Archivio mensile:dicembre 2006

Senza rete

Alice è in panne. Gli utenti si lamentano perché il servizio non funziona. La Telecom si lamenta a sua volta, e replica che la colpa è dei malware, degli spyware, dello spam e di tutta l’immondizia che gira in rete.
Tutti a scagliarsi contro gli spammer, contro le catene telematiche inutili, contro le pubblicità selvagge e non richieste, che stanno intasando una rete già di suo compromessa dall’assenza di infrastrutture (fibra ottica) indispensabili a soddisfare le crescenti esigenze tecnologiche della vita quotidiana.

Attenzione, però, a dare tutte le colpe agli altri. Chiunque abbia un po’ di anni di pratica della rete e un discreto numero di contatti online si sarà reso conto che i problemi non passano tutti per lo spamming. Ogni giorno si ricevono comunicati, messaggi, mail di carattere lavorativo o personale, e spesso senza il senso della misura.

Fino a quando c’era il modem analogico (e, forse, entrava in Internet solo chi sapeva quel che faceva), ogni allegato veniva controllato, alleggerito, usato nel formato più opportuno. Oggi arrivano allegati “divertenti” da due, tre mega; si ricevono foto in bmp anziché in jpg, se non addirittura in acrobat, in word o in powerpoint, tanto per complicare le cose.
Alle rimostranze di chi non ci sta a farsi intasare la posta, nemmeno se lo scaricamento è veloce, la risposta è sempre la stessa: “ma così è più comodo!”, e se si incalza l’interlocutore spiegando che la sobrietà è comunque un valore, la reazione scocciata diventa “ma tanto ormai tutti hanno l’adsl!”.

Tutti hanno l’adsl, ed ecco i risultati. E non illudiamoci: o spieghiamo agli utenti le basi per relazionarsi correttamente con la rete, oppure aspettiamoci problemi sempre più frequenti. Non ci sarà mai una banda abbastanza ampia da reggere l’ignoranza.

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Recite e pantomime

Come a ogni natale, insieme al ricordo della nascita di Cristo e a tutto il corollario tradizionale di feste, regali, addobbi, da qualche anno troviamo un altro appuntamento irrinunciabile: la recita scolastica mancata.

La scena si svolge, come sempre, in un istituto scolastico, una delle migliaia di scuole italiane (dalle materne alle medie) dove si svolge la consueta rappresentazione di fine anno. Tra canti, poesie e coreografie non può mancare uno o più riferimenti diretti all’episodio clou del natale: che, a scanso di equivoci postecumenici, non è il volo di Babbo natale con le sue renne, ma la nascita di Gesù.
Di solito, tra le migliaia di scuole del Paese, ce n’è sempre una più sensibile delle altre, dove il corpo docente – più realista del re – prende a cuore le possibili reazioni degli studenti non cristiani di fronte all’affermazione della divinità di Cristo. Va da sé: di solito i bambini si preoccupano poco della questione, e l’atmosfera festosa viene vissuta da tutti, che siano cresciuti in un contesto cristiano, ateo, celtico, musulmano. Ma per le maestre non è così, e allora – in quella solita, singola scuola – chiedono di eliminare dalla recita gli elementi che ricordino la divinità di Gesù. Che, tradotto in termini quotidiani, sarebbe un po’ come una festa di laurea senza le felicitazioni, il compleanno senza gli auguri, una cerimonia senza i ricordi. Ma tant’è, le maestre sono convinte di aver fatto il bene di tutti, e amen. Alla consueta pantomima annuale si aggiunge, comunemente, il colpo di scena finale dell’imam locale, che con un abile tempismo mediatico è pronto a dichiarare attonito che “ai musulmani il natale non dà fastidio”.
Fine della scena, giù il sipario. Quest’anno è successo a Bolzano (peraltro, poi, il veto è stato ritirato di fronte al clamore della vicenda: la recita si farà, e si canterà anche Stille Nacht), il prossimo anno chissà dove.

Difficile stabilire una posizione condivisa e definitiva che sancisca i termini della corretta convivenza, specie quando si tratta di luoghi pubblici; tantopiù quando questi luoghi sono “sensibili” come le scuole. Per questo viene da chiedersi fino a che punto la convivenza richieda l’omologazione a un minimo denominatore, e quando invece sia la somma dei valori dei singoli componenti.
Insomma: non deve festeggiare nessuno, o devono poter festeggiare tutti? È un problema aperto su cui, ovviamente, esistono dieci posizioni, cento opinioni e mille sfumature.

Da qui si affaccia un’altra questione: siamo tutti uguali di fronte alla legge, certo. Ma uguali in assoluto, o proporzionalmente alla propria rappresentatività? Accettare il veto di una esigua minoranza alla volontà della maggioranza non sarebbe una scelta altrettanto antidemocratica del non accettarlo?

Per questo fanno specie i “no” di principio: alle recite, alle visite, alle iniziative di qualunque provenienza religiosa, per quanto corroborati da qualche norma (anche perché, come noto, in Italia le norme dicono tutto e il contrario di tutto).

La posizione dei “no” pregiudiziali non convince del tutto. Specie quando vengono messe sullo stesso piano presenze infinitesime e realtà che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione e che – nel bene e nel male – hanno caratterizzato secoli di storia e cultura. E non convince non per una questione formale, ma sostanziale.

Gli evangelici sono già visti con diffidenza, come d’altronde tutte le minoranze: la diversità fa paura. Se è ovvio che lasciarsi assimilare dalla realtà maggioritaria non è la soluzione, l’alternativa non è per forza estremizzare la propria differenza schierandosi per principio su posizioni “contro”.

Come cristiani dobbiamo fare sempre attenzione a non perdere di vista l’obiettivo finale: che non è contestare o difendere un principio normativo, ma ottenere. Gli arroccamenti, specie se espressi con un tenore bellicoso, in questo periodo storico ricordano all’opinione pubblica la reazione di certe frange islamiche, e non possono quindi non provocare una presa di distanza nei confronti della nostra realtà.
Non possiamo sperare nella solidarietà e nella simpatia dell’opinione pubblica (un primo passo necessario, se vogliamo trovare disponibilità e apertura nei nostri interlocutori) se ci comportiamo da padroni di casa, per quanto citando leggi e regolamenti. Esistono modi diversi di esprimere il proprio dissenso, come abbiamo riportato ieri su queste colonne.

E poi non ne abbiamo nemmeno bisogno. Possediamo un ingente patrimonio morale e spirituale, per cui possiamo permetterci di essere propositivi: come evangelici abbiamo una storia, una cultura, una presenza che – per quanto minoritaria – non ha bisogno di battaglie estremistiche ma di una comunicazione efficace, capace di far conoscere i valori, la solidità, la serenità di un piccolo popolo che ha tanto da proporre a una società allo sbando.
Sì, perché si può presentare la propria identità in positivo, senza guerre di posizione e senza compromessi, semplicemente vivendo con coerenza cristiana e proponendo serenamente i propri valori nella realtà che ci circonda.

Probabilmente nessuno pensa di ignorare duemila anni di storia e i rapporti di forza che viviamo oggi in Italia, anche se a volte alcune posizioni che emergono ricordano una cultura dello scontro che speravamo seppellita con gli anni Settanta. Questo, sul piano comunicativo, preoccupa: l’esempio dei risultati ottenuti da chi ha usato questa strategia trent’anni fa sono sotto gli occhi di tutti: divisione, paura, ferite ancora aperte. Se la storia insegna qualcosa, sarebbe il caso di rifletterci su.

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Incontri mancati

A Roma è partito il Comitato per l’integrazione scolastica. Titola Repubblica: «Stranieri, via al Comitato per l’integrazione e nelle classi arriva la”Bibbia hi-tech”». «Obiettivo: offrire una lettura trasversale delle tradizioni culturali del mondo cristiano, ebraico e islamico nelle dimensioni della storia, dell’arte, della letteratura e della religione. È il giorno del rilancio del dialogo interreligioso nelle scuole».

Spiega il ministro Fioroni: «Abbiamo il dovere di definire un modello di integrazione vero, autentico. E la Bibbia può aprire un dialogo tra le grandi religioni monoteiste».

Alla presentazione il rabbino Di Segni ha parlato di “grande progetto didattico”, per quanto esprimendo riserve sul “pericolo di banalizzazione”; il presidente della Comunità dei Giovani Musulmani, Osama Al Saghir, “ha sottolineato come la possibilità di confrontare i testi spinga alla condivisione di valori e principi”, chiedendo a sua volta di vigilare sulle “tante situazioni di discriminazione degli alunni musulmani”.

Il cardinale cattolico Poupard ha parlato invece di «”un investimento sul futuro di una nazione” in un momento delicato della nostra storia: “Oggi piu’ che mai occorre un vero scambio tra culture e religioni perché solo su un sottofondo di valori, religioni e culture possiamo pensare ad una reciproca fecondazione e ad una costruzione di pace”».

Un contesto condiviso e costruttivo, quindi, rilancia lo studio della Bibbia nelle scuole italiane, con il favore perfino di componenti che non riconoscono la Bibbia come testo sacro di riferimento.

Probabilmente è chiaro a tutti che qui non si parla di ecumenismo, ma di convivenza sociale: è altrettanto chiaro a tutti che, come cristiani, siamo chiamati a vivere in pace con i nostri vicini, a essere di testimonianza, a dimostrare amore, a portare speranza (e il messaggio del vangelo è la migliore speranza che possiamo comunicare). Probabilmente dovremmo essere soddisfatti del fatto che la Bibbia entra (o rientra) nella scuola, dopo generazioni di eccessivo laicismo capace di lasciare fuori ogni valore, convivenza compresa.

Per questo stupisce che il grande assente a questo incontro, e in questo progetto, sia stato il mondo evangelico, che pure per numero e radicamento storico non risulta trascurabile nel nostro paese. Peccato. Ecco una sede dove si sarebbe potuta dire la propria su religione e scuola con efficacia e autorevolezza. E senza creare polemiche, sempre che ne siamo capaci.

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Minoranze relative

Sono oltre seicento, in Italia, le “vie spirituali”: lo rivela la nuova enciclopedia delle religioni, curata dal CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni), attivo dal 1988 nel monitoraggio delle dottrine e fedi presenti nel nostro paese.

In un’intervista, Massimo Introvigne ha spiegato alcuni aspetti importanti che vanno considerati quando si parla di religioni e di numeri.

Per esempio i dati della presenza musulmana, sempre contestati. Scopriamo che i dati normalmente presentati dalle statistiche (ma anche dalla Caritas) si basano sui dati comunicati dai paesi di provenienza. È quindi logico che – spiega Introvigne – dall’Egitto, dove i musulmani risultano il 98% della popolazione, quasi tutti gli emigrati risultino musulmani, anche se poi molto spesso non sono tali. Anzi, spesso questi “musulmani”, racconta il presidente Cesnur, non sanno nemmeno i precetti fondamentali dell’Islam.
In realtà, quindi, i musulmani osservanti in Italia sarebbero 850 mila, non di più.

Grandi riscontri, anche se poco noti, anche per gli ortodossi, passato in cinque anni da 140 a 420 mila presenze; i buddisti, nell’ultimo quinquennio, sono saliti da 21 a 40 mila membri.

E gli evangelici? Diminuisce il peso delle confessioni storiche (ormai limitate al 15% del totale) e aumentano pentecostali e fratelli.

I grandi cambiamenti, quindi, avvengono prevalentemente per immigrazione: “La conversione di italiani a nuove fedi – spiega Introvigne – rimarrà verosimilmente un fenomeno di minoranza».

Questo nonostante la metà dei cattolici, nominalmente l’80% della popolazione, vada in chiesa almeno una volta al mese, e quindi denoti ampi margini di smarrimento.

Lo studio di Introvigne è sicuramente degno di nota, e dà spazio a qualche riflessione.
Spesso quando parliamo di musulmani pensiamo subito a integralisti, uomini poligami o donne in burka: in realtà, come si vede, la situazione è molto più sfumata. Molti musulmani non sanno nemmeno chi sono, in cosa credono, perché praticano. Spesso tentano di riempire questo vuoto, come tutti, con altre soddisfazioni, ma non sempre con esiti rilevanti. Tentare di avvicinarli, quindi, non è né irrispettoso, né per forza pericoloso. Anche il musulmano può essere alla ricerca, come il cattolico.

Altra questione rilevante: ci concentriamo spesso sui musulmani, e non vediamo le altre realtà. Ormai ortodossi e buddisti sono più di un’esigua minoranza, eppure probabilmente pochi cristiani conoscono la loro realtà e sanno trattare con loro. Forse è il caso di aggiornare e tarare i nostri strumenti di riflessione.

Terzo: la conversione degli italiani, secondo Introvigne, rimarrà un fenomeno di minoranza anche in futuro. Introvigne ovviamente si basa sulle cifre, mentre forse si potrebbe considerare in zona-conversione anche quel 40% di italiani che sono cattolici solo nominalmente, e che sentono il bisogno di ritrovare la sensibilità spirituale, magari in un contesto diverso da quello conosciuto finora.

E comunque, anche non considerando questa ampia fascia, quello di Introvigne resta un dato incoraggiante. Sì, perché per uno scienziato una “minoranza irrilevante” potrebbe essere l’1, il 2, il 5 per cento. Che in termini di numeri, significherebbe comunque – andando a spanne – dai 300mila al milione e mezzo di italiani maggiorenni. Poco per la statistica, forse addirittura troppo per le chiese italiane.

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Chiese ovunque

Le chiese evangeliche degli Stati uniti cominciano ad avere – e creare – problemi: spesso sono grandi come stadi, e anche per questo nessuno le vuole vicino casa.

“Qui non parliamo più di chiesette di mattoni che si confondono con le altre residenze del quartiere, ma di congregazioni che costruiscono arene”. E quindi avere la chiesa vicino a casa, condizione molto apprezzata in Italia, diventa un problema non da poco. Una congregazione da mille, duemila, diecimila, trentamila persone non è come una chiesetta da cento membri: veder affluire migliaia di auto significa meno parcheggi, traffico, problemi di viabilità. Chi vive nei paraggi di uno stadio può capire le difficoltà, e quanto antipatico possa essere vivere in un posto di grande afflusso.

Sono problemi cui spesso non si pensa. Tutti si augurano grandi chiese, migliaia di credenti, ma pochi pensano ai risvolti pratici, alle conseguenze logistiche di questo desiderio.

Le chiese USA hanno in parte risolto il problema fornendo servizi ai luoghi dove aprono nuovi locali (attività che peraltro dovrebbe essere scontata, dato che la vocazione della chiesa è anche quella di aiutare la società in cui è inserita), ma non sempre basta.

Quel che lascia più perplessi, però, non sono le misure, ma la quantità di assemblee cristiane presenti nelle città americane. Forse è l’estremo, il limite di 45 congregazioni per 26mila abitanti in una cittadina a pochi chilometri da New York. Ma rende l’idea. Ci si dovrebbe chiedere, negli USA come in Italia, perché una chiesa apre. L’apertura di una “testimonianza”, per usare un gergo evangelico, di solito si ha dove non ne esiste già una. La Bibbia, d’altronde, non parla mai di chiese diverse – e divergenti – nella stessa città.

E allora, se si arriva a 5, 10, 20, 40 congregazioni in una stessa città, anche grande, e senza un criterio territoriale (una per quartiere, in comunione con le altre), c’è davvero da riflettere sul senso della chiamata di chi si prende la responsabilità di dividere le forze anziché unirle. Sempre nella speranza che non la decisione di andare in una grande città piena di chiese anziché in un piccolo centro sperduto, dove la testimonianza manca, non sia stata presa per piacere personale.

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Giovani, delusi e disillusi

Com’è triste l’happy hour: i nuovi giovani hanno pochi soldi, frigo vuoto e una vita di spuntini.

È l’impietoso identikit della generazione che attraversa i venti, trenta, quarant’anni – ormai si è giovani fino a quell’età, o ci si sente tali -, unisce trasversalmente l’Italia ma si concentra sulle grandi città. E sulle grandi solitudini.

Ce li aspettavamo, visti dalla pubblicità, come sfrenati avventori di discoteche, balli e sballi, senza risposte perché non si pongono domande. E invece.
Invece il giovane di oggi si incontra alla sera in economia, parla con gli amici di un più e di un meno dove prevale sempre di più il meno, mangia poco e male, disincantato anche su questo, ha paura del grasso. Non va, come i suoi fratelli maggiori, in discoteca, e nemmeno al fast food, perché da solo non è trendy; e poi stare soli in mezzo a tanta gente, come cantava Jannacci, fa ancora più male.

Il giovane di oggi va, questo sì, nei grandi centri commerciali, le nuove piazze. Guarda molto, fa amicizia, compra poco. Non somiglia quindi per niente ai giovani che vediamo negli spot, e che spacciano un’eterna adolescenza fatta di telefonini, profumi (una volta, almeno, l’uomo non doveva chiedere mai), gruppi di eterni amici e divertimenti a tutto spiano.

Per completare il quadro e comprendere meglio i giovani potremmo aggiungere un altro paio di aspetti importanti che nella ricerca mancano: l’impossibilità di trovare un lavoro stabile, ma anche di trovare un lavoro tout court prima dei trenta, trentacinque anni; l’instabilità degli affetti e la superficialità, non solo culturale, che la televisione – e non solo lei – ha inculcato per anni, tra tronisti e letterine.

Il risultato è questo: non un consumatore perfetto, come qualcuno avrebbe voluto, ma un giovane deluso, disilluso, senza valori, senza certezze. «Ho deciso di non lavorare a tempo pieno – mi confessava l’altro giorno un professionista, credente – perché la vita è un’altra cosa». Ha preferito, spiegava, prendere un po’ di tempo non tanto per sé o per la famiglia – per restare a un altro tormentone di oggi -, ma per uno scopo preciso: comunicare la speranza del vangelo.

«La vita è un’altra cosa». Una certezza che manca ai giovani di oggi. Da tutti i punti di vista. Nel nulla assoluto qualunque barlume di valore diventa un palo cui aggrapparsi.
Ma non basta, per essere sereni, un valore qualsiasi con il quale ubriacarsi. E quale sia il valore migliore, l’unico che rende la vita degna di essere vissuta, è spesso un mistero. Sta a chi lo ha sperimentato comunicarlo.

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Fede fraintesa

La religione svolge un ruolo significativo nella vita del 78% degli italiani, più della maggioranza va in chiesa regolarmente e prega.

Sono i risultati che emergono da un sondaggio dei giorni scorsi, dal quale risulta appunto che otto italiani su dieci considerano “significativo” il ruolo della religione nella loro vita.
Per il 38% il ruolo è “molto importante”, per il 40% è “abbastanza importante”.
Straordinario, verrebbe da dire. Se non fosse che, come tutti i sondaggi, andrebbe letto in maniera più articolata. Prima di gridare al miracolo bisognerebbe chiedersi per esempio cosa intenda l’intervistato con “ruolo significativo”: anche perché, dalle risposte, questo “ruolo significativo” non comporta per forza un impegno: per esempio sette italiani su dieci vanno in chiesa regolarmente, e già non sono più otto: per l’ottavo il “significativo” comporterà magari una “religione fai da te”, o l’adesione a qualche dottrina orientale.
Alcuni pregano ogni giorno, e questo è incoraggiante; ma solo due o tre su dieci hanno letto “di recente” “qualche brano” della Bibbia: se è attraverso la Bibbia che il cristiano comprende quel che Dio vuole da lui, allora c’è da preoccuparsi.
Probabilmente infatti, in questo caso, è più significativo il ruolo che ha, nella vita di quei credenti, il telegiornale, il caffè al bar, il reality di turno (a proposito, sono finiti tutti?).

Se questo è l’impegno che si concede a una parte “molto” o “abbastanza importante” della propria vita, allora verrebbe da chiedersi come intenda il “ruolo della religione” il classico cattolico non praticante, quello che verosimilmente nel sondaggio avrà risposto che per lui la religione “poco importante”.
C’è davvero da stupirsi, ma in negativo. Stupirsi considerando che ci sono persone (il venti per cento della popolazione, stando al sondaggio: due su dieci) capace di considerarsi “cristiane” senza ascoltare né leggere la Bibbia se non alle feste comandate, e pregando di rado.

Forse qualcuno, nella domenica in cui li vede in chiesa, dovrebbe chiarire loro l’equivoco. Se è in grado di farlo, beninteso.

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Ricerche pressappochiste

La scienza in soccorso della fede: andare in chiesa allunga la vita. Secondo una ricerca, chi va in chiesa vive più sano e campa più a lungo.

Ormai le ricerche, i sondaggi, le proiezioni sono all’ordine del giorno in ogni campo, con risultati, a volte, sorprendenti: chi medita è più sereno, chi pensa resta mentalmente giovane, chi dorme è riposato.

Scherzi a parte, i sondaggi dicono ormai tutto e il contrario di tutto. Inutile contestarli, tanto una ricerca smentisce quella precedente nel giro di qualche settimana. Superfluo, quindi, commentare il fatto che tra gli anziani “sani e soddisfatti c’è una forte maggioranza di fedeli osservanti mentre tra quelli che in chiesa non ci vanno mai c’è una percentuale rilevante di acciaccati o depressi”.
Se poi la scienza stessa non riesce a spiegarsi questo fatto, forse dovrebbe dare un’occhiata alle abitudini di vita, o magari – se proprio vuole meritarsi il nome di scienza – il modo che questi anziani hanno di vivere la propria spiritualità: premesso che probabilmente non è l’aria del tempio a corroborare il fisico, è noto a tutti che c’è chi va in chiesa per bigottismo, e chi invece ci va per piacere; c’è chi arriva prima e si ferma dopo la riunione per il piacere del contatto con i confedeli (o “fratelli”, se preferite), e chi invece arriva due minuti prima (o due minuti dopo) e se ne va appena terminata la funzione (o anche due minuti prima, se il predicatore “sfora”). Chi partecipa alle attività di chiesa, e chi invece vede la presenza domenicale come unico obbligo morale sul piano religioso.

Insomma, non tutti coloro che “vanno in chiesa” possono venir messi sullo stesso piano. D’altronde anche questo è biblico: «Non chiunque mi dirà “Signore, Signore”»…
Se non ci sarà un vantaggio spirituale nell’ultimo giorno per i bigotti, tantomeno c’è un’utilità materiale. E per i devoti? Il cristiano devoto, di solito, proprio per la sua devozione non si augura di prolungare troppo la sua vecchiaia, spesso prodiga di acciacchi e di amarezze sul piano umano: anzi, proprio la sua serenità gli permette di aspettare in pace la dipartita, senza aggrapparsi gelosamente (direbbe la Bibbia) alla propria esistenza terrena.

Grazie scienza, ma puoi fare di meglio.

Big bang e dintorni

«Hanno scattato la prima immagine dell’universo neonato e il 10 dicembre a Stoccolma riceveranno il premio Nobel per questa impresa»: ne parla oggi la Stampa che riferisce di come George Smoot e John Mather abbiano realizzato una “mappa della radiazione cosmica di fondo: ciò che rimane di quel lampo di energia chiamato Big Bang”.

Spiega ancora Bianucci nel suo articolo: «Quattordici miliardi di anni fa, nell’istante zero, un termometro avrebbe segnato un milione di miliardi di miliardi di miliardi di gradi. Tre minuti dopo si formarono le prime particelle di materia”. E così via, con la luce che arriva solo dopo perché non riesce a farsi strada tra elettroni, protoni e neutroni. Insomma, spiega Bianucci, «per gli scienziati il Big Bang non fu un biblico “fiat lux”»: non cominciò tutto con quel “Luce!” pronunciato da Dio ai primordi, prima di creare tutto il resto.

Formalmente tutto in regola: gli scienziati non credono nella creazione. Però il problema non si risolve, spiega pensoso l’autore, perché non si capisce se “si sono formate prima le galassie o prima le stelle? E come si evolvono le galassie?”. Ci sarà materia di studio, a quanto pare, per altri scienziati, e spazio per altre candidature ai premi Nobel.

Ma più gli scienziati si convincono, più si fa strada in noi un dubbio impertinente. Insomma, in mezzo a queste certezze ci sfugge qualcosa.
Gli scienziati si premiano tra di loro per il fatto di confermarsi a vicenda questa ipotesi.
Ci si dice che tutto è a un certo punto della storia (pre-storia, in realtà) l’universo si è trovato a una temperatura spaventosa, da cui è nato via via tutto con “diverse concentrazioni di materia primordiale”; da lì il big bang, e tutto il resto.
So che sembrerà ingenuo, ma la domanda che ci poniamo noi – comuni mortali senza una cultura scientifica particolarmente elevata – è diversa da quella che si fa Bianucci. Non ci chiediamo se siano nate prima le galassie o le stelle. A scuola ci hanno insegnato – nell’ora di scienze, non di religione – che dal nulla non nasce nulla. E allora ci chiediamo: questo calore, questo scoppio, questi elementi primordiali da dove sono arrivati?

Siamo certi che qualcuno ce lo spiegherà, prima o poi. Fino ad allora dovremo dare ragione a Spurgeon, che a fine Ottocento diceva in relazione all’evoluzionismo: «Se questa teoria troverà mai degli adepti, sicuramente non ci saranno ragioni di accusare i superstiziosi di credulità, perché la fede necessaria per accettare questo dogma di scetticismo è mille volte più grande di quella che occorre per credere persino in una cosa assurda come le Madonne che ammiccano o le statue del bambino Gesù che sorridono».

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Librerie e libri

Le librerie cristiane britanniche mettono al bando il Corano: “È un volume ostile alla nostra fede”.

Succede in Gran Bretagna, dove la principale catena dedicata alla vendita di letteratura cristiana ha deciso di non tenere più sui suoi scaffali il testo sacro dell’Islam. La decisione ha sollevato, com’era prevedibile, un vespaio di polemiche, tra chi è a favore e chi è contrario e vorrebbe un approccio più accomodante con l’islamismo.

Da un lato la decisione delle librerie cristiane inglesi non fa una grinza: in una libreria cristiana non ci si aspetta di trovare testi esoterici, libri di cucina, manuali di modellismo, atlanti, e nemmeno il Corano o il Mahabarata.

Da un altro lato, però, la questione è più complessa: perché se è vero che la magia, la cucina, il fai da te e la geografia non sono temi attinenti alla fede, la conoscenza delle altre realtà spirituali lo è, anche se in misura marginale. Nelle librerie cristiane si trovano numerosi volumi che spiegano, contestualizzano, contestano il Corano e l’islam, scritti (non sempre, ma spesso) da persone competenti; come si trovano anche altri testi apologetici rispetto a dottrine paracristiane.

Se propongo un libro che dà uno sguardo cristiano sul Corano, potrebbe dire qualcuno, potrebbe essere utile trovare nella stessa libreria anche il Corano. Questione di scelte editoriali, naturalmente: ma in questo caso sarebbe giusto avere anche il Codice Da Vinci accanto ai tanti testi che lo contestano, e così via, almeno fino a quando non diventano troppi. E quindi, forse, si allargherebbe troppo il campo, e la libreria assumerebbe davvero un tono sincretista, più che cristiano.

La nostra idea di libreria cristiana, però, si limita al concetto di libreria evangelica, e quindi di scelte di opportunità anche in campo cristiano. Spesso mancano – a ragione o a torto – una serie di volumi di altre realtà cristiane, e quindi c’è una decisione di fondo da parte dei gestori. Dubitiamo che si possano considerare non cristiane le “Confessioni” di Agostino da Ippona, ma allo stesso tempo dubitiamo che le si trovi in una libreria evangelica.

Con questo non si intende dire che tutto il materiale cristiano disponibile dovrebbe venir distribuito, senza controlli: materiale di qualità scarsa si trova sia in campo cattolico, come anche in campo evangelico (pensiamo per esempio ai mille calendari disponibili sul mercato, sull’uno e sull’altro fronte): il punto è selezionare, ma non per appartenenza confessionale, quanto per qualità dei contenuti.

Ma non solo: andando un po’ più in là, in una libreria cristiana sarebbe utile trovare tutta una serie di volumi secolari, scritti da autori secolari, ma capaci di ispirare riflessioni molto cristiane. Che sembrano venire ignorati dai cristiani e dalle chiese, e invece meriterebbero molta più attenzione di certi volumi di scarsa qualità che circolano nell’ambiente.

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