Archivio mensile:febbraio 2007

Dare o ricevere

La Stampa di oggi propone un viaggio “Tra i dannati di Internet”: sono sempre di più coloro che vivono più nella rete che nel mondo reale, tanto da far considerare una droga questo “eccesso di rete”. Che il troppo faccia male, in ogni campo, è sicuramente vero. Ed è altrettanto vero che ogni generazione ha le sue passioni e le sue manie: una di queste, per la generazione attuale, è proprio l’interazione telematica, capace di incanta la casalinga e il professionista, lo studente e – ormai – il pensionato. Curioso notare come non ci sia un identikit, ma il problema coinvolga tutte le categorie.

Internet è un male? Sarebbe esagerato dirlo. Come tutti gli strumenti, può essere usato bene o male, nel modo corretto o sbagliato, troppo o nella giusta misura.
L’importante è cogliere il senso della propria presenza nella vita reale: non siamo chiamati a estraniarci, chiudendoci in un monastero, in una chiesa, in un gruppo, ma siamo chiamati a vivere e influenzare (se non a cambiare) la realtà in cui viviamo. Se non ci viviamo, evidentemente, non riusciremo a raggiungere questo obiettivo. Se la raccomandazione vale per chi estremizza la spiritualità credendo di non doversi confrontare con la società, vale anche con chi sceglie strade diverse, come una vita telematica parallela. A volte la presenza in rete ha un senso: sicuramente anche attraverso Internet possiamo aiutare, consigliare, portare il messaggio di speranza. In questo caso il discrimine tra uso corretto e uso distorto passa per una domanda: quando navighiamo, chattiamo, postiamo nei forum, interagiamo, stiamo tentando di portare speranza, o di trovarla? Nel primo caso, ben venga; nel secondo, è opportuna una ridefinizione delle nostre priorità.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

Il buono dell’ateismo

“Quando l’ateismo diventa bestseller”, articolo pubblicato ieri su Repubblica, offre vari spunti interessanti. Tre libri, un inglese, un americano e un italiano, sono ai primi posti in classifica grazie prevalentemente al passaparola: e questo è un’ulteriore garanzia che non si tratta di vendite gonfiate.

In sostanza, in un’epoca di ritorno alla religione, c’è spazio anche per chi sta “all’opposizione”, per l’ateismo: e questo è già un buon primo segno, che in qualche modo disinnesca i pericoli paventati da chi sosteneva che un ritorno della spiritualità appiattirà il dibattito e porterà all’intolleranza.

E poi, l’ateismo è salutare, sul piano culturale. Davvero: i cristiani non oserebbero mai porsi certe domande, che pure sono essenziali. Per esempio il concetto di religione.
È infatti interessante che i tre libri fronteggino non tanto l’idea di Dio, ma quella di religione, “fenomeno sempre più avulso dall’idea stessa di Dio”. Fare i conti con le proprie tradizioni è un esercizio che dovrebbe caratterizzare costantemente il cristiano, ma che spesso viene trascurato. Fino a quando qualcuno, da fuori, lo fa notare.

Ovviamente gli autori atei di questi volumi non dicono solo cose condivisibili, e sarebbe preoccupante se così fosse: ritengono solo “psicosi” e “illusioni” la fede, ma non si può dare loro torto sul piano dell’onestà: sono in troppi, infatti, a fingere qualcosa che non hanno, almeno questi autori hanno il coraggio di ciò in cui (non) credono.

Interessante anche il concetto di Harris sulla fede: “O la Bibbia è un libro qualsiasi e Gesù un uomo comune, o no”. Non esistono vie di mezzo. Vero. Se sul piano culturale l’arricchimento è garantito da una molteplicità di idee, sul piano della fede esiste un’alterità che non consente vie di mezzo. O si crede in Gesù come messia, o non ci si crede. Se non ci si crede, tutto il rispetto. Se ci si crede, è necessario comportarsi di conseguenza, altrimenti è ipocrisia.

L’ultimo punto contestato alle fedi è l’ingerenza nelle leggi. E a chi sostiene che la fede cristiana porterebbe a leggi migliori gli autori contrappongono la posizione di un teologo anglicano, che proponeva il “supremo divorzio” tra fede e morale. Perché, dice questo teologo, “l’uomo non deve necessariamente credere per essere buono”.
Forse è l’aspetto più “scandaloso”, tra le teorie proposte. Ma in fondo, nemmeno qui l’autore ha torto. Non è necessario credere per essere buono. E può esistere anche una legge buona ma non cristiana, non proposta da cristiani, non sostenuta da cristiani. I cristiani non hanno l’esclusiva della bontà, e Dio agisce per molte vie.

E d’altronde cambiare il mondo non è nemmeno lo scopo del cristiano. A volte ci illudiamo di dover migliorare la società, rendere l’uomo “buono”. Dimenticando che Cristo non è venuto per rendere l’uomo migliore, ma per salvarlo. Forse dovremmo ricalibrare i nostri obiettivi di conseguenza.

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Il buono dell'ateismo

“Quando l’ateismo diventa bestseller”, articolo pubblicato ieri su Repubblica, offre vari spunti interessanti. Tre libri, un inglese, un americano e un italiano, sono ai primi posti in classifica grazie prevalentemente al passaparola: e questo è un’ulteriore garanzia che non si tratta di vendite gonfiate.

In sostanza, in un’epoca di ritorno alla religione, c’è spazio anche per chi sta “all’opposizione”, per l’ateismo: e questo è già un buon primo segno, che in qualche modo disinnesca i pericoli paventati da chi sosteneva che un ritorno della spiritualità appiattirà il dibattito e porterà all’intolleranza.

E poi, l’ateismo è salutare, sul piano culturale. Davvero: i cristiani non oserebbero mai porsi certe domande, che pure sono essenziali. Per esempio il concetto di religione.
È infatti interessante che i tre libri fronteggino non tanto l’idea di Dio, ma quella di religione, “fenomeno sempre più avulso dall’idea stessa di Dio”. Fare i conti con le proprie tradizioni è un esercizio che dovrebbe caratterizzare costantemente il cristiano, ma che spesso viene trascurato. Fino a quando qualcuno, da fuori, lo fa notare.

Ovviamente gli autori atei di questi volumi non dicono solo cose condivisibili, e sarebbe preoccupante se così fosse: ritengono solo “psicosi” e “illusioni” la fede, ma non si può dare loro torto sul piano dell’onestà: sono in troppi, infatti, a fingere qualcosa che non hanno, almeno questi autori hanno il coraggio di ciò in cui (non) credono.

Interessante anche il concetto di Harris sulla fede: “O la Bibbia è un libro qualsiasi e Gesù un uomo comune, o no”. Non esistono vie di mezzo. Vero. Se sul piano culturale l’arricchimento è garantito da una molteplicità di idee, sul piano della fede esiste un’alterità che non consente vie di mezzo. O si crede in Gesù come messia, o non ci si crede. Se non ci si crede, tutto il rispetto. Se ci si crede, è necessario comportarsi di conseguenza, altrimenti è ipocrisia.

L’ultimo punto contestato alle fedi è l’ingerenza nelle leggi. E a chi sostiene che la fede cristiana porterebbe a leggi migliori gli autori contrappongono la posizione di un teologo anglicano, che proponeva il “supremo divorzio” tra fede e morale. Perché, dice questo teologo, “l’uomo non deve necessariamente credere per essere buono”.
Forse è l’aspetto più “scandaloso”, tra le teorie proposte. Ma in fondo, nemmeno qui l’autore ha torto. Non è necessario credere per essere buono. E può esistere anche una legge buona ma non cristiana, non proposta da cristiani, non sostenuta da cristiani. I cristiani non hanno l’esclusiva della bontà, e Dio agisce per molte vie.

E d’altronde cambiare il mondo non è nemmeno lo scopo del cristiano. A volte ci illudiamo di dover migliorare la società, rendere l’uomo “buono”. Dimenticando che Cristo non è venuto per rendere l’uomo migliore, ma per salvarlo. Forse dovremmo ricalibrare i nostri obiettivi di conseguenza.

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Scienziati contro la credulità

Diecimila scienziati a San Francisco per cercare il dialogo con i ricercatori e l’opinione pubblica, ma soprattutto contro la credulità: il raduno si svolge in questi giorni al motto di “guerra alle superstizioni”, o almeno così interpreta La Stampa nel suo settimanale TuttoScienze.

Un testo in particolare è diventato il manifesto di questi scienziati, ossia “Le varietà dell’esperienza scientifica: una visione personale della ricerca di Dio”, scritto da Carl Sagan. Dove si leggono peraltro affermazioni interessanti: “Il problema non è negare o affermare l’esistenza di Dio: l’assenza di evidenza non è un’evidenza di assenza”. Non è una posizione così comune tra i suoi colti colleghi, che spesso sembrano non voler riconoscere come esistente quel che non possono vedere e provare: ma solo in campo spirituale, ovviamente, perché riconoscono senza problemi una serie di assiomi cui danno la dignità di “scientifici”, e che sono, di fatto, nient’altro che dogmi, punti fermi da cui partire per le esplorazioni. In queste parole di Sagan piace vedere un’apertura di credito, o quantomeno una mancanza di chiusure pregiudiziali. Che invece calano, giustamente, sulla credulità, sulla superstizione, e forse anche sul bigottismo, che è un modo facile per credere, dove il metodo e l’abitudine sostituiscono il ragionamento, la scelta quotidiana, il confronto delle proprie convinzioni con la realtà. Parte da lì, da questa abdicazione dalla riflessione – non certo dalla spiritualità e dalla fede – la facile credulità. E dalla facile credulità non discendono mai scelte, decisioni, soluzioni positive. Non serve uno scienziato per capirlo, anche se fa piacere che qualche scienziato ci abbia riflettuto.

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“Non farlo più”

Il paese del “non farlo più”: Paola Mastrocola individua con chiarezza e arguzia il problema dell’Italia di oggi. Che poi, a forza di dire “di oggi”, non ci rendiamo più conto di quanto sia invece già di ieri, di come un’intera generazione sia nata e sia stata cresciuta in questo contesto di deresponsabilizzazione. Tutto comincia con le migliori intenzioni, naturalmente. Per fermare un padre manesco un giudice restringe le facoltà dei genitori, che si ritrovano con le armi spuntate verso i figli in un’età dove la ragionevolezza non è ancora efficace per convincere a comportarsi civilmente. E così per la polizia, per gli insegnanti, per la chiesa e per ogni categoria. Lamentarsi per un estremo ha portato, nel tempo, alla difesa dell’estremo opposto, fino a costringere tutti ad abdicare dal proprio impegno e dal proprio ruolo.

Non vogliamo che nessuno faccia bene la sua parte, riassume infatti Mastrocola: la polizia, i genitori, gli insegnanti, e perfino le autorità ecclesiastiche. Non vogliamo, perché questo ci costringerebbe a una disciplina demodé, ma anche a prendere a nostra volta posizione chiaramente e con coerenza. Non possiamo lamentarci per l’assenza dei vigili e poi per la multa, quando blocchiamo il traffico con un parcheggio balordo. Scomodo, quindi, invocare la legalità: meglio lasciar passare.
Che, nella società delle velleità televisive, è evidentemente la cosa migliore: meglio tenersi le mani libere per cambiare idea spesso, seguendo la tendenza e i distinguo del momento, abili banderuole di una società che non vuole considerarsi adulta.

Ci stupiamo, quando qualcuno prende posizione. La chiesa, innanzitutto. La società non condivide la posizione sui Dico della maggior parte delle chiese cristiane, e fin qui siamo nella sfera del confronto democratico. Il problema è quando si tenta di imporre la sordina o il silenzio: “le idee dissonanti tienile per te”, sembrano dire i politici e molti benpensanti. condividiamo ma non vorremmo nemmeno sentirla. Fa male sentire una posizione di chi ha principi. E qui di democratico c’è poco.

Come cristiani sarebbe pericoloso se ignorassimo questa situazione. Si sente usare troppe volte a sproposito “Noi non siamo di questo mondo”, comodo alibi per giustificare la pigrizia intellettuale. In questo caso la citazione biblica è stringente: non accomodiamoci nella cultura superficiale “di questo mondo”, ma ribadiamo – “in questo mondo” – i valori, i principi, le risposte che come cristiani abbiamo ricevuto. Sempre che la nostra coscienza cristiana non sia ormai anestetizzata.

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"Non farlo più"

Il paese del “non farlo più”: Paola Mastrocola individua con chiarezza e arguzia il problema dell’Italia di oggi. Che poi, a forza di dire “di oggi”, non ci rendiamo più conto di quanto sia invece già di ieri, di come un’intera generazione sia nata e sia stata cresciuta in questo contesto di deresponsabilizzazione. Tutto comincia con le migliori intenzioni, naturalmente. Per fermare un padre manesco un giudice restringe le facoltà dei genitori, che si ritrovano con le armi spuntate verso i figli in un’età dove la ragionevolezza non è ancora efficace per convincere a comportarsi civilmente. E così per la polizia, per gli insegnanti, per la chiesa e per ogni categoria. Lamentarsi per un estremo ha portato, nel tempo, alla difesa dell’estremo opposto, fino a costringere tutti ad abdicare dal proprio impegno e dal proprio ruolo.

Non vogliamo che nessuno faccia bene la sua parte, riassume infatti Mastrocola: la polizia, i genitori, gli insegnanti, e perfino le autorità ecclesiastiche. Non vogliamo, perché questo ci costringerebbe a una disciplina demodé, ma anche a prendere a nostra volta posizione chiaramente e con coerenza. Non possiamo lamentarci per l’assenza dei vigili e poi per la multa, quando blocchiamo il traffico con un parcheggio balordo. Scomodo, quindi, invocare la legalità: meglio lasciar passare.
Che, nella società delle velleità televisive, è evidentemente la cosa migliore: meglio tenersi le mani libere per cambiare idea spesso, seguendo la tendenza e i distinguo del momento, abili banderuole di una società che non vuole considerarsi adulta.

Ci stupiamo, quando qualcuno prende posizione. La chiesa, innanzitutto. La società non condivide la posizione sui Dico della maggior parte delle chiese cristiane, e fin qui siamo nella sfera del confronto democratico. Il problema è quando si tenta di imporre la sordina o il silenzio: “le idee dissonanti tienile per te”, sembrano dire i politici e molti benpensanti. condividiamo ma non vorremmo nemmeno sentirla. Fa male sentire una posizione di chi ha principi. E qui di democratico c’è poco.

Come cristiani sarebbe pericoloso se ignorassimo questa situazione. Si sente usare troppe volte a sproposito “Noi non siamo di questo mondo”, comodo alibi per giustificare la pigrizia intellettuale. In questo caso la citazione biblica è stringente: non accomodiamoci nella cultura superficiale “di questo mondo”, ma ribadiamo – “in questo mondo” – i valori, i principi, le risposte che come cristiani abbiamo ricevuto. Sempre che la nostra coscienza cristiana non sia ormai anestetizzata.

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Lentezza e serenità

Senza fretta contro lo stress: è il giorno più lento dell’anno. Un’iniziativa nata da Pavia e rimbalzata via Internet in tutto il mondo, propone per oggi la giornata internazionale della lentezza. Si propongono iniziative in tutta Italia e all’estero, che puntano a valorizzare uno stile di vita diverso, più lento ma soprattutto più sereno.

Ammettiamolo: non è questione di velocità, spesso corriamo per abitudine. Certo, ci sono i momenti in cui vanno rispettate certe scadenze, ma sono casi prevalentemente rari. Lo stile che prevale di solito è quello di fare tutto, fare presto, fare tre cose alla volta per terminare con uno stato di tensione e un altro vuoto da riempire. Fare, fare, fare. Spesso senza pensare, perché pensare porta via tempo. Almeno apparentemente, perché spesso questa tendenza ci porta a rifare più volte un lavoro proprio a causa di questa mancanza di riflessione. Insomma, questione di serenità: una serenità che parte dal pratico e raggiunge la sfera interiore, spirituale. Molto spesso ci manca la pace, ma soprattutto perché siamo noi a perderla. Innanzitutto organizzandoci male, lasciando gli impegni all’ultimo minuto, e creando così un ingorgo di situazioni potenzialmente negative sul piano dell’urgenza. Ma poi, siamo capaci di farci del male anche semplicemente per i troppi sì: troppi impegni che non riusciamo a coprire e che non siamo stati in grado di valutare. E allora, lentezza significa anche responsabilità: responsabilità nelle scelte, nella valutazione realistica delle proprie possibilità, nella impostazione corretta della propria giornata, della propria settimana, della propria vita.

Oggi è la giornata della lentezza. Può essere un caso unico, oppure una prova. Ci sono tante piccole cose che si possono fare per evitare di stare male a forza di correre.

Se funziona, ricominciamo. Ricominciamo da oggi. Basta rallentare ogni azione di 5, 10 secondi. Niente di che, nell’economia della giornata, saranno pochi minuti in tutto. Ma ci permetteranno di arrivare alla sera con una condizione psicologica diversa, con una pace da giorno di festa. E poi chissà, rallentando e diradando, magari troveremo più tempo. Più tempo per noi, per guardarci dentro. E per guardare in alto con più serenità, senza per forza guardare contemporaneamente l’orologio.

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Un caffè contro la pigrizia

“Caffè versato”, quattro amici e un prof al bar: a due passi dall’università Cattolica di Milano un docente sfida la “pigrizia intellettuale”.

Si tratta di un’idea covata a lungo e lanciata nel 2003 agli studenti da un docente di letteratura, Giuseppe Langella: ogni mercoledì pomeriggio in un bar del centro un gruppo di giovani, insieme al docente universitario, si incontra per discutere. Discutere di letteratura, cinema, classici, novità, temi esistenziali. L’idea, naturalmente, non è nuova, e richiama la nobiltà culturale dei caffè letterari ottocenteschi, laboratori di idee dove si confrontavano grandi pensatori in un periodo effervescente di idee, spunti, novità culturali e sociali. Onore al merito del docente, che ha saputo stimolare gli studenti (e non solo, perché il gruppo è composito e comprende anche persone esterne al mondo accademico) a incontrarsi per confrontarsi e arricchirsi a vicenda.

Si è trattato di una sfida, vinta, a uno dei mali – nemmeno troppo minori – del nostro tempo: la pigrizia intellettuale, che porta gli individui ad allinearsi acriticamente con le posizioni della maggioranza, a non pensare, a evitare ogni confronto che non sia fatto di luoghi comuni e che possa portare a qualche conclusione concreta, che possa mettere in discussione le poche e labili certezze cui ancora ci si può aggrappare. Più comodo, naturalmente, vivere una vita culturalmente piatta, dove i problemi si mettono in stand-by appena la suoneria del nuovo cellulare annuncia l’arrivo di un sms. Più comodo, ma solo sul breve periodo: perché, ahiloro, l’essere umano è portato a interrogarsi, e proprio in questo si distingue dall’animale. Le domande emergono, volenti o nolenti. Si possono narcotizzare, sedare momentaneamente. Si possono liquidare con risposte banali, magari mutuate dal (carente) pensiero maggioritario. Si può perfino dimenticarle, ubriacandosi di emozioni effimere. Ma sono destinate, queste domande, a riemergere periodicamente, rodendo la sostanza di cui sono fatte le passioni e lasciando, così, un desolante vuoto dentro all’anima.

Spiace notare che questo succede, talvolta, anche nelle chiese, specie tra i giovani. Gli incontri dedicati a loro molto spesso ricalcano schemi che non cambiano dagli anni Sessanta, ignorando il concetto di interattività se non per porre qualche domanda di maniera sul tema biblico di turno. La società non stimola a riflettere, la chiesa nemmeno. E la pigrizia intellettuale, in questo ultimo caso ammantata da qualche cristiana convinzione, si fa largo. Interessante quindi, da questo punto di vista, l’unica regola del “Caffè versato”: ogni partecipante è tenuto a portare un testo o un argomento su cui discutere. Il rischio è degenerare in un talk show, ma solo se il moderatore non è capace di ricevere e rimpallare i temi, incanalando la discussione: se invece è ricettivo, la discussione si può snodare serena e costruttiva. Anche in chiesa. Arricchendo tutti i partecipanti e dando nuova linfa agli incontri dei giovani.

Confrontarsi è essenziale, specie per i giovani di oggi; confrontarsi senza avere paura di interrogarsi anche su questioni scomode, su temi che impegnano i filosofi da millenni. Senza luoghi comuni, soluzioni preconcette, frasi fatte: anzi, magari cominciando proprio con una profonda riflessione sulle frasi che ormai consideriamo acquisite, ma di cui abbiamo scordato il significato.

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Teenager alla ricerca

I nostri adolescenti sono tra quelli più felici in Europa. Hanno una famiglia (con cui pranzano) e vivono un buon rapporto, ascoltati dai genitori; meno bene gli amici, che per metà dei teenager intervistati non sono “gentili e disponibili”, anche se sappiamo che a quell’età è normale non essere soddisfatti degli altri. Stupisce, quindi, che la famiglia sia ritratta in maniera così favorevole.

Niente a che vedere con i britannici, che sono in situazioni molto più drammatiche, una vera “nuova gioventù bruciata”.

Eppure. Eppure, nonostante la situazione apparentemente felice, ci ritroviamo con fenomeni adolescenziali preoccupanti. Fenomeni di bullismo; mancanza di rispetto e addirittura casi di violenza sugli insegnanti; vandalismi; un’affettività precoce e bruciata tra bravate ed esibizionismi.

Le famiglie danno quel che possono, quel che hanno; parlano con i figli, ma sappiamo che oggi si riesce a parlare per ore senza dire nulla. Probabilmente non hanno ciò di cui i figli hanno bisogno: valori, principi, punti fermi. Per questo per sentirsi grandi hanno poi bisogno di maltrattare gli altri per crearsi un ruolo sociale; di contestare la massima autorità che conoscono, l’insegnante, per darsi un tono; di dimostrarsi capaci di “fare come i grandi”, imitando i modelli commercialmente sensuali della televisione, confinandosi a vivere in uno spot perenne.
Hanno un vuoto dentro che le famiglie non riescono a riempire, perché, in un’epoca di relativismo e superficialità, non hanno più le risposte alle tante domande dei figli.

C’è da chiedersi, allora, se come cristiani stiamo facendo abbastanza per raggiungere in maniera appropriata i giovani, per aiutarli a riempire quel vuoto con una risposta, con LA risposta. Oppure se, legati ai nostri schemi, non capiamo il loro bisogno e pretendiamo che loro ci capiscano a prescindere.

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Cure e prevenzioni

“Boom per le nozze in municipio e coppie di fatto in aumento”. Un quadro decisamente sconsolante quello che prospetta l’Istat, che nella immediatezza dei dati racconta una tendenza sempre più negativa per il matrimonio tradizionale. Calano i matrimoni, aumentano le coppie di fatto e il 15% delle nascite avviene ormai fuori dal matrimonio; tra coloro che si sposano, 80mila all’anno divorziano, e il 10% ci riprova, evidentemente con altri partner. Ci si sposa meno, e oltretutto più tardi, tra i trentadue (per lui) e i trenta (per lei), età nella quale le precedenti generazioni vivevano una vita familiare già ben consolidata.

Insomma, come nota Maria Corbi sulla Stampa, presentando la questione, la realtà è sempre un passo avanti rispetto alle leggi e alle dispute etiche. Forse. O forse la fuga in avanti è dovuta proprio alla mancanza di un’etica di riferimento, alla quale rifarsi nel momento delle scelte. Forse c’è troppa leggerezza nelle scelte di coppia – matrimonio o convivenza che sia -, una superficialità che si riscontra ormai in tutti gli aspetti della vita. Forse il matrimonio ha assunto il ruolo di momento sociale, più che di impegno consapevole per una vita in comune volta alla costruzione di una famiglia. Forse l’idea di una via d’uscita per le emergenze – il divorzio, inizialmente, veniva visto da molti in quest’ottica – è diventata l’abitudine, proprio come l’eccezione è diventata la regola.

Forse la legge può poco, di fronte alla realtà, se non seguirla o contrastarla, suonando come una cura tardiva. Forse quel che è mancato, e che manca, è una seria prevenzione, anche in fatto di etica e morale, perché la prevenzione non è soltanto profilassi in senso medico. Tutti hanno diritto di esprimersi, di vivere, di scegliere per se stessi (è il principio della libertà, e nessuno si sogna di contestarlo), ma è altrettanto vero che più di qualcuno accetterebbe volentieri un consiglio sensato, un modello di vita più sostenibile di quello attuale, basato solo sull’apparenza. Non parliamo di uno stato paternalista che sceglie i programmi, naturalmente: concetto ormai obsoleto e difficilmente riproponibile, e in fondo nemmeno lo si rimpiange troppo. Nessuno vuole imporre nulla, ma più di qualcuno è in grado di dare qualche indicazione: per esperienza, per capacità, per gli errori fatti e pagati.

Dopo vent’anni di veline e tronisti è naturale che i parametri etici siano ormai drammaticamente incerti. Ma siamo sicuri che gli spettatori cerchino proprio e solo questo?

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