Archivio mensile:marzo 2007

Scuse con riserva

“Cannabis libera, ci siamo sbagliati”: l’Indipendent, quotidiano di riferimento della sinistra inglese radical, fa marcia indietro dieci anni dopo aver promosso e sostenuto la depenalizzazione della marijuana. Spiega il Corriere oggi che l’Indipendent si è accorto di come lo spinello abbia fatto 22 mila “vittime” nel 2006, di cui la metà minorenni, una parte dei quali si è ritrovato non solo in clinica per la disintossicazione, ma anche con disturbi psichici.

Si tratta però di una marcia indietro a metà: se è vero che la testata si scusa, è altrettanto vero che resta convinta della validità della battaglia portata avanti nel 1997: il fatto è che, stando al giornale, nel frattempo sono cambiate le condizioni, e soprattutto le sostanze: oggi uno spinello sarebbe 25 volte più potente di allora, con tutte le conseguenze del caso.

Insomma: il giornale britannico dice in sostanza “sulla cannabis abbiamo sbagliato ma avevamo ragione”. Sono pur sempre scuse, ma messe così suonano un po’ ipocrite.

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Conoscenza personale

Anche negli Stati Uniti l’ignoranza biblica la fa da padrona. Secondo una rilevazione di Religious literacy citata sul Corriere da Massimo Gaggi, oggi l’81% degli americani si definisce cristiani, il 47% afferma di leggere con una certa regolarità la Bibbia, ma poi confonde nomi, fatti, comandamenti con un’approssimazione strabiliante. «Quello dell’ignoranza in campo religioso – scrive Gaggi – non è un problema recente: un sondaggio sondaggio condotto nel 1965 non dette – tutto sommato – risultati molto migliori. E, forse, in molti Paesi europei sondaggi con domande sugli autori de quattro Vangeli o sui libri che compongono la Bibbia non otterrebbero risultati molto diversi».

Resta un fatto: negli USA almeno c’è una tradizione culturale cristiana fatta di scuola domenicale, corsi battesimali, frequenza attiva alla vita di chiesa, vita sociale improntata su valori evangelici, e questo comporta comunque un rapporto più familiare con la Bibbia rispetto all’Europa, dove le tradizioni religiose secolari – cattolica o protestante che siano – non hanno aiutato negli ultimi secoli ad avvicinare le Sacre Scritture ai singoli.

Il problema della conoscenza biblica non è solo una questione culturale: certo, la Bibbia resta alla base della cultura occidentale, e non conoscerla è una carenza culturale non da poco anche per chi non si considera cristiano. Ma tanto più la conoscenza biblica dovrebbe essere un punto d’onore per il cristiano: se è davvero tale è stato rigenerato da Dio e ha un rapporto personale con il suo Signore che estrinseca principalmente attraverso la preghiera e – appunto – la lettura meditativa. Lo fa non per accrescere una conoscenza teorica, ma per trovare risposte, forza, serenità, incoraggiamento per la propria vita e il proprio cammino di fede. Se oggi l’ambiente cristiano è così sonnacchioso e abulico, i motivi sono diversi. La scarsa confidenza con la Bibbia è uno di questi.

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Cultura rapida

Film e musica in un minuto – titola il Corriere -: è l’era della “snack culture”, la cultura preconfezionata e condensata che, come le merendine, si consuma di corsa, al volo, per non perdere tempo.

È la società dell’immagine, ma senza fermo-immagine.

Leggere richiede tempo. Guardare un film, ascoltare un brano, perfino giocare ai videogame ne richiede. Ed è tempo che portiamo via ad altro. Il problema è capire se c’è davvero qualcosa di “altro” ad aspettarci, oppure se la corsa è fine a se stessa. Fateci caso, se prendete la metropolitana a Milano: appena le porte si aprono, tutti si mettono a correre. Appena giunti in superficie rallentano o si fermano. Non è fretta, è assimilazione all’urgenza, ansia per il passo successivo, dipendenza dal “dopo”, anche se questo dopo dovesse dimostrarsi vuoto.
Correre, insomma, ha preso il sopravvento, facendo dimenticare il motivo stesso per cui corriamo.

La snack culture viene incontro a questa esigenza: riassumere, condensare per far perdere sempre meno tempo. Eppure non è la stessa cosa. Un distillato di conoscenze prodotto da altri non viene acquisito allo stesso modo. La concentrazione, la ricerca, la valutazione delle priorità, l’impegno di sintesi non si trasmettono, si acquisiscono. E solo quando si acquisiscono, durano. Leggere, guardare, studiare non è tempo perso. Non è solo la fascinazione che esercita la pagina di cesura tra concetti diversi, il foglio di appunti che si riempie, il sunto del sunto che man mano tratteggia sempre meglio il quadro generale.

No, non è solo la nostalgia di vecchi arnesi: è proprio una necessità. Un capitolo noioso, una fila alla posta, una spiegazione che dobbiamo ripetere, un testo che perdiamo e ci ritroviamo a ribattere da capo possono essere momenti esiziali. Spesso è proprio quella apparente perdita di tempo a fare da humus ai semi della conoscenza, è quello il terreno necessario per incubare i concetti, collegarli tra loro, far nascere un’idea.

Fermarsi non sempre significa bloccarsi. Anzi.

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Quella fastidiosa normalità

“Che vergogna essere normali”, denuncia oggi Cristiano Gatti sul Giornale. Essere “normali”, all’alba del XXI secolo, mette in imbarazzo, in un contesto sociale che premia gli arrivisti e gli arrivati, i diversi (più nel male che nel bene) e gli arroganti.

«Sono stili di vita che ci siamo costruiti in nome della libertà – rileva Gatti -. Delle idee, dei costumi. Ma la libertà è una cosa troppo sacra perché diventi questo svaccato e lascivo circo equestre. La libertà andrebbe studiata, conosciuta, imparata, perché è un attrezzo molto sofisticato. Può arrecare i vantaggi più sublimi, ma anche i danni più devastanti. Dipende da chi la usa».

Gatti chiude con una nota dolente: «Si può dire che in un luogo normale, un ragazzo di 32 anni non può diventare ricco sfondato ciurlando nel manico col suo letale teleobiettivo? Prova a dirlo. Sanno già come rispondere: “non cadiamo nel moralismo”. In questa grande epopea degli immoralisti… non è contemplato un pudore normale, un ragionamento normale, un modello normale. Purtroppo hanno vinto loro. Agli sconfitti non resta molto. Possono cullare soltanto il patetico rimpianto di immagini antiche».

La situazione è desolante, ma forse una speranza c’è. I “normali” non sono pochi: sono solo addormentati, anestetizzati dalle luci della ribalta che abbagliano malamente chi sta in platea. Eppure c’è spazio per dirsi “fieri di essere normali”, specie tra i cristiani coerenti. Anzi: dovrebbe essere… normale, considerato che è un vanto poter avere dei punti fermi a cui riferirsi nelle grandi questioni della vita come nelle piccole occasioni di ogni giorno.

Il cristiano viene messo in guardia dalla Bibbia a non lasciarsi abbindolare dal “presente secolo”. Quel “presente” comprende qualunque epoca: l’allerta valeva per gli anni della contestazione, dell’eversione e della politica militante; valeva per gli anni dell’edonismo; valeva per gli anni della crisi dei valori; valeva per gli anni del postcristianesimo. E non ha meno senso oggi, quando un desolante disimpegno a ogni livello – umano, civile, morale – caratterizza il panorama sociale in cui ci muoviamo.

Più questo contesto si inacerbisce, più diventa un punto d’onore per il cristiano ricordare la propria vocazione, la propria chiamata, la propria scelta di vita. Perché contrariamente a quel che la televisione e il mondo dello spettacolo insegnano, avere principi morali ed etici non è un peccato: semmai è un peccato non averne.

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L’altra faccia della medaglia

Titolava ieri il Giornale «La Regione Lombardia: stop alle moschee in Lombardia. Un emendamento alla legge per il territorio consentirà di costruire solo nelle aree “standard”, quelle riservate a strutture di servizio per la collettività».

Si parla di moschee e del capitolo, sempre aperto, della convivenza civile. La Regione Lombardia decide di consentire la costruzione di luoghi di culto solamente nelle aree predisposte, bloccando in questo modo la proliferazione di moschee in ogni dove. Un problema sentito in Lombardia per motivi di viabilità, convivenza e soprattutto di sicurezza.

Formalmente la questione, da come viene presentata sui giornali, dovrebbe riguardare solo le moschee. Ma non è così: si parla di “luoghi di culto”, e quindi la normativa restrittiva riguarderà, a rigor di logica, anche le realtà cristiane. Come le chiese evangeliche, che magari, dopo anni di peregrinazioni in affitto qua e là in locali meno consoni, decidono di acquistare un terreno e costruirsi un locale proprio.

Come si diceva ieri: una minore libertà, o almeno una maggiore difficoltà nell’esercitare i nostri diritti di minoranza, è uno dei prezzi da pagare per una maggiore sicurezza. Siamo disposti a pagarlo?

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L'altra faccia della medaglia

Titolava ieri il Giornale «La Regione Lombardia: stop alle moschee in Lombardia. Un emendamento alla legge per il territorio consentirà di costruire solo nelle aree “standard”, quelle riservate a strutture di servizio per la collettività».

Si parla di moschee e del capitolo, sempre aperto, della convivenza civile. La Regione Lombardia decide di consentire la costruzione di luoghi di culto solamente nelle aree predisposte, bloccando in questo modo la proliferazione di moschee in ogni dove. Un problema sentito in Lombardia per motivi di viabilità, convivenza e soprattutto di sicurezza.

Formalmente la questione, da come viene presentata sui giornali, dovrebbe riguardare solo le moschee. Ma non è così: si parla di “luoghi di culto”, e quindi la normativa restrittiva riguarderà, a rigor di logica, anche le realtà cristiane. Come le chiese evangeliche, che magari, dopo anni di peregrinazioni in affitto qua e là in locali meno consoni, decidono di acquistare un terreno e costruirsi un locale proprio.

Come si diceva ieri: una minore libertà, o almeno una maggiore difficoltà nell’esercitare i nostri diritti di minoranza, è uno dei prezzi da pagare per una maggiore sicurezza. Siamo disposti a pagarlo?

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Priorità di voto

Priorità che cambiano negli Stati uniti, di fronte a un bipolarismo vero, che costringe a scegliere tra due candidati, senza forze minori a condizionare, destabilizzare, tirare la giacchetta a chi governa. Da un lato sembra una favola, confrontando con la situazione italiana. Dall’altro si colgono i limiti del sistema, che peraltro regge da un bel po’ di generazioni, al contrario del nostro.

I repubblicani non hanno un candidato evangelico convincente da proporre, e già alle elezioni di midterm 1/3 degli evangelici ha votato democratico (forse turandosi il naso, come la tradizione italiana insegna). Per le presidenziali i giochi sono aperti, con i democratici che occhieggiano e i repubblicani che arrancano.

Non capitava da tempo che un evangelico USA non avesse un candidato per cui votare, né un candidato pienamente convincente per etica o coincidente per principi. Raramente, ma capita anche negli USA, oltre che alle nostre latitudini. Cosa scegliere quando nessuno rappresenta pienamente le nostre idee? La regola vorrebbe che si votasse per chi difende i principi che ci stanno più a cuore. Ma è difficile dare una risposta precisa, dato che è questione di sensibilità: da un lato si può scegliere maggiore libertà, ma in mezzo al lassismo morale che porta a leggi poco condivisibili; dall’altro si può optare per la sicurezza e la difesa dei valori cristiani, anche quando questo può comportare minori privilegi per le minoranze, e quindi anche per noi come gruppi religiosi meno rilevanti.

La domanda resta aperta: negli USA come da noi.

Missione marciapiede

Non è sicuramente facile gestire una chiesa dove la maggior parte dei frequentanti è composto da prostitute, e probabilmente in pochi invidiano l’impegno della “Christ victory church” di quartiere Libertà a Bari, dove ogni domenica si ritrovano prostitute nigeriane da mezza Puglia.

Certo, l’affermazione in sé è paradossale: la chiesa non dovrebbe cercare di raggiungere proprio coloro che soffrono, che sono in difficoltà, i rifiutati? La risposta accademica è decisamente affermativa, ma oggi pare molto più comodo rivolgersi a persone “normali”, senza porre l’enfasi sull’impegno verso categorie troppo a rischio: meglio lasciare l’onere a chi sa come affrontarle grazie a una preparazione adeguata. Eppure queste donne tornano ogni domenica in chiesa. E non vengono cacciate. Perché la prostituzione per loro non è un vizio né una scelta, ma una schiavitù. Una prigione senza sbarre, da cui però è difficile, se non impossibile, fuggire da sole senza rischiare la vita e l’incolumità propria e dei propri cari rimasti in Africa e tenuti in virtuale ostaggio.

Situazioni drammatiche. La domenica mattina come unico momento per sfogarsi con Dio, prima del prossimo cliente. La chiesa come unica ancora di salvezza per cercare di uscire dal tunnel e tornare a una normalità che tutte desiderano. E la chiesa non può girare la testa dall’altra parte, limitandosi a pregare e ad aspettare che siano gli altri – i servizi sociali, i consulenti, altre chiese – ad agire. La chiesa è chiamata. A Bari la chiesa non guarda altrove: incrocia lo sguardo disperato di queste ragazze – ché sono tutte giovani o giovanissime -. Prega ma si indigna anche. Prega ma si chiede anche perché. Prega e si impegna ad aiutarle, anche materialmente, anche collaborando con realtà politiche ideologicamente lontane. «Andate agli incroci – recita una parabola che tutti conosciamo – e invitate alle nozze quanti troverete». Cattivi e buoni. Gli invitati non ne erano degni: che almeno i servi lo siano.

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Lotta per la vita

Il caso di Firenze fa pensare. Una madre teme che il figlio che porta in grembo abbia una malattia grave, e decide per un aborto terapeutico. Il feto, o il bimbo, a 22 settimane sopravvive all’operazione e dimostra di voler lottare per la vita. E soprattutto, della malattia non c’è traccia. Ora lotta tra la vita e la morte in una corsia di ospedale del Careggi, mentre attorno si scatena la bufera: i medici hanno fatto il dovuto; bastava un esame di più; no, la legge è sbagliata, viene applicata male; no, gli oppositori strumentalizzano i casi; .

È sempre difficile dare un parere su una questione così delicata. Non ci permettiamo lezioni morali: bisogna essere donna per comprendere la gioia della maternità, come anche per capire il dramma di un’interruzione di gravidanza in tutte le sue fasi, dalla scelta all’operazione, fino al trauma psicologico.

La legge 194, in fondo, è “una buona legge”, come dice il Movimento per la vita; e comunque è una legge dovuta in un paese laico. Oggi è impensabile, ragionevolmente, la sua abolizione. Piuttosto, l’applicazione non dovrebbe mai perdere di vista il concetto del diritto alla vita, che pure la legge garantisce (la pratica, forse, meno) attraverso il sostegno di psicologi e medici preparati.

Un’interruzione di gravidanza non è un gioco, come non è un gioco il dramma che c’è dietro una scelta simile. Non è, e non può quindi essere trattato, come una semplice pratica burocratica, un’operazione di routine. L’errore, quando c’è, è nell’approccio.

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Felici dentro

Per la felicità il matrimonio vale come un maxi aumento: lo quantifica uno stimato docente che ha girato le principali università anglosassoni e che si è messo in testa di capire perché ci siamo arricchiti tanto, dal 1945 a oggi, eppure non siamo più felici. Valutando i “fattori irrazionali”, vale a dire i fatti della vita, ha scoperto che un buon matrimonio vale come 105 mila euro annui, mentre una malattia grave vale quanto un deficit di 250 mila euro all’anno; restare vedovi deprime quanto 17 anni di disoccupazione, e così via.

La felicità, quindi, non va ricercata sul piano economico ma in campi diversi, e tra le regole proposte per garantirsi un’esistenza gioiosa ci sono, oltre a un buon matrimonio, il fatto di non abitare lontani dal posto di lavoro, una soglia di reddito accettabile (37 mila euro annui, ma si parla di Gran Bretagna, dove la vita costa di più), il giardinaggio (che libera dai pensieri negativi), la socializzazione.

Il professore non segnala un altro ingrediente importante, che attraversa molte delle regole proposte: guardarsi dentro, fare i conti con se stessi per capire dove sbagliamo e rivedere la rotta. Oltretutto funziona anche in assenza di un giardino.

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