Esempi (mancati) di convivenza

“Le classi miste fanno flop. In fuga gli alunni italiani” A Torino ci sono classi per soli stranieri, a Piacenza iscritti di 80 etnie, a Prato un bimbo su 4 parla lingue estere. E la convivenza fa rallentare i programmi scolastici.

Si fa presto a dire convivenza. Molto più difficile viverla nel concreto, quotidianamente, confrontandosi con i piccoli e grandi problemi che ogni giorno vengono generati dalla differenza. Intendiamoci: non che la differenza in sé sia un aspetto negativo. Spesso è un valore vero e proprio, un modo per arricchire il proprio modo di essere, di vedere le cose, magari per abbandonare alcuni luoghi comuni o qualche abitudine che ormai risulta vuota di significato.

Il problema è che per riconoscere un valore, bisogna avere l’approccio giusto, e anche il contesto deve essere adeguato. Difficilmente si potrà considerare un arricchimento il fatto di vedere le lezioni dei propri figli rallentate. Ma il problema è alla fonte, nasce da un equivoco mai chiarito.

Una volta i genitori dicevano: «Questa casa non è un albergo», per rimproverare dello scarso senso di appartenenza alla famiglia.
Vivere in Italia, oggi, è la negazione di qualsiasi appartenenza. Si può essere italiani senza conoscere le leggi, senza conoscere la storia, senza conoscere la lingua. Forse qualcuno lo potrebbe considerare il paradiso della multietnicità. Ma può essere anche un disagio non da poco, quando si tratta di capirsi. A volte la colpa è degli italiani, ma altre volte è dei nuovi arrivati, che – di fronte all’assenza di qualsiasi dovere – non si curano di integrarsi.

Curiosamente, spesso sono proprio le chiese – che dovrebbero essere portatrici di dialogo – le prime a non adattarsi a questa multietnicità. Fateci caso: non si sono mai viste tante chiese etniche come in questi ultimi anni. Chiese che nascono scollegate da un contesto, senza contatti con le realtà-sorelle dello stesso quartiere. Avevamo cominciato a comprendere l’importanza di comunicare tra comunità diverse, ed eccoci da capo.

Sia chiaro: mantenere la memoria di usi e costumi è un valore. Ma ghettizzarsi, chiudersi, rifiutare l’integrazione non lo è. “Insieme” non è, né deve essere, solo una parola.

Non si può vivere fianco a fianco senza capirsi. A Babele è cominciata così. Da lì si è fatta molta strada in molteplici direzioni. Ma non si è fatta molta strada verso l’alto.

—————————-

Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Pubblicato il 26 gennaio, 2007 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: