze in costume e bandiera, o da cui qualcuno esponeva le cose più improbabili, perfino un cartone di pizza (la possibile spiegazione me l’ha suggerita Luigi stamattina: “abbiamo dato una pizza anche ai francesi”).

La frase più bella me l’ha detta una ragazza, ormai alle due di notte, per una via del centro: in rigoroso azzurro, Tricolore d’ordinanza, mi ha inquadrato mentre ci incrociavamo e ha esclamato con emozione “stanotte tutto è più bello!”. Forse è stato il modo migliore per riassumere quel che passava per la testa dei tanti tifosi, dei tanti italiani in carosello per le vie. Era una notte estiva come tante, con un’emozione comune.
Perché ne parliamo? Perché, guardando con curiosità quella baillamme, ci tornava in mente – non ci crederete – una frase dell’apostolo Paolo: «Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono»: era un’indicazione che dava ai cristiani di Roma.

Gli italiani sono gelosi del Tricolore, e quando espongono è sempre come segno di forti emozioni, nel bene e nel male.
Ci sono voluti quasi tre anni per veder sventolare di nuovo dai balconi delle nostre città la bandiera italiana: stavolta, grazie a Dio, senza il lutto. Nel 2003 a colpire l’immaginario collettivo era stata la strage di diciannove nostri connazionali a Nassiriya. Penso ce la ricordiamo ancora come uno dei momenti più tristi di questi ultimi anni, e come cristiani siamo stati vicini – con il pensiero e la preghiera – a chi soffriva per la perdita di un caro, e a tutti gli italiani che soffrivano per questo lutto nazionale.
Ieri, di nuovo il Tricolore: sui balconi e, stavolta, nelle piazze. Stavolta per rispolverare la bandiera e l’emozione nazionale è bastata una banale partita. Una rete in più, e il Paese è esploso di gioia. E noi con lui.

Vogliamo dire che non ci importava nulla? Qualcuno forse era davvero a letto, ieri sera, o faceva altro. Ma la maggior parte di noi, anche dei cristiani, era davanti alla televisione. Se dicessimo quindi che non ci importa nulla saremmo ipocriti e – vista la raccomandazione di Paolo – forse anche poco cristiani. Non ovviamente per la questione meramente calcistica, ma perché non viviamo nel posto dove siamo stati messi da Dio, ed è giusto, oltre che umano, condividerne gioie e dolori. Stavolta era una gioia, per quanto effimera; ma d’altronde quale gioia non lo è, per chi non ha fatto suo il messaggio di speranza del Vangelo?

E allora meglio così, meglio gioire che piangere. E dunque: grazie, Italia. Abbiamo pianto con te, e ora – volentieri – festeggiamo con te.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Fratelli d'Italia

Alla fine, dopo 24 anni, possiamo sentirlo dire di nuovo: campioni del mondo. I più giovani per la prima volta, dato che nell’82 non c’erano. Noi altri, confessiamolo: probabilmente nemmeno ci credevano più. Ieri nelle città italiane, sotto una luna piena che era già spettacolare per conto suo, si vedevano le cose più incredibili.
Camion scoperti con sopra decine di ragazzi pavesati di Tricolore, che ti invitavano di suonare il clacson per dare il tempo; camioncini che ti invitavano a salire per festeggiare il trionfo su e giù per le vie principali; motorini che trascinavano bidoni della spazzatura, auto da cui si sporgevano ragazze in costume e bandiera, o da cui qualcuno esponeva le cose più improbabili, perfino un cartone di pizza (la possibile spiegazione me l’ha suggerita Luigi stamattina: “abbiamo dato una pizza anche ai francesi”).

La frase più bella me l’ha detta una ragazza, ormai alle due di notte, per una via del centro: in rigoroso azzurro, Tricolore d’ordinanza, mi ha inquadrato mentre ci incrociavamo e ha esclamato con emozione “stanotte tutto è più bello!”. Forse è stato il modo migliore per riassumere quel che passava per la testa dei tanti tifosi, dei tanti italiani in carosello per le vie. Era una notte estiva come tante, con un’emozione comune.
Perché ne parliamo? Perché, guardando con curiosità quella baillamme, ci tornava in mente – non ci crederete – una frase dell’apostolo Paolo: «Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono»: era un’indicazione che dava ai cristiani di Roma.

Gli italiani sono gelosi del Tricolore, e quando espongono è sempre come segno di forti emozioni, nel bene e nel male.
Ci sono voluti quasi tre anni per veder sventolare di nuovo dai balconi delle nostre città la bandiera italiana: stavolta, grazie a Dio, senza il lutto. Nel 2003 a colpire l’immaginario collettivo era stata la strage di diciannove nostri connazionali a Nassiriya. Penso ce la ricordiamo ancora come uno dei momenti più tristi di questi ultimi anni, e come cristiani siamo stati vicini – con il pensiero e la preghiera – a chi soffriva per la perdita di un caro, e a tutti gli italiani che soffrivano per questo lutto nazionale.
Ieri, di nuovo il Tricolore: sui balconi e, stavolta, nelle piazze. Stavolta per rispolverare la bandiera e l’emozione nazionale è bastata una banale partita. Una rete in più, e il Paese è esploso di gioia. E noi con lui.

Vogliamo dire che non ci importava nulla? Qualcuno forse era davvero a letto, ieri sera, o faceva altro. Ma la maggior parte di noi, anche dei cristiani, era davanti alla televisione. Se dicessimo quindi che non ci importa nulla saremmo ipocriti e – vista la raccomandazione di Paolo – forse anche poco cristiani. Non ovviamente per la questione meramente calcistica, ma perché non viviamo nel posto dove siamo stati messi da Dio, ed è giusto, oltre che umano, condividerne gioie e dolori. Stavolta era una gioia, per quanto effimera; ma d’altronde quale gioia non lo è, per chi non ha fatto suo il messaggio di speranza del Vangelo?

E allora meglio così, meglio gioire che piangere. E dunque: grazie, Italia. Abbiamo pianto con te, e ora – volentieri – festeggiamo con te.

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Maghi e arzigogoli

Qualche mese fa avevamo parlato della sentenza dell’Autorità per le comunicazioni, secondo la quale i programmi relativi a cartomanzia, lotto, magia non potevano più andare in onda prima di mezzanotte. Avevamo salutato la notizia con sollievo, sperando che servisse per tutelare i più deboli e influenzabili. In realtà la norma non era mai entrata in vigore, bloccata da una pioggia di ricorsi da parte delle tv locali (saranno soldi eticamente “sporchi”, ma con quegli introiti riescono a sopravvivere): prima ai Tar, poi al Consiglio di Stato, provocando la sospensione della delibera dell’Autorità. Ora però, forse, si va nella direzione giusta: le associazioni dei consumatori hanno fatto causa a una delle richieste di sospensione proposte dalle tv locali (tanto per dire com’è semplice far applicare una legge in Italia), e ottenuto dal Consiglio di Stato un primo parere favorevole, per quanto provvisorio: la sentenza definitiva è in programma per il 24 ottobre. In caso il Consiglio rigettasse la richiesta della tv locale, la norma entrerebbe in vigore impedendo a cartomanti e affini la fascia televisiva 7-24, anche se a questo punto – visto l’excursus – non siamo più così certi dell’automatismo tra sentenza e applicazione.

In mezzo al ginepraio giuridico-giudiziario, resta un fatto che fa riflettere: ogni giorno 27mila persone si rivolgono ai cartomanti, ai maghi, ai “maestri di vita” (il giro d’affari è di cinque milioni di euro). Segno di un’esigenza, di una disperazione, di un vuoto. Che la chiesa, a quanto pare, non è stata, e non è ancora, in grado di riempire. Se non riusciamo a dare da mangiare a queste persone la colpa è soltanto nostra: loro stanno cercando.

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Il peso per la missione

Bibbie per la Cina: è la richiesta di Porte aperte, che nella sua lettera trimestrale ad amici e sostenitori fa presente quanto sia difficile per i cinesi, specie quelli delle campagne, reperire copie delle Scritture. Chi vive in un paese dove è garantita la libertà di stampa, di espressione e di confessione religiosa dovrebbe sentirsi moralmente obbligato a sostenere i fratelli che vivono in difficoltà, tantopiù che il superfluo non ci manca, basti vedere le nostre case.

È importante, però, la consapevolezza del proprio dono: se decidiamo di sostenere qualcuno, non dobbiamo farlo a discapito di altri. Sostenere una missione non dovrebbe significare “deviare” il proprio sostegno da qualche altra opera che già aiutiamo.
Purtroppo in Italia tendiamo a lasciarci prendere dall’emotività di una visita, di una bella presentazione, di un caso toccante, ma il dono – come la preghiera, come l’amore – non dovrebbero essere frutto di un innamoramento momentaneo, che si conclude con la rapidità con cui inizia. Il dono dovrebbe essere la conclusione di un processo consapevole che parte dall’informazione sulle attività di una missione (Dio ama le preghiere specifiche, che permettono di essere grati per l’esaudimento), passa per una preghiera specifica, costante e aggiornata per quell’opera (abbiamo avuto ragguagli sugli sviluppi di quel lavoro, o la nostra preghiera si sta facendo abitudinaria e formale?), e arriva a un dono regolare, che permette alle missioni, opere, organizzazioni di essere buoni amministratori delle risorse e di pianificare con saggezza come sviluppare le proprie attività a breve, medio, lungo termine. Ma che non si conclude lì: ogni opera, per crescere, ha bisogno anche di braccia, gambe, cervelli; se quel lavoro ci sta a cuore, appena ne abbiamo la possibilità sarà un bene mettere a disposizione di quel progetto anche le nostre energie. Donare non deve essere un alibi per poi disinteressarsi di tutto, dedicandosi solo a se stessi, ma un trampolino per tuffarsi nel mare dell’impegno per Dio.

Troppo spesso si sente chiedere “ma perché in Italia non esiste una radio cristiana nazionale?”, “ma perché non c’è una trasmissione televisiva evangelica al passo con i tempi?”, “perché non esiste una rete di ospedali, ospizi, enti benefici di area evangelica?”, e così via. Se si tratta di un desiderio vero, che sentiamo dentro e riconosciamo come opera di Dio, impegnamoci attivamente in collaborazione con chi opera in quei settori, mettendo a disposizione quel che siamo e che abbiamo; se invece è solo il frutto di una riflessione oziosa, uno dei tanti “sarebbe bello che” dove non siamo disposti a mettere in gioco nulla di noi stessi, allora evitiamo direttamente di chiedercelo e di chiederlo: la polemica non è una pratica cristiana.

Assolto Adel Smith – Le motivazioni della sentenza non sono ancora state rese note, ma il (sedicente) presidente dei musulmani d’Italia è stato considerato non colpevole dell’accusa di vilipendio alla religione. Nel 2001, ospite di un programma televisivo su RaiUno, Smith aveva definito il crocifisso “un corpo nudo attaccato a un pezzo di legno”, sollevando ampie polemiche. Il che dimostra che in troppi si ricordano di essere cristiani solo in occasione di qualche provocazione.

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Invecchiare con stile

Valentino, il noto stilista, si sfoga. Di solito compassato nei modi come la sua faccia e il suo modo di vestire, in occasione dei suoi 45 anni di professione e della consegna della Legione d’onore in Francia, lo stilista parla di un tema che, evidentemente, gli sta a cuore.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Valentino non è per la moda a tutti i costi: sfilate e passerelle non hanno evidentemente intaccato il suo senso critico e nemmeno il senso della misura, almeno da questo punto di vista, se può permettersi un commento che in un certo modo rischia di allontanare dall’alta moda una buona fascia di clienti.

La riflessione riguarda le donne; in sostanza Valentino afferma: «Signore, attente a non rendervi ridicole: è pieno di cinquantenni convinte di averne 20 di meno. A un certo punto bisogna rassegnarsi e invecchiare dignitosamente».

Sarà una questione di preparazione psicologica, o forse di narcisismo inconscio (o consapevole): fatto sta che pochi sono in grado di farsi dare del “vecchio” senza offendersi. “Stai invecchiando” è sempre visto come una critica, anche se non sempre lo è. Certo, è difficile nella società dell’immagine vedere il proprio volto cambiare lentamente ma inesorabilmente i connotati in direzione opposta rispetto alla freschezza dei quindici anni: e la speranza di tutti è quella di ritardare il decadimento, limitare i danni, invecchiare bene.

Il problema è che, spesso, ci si concentra sull’aspetto fisico e si dimentica il resto: per “invecchiare bene” l’ingrediente più importante è la serenità, sotto tutti i punti di vista. E, in questo contesto, le rughe o il fiato corto non saranno l’aspetto più drammatico. Se è vero che vive meglio la vita attiva chi ha dei valori, e il resto è corollario, anche negli anni della maturità non è l’aspetto fisico a contare, ma la serenità interiore nell’approccio con ciò che circonda, compresi gli imprevisti, i rovesci, i disagi, gli acciacchi. Forse qualcuno non ci crederà, ma alla fin fine è proprio questa serenità interiore a fare la differenza nel caratterizzare il fascino della maturità. Solo che la serenità interiore non si esercita in palestra, né si conserva con le creme.

Brian Littrell – Il quotidiano gratuito Metro propone un’intervista a un ex dei Backstreet boys, Brian Littrell: ancora una volta il cantante testimonia il suo rinnovato percorso di fede, che si è concretizzato tra l’altro in un cd da solista – “Welcome home” – particolarmente vicino ai temi spirituali. Se ricordate ne avevamo già parlato, in anteprima per l’Italia, a dicembre 2004: fa piacere che ora anche il pubblico di Metro, e magari un buon numero di sue ex fan, possano scoprire questa nuova fase della sua vita e, perché no, possano trovare ispirazione.

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Un po’ di educazione

A New York hanno realizzato un volumetto sul bon ton metropolitano: nel XXI secolo anche i consigli più comuni non vanno dati per scontati.

Purtroppo l’educazione, quell’educazione che una volta faceva parte del bagaglio civile minimo di ogni persona, sta diventando un optional, e perfino i comportamenti più elementari, che una volta erano la “normalità”, devono ormai venir insegnati.

Una volta “non disturbare” non era una richiesta, era un imperativo, che portava a scusarsi per ogni comportamento involontario che potesse causare disagio. Oggi ha molto meno senso chiedere scusa per uno strattone, se il nostro percorso sui marciapiedi è simile a una partita di rugby più che a una semplice passeggiata.
E’ la rivincita della maleducazione, vista non più come un modello deteriore, ma come un “modello alternativo”, da usare a piacimento per essere diversi: come un abito stravagante, che a forza di usarlo diventa più comune.

Complice in questo processo (nemmeno tanto lungo: vent’anni fa le cose erano diverse) c’è l’immancabile televisione, megafono di ogni tendenza che non vale la pena di riproporre. La mancanza di idee degli ultimi anni ha infatti portato a raschiare il fondo del barile: come il comico alle corde gioca la carta dell’allusione e della volgarità, perché “la parolaccia fa sempre ridere”, così la tv ha cominciato a buttare davanti alle telecamere passioni, litigate, pensieri in libertà (nemmeno troppo connessi tra loro), personaggi anomali. Una novella fiera delle vanità che ha dato la patente di normalità (a volte, sembrerebbe quasi, di nobiltà) alla volgarità.

Ci abbiamo guadagnato?

Contro le file – Un kit antistress per chi è bloccato sulla tangenziale di Mestre; quest’estate la Regione Veneto si propone di distribuire alle auto che ogni anno si bloccano sul tratto di strada tra Venezia e Portogruaro. Una maglietta, una salvietta umidificata, una bandana, una bottiglietta d’acqua, un fresbee (di cui ci sfugge l’utilità, a dire il vero) per alleviare l’attesa sotto il sole.
Magari lo spunto può tornare utile ad altre amministrazioni pubbliche, e non solo a loro: qualche struttura umanitaria, tra cui le chiese, potrebbe pensare a un kit per chi è fermo in fila. In fondo, in quei momenti, si dà fondo perfino ai manuali di istruzioni dell’auto pur di avere qualcosa da leggere, e ci sono chiese che farebbero qualsiasi cosa per distribuire un volantino… ecco il posto giusto e il momento giusto!

Eco… il sistema – Come battere i cori razzisti allo stadio? Semplicemente con l’eco: gli scienziati hanno scoperto che basta rimandare al mittente il canto con un leggero ritardo, e chi canta perde i punti di riferimento.
Nessuna buona notizia, invece, per far andare a tempo i canti in chiesa, ma questo è un altro problema.

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Un po' di educazione

A New York hanno realizzato un volumetto sul bon ton metropolitano: nel XXI secolo anche i consigli più comuni non vanno dati per scontati.

Purtroppo l’educazione, quell’educazione che una volta faceva parte del bagaglio civile minimo di ogni persona, sta diventando un optional, e perfino i comportamenti più elementari, che una volta erano la “normalità”, devono ormai venir insegnati.

Una volta “non disturbare” non era una richiesta, era un imperativo, che portava a scusarsi per ogni comportamento involontario che potesse causare disagio. Oggi ha molto meno senso chiedere scusa per uno strattone, se il nostro percorso sui marciapiedi è simile a una partita di rugby più che a una semplice passeggiata.
E’ la rivincita della maleducazione, vista non più come un modello deteriore, ma come un “modello alternativo”, da usare a piacimento per essere diversi: come un abito stravagante, che a forza di usarlo diventa più comune.

Complice in questo processo (nemmeno tanto lungo: vent’anni fa le cose erano diverse) c’è l’immancabile televisione, megafono di ogni tendenza che non vale la pena di riproporre. La mancanza di idee degli ultimi anni ha infatti portato a raschiare il fondo del barile: come il comico alle corde gioca la carta dell’allusione e della volgarità, perché “la parolaccia fa sempre ridere”, così la tv ha cominciato a buttare davanti alle telecamere passioni, litigate, pensieri in libertà (nemmeno troppo connessi tra loro), personaggi anomali. Una novella fiera delle vanità che ha dato la patente di normalità (a volte, sembrerebbe quasi, di nobiltà) alla volgarità.

Ci abbiamo guadagnato?

Contro le file – Un kit antistress per chi è bloccato sulla tangenziale di Mestre; quest’estate la Regione Veneto si propone di distribuire alle auto che ogni anno si bloccano sul tratto di strada tra Venezia e Portogruaro. Una maglietta, una salvietta umidificata, una bandana, una bottiglietta d’acqua, un fresbee (di cui ci sfugge l’utilità, a dire il vero) per alleviare l’attesa sotto il sole.
Magari lo spunto può tornare utile ad altre amministrazioni pubbliche, e non solo a loro: qualche struttura umanitaria, tra cui le chiese, potrebbe pensare a un kit per chi è fermo in fila. In fondo, in quei momenti, si dà fondo perfino ai manuali di istruzioni dell’auto pur di avere qualcosa da leggere, e ci sono chiese che farebbero qualsiasi cosa per distribuire un volantino… ecco il posto giusto e il momento giusto!

Eco… il sistema – Come battere i cori razzisti allo stadio? Semplicemente con l’eco: gli scienziati hanno scoperto che basta rimandare al mittente il canto con un leggero ritardo, e chi canta perde i punti di riferimento.
Nessuna buona notizia, invece, per far andare a tempo i canti in chiesa, ma questo è un altro problema.

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Parola, non solo voce

«Secondo un articolo pubblicato il 30 aprile dal Washington Post – segnala l’agenzia cattolica Zenit -, un gran numero di immigrati ispanici sta abbandonando la Chiesa cattolica per aderire ai pentecostali. La tendenza è più marcata negli immigrati di seconda e terza generazione. Trent’anni fa, circa il 90% degli ispanici negli Stati Uniti era cattolico. Oggi la percentuale si attesta attorno al 70%, secondo il Post».

«L’articolo – spiega ancora Zenit – richiama poi alcune opinioni espresse dai ricercatori, secondo le quali gli ispanici sarebbero stati attratti dai pentecostali per via della loro energica attività di proselitismo e di assistenza pratica nella ricerca del lavoro e dal punto di vista economico e alimentare».

Pare quasi che, almeno negli Stati uniti, gli evangelici si stiano accorgendo di quanto sia essenziale abbinare la Parola predicata e la Parola praticata.

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È arrivata la stagione estiva anche per musica&parole: continueremo a raccontare e commentare quotidianamente i fatti di attualità e di costume insieme agli ascoltatori, ma con un formato più fresco e un taglio frizzante. Restate con noi, dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

In collaborazione con media&fede di evangelici.net