Archivio mensile:dicembre 2006

Un anno in un’ora

E, giorno dopo giorno, mese dopo mese, siamo arrivati anche all’ultima puntata del 2006. Un anno che abbiamo seguito quotidianamente insieme, con l’obiettivo di informare, approfondire, commentare con voi i fatti principali che man mano la cronaca, la politica, il costume, la società, la religione ci mettevano davanti.

E di fatti significativi, come ogni anno, ce ne sono stati tanti. Difficile dimenticare gli incidenti scatenati dalle ormai tristemente note vignette su Maometto pubblicate in Danimarca, e qualche mese dopo le polemiche del mondo musulmano al discorso pronunciato da Benedetto XVI all’Università di Ratisbona: segno che accanto all’Islam della convivenza esiste un Islam particolarmente sensibile, per non dire irascibile.

E poi i timori per la diffusione dell’aviaria, prima urgenti e poi dissoltisi da un giorno all’altro, segno di come ci si possa fidare poco dei media.

Sul fronte della cronaca c’è stato il rapimento e l’uccisione del piccolo Tommaso Onofri, che ha fatto indignare tutto il paese; in Austria si è vista la fuga di Natascha Kampusch dopo otto anni di prigionia, con risvolti ancora da chiarire. Abbiamo visto purtroppo anche l’incidente della metropolitana a Roma che ha visto la morte di una donna e 235 feriti.

E ancora, la cattura del boss Bernardo Provenzano latitante da 43 anni, ma anche l’arresto clamoroso di Vittorio Emanuele di Savoia.

Sullo scenario internazionale c’è stata la condanna a morte di Saddam Hussein, la morte di Augusto Pinochet in Cile e di Slobodan Milosevic, già leader serbo, tra i responsabili delle recenti e dolorose guerre balcaniche; negli Stati uniti i Democratici americani si sono aggiudicati le elezioni di medio termine, conquistando Camera e (a filo) il Senato, ma si sono registrate anche le dimissioni di Donald Rumsfeld.

In Italia la politica è stata inquieta come sempre: dopo una campagna elettorale lunga mesi, la vittoria alle elezioni è andata all’Unione, ed è cambiata la geografia del Parlamento con Fausto Bertinotti presidente della Camera e Franco Marini presidente del Senato; è seguita l’elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica (proprio domenica sera sentiremo il suo primo discorso di fine anno); c’è stato un referendum che ha segnato la sconfitta della devolution.

Anche lo sport ha avuto il suo spazio sui giornali, con lo scandalo di “calciopoli” e le penalizzazioni che hanno fatto parlare per mesi. Certo, forse l’immagine che ricorderemo di più su questo fronte è stata quella della vittoria ai mondiali in Germania: ancora oggi si vedono tricolore appesi fuori dalle finestre, in ricordo di quella serata d’estate che ha segnato la fine del digiuno della Nazionale. Un momento effimero, ma pur sempre di gioia.

E poi, gli addii: la scomparsa di Oriana Fallaci, di Bruno Lauzi, di Mario Merola, per citarne solo alcuni.

Anche in campo cristiano abbiamo visto momenti di rilievo. Uno su tutti: l’azione delle chiese torinesi in occasione delle Olimpiadi invernali. Unita, compatta, efficace per portare il messaggio del vangelo. Insperabilmente riuscita.
E poi convegni, dischi (una ventina, e di qualità sempre migliore), coordinamenti: in poche parole, il desiderio di fare sempre di più, e sempre meglio, insieme. E non è poco.

Ma non possiamo guardare solo in casa nostra. Anche nel corso del 2006 ci sono state migliaia di cristiani perseguitati, vessati, maltrattati. Dalle autorità, dagli estremisti, da forze militari irregolari. O anche solo dalle loro famiglie. Chiese bruciate, cristiani arrestati, intimiditi, missionari uccisi. Un quadro decisamente non positivo, che non possiamo, né vogliamo, dimenticare.

Fatti positivi e negativi in questo 2006, come sempre. Come nella vita di ognuno di noi. Per qualcuno l’anno si chiude bene, con soddisfazioni personali, professionali, spirituali. Per altri è stato un anno di crisi, almeno in parte, o magari è stato un anno positivo che però, nell’ultimo periodo, ha preso una piega negativa.

Dicevamo che la memoria difettosa è un aspetto negativo. Vero. Ma ha anche i suoi risvolti positivi. Con il tempo ogni questione si stempera, ogni prospettiva si appiattisce, e resta solamente ciò che davvero conta. Il tempo perso in posta quella mattina di marzo si dimentica, anche se in quel momento sembrava infinito. Gli incontri importanti invece caratterizzeranno a lungo la nostra vita, anche se magari domani non ricorderemo esattamente quando e come abbiamo incontrato quelle persone.
Anche il dolore di oggi, i momenti critici, probabilmente a fine 2007 assumeranno un colore diverso. Magari saranno solo un ricordo. O magari non saranno passati, ma avremo una prospettiva diversa, più matura, che ci permetterà di affrontarli in maniera migliore.

Ecco, per il 2007 a ogni credente auguro proprio questo: di approfondire la propria relazione personale in maniera con Dio in una chiave sempre più diretta e spontanea. E di entrare nella sua prospettiva, per comprendere davvero quel che ci succede, e convincerci profondamente (e non solo pro forma) che quel che accade – nel bene e nel male – ha un senso, a breve o a lungo termine, anche se al momento non siamo in grado di comprenderlo.

A chi non ha, o non ha mai approfondito, il proprio rapporto con Dio, sarebbe banale augurare di farlo: è il messaggio che diamo ogni giorno. Ma è la cosa migliore che si possa augurare è proprio questa. E che possiate trovare, nel 2007, le risposte giuste al momento giusto.

Per quanto riguarda noi, va bene così. Se ricordate, non sapevamo se saremmo arrivati alla fine del 2006. Un altro traguardo, formale quanto si vuole, è raggiunto. Ci saremo ancora domani? Ci saremo per tutto il 2007 o solo in parte? Dio lo sa. Potrebbe sembrare una minaccia, ma per il credente è invece una speranza. E la speranza migliore.

——

Buon anno a tutti coloro che ci hanno scritto in questo periodo, e che sarebbe lungo riportare qui. Buon anno a chi è in crisi, e magari passerà l’ultimo dell’anno da solo. Non mollare, c’è speranza. La vita vale sempre e comunque la pena di essere vissuta.

E infine grazie…

a chi ci ha criticato: speriamo di aver fatto tesoro delle vostre osservazioni.
a chi ci ha apprezzato: sei stato importante, specie nei momenti più difficili.
alla mia famiglia, che sopporta la distanza.
ai miei colleghi: Walter, Marco, Jonny, Anna, Luigi, Rocco, Francis…
ai nostri collaboratori, tanti e preziosi.
ai fratelli che incontriamo ogni settimana e a quelli che vediamo di rado, ma con cui abbiamo un rapporto speciale.
a chi mi sopporta ogni giorno, e senza cui la mia vita non sarebbe la stessa.
a tutti voi, che mi avete permesso di accompagnarvi giorno dopo giorno in questo 2006.

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Un anno in un'ora

E, giorno dopo giorno, mese dopo mese, siamo arrivati anche all’ultima puntata del 2006. Un anno che abbiamo seguito quotidianamente insieme, con l’obiettivo di informare, approfondire, commentare con voi i fatti principali che man mano la cronaca, la politica, il costume, la società, la religione ci mettevano davanti.

E di fatti significativi, come ogni anno, ce ne sono stati tanti. Difficile dimenticare gli incidenti scatenati dalle ormai tristemente note vignette su Maometto pubblicate in Danimarca, e qualche mese dopo le polemiche del mondo musulmano al discorso pronunciato da Benedetto XVI all’Università di Ratisbona: segno che accanto all’Islam della convivenza esiste un Islam particolarmente sensibile, per non dire irascibile.

E poi i timori per la diffusione dell’aviaria, prima urgenti e poi dissoltisi da un giorno all’altro, segno di come ci si possa fidare poco dei media.

Sul fronte della cronaca c’è stato il rapimento e l’uccisione del piccolo Tommaso Onofri, che ha fatto indignare tutto il paese; in Austria si è vista la fuga di Natascha Kampusch dopo otto anni di prigionia, con risvolti ancora da chiarire. Abbiamo visto purtroppo anche l’incidente della metropolitana a Roma che ha visto la morte di una donna e 235 feriti.

E ancora, la cattura del boss Bernardo Provenzano latitante da 43 anni, ma anche l’arresto clamoroso di Vittorio Emanuele di Savoia.

Sullo scenario internazionale c’è stata la condanna a morte di Saddam Hussein, la morte di Augusto Pinochet in Cile e di Slobodan Milosevic, già leader serbo, tra i responsabili delle recenti e dolorose guerre balcaniche; negli Stati uniti i Democratici americani si sono aggiudicati le elezioni di medio termine, conquistando Camera e (a filo) il Senato, ma si sono registrate anche le dimissioni di Donald Rumsfeld.

In Italia la politica è stata inquieta come sempre: dopo una campagna elettorale lunga mesi, la vittoria alle elezioni è andata all’Unione, ed è cambiata la geografia del Parlamento con Fausto Bertinotti presidente della Camera e Franco Marini presidente del Senato; è seguita l’elezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica (proprio domenica sera sentiremo il suo primo discorso di fine anno); c’è stato un referendum che ha segnato la sconfitta della devolution.

Anche lo sport ha avuto il suo spazio sui giornali, con lo scandalo di “calciopoli” e le penalizzazioni che hanno fatto parlare per mesi. Certo, forse l’immagine che ricorderemo di più su questo fronte è stata quella della vittoria ai mondiali in Germania: ancora oggi si vedono tricolore appesi fuori dalle finestre, in ricordo di quella serata d’estate che ha segnato la fine del digiuno della Nazionale. Un momento effimero, ma pur sempre di gioia.

E poi, gli addii: la scomparsa di Oriana Fallaci, di Bruno Lauzi, di Mario Merola, per citarne solo alcuni.

Anche in campo cristiano abbiamo visto momenti di rilievo. Uno su tutti: l’azione delle chiese torinesi in occasione delle Olimpiadi invernali. Unita, compatta, efficace per portare il messaggio del vangelo. Insperabilmente riuscita.
E poi convegni, dischi (una ventina, e di qualità sempre migliore), coordinamenti: in poche parole, il desiderio di fare sempre di più, e sempre meglio, insieme. E non è poco.

Ma non possiamo guardare solo in casa nostra. Anche nel corso del 2006 ci sono state migliaia di cristiani perseguitati, vessati, maltrattati. Dalle autorità, dagli estremisti, da forze militari irregolari. O anche solo dalle loro famiglie. Chiese bruciate, cristiani arrestati, intimiditi, missionari uccisi. Un quadro decisamente non positivo, che non possiamo, né vogliamo, dimenticare.

Fatti positivi e negativi in questo 2006, come sempre. Come nella vita di ognuno di noi. Per qualcuno l’anno si chiude bene, con soddisfazioni personali, professionali, spirituali. Per altri è stato un anno di crisi, almeno in parte, o magari è stato un anno positivo che però, nell’ultimo periodo, ha preso una piega negativa.

Dicevamo che la memoria difettosa è un aspetto negativo. Vero. Ma ha anche i suoi risvolti positivi. Con il tempo ogni questione si stempera, ogni prospettiva si appiattisce, e resta solamente ciò che davvero conta. Il tempo perso in posta quella mattina di marzo si dimentica, anche se in quel momento sembrava infinito. Gli incontri importanti invece caratterizzeranno a lungo la nostra vita, anche se magari domani non ricorderemo esattamente quando e come abbiamo incontrato quelle persone.
Anche il dolore di oggi, i momenti critici, probabilmente a fine 2007 assumeranno un colore diverso. Magari saranno solo un ricordo. O magari non saranno passati, ma avremo una prospettiva diversa, più matura, che ci permetterà di affrontarli in maniera migliore.

Ecco, per il 2007 a ogni credente auguro proprio questo: di approfondire la propria relazione personale in maniera con Dio in una chiave sempre più diretta e spontanea. E di entrare nella sua prospettiva, per comprendere davvero quel che ci succede, e convincerci profondamente (e non solo pro forma) che quel che accade – nel bene e nel male – ha un senso, a breve o a lungo termine, anche se al momento non siamo in grado di comprenderlo.

A chi non ha, o non ha mai approfondito, il proprio rapporto con Dio, sarebbe banale augurare di farlo: è il messaggio che diamo ogni giorno. Ma è la cosa migliore che si possa augurare è proprio questa. E che possiate trovare, nel 2007, le risposte giuste al momento giusto.

Per quanto riguarda noi, va bene così. Se ricordate, non sapevamo se saremmo arrivati alla fine del 2006. Un altro traguardo, formale quanto si vuole, è raggiunto. Ci saremo ancora domani? Ci saremo per tutto il 2007 o solo in parte? Dio lo sa. Potrebbe sembrare una minaccia, ma per il credente è invece una speranza. E la speranza migliore.

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Buon anno a tutti coloro che ci hanno scritto in questo periodo, e che sarebbe lungo riportare qui. Buon anno a chi è in crisi, e magari passerà l’ultimo dell’anno da solo. Non mollare, c’è speranza. La vita vale sempre e comunque la pena di essere vissuta.

E infine grazie…

a chi ci ha criticato: speriamo di aver fatto tesoro delle vostre osservazioni.
a chi ci ha apprezzato: sei stato importante, specie nei momenti più difficili.
alla mia famiglia, che sopporta la distanza.
ai miei colleghi: Walter, Marco, Jonny, Anna, Luigi, Rocco, Francis…
ai nostri collaboratori, tanti e preziosi.
ai fratelli che incontriamo ogni settimana e a quelli che vediamo di rado, ma con cui abbiamo un rapporto speciale.
a chi mi sopporta ogni giorno, e senza cui la mia vita non sarebbe la stessa.
a tutti voi, che mi avete permesso di accompagnarvi giorno dopo giorno in questo 2006.

Basterebbe la memoria

Ormai è un appuntamento fisso: a ogni anno fine anno aspettiamo con ansia i riscontri del CICAP. Il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, infatti, negli ultimi giorni di ogni anno emette un comunicato nel quale fa il punto sulle previsioni effettuate dodici mesi prima dai maghi e dei veggenti. E anche quest’anno abbiamo visto che le previsioni degli “esperti” sono risultate clamorosamente sballate. Non solo non hanno citato tutte le notizie di rilievo che invece hanno caratterizzato il 2006, ma sono stati smentiti anche dai fatti che hanno segnalato in maniera errata, dimostrando così ancora una volta di non essere in grado di prevedere nulla di serio.

Grazie, quindi al Cicap, anche se in questo caso il Comitato si è occupato di qualcosa che ognuno di noi, credente o non credente, dovrebbe in realtà esercitare continuamente: la memoria. Spesso l’essere umano tende all’emozione del momento, e all’oblio sul medio periodo; non ci fossero i media a ricordare qualche anniversario, probabilmente non ricorderemmo più nemmeno tragedie recenti come lo tsunami nel sudest asiatico.

A dirla tutta, non sempre è facile tener traccia di quel che avviene attorno a noi, e talvolta nemmeno nella nostra vita: pochissimi sono in grado di tenere a mente un bilancio di quel che gli è avvenuto, di positivo o negativo, nell’ultimo anno. Eppure sarebbe importante: per chi non ha fede, ricordare i fatti positivi è un esercizio utile per aggiungere alla propria vita una prospettiva ottimistica, mentre ricordare i fatti negativi è comunque utile per superarli e non ripetere gli stessi errori. E il discorso vale ovviamente ancora di più per chi ha fede: ricordare i fatti positivi e anche le vicende negative concluse aiuta a essere grati a Dio.

È interessante notare come a volte chi non crede sia più credulone di chi crede. Il cristiano coerente ha fede in Dio, e non si vergogna di averne (o almeno, non dovrebbe); chi non crede, o il non praticante (che poi, alla fine, è una forma velata di miscredenza), ritiene di essere più razionale, di non poter credere a ciò che non vede. Ma poi legge gli oroscopi. C’è chi li legge solo “per ridere”, senza pensare all’influenza subliminale delle indicazioni, e si ritrova in un circolo vizioso senza nemmeno rendersene conto. C’è chi invece ci crede proprio, perché “ci azzeccano”. Ma ci azzeccano davvero?

A prevedere cose banali sono capaci tutti: potremmo aprire una rubrica nel nostro programma per prevedere la vostra giornata, e per buona parte di voi le previsioni risulterebbero azzeccate. Eppure non siamo profeti, né veggenti o altro.
Il punto è che le previsioni generiche sono semplici. Difficile è azzeccare la previsione che richiede una verifica.

Appunto, la verifica: i maghi, i ciarlatani, i preveggenti contano proprio sul fatto che spesso all’italiano medio basta sentirsi dire qualcosa di banale, per sentirsi incoraggiato, e non andrà mai a verificare le previsioni più specifiche. E dire che non servirebbe chissà cosa. Non c’è bisogno di una razionalità da matematici, né un istinto da investigatori, né di una diffidenza da giornalisti scafati, né una cultura biblica o un integralismo spirituale degno di miglior causa. No, niente di tutto questo: basterebbe solamente un po’ di memoria. Solo un po’.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Pensieri in contanti

Natale è passato, e – per la maggioranza degli italiani – i regali restano. Purtroppo, verrebbe da aggiungere, leggendo un articolo che esce oggi sulla Stampa: pare che molti dei doni che gli italiani si sono scambiati non siano stati di gradimento. Si va dal vero e proprio cattivo gusto al regalo doppio, per arrivare al regalo inutile e ingombrante, oppure al vero e proprio regalo sbagliato. E pare che il gioco postnatalizio più gettonato sia lo sbolognare nella maniera più discreta, efficace, remunerativa i regali sballati.

Una volta li si riciclava: non mi piace un regalo, lo giro a qualcun altro alla prossima occasione. Solo che, quando il “giro” di amici e conoscenti non era enorme, si rischiava di farsi scoprire.

Oggi, ai tempi di Internet, la soluzione è più semplice. La Stampa spiega che “Il regalo si ricicla sul web”: con i siti appositi, le cosiddette aste online, “farete felice qualcun altro e scoprirete un modo molto semplice per guadagnare qualche soldo”.

Ecco la tendenza del ventunesimo secolo riassunta in quattro atteggiamenti.
Egoismo: chi fa il regalo pensa a sé, e non a chi deve riceverlo.
Nevrosi: il regalo va fatto per forza, senza esoneri per chicchessia, anche a costo di regalare qualcosa di inutile o addirittura sgradito.
Ipocrisia: far credere il regalo come “la cosa più utile” o bella che si sia ricevuta negli ultimi anni.
Utilitarismo: il regalo non ricorda più la persona che lo dona, ma viene visto solo nell’ottica del proprio piacere. Perché tenere un regalo che non serve e non piace? Ricicliamolo, magari guadagnandoci su. Con ulteriore sprezzo del pensiero: quel pensiero che, a quanto pare, oggi non è più la cosa “che conta”. Semmai, fa contanti.

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Inosservato ancora oggi

E come ogni anno, anche per questo 2006 siamo giunti a un passo dalle feste. Un periodo che ogni anno si allunga (ormai si può dire che comincia a fine ottobre, con le prime luminarie nelle vie), e aumentando di quantità stempera il suo significato.

Negli articoli pubblicati sui giornali nel corso di questi ultimi due mesi sono stati davvero pochi i riferimenti alla nascita di Gesù. Si è parlato molto – e noi stessi abbiamo parlato, di conseguenza – di presepi che non si vendono più nei negozi, di presepi che non si fanno più a casa, di presepi violati da parlamentari poco onorevoli; si è parlato di alberi; si è parlato di Babbo Natale, di raduni dei Babbi Natale, di storie umane legate ai Babbi Natale; si è parlato dei paesi del nord Europa, di Finlandia, di Lapponia, di Napapijri e Rovaniemi; si è parlato di canti di natale, prima eliminati e poi recuperati nella scuola di Bolzano, di canti che negli Stati uniti non si possono nemmeno suonare (perché anche la musica, si sa, ha una sua valenza); si è parlato di sommosse popolari per gli alberi negati negli aeroporti. E poi si è parlato di regali: normali, strani, di tendenza, egocentrici ed egoistici; pagine e pagine dedicate a dare spunto a chi ancora non sa come adempiere al proprio obbligo di dono. E si è parlato di film, come sempre: scollacciati come da tradizione, ma anche a tema, o comunque di buoni sentimenti.

Si è parlato, si è parlato molto. E spesso in maniera polemica: chi rivendicava un diritto come maggioranza, chi rivendicava il diritto della minoranza a non essere assimilata nella festa maggioritaria, chi si inseriva proponendo di aggiungere anche la sua festa a quella più nota.

Se poi avete fatto un giro per la vostra città, avrete visto il comportamento delle persone, prese dalla nevrosi del regalo.

Peccato, davvero un peccato. Perché se c’è una caratteristica che il natale – chiamiamolo così – dovrebbe avere, è proprio la serenità. Ma per avere la serenità è necessario ricordare il significato del natale, e l’impressione – stando almeno ai giornali – è che ben pochi lo ricordino, presi come sono dall’ultimo pacchetto e dalla decorazione più suggestiva.

Forse però non è solo un problema di memoria. Leggendo anche le statistiche degli ultimi mesi, viene il sospetto che in molti non conoscano la storia del natale, sommersi dalle mille tradizioni (spesso consumistiche) che si sono aggiunte nel tempo alla storia vera.

Una storia che è banalmente semplice, e immensamente spirituale, molto poetica ma davvero poco scenografica.

La storia è tutta qui: un giorno il Figlio di Dio si fece uomo, venne in terra per nascere, vivere, morire e risorgere, tracciando con il suo sacrificio l’unica via che ci può riportare a Dio, e insegnandoci con il suo esempio a seguirla.

Dio si fece uomo. Venne in un posto semplice, in mezzo a gente semplice, passando inosservato a tutti salvo che a quei pochi che si sono impegnati a cercarlo, investendo energie e tempo in questa missione.

È nato così, rifiutato fin dall’inizio e ignorato da tutti: da tutti ma non dal cielo, che ha annunciato la sua venuta con un concerto degno di un re. Eppure i re non c’erano, avevano di meglio da fare: a ricevere l’annuncio c’erano pochi, semplici pastori.

Oggi, venti secoli dopo, viene da chiedersi se ad accoglierlo sarebbero molti di più. Se dietro festeggiamenti, concerti, cerimonie, funzioni religiose, feste, ci sia ancora il ricordo di quel fatto.

Per ricordarlo bisogna conoscerlo. Per non renderlo inutile bisogna che abbia un posto nella propria vita, e non solo una volta all’anno.

Il natale è ricordare tutto questo: il miracolo della nascita di Gesù, il suo cammino terreno, la sua morte, la sua resurrezione.

Il natale è ricordarlo in questi giorni, se si ritiene di farlo, ma anche ogni giorno dell’anno.
Perché il dono di Dio, nella vita di chi lo ha accettato, è per sempre, non solo un giorno all’anno.

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Natale o festa di natale?

«Cristiani d’America in rivolta: “Difendiamo il nostro natale”». Scopriamo, da un articolo del Giornale, che negli Stati uniti è in corso una vera campagna di sensibilizzazione da parte di associazioni cristiane che non ne possono più del cosiddetto politically correct.

Quale sia, negli Stati uniti, la portata di questa pretesa correttezza nei confronti delle minoranze, possiamo solo immaginarlo. In Italia infatti il problema di non turbare le minoranze è presente solo da pochi anni, e i risultati più evidenti li abbiamo visti nei giorni scorsi: sussidiari che parlano delle feste natalizie senza nominarle, scuole che tentano di eliminare dalle recite le canzoni più “compromesse” con la nascita di Gesù.
Figurarsi quale debba essere la situazione negli Stati uniti, dove le minoranze sono molto più ingenti, più varie, forse anche più combattive e oltretutto sono presenti da più tempo. Il risultato è, appunto, il politically correct, che trasforma il rispetto (dovuto a tutti) in deferenza, e che costringe ogni americano a equilibrismi per non turbare gli altri.

Vada per il rispetto verbale nei confronti degli svantaggiati o dei diversamente abili, delle persone di colore (come si dice oggi anche in Italia), ma – sembrano dire gli americani – non toccatemi il natale e i suoi simboli.

In fondo hanno ragione, gli americani: una minoranza deve avere lo stesso rispetto, ma non può pretendere lo stesso trattamento della maggioranza.

Non è, però, una questione di fede: certo, gli addobbi rappresentano un modo per ricordare un momento spiritualmente speciale, ma quando si lotta per un albero, per un festone, per un augurio forse ci si è dimenticati di ciò che sta dietro a tutto questo, ciò che inizialmente voleva significare. Dalla difesa del significato si è passati alla difesa simbolo. Dalla difesa del natale alla difesa della festa natalizia. Che non è la stessa cosa.

E dire che Gesù non aveva troppa simpatia per i simboli e i comportamenti religiosi, e nemmeno per le battaglie di religione.
Forse, in questo caso, gli americani farebbero bene a porsi quella domanda che i loro giovani portano incisa sui braccialetti: WWJD, What would Jesus do? Cosa farebbe Gesù?

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Regali e cuore

Regali banali, regali originali, regali costosi, regali d’occasione, regali azzeccati, regali sbagliati, regali intelligenti, regali imbarazzanti, regali doppi o tripli, regali rari: ormai il natale è poco più di una festa del consumismo, vagamente ammantata di buoni propositi per superare i sensi di colpa.

“Fare felici” le persone cui si vuole bene. Questo, almeno, dovrebbe essere il significato del dono, che però con il tempo ha assunto anche un valore diverso, concentrando l’attenzione più sul donatore che sul destinatario: il concetto di regalo, ormai, ha spostato il suo baricentro e spesso caratterizza più chi lo offre di chi lo riceve.

Ma regalo, oggi, significa anche nevrosi. Difficile regalare qualcosa di necessario, in una società dove tutti hanno tutto (e quel poco che non si ha, viene regalato nel resto dell’anno): il dono diventa una caccia al superfluo, all’effimero, con tocchi di stravaganza ed eccentricità.

Se il regalo diventa nevrosi, non è più un piacere. Meglio una giornata serena con i propri cari, un abbraccio e un augurio sincero (per una volta!), di un regalo che fa impazzire chi lo cerca ma non chi lo riceve.
Obietterà qualcuno che è meglio dare che ricevere, lo dice anche la Bibbia. Ma anche per dare è necessario avere un barlume di saggezza. Tantopiù in un’epoca dove nemmeno il “dare” si salva dai sospetti, dove il gratis in realtà serve a vendere di più, dove l’omaggio ha un costo di cui ci si accorge tardi, dove il sottocosto è una bufala per smerciare merce di seconda scelta e il costo pieno è tutto sommato il miglior regalo per chi compra.

Se la dinamica del dono è cambiata, cambiamo dono. Regaliamo tempo: tempo per stare insieme, per ridere, per scherzare, per confidarsi, per consigliare, per leggere insieme, meditare insieme, pregare insieme.

Regaliamo energie: una visita a chi soffre, una telefonata a chi è solo, un’ora di volontariato per distribuire beni a chi ne ha bisogno, una lettera – non una mail, non una cartolina prestampata! – a chi non sentiamo da tempo e non si aspetta nulla da noi, un abbraccio a coloro con i quali abbiamo qualche conto in sospeso, un po’ del nostro talento a chi può apprezzarlo.

Regaliamo amore: piccoli gesti a chi ne ha davvero bisogno, una parola gentile al vicino, una frase di incoraggiamento a chi è in difficoltà, un pensiero, un sorriso.

Ancora di più, e ancora meglio: regaliamo gioia, speranza, serenità. Quella gioia, speranza, serenità che abbiamo trovato un giorno trovando Dio, e che non ci abbandona mai. Questi sì che sarebbero regali sempre apprezzati.

E non solo a natale.

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Testi coerenti

“Il sussidiario che parla del natale ma si dimentica di Gesù: in un testo per le elementari li 25 dicembre viene spiegato senza parlare della nascita di Cristo”.

Sembra quasi una battuta, ma – stando al Giornale – succede davvero su un libro per le elementari che è stato adottato in varie scuole. Sei pagine dedicate al natale con i modi di festeggiarlo, le tradizioni dalla Norvegia all’Australia, poesie, quadri, favole e i dolci tipici del periodo. C’è solo un trafiletto, quasi di passaggio, per ricordare che «Natale viene da Natalis, che nella lingua degli antichi romani significava “della nascita”. La parola, infatti, si riferisce al giorno della nascita di Gesù, che si celebra il 25 dicembre». Una descrizione corretta, certamente, ma lacunosa quanto un comunicato della Pravda del tempo che fu.

Alle obiezioni sulla stringatezza della descrizione, l’editrice ha risposto che «La scuola è laica e, in quanto tale, non ha il compito di educare religiosamente i bambini. A questo devono pensare i genitori».

Siamo perfettamente d’accordo: se la scuola è laica, la religione se ne stia a casa. Ma, aggiungeremmo, nel momento in cui la si affronta non si chiudano gli occhi sui riscontri oggettivi di una festa che, fin dal nome, ricorda un evento specifico. Si può non festeggiare il natale, certo: ma in tal caso non si scimmiottino gli usi e i costumi di chi lo riconosce come un momento da celebrare. Si può non parlare del natale, chiaro: ma in tal caso non si affronti nemmeno l’argomento, e lo si lasci davvero ai genitori. Che potranno decidere se parlarne o no, e come farlo.

Dedicare sei pagine a usanze su una festa di cui non si vuole parlare non solo suona paradossale e un po’ ipocrita, ma è controproducente: se non voglio parlare del natale a un bambino che studia su quel testo non potrò non farlo, dato che l’argomento è stato lanciato, e in maniera imprecisa. Se vorrò parlarne nel modo più opportuno, ricordando la valenza spirituale della celebrazione, non sarò avvantaggiato dal fatto che il sussidiario ha dedicato sei pagine a usanze che con la spiritualità non hanno nulla da fare, e che anzi suonano come tradizioni fuorvianti.

Se la scuola è laica, la si consideri tale a tutti gli effetti; se un sussidiario deve essere laico, (e ci si considera in grado crearne uno saltando a pié pari duemila anni di storia, cultura, usi), bene: ma con coerenza.

Altrimenti sarà solo un altro goffo tentativo di cerchiobottismo all’italiana. Che risulta indigesto anche in salsa natalizia.

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Utente dell’anno

È stato l’anno di Internet: lo sancisce il prestigioso settimanale americano (e internazionale) Time. Ogni anno, dal 1927, la testata dedica l’ultima copertina dell’anno al personaggio che nel bene e nel male ha caratterizzato, a livello mondiale, gli ultimi dodici mesi. Quest’anno è toccato proprio a Internet. Anzi, agli utenti di Internet, in quanto nessuno avrebbe influenzato l’anno che si conclude quanto l’utente di Internet. Ossia noi e voi, tutti coloro che ogni giorno nel cominciare la loro giornata si collegano alla rete per avere notizie, per comprare e vendere, per incontrare (virtualmente, ma nno solo) persone, per comunicare, o anche solo per dire la propria.

Ormai, spiega il Corriere, esiste una “collaborazione planetaria”, una comunità senza confini che ha cambiato in particolare le regole dell’informazione: ormai ci sono siti, enciclopedie online e addirittura diari personali che risultano più autorevoli delle testate tradizionali, più veloci, più aggiornati. È una rivoluzione democratica, ci spiegano, che cambia il modo di informarsi. Se una volta c’era il giornale, o il telegiornale, oggi c’è di più.
Attenzione: noterete che i giornalisti più cauti stanno ben attenti a non dare per spacciata l’informazione tradizionale, e hanno ragione. A ogni nuovo mezzo di informazione si davano per moribondi i mezzi più datati: la radio avrebbe dovuto fare le scarpe ai giornali, la televisione alla radio, Internet alla televisione, i cellulare multifunzione a Internet. Abbiamo visto che non è così, e anzi i mezzi si sono integrati, trovando un loro ruolo specifico e, a quanto pare, insostituibile. E non è, ovviamente, solo una questione di effetto nostalgia, ma la giusta capacità di vedere caratteristiche e limiti di ogni mezzo.

Oggi, a quanto pare, a farla da padrone nel campo dell’informazione c’è il web, con tutti i suoi derivati. Ed è un fatto salutare. Se fino a ieri per far sapere al mondo chi eravamo non c’era altra scelta che trovare uno spazio (costoso) su radio e tv, oggi possiamo comunicare a un’utenza potenzialmente sterminata, e possiamo farlo a un prezzo decisamente ridotto, senza aspettare la concessione di uno spazio grazie alla simpatia o alla benevolenza di un direttore di rete.

Questo, chiaramente, non significa non sfruttare più giornali, radio, televisione. Significa solo rinnovarsi, aggiornarsi, aprirsi anche alle nuove possibilità per comunicare in maniera ancora più ampia, capillare e – ora – interattiva con le persone che vogliamo raggiungere.

Saper fiutare i tempi, avere la sensibilità per comprendere le tendenze, possedere l’intuito per vedere dove va il mondo sono talenti. Talenti forse non abbiamo, ma che forse invece abbiamo, e purtroppo trascuriamo, presi dalla diffidenza verso tutto ciò che non rientra nei nostri canoni mentali. Anche il chiudersi, in fondo, è una forma strisciante di religiosità, che spesso acceca e non permette di sfruttare al meglio le occasioni che abbiamo di fronte.

Chissà se anche stavolta accetteremo di restare un passo indietro.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Utente dell'anno

È stato l’anno di Internet: lo sancisce il prestigioso settimanale americano (e internazionale) Time. Ogni anno, dal 1927, la testata dedica l’ultima copertina dell’anno al personaggio che nel bene e nel male ha caratterizzato, a livello mondiale, gli ultimi dodici mesi. Quest’anno è toccato proprio a Internet. Anzi, agli utenti di Internet, in quanto nessuno avrebbe influenzato l’anno che si conclude quanto l’utente di Internet. Ossia noi e voi, tutti coloro che ogni giorno nel cominciare la loro giornata si collegano alla rete per avere notizie, per comprare e vendere, per incontrare (virtualmente, ma nno solo) persone, per comunicare, o anche solo per dire la propria.

Ormai, spiega il Corriere, esiste una “collaborazione planetaria”, una comunità senza confini che ha cambiato in particolare le regole dell’informazione: ormai ci sono siti, enciclopedie online e addirittura diari personali che risultano più autorevoli delle testate tradizionali, più veloci, più aggiornati. È una rivoluzione democratica, ci spiegano, che cambia il modo di informarsi. Se una volta c’era il giornale, o il telegiornale, oggi c’è di più.
Attenzione: noterete che i giornalisti più cauti stanno ben attenti a non dare per spacciata l’informazione tradizionale, e hanno ragione. A ogni nuovo mezzo di informazione si davano per moribondi i mezzi più datati: la radio avrebbe dovuto fare le scarpe ai giornali, la televisione alla radio, Internet alla televisione, i cellulare multifunzione a Internet. Abbiamo visto che non è così, e anzi i mezzi si sono integrati, trovando un loro ruolo specifico e, a quanto pare, insostituibile. E non è, ovviamente, solo una questione di effetto nostalgia, ma la giusta capacità di vedere caratteristiche e limiti di ogni mezzo.

Oggi, a quanto pare, a farla da padrone nel campo dell’informazione c’è il web, con tutti i suoi derivati. Ed è un fatto salutare. Se fino a ieri per far sapere al mondo chi eravamo non c’era altra scelta che trovare uno spazio (costoso) su radio e tv, oggi possiamo comunicare a un’utenza potenzialmente sterminata, e possiamo farlo a un prezzo decisamente ridotto, senza aspettare la concessione di uno spazio grazie alla simpatia o alla benevolenza di un direttore di rete.

Questo, chiaramente, non significa non sfruttare più giornali, radio, televisione. Significa solo rinnovarsi, aggiornarsi, aprirsi anche alle nuove possibilità per comunicare in maniera ancora più ampia, capillare e – ora – interattiva con le persone che vogliamo raggiungere.

Saper fiutare i tempi, avere la sensibilità per comprendere le tendenze, possedere l’intuito per vedere dove va il mondo sono talenti. Talenti forse non abbiamo, ma che forse invece abbiamo, e purtroppo trascuriamo, presi dalla diffidenza verso tutto ciò che non rientra nei nostri canoni mentali. Anche il chiudersi, in fondo, è una forma strisciante di religiosità, che spesso acceca e non permette di sfruttare al meglio le occasioni che abbiamo di fronte.

Chissà se anche stavolta accetteremo di restare un passo indietro.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.