Archivio mensile:novembre 2006

Creazionisti da museo

“Il parco giochi anti Darwin” è stato visitato dalla giornalista della Stampa, Giovanna Zucconi; si tratta di un museo creazionista, aperto vicino a Cincinnati (ovviamente negli Stati Uniti), con lo scopo di convincere che “La Bibbia è vera, non ci sono dubbi!”, mentre le teorie dell’evoluzione sono una “velenosa bufala”, come scrive la Zucconi. 17mila metri quadrati per 25 milioni di costo, una squadra di operai cui è stato richiesto, per contratto, di credere nel creazionismo.

Per chi non sia addentro all’argomento, il creazionismo è quella corrente di pensiero, di origine cristiana, che crede fermamente nella creazione dell’universo (e di tutto ciò che contiene) da parte di Dio, e la creazione delle specie così come le vediamo oggi; si oppone all’evoluzionismo, che invece sostiene la teoria dell’origine casuale di tutto, e della successiva evoluzione delle specie. Questo, ovviamente, semplificando, perché le posizioni sono articolate su entrambi i fronti: ci sono, per esempio, creazionisti che credono fermamente nella creazione in sei giorni solari, e altri che considerano i sei giorni citati nella Genesi come ere, ci sono evoluzionisti che credono in Dio ma nonostante questo ritengono che un’evoluzione delle specie ci debba essere stata.

Di musei sull’evoluzionismo ce ne sono, specie se, per estensione, consideriamo la scienza stessa come una ricerca in chiave evoluzionista; l’idea di un museo creazionista è tutto sommato una contraddizione in termini, dato che – se la Bibbia ha ragione – è inutile cercare appigli scientifici per confermare la fede, dato che la fede si basa proprio sulla “dimostrazione di cose che non si vedono”. La scienza può essere utile, questo sì, per comprendere meglio l’azione divina: proprio cinquant’anni fa usciva un libro, purtroppo esaurito e fuori produzione, di uno studioso, Keller: si intitolava “La Bibbia aveva ragione” e dava una dimostrazione scientifica alle affermazioni delle Sacre Scritture.

Meno utile, e forse controproducente, è invece forzare la scienza a dimostrare la fede: definire i T-Rex “il terrore scatenato dal peccato di Adamo”, o sostenere posizioni revisioniste e semplicistiche sugli ominidi (qualsiasi cosa siano) non è confermare la Bibbia, ma sceneggiarla. Non abbiamo bisogno di giustificare la Bibbia: qualcuno ha tentato di sostenere l’Arca del Patto, e non è finita bene. Semmai, questo sì, nostro compito è quello di farla ascoltare, la Bibbia, esponendola nel modo più corretto, preciso, competente, attinente al contesto. Le esagerazioni rischiano di provocare l’effetto opposto, e far considerare noi come cristiani da parco giochi, inverosimili e fastidiosamente faciloni. E la nostra fede come una congerie di amenità di dubbia origine.

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Eroi italiani

Per gli italiani è Garibaldi l’eroe di tutti i tempi: lo si evince da un sondaggio del Tg1, che mette in classifica anche Alessandro Magno e Salvo D’Acquisto, Giulio Cesare e addirittura Che Guevara. Al sesto posto il primo cristiano: Martin Luther King, seguito da Gandhi. In buona posizione anche Karol Wojtyla e Teresa di Calcutta.

Fin da bambini ci insegnano a pensare “per eroi”: stilare classifiche di preferenza, organizzare il pensiero secondo categorie, prendere esempio da personaggi di cui però nessuno ci spiega un granché. Alla domanda sul proprio eroe gli italiani hanno detto Garibaldi, ma – se è vero che i nostri politici non sapevano quando si è svolta la Rivoluzione francese -, va messo in dubbio la reale conoscenza del personaggio. Sorprende la presenza di D’Acquisto, carabiniere che durante la guerra si è sacrificato per salvare la popolazione: potenza della tv e del recente telefilm su di lui. E la potenza della comunicazione ha fatto salire in classifica anche personaggi come Wojtyla, morto troppo di recente per aver consolidato la sua presenza nell’immaginario collettivo.

Stupisce questo sì, la quasi totale assenza di punti di riferimento cristiani, che non siano noti prevalentemente per le loro battaglie sociali: Teresa di Calcutta, notoriamente impegnata con i più poveri, e Martin Luther King, noto per le sue battaglie contro la discriminazione razziale più che per il suo impegno di pastore d’anime.
Stupisce, ma fino a un certo punto: in una società che non si rivolge a Gesù nemmeno per la preghiera (basti vedere il sondaggio di Famiglia Cristiana), difficilmente ci si ricorderà di lui per ispirarsi al suo esempio la propria vita. E tantomeno ci si rifarà a Paolo, Pietro, Mosè, Abrahamo. Se tra i nostri esempi non ci sono anche uomini di fede, sarà difficile sostenere di essere cristiani. E, a quanto pare, per gli italiani la fede – e gli eroi da imitare – sono l’ultimo dei pensieri.

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Reliquie

“La grande truffa delle reliquie”: su Internet dilagano le aste del sacro, negli USA i cattolici sono in rivolta.

Dall’articolo che compare sulla Stampa pare proprio che ancora oggi, a più quattro secoli di distanza dalla riforma luterana, il commercio delle reliquie abbia ancora un buon mercato. E dire che proprio le reliquie, insieme alle indulgenze, hanno avuto una parte non secondaria – lo segnala lo stesso quotidiano – nella decisione di Lutero.

In merito alle reliquie, scopriamo che sono di due tipi: da un lato ci sono i classici resti umani, dall’altro le reliquie “per contatto”, ossia frammenti di abiti indossati dal presunto intercessore. La chiesa cattolica pare abbia detto basta: il mercimonio di questi oggetti è definito dal diritto canonico “un sacrilegio”, e come tale vietato.

Peccato che il problema, a quanto pare, sia solo economico. Perché è vietato acquistare o vendere reliquie, ma non è scoraggiato il loro uso, tanto che il Vaticano, nel mettere in guardia dall’acquisto di presunti oggetti appartenuti a Giovanni Paolo II, segnala che “le reliquie riconosciute di Wojtyla sono a disposizione, gratuitamente, presso il Vicariato di Roma, di tutte le persone in difficoltà che ne facciano richiesta”. E spiega che si tratta di “immaginette con una preghiera di intercessione e un frammento di tessuto di una delle sue tonache”.

Il cuore del problema resta lo stesso: la reliquia come strumento magico di contatto con un morto che, in virtù della propria santità dimostrata in vita, potrebbe sveltire le pratiche per noi, per le nostre malattie, per i nostri problemi.
Probabilmente qualunque sacerdote sottolineerebbe che l’unico mediatore è Cristo; gli altri, semmai, sono intercessori. Come se in cielo ci fosse bisogno di raccomandazioni.

Non è sbagliato, sia chiaro, ricordare e prendere a modello un servo di Dio. Le chiese evangeliche, in questo, peccano nell’eccesso opposto, dimenticando qualsiasi esperienza del passato per evitare che diventi oggetto di culto. In realtà tanti personaggi cristiani del passato, anche post-biblico, sono ottimi esempi. Premesso che l’esempio per eccellenza resta Gesù, non è sbagliato ricordare chi ci ha preceduto, e magari trovare ispirazione nel suo comportamento o nei suoi scritti; sarebbe altrimenti curioso notare che tutti i figli di credenti hanno nomi biblici.

Quel che è sbagliato è farne un culto, considerarli eroi, perdere la prospettiva. E, soprattutto, considerarli in grado di intercedere per noi: cosa che, in paradiso, non si sognano nemmeno di fare. Questo, ovviamente, stando alla Bibbia. Almeno per chi non la considera ancora come una semplice reliquia.

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Natale e film

Natale, tempo di film. “Arriva Nativity, kolossal religioso nel solco di Gibson”, titola oggi il Giornale a tutta pagina, parlando in anteprima del film che arriverà nelle sale il primo dicembre e che ovviamente parlerà della nascita di Cristo. Come per tutti i film ci sarà chi contesterà la scarsa ispirazione rispetto alla Bibbia e la concessione alle tradizioni, e chi invece apprezzerà lo sforzo, tentando di realizzare, a margine della pellicola, il massimo risultato sul piano evangelistico.

Vero è che a natale, o quantomeno a dicembre, c’è una maggiore sensibilità verso le tematiche di fede. Quindi ben venga un film cristiano, anzi, un film che racconta proprio la natività.

E, oltretutto, verrebbe da dire “finalmente”. Qualcuno probabilmente non ci avrà fatto caso, ma negli ultimi anni il natale era diventato una festa per le famiglie anche dal punto di vista cinematografico, e i film che andavano per la maggiore erano le commedie scollacciate all’italiana o – nella migliore delle ipotesi – i disegni animati che quantomeno sollecitavano alla larga i buoni sentimenti, per non dire i valori.

Quindi, tra i tanti film fuori contesto che vedremo a natale, ben venga un film capace di far ricordare la nascita di Cristo anche ai tanti cristiani nominali che hanno una grande confusione nella testa. Speriamo che aiuti a far ricordare uno degli eventi più rilevanti della storia. E speriamo che chiarisca le idee ai tanti convinti che Gesù fosse riscaldato da un bue e da un asinello, ai tanti convinti che i magi fossero tre e avessero perfino dei nomi, ai tanti che sostengono l’esistenza della stella cometa, e così via.

Soprattutto, speriamo che sia un punto di partenza per una riflessione profonda sul proprio essere cristiani. Una riflessione che non si spenga all’uscita del cinema.

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Non è un gioco

E ora anche “Gli esclusi” ha il suo videogame. Fa parte di una tattica di marketing ormai consolidata: quelli che escono non sono semplici film, ma veri fenomeni di costume. Una volta, al massimo, si trovavano un paio di peluche dedicati ai protagonisti o qualche modellino delle astronavi presenti nella pellicola; ora, invece, l’attenzione per programmi, film, reality è a 360 gradi e comprende siti internet, forum per i fans, cd con i brani o le colonne sonore, giochi di ruolo, libri (una volta era il contrario: dal libro nasceva il film), gadget, guide e diari dei protagonisti (come per “Notte prima degli esami”), giornali dedicati, pubblicazione successiva di “dietro le quinte” e stralci inediti (come per il “Codice da Vinci”), interazione con i protagonisti. E, non ultimi, ecco i videogiochi relativi ai film d’azione. “Left behind” decisamente ispirava uno sviluppo elettronico: troppo appetitoso, per lasciarlo sfuggire, il tema del confronto tra bene e male, dei fatti (o supposti fatti) degli ultimi tempi, di quando i cristiani verranno rapiti in cielo e sulla terra comincerà la tribolazione.

“Left behind” è una nutrita collana, ormai, e anche di film; sui contenuti, sul mix tra profezie bibliche e fantasia, sull’interpretazione arbitraria dei testi apocalittici si può discutere a lungo, e già si discute da lungo tempo (negli appositi forum, ovviamente). Sarebbe inutile stare a parlarne, se l’Apocalisse risulta criptica un motivo ci sarà.

Però è interessante vedere come si può banalizzare in chiave elettronica aspetti importanti e delicati come quelli della vita cristiana: “Ai giocatori è richiesto di reclutare, e convertire, un esercito che dovrà sostenere un conflitto fisico e spirituale con l’anticristo e i seguaci del male. Lungo la strada, i giocatori raccolgono punti spirituali che sono essenziali per la vittoria”.

Convertire, visto dal computer, sembra quasi un gioco. Certo, si parla di ultimi tempi e di fatti che non viviamo ancora, ma la semplificazione resta la stessa. Portare il vangelo non è una battaglia: sarebbe troppo facile. È qualcosa di più complesso, che richiede attenzione al contesto, preparazione biblica, cura dei particolari, psicologia per comprendere il bisogno di chi sta di fronte a noi. E, soprattutto, portare il messaggio del Vangelo che richiede amore per la persona che non conosce Dio, compassione, sim-pathia, nel senso greco di coinvolgimento nei suoi problemi: non, quindi, sentimenti di vendetta, di conquista, di rapina.

Il messaggio del vangelo non è un assalto alle anime, è un massaggio alle anime.

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Greco e moderno

“Salvate il greco e il latino”: un invito che arriva da Roma e che non dovrebbe lasciare indifferenti nemmeno gli acattolici. È naturale che sia il vaticano a preoccuparsi in primo luogo per la sempre minore conoscenza delle lingue classiche? Apparentemente sì, dato che lo si considera il principale depositario della cultura classica europea. Eppure tutti i cristiani dovrebbero sentire il peso per la perdita di contatto con il greco (principalmente; ma anche con il latino).
Nei giorni scorsi è stata festeggiata – o, a seconda dei casi, dimenticata bellamente – la festa della Riforma, quel 31 ottobre 1517 dal quale si fa partire convenzionalmente l’entrata in scena delle tesi di Lutero. Una riscoperta della Sacra Scrittura come testo principe per il cristiano, per ogni cristiano, per ogni singolo cristiano. La riscoperta dell’impegno morale (e spirituale) a restare in contatto con il messaggio che Dio ha lasciato all’uomo attraverso i suoi servi, un messaggio sempre attuale, un messaggio valido ancora oggi, e che quotidianamente parla a ognuno dei suoi figli.

Eppure per garantire la modernità e la comprensibilità di questo messaggio a quasi duemila anni di distanza dalla chiusura definitiva del canone (ossia, dalla redazione dell’ultimo libro della Bibbia), è necessario tuffarsi nell’antico. Sembra un paradosso: per consentire alla società contemporanea di leggere la Bibbia in lingua corrente, bisogna conoscere e padroneggiare il testo originale. Non basta la capacità di scorrere l’alfabeto greco, né è sufficiente un testo interlineare per scoprire la corrispondenza dei vocaboli. È necessario essersi esercitati sui classici, conoscere grammatica e sintassi, dominare i “false friends”, vocaboli che nelle due lingue sembrano simili ma hanno significati completamente diversi tra loro.

Non basta improvvisarsi conoscitori, e non basta nemmeno la passione: per conoscere il greco serve lo studio, la logica, l’applicazione, l’esercizio. Se il liceo classico è un primo passo, ma è solo un’infarinatura, si capisce la scarsa utilità di un corso rapido.

Il greco va salvato, altroché. Basti pensare a cosa sarebbe la nostra comprensione della Bibbia se dovessimo usare come traduzione quella di Diodati del Seicento, con vocaboli in disuso e altri che hanno ormai assunto significati diversi da quello che si usa oggi. Ne va quindi non solo della nostra cultura, delle nostre radici. Ne andrà della nostra fede, se domani non avremo qualcuno in grado di rendere nella maniera più corretta il significato della Parola di Dio.

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Stando a un articolo pubblicato su diverse testate (tra cui TgCom) 150 chiese degli Stati Uniti hanno incluso brani degli U2 nel loro repertorio domenicale. Per chi non li conoscesse, gli U2 sono una band irlandese tra le più note al mondo, i cui brani imperversano da almeno vent’anni nelle classifiche di tutto il mondo.

“Le loro canzoni sono piene di messaggi religiosi”, ha spiegato uno dei pastori che hanno portato avanti nella propria chiesa questa iniziativa. E in effetti nei brani degli U2 si trovano spunti di riflessione interessanti, anche sul piano spirituale. Quel che ci si può chiedere, realisticamente, è se sia davvero il caso di proporli alla domenica. Certo, se l’obiettivo del culto domenicale è attirare i giovani, allora la scelta è addirittura retrò: meglio l’iniziativa del pastore episcopale di New York, che organizza culti a cielo aperto a suon di hip hop.

Magari è solo questione di termini che non combaciano. È sicuramente giusto portare e spiegare il messaggio di speranza dell’evangelo alle persone, parlando la loro lingua e immedesimandosi nella loro cultura: l’ha fatto anche l’apostolo Paolo. Purché, beninteso, il messaggio sia poi chiaro e non stemperato – o addirittura compromesso – dal mezzo o dal linguaggio usato.

Qui, però, si sta parlando di culto. E il culto è un’altra cosa. Purtroppo nella nostra epoca perdiamo il senso dei termini, e questo porta a equivoci di fondo. Se chiediamo a un cristiano qualsiasi cosa significhi “culto”, probabilmente risponderà “riunione”. Una metonimia che nasce per il fatto che alle riunioni cristiane si celebra un culto, ma i due concetti sono diversi tra loro.
Il culto è l’adorazione di qualcuno o qualcosa. Non a caso anche in campo secolare si parla di “oggetti di culto”, “programmi di culto” etc.
Il culto cristiano è, quindi, l’adorazione di Dio. Che si svolge in un’apposita riunione.
Nell’ambito del culto, non è Dio a venire incontro all’uomo, né il cristiano a comunicare il vangelo al non credente nella maniera più appropriata: il culto porta l’uomo verso Dio, e quindi ogni gesto, strumento, parola deve rivolgersi in quella direzione. L’emozione lascia spazio all’intimità, la musica non conduce ma accompagna, il rumore lascia spazio al silenzio.
Non è più un rapporto orizzontale, tra uomo e uomo, ma verticale, tra uomo e Dio.

Visto questo, risulterebbe quindi curioso cantare “I still haven’t found what I’m looking for”, non ho ancora trovato quel che sto cercando, durante un culto: sarebbe quantomeno ingrato verso Dio, che invece ci ha fatto trovare quel che cercavamo, eccome. Il brano può essere, questo sì, un buono strumento per far riflettere nel corso di un’evangelizzazione. Ma, va da sé, è un’altra cosa.

Il culto non è il coinvolgimento delle persone venendo incontro ai loro gusti, ma piuttosto un momento capace di portare le persone a un più alto obiettivo. C’è ancora bisogno di hip hop e U2?

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