Archivio mensile:ottobre 2006

Kirie eleison

I luterani aggiornano la Bibbia cancellando dal testo ogni discriminazione nei confronti di donne, ebrei e minoranze: i teologi impegnati nell’opera – «maturata nei circoli della teologia femminista e della liberazione», segnala la Stampa – hanno tentato di far quadrare nella chiave della correttezza politica odierna i capitoli di un libro come la Bibbia, che dalla prima all’ultima pagina è caratterizzato dagli estremi.

Per riuscire a rendere Dio un po’ più moderno (meno violento verso il suo popolo disubbidiente, meno intollerante verso il peccato, meno disumano verso i suoi nemici) gli esperti tedeschi si sono esercitati in una serie di funambolismi verbali degni di gag alla Walter Chiari. E, se da un lato la versione della Bibbia “classica” conteneva vocaboli ormai desueti – immaginiamo si possa paragonare alla versione italiana riveduta da Luzzi – e addirittura qualche termine che ormai suonerebbe “comico”, è altrettanto vero che è difficile trattenere il sorriso verso alcune delle modernissime trovate degli esperti.

È ben vero, come segnalava un’eminente personalità, che nella Bibbia la figura paterna di Dio si arricchisce di caratteristiche materne; ma sdoppiarne la definizione da “padre” a “padre e madre” è arduo da sostenere anche per l’innovatore più convinto. Si può sorvolare sulle definizioni che si ispirano direttamente al femminismo (la prima lettera del Nuovo Testamento non è più “ai Romani” ma “alle sorelle e ai fratelli di Roma”), tanto sarà l’argomento più gettonato tra i detrattori; merita invece notare la sorte di “Signore”: alla fine, immaginiamo dopo numerosi dibattiti, nell’impossibilità di renderlo con un baudiano “Signore e signora”, è stato mantenuto nella sua forma ebraica, Adonaj. E, dato che nel Salmo 23 sarebbe stato arduo, linguisticamente, accettare la cantilena: “Il Signore e la Signora sono il mio pastore e la mia pastoressa”, ecco la soluzione: “Adonaj mi pascola”. E la correttezza teologica del Ventunesimo secolo è salva.

Resta un’amarezza di fondo. Lutero, nel Cinquecento, riscoprì il Signore della Bibbia. Cinque secoli dopo i figli putativi del riformatore cacciano il Signore dalla Bibbia. Signore, pietà.

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Fedeltà di informazione

La bufala araba: «Kakà è musulmano». «Sarebbe stata una grande notizia – scrive il Giornale -. Perché Kakà è personaggio nel calcio e nella vita: bravo ragazzo, religioso, campione. Ma la notizia è falsa: è stata smentita dal Brasile. Immediatamente. È stata smentita dal Milan. E di fatto è stata smentita anche da Kakà». Prima di spiegare vita (cristiana) e miracoli (calcistici) del fuoriclasse.

Spesso le notizie girano incontrollate. Stavolta però la bufala era troppo grossa perfino per la stampa nazionale, di solito distratta in merito ai temi religiosi. Però è interessante notare il modo di proporre l’informazione da parte delle testate: la Stampa, smentendo la voce, descrive Kakà come “legato alla chiesa cristiano evangelica” nonché membro di “Atleti di Cristo”, e spiega che “dopo ogni gol alza il dito al cielo per ringraziare Dio”. Adn Kronos, nel segnalare la notizia, indica che “Kakà è notoriamente un cattolico praticante”, con un’equazione “cristiano=cattolico” che non fa onore alla preparazione della redazione. Fa piacere, quindi, vedere che Il giornale riporta la notizia in maniera obiettiva. Anche nel dare e nello smentire le notizie non tutte le testate sono ugualmente… fedeli.

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Un’Alba al tramonto

Jessica Alba, attrice americana considerata una delle più sexy del mondo, abbandona la chiesa di “nati di nuovo” che frequentava. Lo riporta il sito di MTV, richiamando un articolo di Elle.

Al di là delle polemiche, la notizia vale una lettura approfondita.
1. Jessica Alba – scrive MTV – “si era unita ai cristiani rinati in cerca di conforto dopo aver compreso che la comunità latina faticava ad accettarla per via del suo aspetto multi-etnico”. Se così fosse, Alba si sarebbe avvicinata a una chiesa, non a Dio, e non è – come si vede dalle reazioni – la stessa cosa.
2. “Alcune persone ci hanno provato con me”, dichiara la povera Jessica. Succede anche nelle migliori famiglie, ma è curioso che a scandalizzarsi sia una donna di spettacolo, che nella vita deve aver visto ben di peggio di un approccio – magari ingenuo – in chiesa.
3. “il mio pastore ha detto che era colpa mia perché indossavo abiti provocanti, cosa assolutamente falsa. Mi ha fatto sentire colpevole ogni volta che per una qualche ragione ero desiderabile per gli uomini e mi ha fatto vergognare del mio corpo e di essere una donna”. O l’una, o l’altra: o indossava abiti che la rendevano “desiderabile” e valorizzavano il suo corpo, come sostiene nella seconda parte della frase, oppure il pastore dichiarava il falso, come sostiene nella prima.
4. “Già che c’era Jessica Alba ha fatto presente poco fosse d’accordo con le rigidità della Chiesa in materia di rapporti prematrimoniali”. Rivendica la sua libertà di provocare (pardon, “essere donna”), e non condivide nemmeno i principi (pardon, le “rigidità”, vocabolo certamente più vicino alla sensibilità di un’attrice) biblici. Molto cristiano.
5. Già che c’è, si esprime anche sulla Bibbia stessa: “non le piace neppure la mancanza di forti modelli femminili nella Bibbia: Ho pensato – ha concluso – che fosse una buona guida, ma che certamente non rappresentava come avrei voluto vivere la mia vita”.
Finalmente una dichiarazione chiara: la Bibbia non fa per lei, che desidera vivere la sua vita.

Chissà cosa ci cercava in chiesa e nella Bibbia: pillole di saggezza da usare alla bisogna? Un manuale di amore universale? Un cristianesimo “fai da te”?
Se è così, ha fatto benissimo a lasciare la chiesa. Ma non perché la chiesa era sbagliata o rigida (forse lo era): semplicemente era lei che aveva sbagliato indirizzo.

PS: una breve morale emerge anche per le chiese. Deve essere terribilmente difficile gestire la presenza di un personaggio famoso, sia per la sua presenza, sia per il suo retroterra culturale duro a morire. Teniamone conto prima di desiderare una presenza eccellente ai culti.

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Un'Alba al tramonto

Jessica Alba, attrice americana considerata una delle più sexy del mondo, abbandona la chiesa di “nati di nuovo” che frequentava. Lo riporta il sito di MTV, richiamando un articolo di Elle.

Al di là delle polemiche, la notizia vale una lettura approfondita.
1. Jessica Alba – scrive MTV – “si era unita ai cristiani rinati in cerca di conforto dopo aver compreso che la comunità latina faticava ad accettarla per via del suo aspetto multi-etnico”. Se così fosse, Alba si sarebbe avvicinata a una chiesa, non a Dio, e non è – come si vede dalle reazioni – la stessa cosa.
2. “Alcune persone ci hanno provato con me”, dichiara la povera Jessica. Succede anche nelle migliori famiglie, ma è curioso che a scandalizzarsi sia una donna di spettacolo, che nella vita deve aver visto ben di peggio di un approccio – magari ingenuo – in chiesa.
3. “il mio pastore ha detto che era colpa mia perché indossavo abiti provocanti, cosa assolutamente falsa. Mi ha fatto sentire colpevole ogni volta che per una qualche ragione ero desiderabile per gli uomini e mi ha fatto vergognare del mio corpo e di essere una donna”. O l’una, o l’altra: o indossava abiti che la rendevano “desiderabile” e valorizzavano il suo corpo, come sostiene nella seconda parte della frase, oppure il pastore dichiarava il falso, come sostiene nella prima.
4. “Già che c’era Jessica Alba ha fatto presente poco fosse d’accordo con le rigidità della Chiesa in materia di rapporti prematrimoniali”. Rivendica la sua libertà di provocare (pardon, “essere donna”), e non condivide nemmeno i principi (pardon, le “rigidità”, vocabolo certamente più vicino alla sensibilità di un’attrice) biblici. Molto cristiano.
5. Già che c’è, si esprime anche sulla Bibbia stessa: “non le piace neppure la mancanza di forti modelli femminili nella Bibbia: Ho pensato – ha concluso – che fosse una buona guida, ma che certamente non rappresentava come avrei voluto vivere la mia vita”.
Finalmente una dichiarazione chiara: la Bibbia non fa per lei, che desidera vivere la sua vita.

Chissà cosa ci cercava in chiesa e nella Bibbia: pillole di saggezza da usare alla bisogna? Un manuale di amore universale? Un cristianesimo “fai da te”?
Se è così, ha fatto benissimo a lasciare la chiesa. Ma non perché la chiesa era sbagliata o rigida (forse lo era): semplicemente era lei che aveva sbagliato indirizzo.

PS: una breve morale emerge anche per le chiese. Deve essere terribilmente difficile gestire la presenza di un personaggio famoso, sia per la sua presenza, sia per il suo retroterra culturale duro a morire. Teniamone conto prima di desiderare una presenza eccellente ai culti.

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La generazione dell’almeno

La Cassazione è stata chiara: non è colpa dei genitori se il figlio rifiuta la scuola. Mettetecela tutta, ma poi non datevi troppa pena: se di andare a scuola non vorrà saperne, avrete la coscienza a posto.

Eh già, signori, viviamo in uno stato di diritto, mica di polizia: nessuno può obbligare nessuno a fare alcunché. Le forze dell’ordine una volta “intimavano l’alt”: si diceva proprio così. Oggi, sempre per la cassazione, l’alt è diventato quasi un consiglio, e la polizia può fare poco o nulla per fermare l’auto che decide di proseguire la sua corsa. Una volta esisteva il mandato di comparizione: di fronte alla legge non c’era resistenza che tenesse, eravamo tutti obbligati a dire quel che sapevamo. Oggi abbiamo “l’invito a comparire”. E tra segreti d’ufficio, omissis, “facoltà di non rispondere” riveliamo solo quello che non vorremmo, e che i giornali pubblicano direttamente dagli atti secretati.
Una volta c’era la scuola dell’obbligo: se il bambino non ci andava, i genitori ricevevano una denuncia. Non era previsto, a quanto mi risulti, la facoltà di scelta per il bambino: la legge considera non a caso ancora oggi i minori privi di responsabilità giuridica, e soggetti alla “patria potestà”. Conquistate tutte le facoltà di fare, stiamo facendo passi da gigante nelle facoltà di NON fare. Non studiare, non lavorare, non rispondere, non assumersi le proprie responsabilità, non adempiere ai doveri, non comportarsi educatamente o – almeno – da buoni cittadini.

Il risultato? Nessuno paga. Si toglie la responsabilità del genitore nell’educare e ora anche nel mandare a scuola i figli, ma non si carica di questa responsabilità nessun altro. Eppure, oggi più di ieri, si parla di bambini “maturi”, “svegli”, “avanti” nel bruciare le tappe di una crescita tumultuosa e sregolata. Liberi di non fare, liberi di sbagliare, liberi di marcire intellettualmente davanti a una televisione, consolati dall’idea livellante di essere comunque più intelligenti di una pupa, e quindi di non essere i peggiori.

Dall’emulazione del primo della classe siamo passati in pochi anni alla soddisfazione di essere appena sopra la zona retrocessione; dalla promozione con l’otto siamo scaduti alla ricerca di un numero di debiti che permetta almeno di evitare la bocciatura; dalla soddisfazione abbondante alla risicata sopravvivenza. Siamo, insomma, di fronte alla generazione dell’almeno.

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La generazione dell'almeno

La Cassazione è stata chiara: non è colpa dei genitori se il figlio rifiuta la scuola. Mettetecela tutta, ma poi non datevi troppa pena: se di andare a scuola non vorrà saperne, avrete la coscienza a posto.

Eh già, signori, viviamo in uno stato di diritto, mica di polizia: nessuno può obbligare nessuno a fare alcunché. Le forze dell’ordine una volta “intimavano l’alt”: si diceva proprio così. Oggi, sempre per la cassazione, l’alt è diventato quasi un consiglio, e la polizia può fare poco o nulla per fermare l’auto che decide di proseguire la sua corsa. Una volta esisteva il mandato di comparizione: di fronte alla legge non c’era resistenza che tenesse, eravamo tutti obbligati a dire quel che sapevamo. Oggi abbiamo “l’invito a comparire”. E tra segreti d’ufficio, omissis, “facoltà di non rispondere” riveliamo solo quello che non vorremmo, e che i giornali pubblicano direttamente dagli atti secretati.
Una volta c’era la scuola dell’obbligo: se il bambino non ci andava, i genitori ricevevano una denuncia. Non era previsto, a quanto mi risulti, la facoltà di scelta per il bambino: la legge considera non a caso ancora oggi i minori privi di responsabilità giuridica, e soggetti alla “patria potestà”. Conquistate tutte le facoltà di fare, stiamo facendo passi da gigante nelle facoltà di NON fare. Non studiare, non lavorare, non rispondere, non assumersi le proprie responsabilità, non adempiere ai doveri, non comportarsi educatamente o – almeno – da buoni cittadini.

Il risultato? Nessuno paga. Si toglie la responsabilità del genitore nell’educare e ora anche nel mandare a scuola i figli, ma non si carica di questa responsabilità nessun altro. Eppure, oggi più di ieri, si parla di bambini “maturi”, “svegli”, “avanti” nel bruciare le tappe di una crescita tumultuosa e sregolata. Liberi di non fare, liberi di sbagliare, liberi di marcire intellettualmente davanti a una televisione, consolati dall’idea livellante di essere comunque più intelligenti di una pupa, e quindi di non essere i peggiori.

Dall’emulazione del primo della classe siamo passati in pochi anni alla soddisfazione di essere appena sopra la zona retrocessione; dalla promozione con l’otto siamo scaduti alla ricerca di un numero di debiti che permetta almeno di evitare la bocciatura; dalla soddisfazione abbondante alla risicata sopravvivenza. Siamo, insomma, di fronte alla generazione dell’almeno.

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Prospettive occidentali

L’India vieta il lavoro per i ragazzini sotto i 14 anni, ma le Ong si ribellano: così i bambini finiranno per strada.

Spesso la globalizzazione ci porta a reazioni sconnesse. Sconnesse da un contesto, e più precisamente dal LORO contesto. Abbiamo assistito, nel corso degli ultimi anni, a numerose “prese di coscienza” da parte della società occidentale. Una società che paga lo scotto di generazioni passate ad arricchirsi sfruttando i paesi poveri, certo, ma che ora rischia di passare all’estremo opposto, che non è l’aiuto ma il piagnisteo, la compassione a senso unico, l’assistenza inefficace. Negli ultimi anni ci sono gruppi che hanno fatto proprie varie battaglie di questo genere: ci si lamenta e si sbeffeggia di chi “esporta” la democrazia, ma poi non ci si preoccupa se qualcuno vuole imporre usi, costumi, situazioni e conquiste occidentali a una realtà completamente diversa. È una tara occidentale, del resto: ci crediamo i migliori, viviamo nel migliore dei mondi possibili, abbiamo le soluzioni per raggiungere una qualità della vita “dignitosa”. In realtà spesso dovremmo guardare prima alle condizioni dei nostri lavoratori, e non parlo tanto delle fabbriche, ma anche di quei lucidi call center dove i giovani lavorano per un tozzo di pane. Se poi vogliamo proprio guardare al resto del mondo, prima togliamoci gli occhiali del salvatore del pianeta, quello sguardo ipocritamente paterno del turista per caso che, scrutando volti, mezzi di locomozione, architetture dei paesi in via di sviluppo non può fare a meno di pensare quanto siamo più evoluti.

Fino a due generazioni fa in Italia lavoravano anche i bambini. E senza contratto di lavoro. Non parliamo dell’Ottocento, ma degli anni Cinquanta. Era perfettamente normale, in un’azienda agricola – o, come si dice da sempre, una fattoria – vedere tutti, dai più piccoli agli anziani, adoperarsi per il raccolto. Senza forzature e senza drammi, anche se la vita – e, come diremmo oggi, le condizioni di lavoro – erano dure. Non c’era la 626 a tutelare gli operatori, non c’erano cartellini, orari, contratti, sindacati, scioperi o Ong. I bambini studiavano, e nel resto del tempo vivevano mescolando il lavoro – compatibile con la loro età – con il gioco.
Solo oggi crediamo che i bambini non possano, debbano, vogliano fare niente, che l’infanzia vada tutelata a colpi di ignavia, che la pigrizia sia una virtù da inculcare, salvo poi lamentarci nel vedere una generazione che “non vuole fare niente: non studia, non lavora, non conosce il valore dei soldi, disprezza i genitori che lavorano come muli per garantire loro tutti gli agi”.

In India non sono arrivati a queste strabilianti scoperte, e sono a una fase precedente: per mangiare, una famiglia ha bisogno di lavorare. E se il lavoro è inadatto ai genitori, provati da anni di attività dure, allora possono farlo i bambini.
“Quando comprate un paio di scarpe di note marche americane, ricordatevi che sfruttano il lavoro minorile”, denunciano certi benpensanti interessati più alla coscienza occidentale che alla sussistenza orientale.

Ricordatelo pure: su quelle scarpe hanno lavorato dei bambini. Ma ricordate anche che, grazie a quelle scarpe, una famiglia indiana sta mangiando anche oggi. E poi decidiamo cosa fare.

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Veri rappresentanti

E così, stando allo scoop delle Iene, un parlamentare su tre si droga, in maniera più o meno pesante. In fondo la notizia non stupisce più di tanto: anche senza voler andare a vedere le leggi approvate, basta considerare che nell’alta società gli stupefacenti (quelli di classe, per carità) sono diffusi come in tutti gli altri ambienti.

Ciò che stupisce, semmai, è la reazione. Forse siamo troppo ottocenteschi, legati a un’idea di onore e buon esempio che resiste a stento di fronte alla grevità dell’era-reality. Però non ci sognamo di chiamare seriamente “generale” chi non lo è, né di chiamare “santo” chi non rientra nella categoria. Per lo stesso motivo se chiamiamo una persona “onorevole” ci piace pensare che lo sia. Che uno su tre abbia hobby stupefacenti, già rischia di destabilizzare la nostra convinzione. Ma che anche si lamenti per la rivelazione, demolisce ogni possibile attenuante.

La risposta che ci saremmo aspettati dai più sarebbe stata quella espressa da Pellegrino (Verdi): non ho niente da nascondere, rifarei il test senza problemi. Non accamperei motivazioni quantomeno curiose, se non ridicole, tirando in ballo la legge sulla riservatezza, o addirittura il pericolo perché persone non autorizzate sono in possesso del dna dei parlamentari. Quando sappiamo tutti che ogni nostro dato è schedato, ogni nostro movimento controllato, ogni nostro contatto verificato, ogni nostro movimento viene “tracciato”. Il dna è l’ultimo dei problemi, in una società dove un giornalista ignoto sente fischiare un larsen quando parla al telefono (quantomeno mi posso ancora permettere di prendere bonariamente in giro l’imperizia dei nostri 007, ma è una magra consolazione). Figurarsi un parlamentare.

No, il problema è altrove, e si chiama esempio. Non si possono chiedere sacrifici dall’alto di una disponibilità economica nemmeno sognata dalla popolazione media. Non ci si può indignare contro l’immoralità, quando la si pratica. Non si può chiedere un comportamento più “pulito”, quando si è i primi a non praticarlo. E non ci si può stupire, allora, se sono oltre due milioni gli italiani che usano sostanze stupefacenti.

Sarà la nostra formazione ottocentesca, ma a ogni scandalo ci indignamo: ci illudiamo ancora che il parlamentare sia – e debba essere – un esempio. Invece, ahinoi, si dimostra ogni giorno di più un rappresentante del popolo che lo ha eletto. Un rappresentante decisamente verosimile.

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Poveri miliardari

Una storia tanto perfetta da sembrare artefatta: il magnate russo che mette in scena la sua morte per vedere le reazioni dei suoi “fedelissimi”, e scopre che proprio tanto affezionati non sono. A partire dalla moglie, che non ha dubbi nello staccare la spina e si consola subito con il socio del defunto, per arrivare ai manager e ai dipendenti, osannanti quando il capo è in vita, ma pronti a fare il salto della quaglia appena se ne va per sempre (o almeno, quando pensano sia così).

Morire già è un bel trauma, per chi non ha il sostegno della fede e quindi una certezza per il suo futuro. Morire e venir traditi deve essere doppiamente drammatico, per chi se ne va senza una speranza.

Chissà – se la storia è vera – cosa sta facendo ora il riccone russo, novello Mattia Pascal: se ha licenziato tutta la sua corte, moglie inclusa. E se sì, chissà se spera di trovare persone più fedeli, oppure se si è rassegnato all’idea che i rapporti tra esseri umani sono basati solo sulla quantità di credito di cui il più agiato può disporre.

Magari, prima dell’esperimento, per il suo trapasso – quello vero – aveva pensato a tutto, dall’abito firmato alla bara di lusso, fino al mausoleo che ricordasse le sue gesta. Invece, a un semplice test, tutto si è sgretolato di fronte a una certezza: nessuno piangerà una lacrima per me, e la mia memoria resterà relegata al freddo del marmo che ho costruito io stesso, alla magnificenza di una cerimonia di addio, a qualche commemorazione formale e, al limite, alla targa di una via, destinata magari a prendere il nome di un altro alla prima rivoluzione. Chissà se valeva davvero la pena di scoprire che nessuno l’avrebbe rimpianto, o se sarebbe stato meglio restare nell’illusione di una corte di fedeli amici, tanto una volta defunto non gli sarebbe più importata un’eventuale smentita nei fatti.

Ma forse, alla fine, la paura di morire passa in secondo piano rispetto a quella di essere dimenticati.

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Mezze verità punk

Il Giornale, con un servizio, riferisce del fenomeno del “punk cristiano”, di cui peraltro si parla anche questa sera su La7 nella puntata di esordio delle “Invasioni barbariche”.

Anche senza voler essere bacchettoni, emerge un quadro poco consolante: non tanto per il “colore” dell’abbigliamento che questi punkettari, quanto per il modo di proporsi. Insomma: tutto è lecito per la fede, sembrano dire questi rockettari cristiani.

Per carità: diciamo sempre e con forza che è giusto essere elastici, è opportuno essere testimoni del vangelo nel nostro tempo e non vivendo come trent’anni fa, è necessario cogliere gli spunti e comprendere le tendenze della società che ci circonda per avere gli strumenti adatti a rispondere alle esigenze della generazione in cui viviamo.

Però l’impressione è che questi punkettari, troppo presi nell’allargare la prospettiva, abbiano dimenticato che anche la fede ha i suoi limiti, che per un cristiano dovrebbero essere dettati dalla Bibbia e dalla guida dello Spirito. Il problema è che, se i nuovi farisei enfatizzano la prima, mettendo in secondo piano la seconda, molti post-evangelici, tra un’ondata e l’altra, hanno deciso di usare la prima per giustificare la seconda, prescindendo dal buonsenso e anche da un’esegesi che non si pretende colta, ma almeno ragionevole.

Non parliamo di abbigliamento e accessori: capelli rasta, vestiti sdruciti, catenoni al collo, piercing, tatuaggi “da ergastolani” non portano in cielo, né trattengono a terra: semmai sono sintomo di un disagio diverso. Il problema di fondo è la prospettiva di questi gruppi, spesso molti giovani, se non d’età quantomeno nella fede, sono poco solidi sul piano dottrinale, e lo si intuisce da certe affermazioni riportate nell’articolo. Riporta Il Giornale che «Austin Williams, che è pastore della Underground Church di New York, si addentra perfino nella citazione di Isaia, che disse: “Dio fece il bene e il male”, sottintendendo che anche la negatività è un frutto divino da amare». Messa così, pare quasi che nelle parole di Isaia si riscontri un concetto di filosofia orientale, dove l’amore universale deve comprendere anche il male, magari perché fa parte di una prospettiva olistica della propria esistenza. Cosa che, evidentemente, non rappresenta le intenzioni del profeta (volte ad accreditare l’onnipotenza di Dio) né, a ben guardare, le intenzioni della Bibbia stessa, che invita spesso a “odiare il male e camminare nel bene”.

Ancora, si segnalano nell’articolo «musicisti con la cresta pronti a dire “il sesso è una cosa santa”»: è corretto, ma senza un degno contesto perde il suo valore rischia di venir frainteso (sia il sesso, sia la frase).

E poi i Pod, «un gruppo ruvido come le rotaie del Bronx, dichiaratamente “cristiano” e capace di dire senza imbarazzi che “Dio ha creato la personalità di tutti noi”»: vero in linea di massima, ma questo non deve sottointendere una giustificazione, per niente cristiana, a egoismo, intolleranza, odio verso il prossimo. Quando un cristiano sceglie di seguire Dio abbandona il suo vecchio io, e accetta che il suo carattere (corrotto dalla propria malvagità) venga plasmato da Dio stesso, giorno dopo giorno. Ben diverso dal dire “Questo sono io, così mi ha fatto Dio”, concetto che potrebbe emergere se la frase resta senza un degno completamento.

Non è un buon servizio, quello dell’artista cristiano che sostiene queste mezze verità: da un lato darà adito a fraintendimenti da parte dei suoi fan; dall’altro darà il destro ai detrattori, a chi crede che la vita cristiana si sia fermata al XIX secolo e tutto ciò che varca gli anni Sessanta sia da guardare con santo disgusto. Una mezza verità che porta un doppio problema.

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