Archivio mensile:marzo 2007

Discriminazioni globali

«L’ora di religione discriminata», titola il Giornale, segnalando che la diocesi di Vittorio Veneto (TV) ha fatto ricorso al Tar contro un liceo del trevigiano che relega la lezione negli orari peggiori (per inciso, le prime e le ultime ore, come da direttive ventennali).

Segno dei tempi. La chiesa cattolica grida alla discriminazione perché le lezioni di religione vengono poste all’inizio o alla fine dell’orario scolastico. “In questo modo se ne vanno anche coloro che non hanno niente contro la religione cattolica”, afferma la diocesi di Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, preoccupata evidentemente per la pigrizia dei cattolici del luogo, allettati eccessivamente dalla possibilità di accorciare la giornata scolastica.

Discriminazioni. I cattolici si considerano discriminati. Gli altri si considerano discriminati, da sempre: da quando si vedevano guardare come diversi e si ritrovavano a perdere ore in biblioteca con insegnanti svogliati a sorvegliarli. Una volta, però, almeno erano solo gli “altri” a lamentarsi, con buona pace dei cattolici, maggioranza incontestata e quindi – a ragione – prevalente. Oggi viviamo in un paese di minoranze: lo dimostrano piccoli fatti come l’otto per mille o la frequenza alle funzioni domenicali o all’ora di religione. E allora: se l’ora di religione deve scontentare tutti, perché non eliminarla e risolvere il problema alla radice?

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Di scienza in fede

Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere, si chiede su Magazine “Perché l tv laica non nomina mai Dio”. Partendo dal “superficiale, irridente, ideologico” libro del matematico Piergiorgio Odifreddi che sbeffeggia la fede, Grasso ricorda che Piero Angela – esempio massimo di servizio pubblico Rai – non ha mai, nei suoi programmi, citato Dio. E non per sensibilità: semplicemente perché non lo ritiene elemento utile da considerare. In questo si allinea alla posizione di Odifreddi: “Diversamente dalle religioni, la scienza non ha dunque bisogno di rivendicare nessun monopolio della verità; semplicemente ce l’ha”. Una posizione che si fa pericolosa, perché passa dalla scienza, disciplina fatta di prove e verifiche, all’assioma: dal test al dogma. E in questi termini, che differenza c’è tra chi dice “la scienza ha ragione senza bisogno di dimostrarlo”, e chi afferma invece “Dio c’è, e non ho bisogno di dimostrarlo?”. Che delusione, una scienza che si fa fede.

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Infanzia depressa

“L’Italia dice sì al Prozac per i bimbi”, anche se potrà essere somministrato solo sotto controllo medico. “La depressione infantile riguarda il 2-3% dei piccoli”, spiega un neurologo, e si parla di depressione grave, data da cause genetiche o ambientali.

Ma anche dare antidepressivi ai bambini, per quanto sia una scelta grave, è un palliativo che allontana dal vero problema. E il problema sono gli adulti. Una volta i bambini godevano di una tutela universalmente riconosciuta, che consentiva loro di crescere con una certa serenità tra giochi, collaborazione familiare (anche lavoro, per chi viveva in campagna), interazione sociale spontanea e tanto spazio alla fantasia. I genitori non li caricavano dei loro problemi.
Oggi i genitori trasmettono ai figli le loro manie, i tic, le frustrazioni, le ansie: i figli come proiezione di quello che non hanno o che non hanno avuto.

E i figli ne risentono. Prima imponiamo ai bambini ritmi battenti e attività nevrotiche, poi chiediamo loro di stare fermi. Prima li riempiamo di oggetti, poi ci stupiamo che appena manca qualcosa si deprimono.
Contraddizioni di una società che non tutela l’infanzia. Quella poca infanzia che le resta.

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Germania senza fede

In Germania la fede è in crisi: edifici di culto che chiudono – talvolta per far posto a supermercati, i templi del nostro secolo -, una percentuale irrisoria di cristiani coerenti nella frequenza delle riunioni, e latitanti perfino nelle donazioni (che in Germania sono legate alla dichiarazione dei redditi). Per non parlare dei quiz, dove l’ignoranza biblica è ormai abissale, tanto da scambiare il Golgota per un dentifricio o un formaggio.

Quindi le chiese chiudono, mentre nuove moschee aprono. Questione di numeri, naturalmente. E di convinzione. Purtroppo i cristiani, oggi, credono di poter essere credenti con lo sconto, senza impegno, in comode rate. I musulmani no, se ci credono, ci credono. La differenza si vede.

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Ruoli invertiti

Il giornalismo fazioso non è di moda solo dalle nostre parti: negli USA gli emuli di Michael Moore (protagonista peraltro di una irresistibile parodia a Sputnik, su Italia 1) sparano a destra e a manca, ma soprattutto alla destra religiosa. Stavolta tocca agli evangelici, finiti nel mirino di un documentario della giornalista Alexandra Pelosi. Il cognome non vi è nuovo? Certo, è la figlia di Nancy Pelosi, speaker del Congresso dopo la vittoria dei democratici alle recenti elezioni di medio termine.

Del documentario ha parlato Stefano Pistolini sul quotidiano Il Foglio, spiegando che la figlia del presidente del Congresso degli Stati uniti ha attaccato gli evangelici in un documentario dal titolo “Friends of God”, dove, enfatizzando sapientemente gli aspetti più bizzarri ed esasperati, e sorvolando sul resto, si mettono alla berlina quegli ottanta milioni di credenti USA che hanno il difetto (tutto il mondo è paese) di non sapersi rapportare nel modo giusto con i media.

Scrive tra l’altro Pistolini che “per la Pelosi il pianeta degli evangelici va visitato così, restando sull’increspatura visibile del fenomeno: sottolineando quanto siano buffi, cafoni, creduloni, inguaribilmente provinciali e tendenzialmente pericolosi».

Si coglie, nelle parole di Pistolini, fastidio per lo snobismo che pervade il lavoro della Pelosi, secondo la quale, scrive, «gli evangelici possono anche continuare a essere un colorito pezzo d’America, ma soltanto a patto di restar confinati nella bizzarria» di parchi biblici a tema, minigolf evangelici e megachiese dai culti coloriti.

«Altre domande – spiega Pistolini – la giornalista non se ne fa, fasciata nel suo impermeabilino manhattanite: non parla della spirito di solidarietà che anima la comunità, non accenna alla capacità di agire a sostegno di chi ha bisogno. Non s’insospettisce neppure per quell’atmosfera di serenità e palpabile benessere, che si respira in mezzo a questa gente, che comunica un’imbarazzante positività».

«Sono 80 milioni – conclude Pistolini -, ci credono, sono rassegnati a essere fraintesi, ma chiedono d’essere rispettati.
“Friends of God” invece è un’inchiesta miope e snob. C’è una moltitudine che va altrove: liberi di ignorarne le motivazioni. Ma limitarsi a sfotterli è davvero un piano oscurantista».

Una giornalista americana spara a zero sugli evangelici, senza avere capito il loro contesto e – forse – nemmeno il senso della fede. Un giornalista italiano, secolare, li difende. Una partita a ruoli invertiti. Anche se è triste che, in Italia come negli USA, a difendere gli evangelici debbano essere sempre altri, onesti estimatori, e che il movimento – troppo preso a dividersi – non sia in grado di esprimersi da sé.

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Soldi e Bibbia

«La mini-predicatrice tutta Bibbia e dollari»: ne parla Paolo Manzo, inviato dalla Stampa a San Paolo, che ha scoperto una tale Ana Crolina Lucena Dias, classe 1994, la “più giovane predicatrice del Brasile”, che già a otto anni infiammava la chiesa di (guarda caso) suo padre. Nel messaggio riportato dal giornalista, la giovane incitava alla fedeltà a Dio. Che però non si esplicitava nell’amore per il prossimo, nella diffusione del messaggio di speranza, nella crescita spirituale: no, si esprimeva “donando una parte dei vostri guadagni”. Un tema, quello dei soldi, che sta particolarmente a cuore alle tante realtà neoevangeliche nate in Brasile (ma non solo in Brasile) negli ultimi anni, sulla scia delle promesse del vangelo della prosperità, che – a scanso di equivoci – è solo una copia sbiadita e parziale e del vangelo di Cristo, che ogni credente è chiamato a diffondere.

Solo un commento è possibile: che tristezza. È triste veder usare un bambino, a prescindere dal contesto. Vederlo usare per scopi poco nobili, poi, è un’aggravante.

È ancora più triste però veder trattare la fede cristiana come un prodotto dei tanti, come un barattolo di pomodori, un’auto, un’assicurazione: un prodotto dove uno dei primi argomenti che si affrontano – prima ancora della salvezza, prima della speranza, prima dell’amore – sono i soldi. Soldi che, ovviamente, finiscono nelle tasche dei predicatori, e vengono usati come un plateale insulto alla povertà di chi dona con fede.

Tristemente, questo sta diventando un trend preoccupante e diffuso. In questi casi sì, non possiamo dare tutti i torti ai media che parlano di “sette” e non di chiese. Ma meglio ancora, parleremmo di attività commerciali.

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La spaccatura ecologica

Gli evangelici USA non sono più compatti come una volta: un articolo di peacereporter, che spesso tratta con garbo le vicende dei born-again d’Oltreoceano, segnala una situazione nuova per uno tra i movimenti più compatti del nuovo Continente. Fino a oggi gli evangelici erano la destra religiosa, e viceversa: l’identità di valori tra repubblicani ed evangelicals era inscalfibile. Questo comportava un peso specifico notevole del movimento evangelico in campo politico: nessun candidato repubblicano poteva prescindere dalla base evangelica senza perdere un bacino di voti essenziale per la vittoria.

Oggi il movimento si diversifica, in particolare su due temi. Il primo è la condotta di guerra in Iraq e Afghanistan: l’Alleanza evangelica USA ha infatti criticato alcune esagerazioni dell’amministrazione Bush nella gestione delle questioni mediorientali, in particolare la tortura. La destra evangelica che critica un presidente repubblicano, e per giunta nato di nuovo è sicuramente una novità nella prospettiva evangelica degli ultimi decenni, per quanto la portata dell’obiezione sia difficile da comprendere oggi nella vecchia Europa, dove anche i politici cattolici non si creano troppi problemi a discutere il parere del papa.

L’altro aspetto rilevante è la posizione in merito alla politica ecologica: l’Alleanza evangelica infatti chiede alle autorità una maggiore attenzione in merito. Una inedita sensibilità su un tema fino a oggi trascurato nel campo evangelico USA, una presa di posizione che ha fatto sollevare obiezioni a un gruppetto di pastori ultraconservatori, preoccupati perché l’attenzione per temi così “futili” rischia di distogliere l’attenzione dalle grandi questioni sociali come l’aborto e l’omosessualità.

Che l’ecologia non sia una priorità spirituale è fuor di dubbio, e probabilmente nemmeno l’Alleanza USA lo mette in discussione; resta il fatto che è una tematica ormai urgente sul piano sociale. L’aver sollevato il problema dimostra che gli evangelici USA cominciano a guardarsi attorno anche fuori dai luoghi comuni, e a rendersi conto di aver trascurato la società troppo a lungo, restando arroccati sulle solite tematiche e dimenticando l’azione sociale che ogni chiesa – ogni cristiano – deve abbinare all’azione spirituale. I problemi della società non sono solo spirituali; sarebbe sbagliato per una chiesa trasformarsi in un club qualsiasi, come pure in un partito o in un movimento di beneficenza. Ma è altrettanto sbagliato dimenticare che, in una società dove apparire senza essere è fin troppo facile, il mondo cerca fatti capaci di confermare le parole.

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What’s diritti?

“Prima dell’aborto va mostrata la foto del feto”: l’uso di immagini obbligatorie da usare come deterrente prima della scelta è la nuova proposta che emerge tra i conservatori statunitensi per arginare le interruzioni di gravidanza. Per ora è possibile vedere la foto agli ultrasuoni del feto, ma non obbligatorio; il Sud Carolina vuole renderlo necessario, introducendolo come parte del consenso informato, mentre il Mississippi vuole aggiungere anche l’ascolto del battito del cuore del bimbo in gestazione.

Scontata la sollevazione da parte delle associazioni a favore dell’aborto, che si spingono a parlare di “violazione dei diritti umani della donna”. Curiosamente in quegli ambienti del nascituro si parla davvero poco; eppure è sempre più angosciante scoprire che sempre più spesso, nell’interruzione di gravidanza, non si asporta un “grumo di cellule”, come qualcuno afferma per sentire la coscienza più leggera, ma un bimbo i cui organi sono spesso già formati. Un bambino, e non solo potenzialmente.

Eppure c’è chi dice no a prescindere: cercare di dissuadere da un atto estremo, tentare di trovare insieme alla gestante alternative diverse all’interruzione (come l’adozione), scongiurare un’operazione che devasta corpo e psiche per il presente e il futuro, non si può: è “una violazione dei diritti umani”.

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What's diritti?

“Prima dell’aborto va mostrata la foto del feto”: l’uso di immagini obbligatorie da usare come deterrente prima della scelta è la nuova proposta che emerge tra i conservatori statunitensi per arginare le interruzioni di gravidanza. Per ora è possibile vedere la foto agli ultrasuoni del feto, ma non obbligatorio; il Sud Carolina vuole renderlo necessario, introducendolo come parte del consenso informato, mentre il Mississippi vuole aggiungere anche l’ascolto del battito del cuore del bimbo in gestazione.

Scontata la sollevazione da parte delle associazioni a favore dell’aborto, che si spingono a parlare di “violazione dei diritti umani della donna”. Curiosamente in quegli ambienti del nascituro si parla davvero poco; eppure è sempre più angosciante scoprire che sempre più spesso, nell’interruzione di gravidanza, non si asporta un “grumo di cellule”, come qualcuno afferma per sentire la coscienza più leggera, ma un bimbo i cui organi sono spesso già formati. Un bambino, e non solo potenzialmente.

Eppure c’è chi dice no a prescindere: cercare di dissuadere da un atto estremo, tentare di trovare insieme alla gestante alternative diverse all’interruzione (come l’adozione), scongiurare un’operazione che devasta corpo e psiche per il presente e il futuro, non si può: è “una violazione dei diritti umani”.

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Semplicità

Storie di provincia: un muratore di 43 anni ha vinto un milione (di euro) al “gratta e vinci”. È successo a Zenson di Piave, località nel trevigiano. La notizia non sta tanto nella vincita, comunque, ragguardevole, quanto nella sua reazione. Anziché defilarsi ha voluto festeggiare con tutto il paese, e alla domanda su come avrebbe usato i soldi ha dato una risposta che avrebbe disarmato ogni uomo del XXI secolo: «Ma ti pare – racconta la Stampa – che una cosa del genere mi cambia la vita? No, non fa per me. Sono semplice e voglio restare semplice. Voglio dare sicurezza per il futuro alla mia bambina di 14 anni, e aiutare tutti gli amici che hanno bisogno. A me, di tutto questo milione, non serve neanche un euro».
E la mattina dopo, passati i festeggiamenti, non ha cambiato idea: «Ti sembro uno che si compra la Ferrari? Mi basta guardarla in televisione. La casa ce l’ho, il lavoro anche e me lo tengo stretto. Porto in bana il tagliando e poi corro in cantiere.la fortuna da soli non va bene. Metto via qualcosa per mia figlia e poi sono qui, pronto ad aiutare gli amici in difficoltà».

Una vita semplice, spartana, lontana dalla rincorsa alla tecnologia ultimo modello, dai rapporti sociali sofisticati, dal desiderio di apparire, dalle tentazioni del jet set, dai lustrini della bella vita.

Famiglia, figli, amici, lavoro, e – dopo aver coperto le esigenze basilari che la vita richiede – una solidarietà umana che non si defila nel momento in cui si potrebbe dare di più.

Una felicità che non si compra né si vende, ma si vive a prescindere dalle questioni economiche.

Non è un predicatore: è un muratore della campagna veneta che ha detto due cose in cui crede, e probabilmente si è anche stupito per la sorpresa, perché le considera perfino scontate.

È un muratore, e probabilmente crede di non avere nulla di speciale da insegnare. Eppure, con la sua “normalità” etica, è stato più efficace – e verosimile – di molte prediche. E magari è stato di migliore esempio (vogliamo dire “testimonianza”?) di molti cristiani.

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