Archivio mensile:aprile 2007

Due storie, una riflessione

Due storie particolari, in questo giorno di ponte. Per non appesantire con troppa cronaca una giornata che per molti è di festa, ma allo stesso tempo per riflettere.

Prima storia. Torino, due sere fa. Davanti alla fontana della stazione stanno seduti a chiacchierare italiani e stranieri in difficoltà. Persone che non hanno un posto, non hanno una famiglia, non sperano più. Con loro “la gentile” una donna che li raggiunge ogni sera per dare una parola di conforto, ascoltare, offrire del caffè e un panino, ma mai soldi. Soldi che rifiuta anche a un trentenne dell’est che voleva ubriacarsi. In cambio del diniego riceve, probabilmente non per la prima volta, una serie di insulti.

A difenderla si alza Vittorio, 43 anni, che lo rimette in riga. Sembra tutto finito, ma dopo qualche minuto lo straniero torna e spacca una bottiglia in testa a Vittorio: a nulla valgono le cure mediche: Vittorio muore dissanguato.
Chi è Vittorio? Uno dei tanti usciti dal carcere con l’indulto dell’estate scorsa.

Seconda storia. Europei di ginnastica ad Amsterdam. Trionfano le italiane Rossi e Giovannini, ma le protagoniste di questa storia non sono le due diciassettenni. L’attenzione si concentra sulla vicenda di Oksana Chusovitina, uzbeka, 32 anni, medaglia d’argento alle spalle dell’italiana. 32 anni sono tantissimi per chi pratica la ginnastica, ma lei continua: ha vinto i suoi primi trofei quando le sue concorrenti di oggi erano ancora in fasce. Perché continua una vita di sacrifici, dopo tanti successi? Non per dipendenza dalle telecamere, non per mania di strafare.
“Devo continuare per pagare i debiti”, dice. Nel 2002 scoprì che suo figlio Alisher, 3 anni, aveva contratto la leucemia, e da allora è una corsa continua per pagargli le cure.

Due storie diversissime, una riflessione comune. Spesso giudichiamo senza conoscere. L’ex carcerato uscito con l’indulto è un poco di buono, di cui non fidarsi, da cui non può venire niente di buono. E invece poi ci imbattiamo in un caso come quello di Vittorio. La ginnasta che a 32 anni insiste a competere è una fissata che non sa rassegnarsi alla sua età, o una drogata di visibilità. Poi ci troviamo di fronte al caso di Oksana. Grattando la patina di superficialità, vediamo che non sempre tutto è come sembra. Spesso lo è, ma non sempre: e, se ci asteniamo dall’approfondire, rischiamo di sbagliare, e magari di fare male, procurare dolore a chi ci circonda. Per questo, come cristiani, andare oltre la superficialità non è una possibilità: è un dovere morale.

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Ottimismo e fede

“Che bella giornata di pioggia”: nasce in Belgio la lega dell’ottimismo. Sono quelle notizie che mettono buonumore: racconta la Stampa che un tizio, tale Luc Simonet, un giorno ha voluto dimostrare a sua figlia che essere ottimisti è semplice e conviene: da lì a poco è stata formata la “lega” in questione, che comprende anche alcuni vip, tra cui attori e il presidente della banca centrale belga. Lo scopo della formazione? «L’evoluzione delle mentalità degli abitanti del Belgio verso un maggiore ottimismo e rafforzare l’entusiasmo, il buonumore e il pensiero positivo… rendere i cittadini più consapevoli del fatto che vivere in Belgio costituisca un privilegio notevole».

La società occidentale si divide tra stress e depressione, povertà virtuali e infelicità costante. Saremmo sicuramente tutti più ottimisti se per una volta evitassimo di focalizzare i nostri risultati sull’assoluto patinato proposto dalla società degli spot, e lo calassimo nel contesto di un mondo dove ci sono persone che – per non cadere nel reale ma ormai logoro stereotipo del bambino che muore di fame – hanno un solo bagno per tutto il condominio, dormono in cinque in una camera (e non solo quando vanno in vacanza), possono mangiare carne una volta alla settimana o non vedono il mare da anni.

Ecco, se fossimo più consapevoli di tutto questo, ci renderemmo conto di come la famosa “soglia di povertà” italiana rappresenta una situazione di media ricchezza altrove, e nemmeno così lontano da noi.

Se gli italiani (ma, a quanto pare, anche il resto degli europei) sono pessimisti, è desolante notare come questa tendenza influenzi anche molti cristiani. Spesso segnaliamo che pochi “stanno bene”, almeno nelle loro parole, e nei dialoghi (con gli altri e con Dio) preferiscono dilungarsi su quel che manca loro piuttosto che sulla gratitudine per quel che hanno. Dal pessimismo (pratica retorica rispettabile, peraltro) si passa presto all’insoddisfazione, che diventa una chiave di lettura della vita. Si comincia con un problema, si allarga a un contesto, si alimenta piangendosi addosso, e diventa con il tempo una prospettiva cronica, quasi una rassegnata ossessione alla propria situazione. Non occorre essere psicologi per rendersi conto di come questa insoddisfazione nasca dalla mancanza di gratitudine verso Dio. Che, converrete, per un cristiano non è proprio l’atteggiamento più opportuno.

Se la recriminazione guarda al passato e l’ingratitudine guarda al presente, il pessimismo guarda al futuro. E, sempre guardandola da cristiani, è una prospettiva che nasce dalla mancanza di fede. Se non è solo un luogo comune dire che tutto è sotto il controllo di Dio, e che ogni cosa contribuisce al nostro bene anche se non sempre riusciamo a comprenderlo – e anche se non in ogni occasione può sembrare così -, allora è difficile essere pessimisti: anzi, diventa stimolante tentare di cogliere gli aspetti utili, positivi, formativi da ogni avvenimento della vita. Non è questione di ottimismo, ma di fede.

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Professione con passione

Antonio Fumagalli, intervistato dall’agenzia Zenit in veste di curatore della versione italiana del volume “Cristiani a Hollywood”, offre alcuni spunti di riflessione sul ruolo del cristiano nella società.
«Prima ancora di chiederci se contribuiscono a migliorare gli standard – spiega tra l’altro Fumagalli – occorre osservare che attualmente i cristiani praticanti e convinti sono soprattutto pochi. Parliamo di Hollywood perché i prodotti che nascono lì vanno in tutto il mondo. Ma la presenza di cristiani nel cinema europeo è – se possibile – ancora più scarsa che a Hollywood. Poi, come sempre, fra i cristiani ci sono quelli più o meno bravi, più o meno preparati».

Spesso il cristiano, senza nemmeno pensarci, vive la sua fede come “altro” rispetto alla vita. Fede e professione sono due cose distinte e separate, da esercitare in ambiti rigorosamente diversi: questo si pensa spesso. Da un lato perché la maggior parte delle professioni non sembra troppo creativa, dall’altro perché “io faccio già il mio in chiesa”

La seconda affermazione è risibile; la prima fuorviante. Attraverso il nostro lavoro possiamo comunicare la fede in maniera esplicita; o anche con una testimonianza tacita e costante, e non per questo meno forte. Attraverso una condotta specchiata, un’etica lineare, e anche innestando i nostri valori nelle decisioni di nostra competenza. Non sempre portare la testimonianza di vita cristiana deve consistere in un approccio diretto, o in una spiritualizzazione estrema della nostra testimonianza.

Non va però trascurata nemmeno la crescita professionale, che è parte del mettere a frutto i talenti personali; anche il miglioramento continuo delle nostre competenze ha quindi ha una componente spirituale, e non solo per quell’etica calvinista secondo la quale devi rispondere a Dio di ogni cosa che fai, e quindi devi impegnarti pienamente in ogni aspetto della tua vita. Migliorando le proprie prestazioni e tendendo all’eccellenza nel proprio impegno conteremo di più, e la nostra testimonianza potrà avere un impatto maggiore e migliore. In fondo, un brutto film resta un brutto film: sia esso cristiano o secolare, non avrà consensi. Per parlare alle persone non bastano contenuti validi: servono anche certe caratteristiche che rendono appetibili questi contenuti. Vale per i film, i libri e le pubblicazioni, i volantini, i siti Internet, i dischi, i quadri, e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Trascurare questo aspetto significa non sfruttare al meglio i nostri talenti (che è già un errore in sé), e allo stesso tempo perdere la possibilità di parlare a una fascia più significativa di persone. Certo, possiamo sempre pregare che attraverso i nostri scarsi mezzi Dio provveda a riscontri clamorosi; ma, forse, molte volte sarebbe più serio, corretto, onesto metterci all’opera nelle condizioni migliori, impegnandoci con tutte le nostre forze nel progetto. Sempre che, naturalmente, crediamo in quel che facciamo. A Hollywood come a Roma.

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Tamaro e il vangelo

Probabilmente tutti conoscono Susanna Tamaro, scrittrice giunta a un successo clamoroso con l’ormai proverbiale “Va’ dove ti porta il cuore”. Molti hanno sentito dei pettegolezzi sulla sua vita privata, mentre pochi sanno della sua sensibilità spirituale. Qualche giorno fa il Corriere riportava un intervento della scrittrice, che fa parte di un volume sulla clausura. In questo contesto la Tamaro parla della sua posizione defilata – quasi una clausura mediatica – e della sua diffidenza verso il rumore e il facile moralismo.

Scrive Susanna Tamaro: «Da anni conduco una lotta contro un certo tipo di educazione religiosa nei corsi di catechismo. Troppe storielle, poco mistero. A un bambino che chiedeva chi fosse il padre di Gesù è stato risposto: “Dio”. “Ma allora, Dio è San Giuseppe?”, è stata la sua conclusione. Ai bambini riempiamo la testa di formulette, mentre dovremmo insegnar loro il silenzio. Il silenzio e cinque salmi a memoria, obbligatori. Saranno magari alcuni versi di quei salmi che, in un momento difficile della loro vita, riaffioreranno dalla memoria a illuminarli. Ecco qual è la lezione che potremmo trarre da chi fa un’ esperienza come la clausura. La generazione a cui appartengo è cresciuta lontanissima dalla Chiesa, era il clima culturale del tempo. Ma io ho fatto comunque un mio privato percorso spirituale che mi ha portato, dopo molte esperienze diverse, a riconoscermi nel Cristianesimo. Quando mi capita di chiedere a qualcuno, anche battezzato e credente, quale sia il cardine del Cristianesimo, la riposta più frequente è “essere buoni”, “porgere l’altra guancia”, “non fare sesso fuori dal matrimonio”. A nessuno viene mai in mente che il punto cardine della fede cristiana è la resurrezione. Si preferisce diventare buddhisti, partire per pellegrinaggi sfibranti ai quattro angoli della Terra, senza capire che abbiamo già tutto dentro di noi, nella nostra cultura, nelle parole del Vangelo».

Sulla scarsa cultura biblica, che diventa un gap anche sul piano dottrinale, purtroppo la Tamaro ha ragione, e probabilmente il limite non sussiste solo nel contesto cattolico: il popolo evangelico, nato facendosi forte del Libro, lo sta dimenticando troppo spesso sulle mensole di casa, preferendo messaggi semplici, slogan comodi, dottrine confortevoli. D’altronde è più pratico predicare un Signore benevolo, un Padre d’amore, un Dio di perdono, un Salvatore che offre la grazia e la vita, e sorvolare sull’aspetto della giustizia, sulla crudeltà del sacrificio, sull’imbarazzo per la sofferenza, sul dramma della morte. Eppure l’amore di Dio va di pari passo con la sua giustizia, perché solo sottoponendosi alla sua giustizia, accettando il proprio fallimento e abbandonandosi a lui si può ottenere pienamente quella vita, quella grazia, quell’amore.

È questo il fulcro del messaggio del vangelo, è questo il Gesù Cristo che i cristiani predicano (o dovrebbero predicare). In realtà la cultura che ci circonda non ci ha dato la giusta prospettiva sulla fede, non possiamo dire che “c’è dentro tutto”. Ma nel vangelo sì. C’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno, e la risposta a tutte le nostre domande. Le mette a nostra disposizione senza grandi viaggi. A un passo da noi.

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Un “assolutamente” che ferisce

A margine tragici fatti che hanno visto la barbara uccisione di tre cristiani evangelici in Turchia da parte di un gruppo di nazionalisti, il Corriere della Sera giovedì scorso ha intervistato il portavoce dei vescovi cattolici turchi, monsignor Georges Marovitch.

Come già rilevavamo la scorsa settimana, è quantomeno anomalo che per parlare dell’attacco a una casa editrice evangelica e all’assassinio di missionari presbiteriani siano stati interpellati dai media nazionali solo ed esclusivamente rappresentanti cattolici. Anche se, va detto, è la risultante di una serie di veti incrociati che da decenni paralizzano l’ambiente evangelico italiano nei rapporti con gli organi di informazione: non dimentichiamoci che appena qualche settimana fa, sulla principale mailing list evangelica, c’era chi polemizzava proprio su questioni di rappresentanza in situazioni come queste. I risultati di queste illuminate chiusure sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Nell’intervista di Marovitch sul Corriere però non stride solo l’inadeguatezza dell’intervistato: lasciano basiti gli stessi contenuti.

«Noi cattolici ovviamente siamo solidali con chi è vittima della violenza – afferma Marovitch – e anche in questo lo siamo. Ma a quanto pare si tratta di uno di quei gruppi che svolgono una propaganda biblica in ambienti dove non ci sono cristiani, offrendo i Vangeli ai musulmani e provocando la loro reazione. Ed ecco che i gruppi fanatici reagiscono…»

Il giornalista, Luigi Accattoli, ribatte: “Voi cattolici non vi comportate così?”
La risposta quasi indignata del vescovo: «No assolutamente! Noi come anche gli ortodossi e le chiese protestanti storiche non andiamo in mezzo ai musulmani a svolgere attività di propaganda, ma lavoriamo con la piccola minoranza cristiana e dagli altri ci facciamo conoscere con le scuole e i centri caritativi, non con le uscite per la strada».

Surreale il contesto: considerando la veste in cui è stato chiamato in causa, il vescovo avrebbe avuto buonsenso se avesse evitato di dare addosso alla parte che era chiamato a rappresentare. Sarebbe come se l’avvocato si concedesse a dichiarazioni contrarie all’interesse del suo assistito. Qualcuno lo ha fatto, ma quantomeno prima ha aspettato di sciogliere il patrocinio.

Sconcertanti le dichiarazioni: scopriamo che la chiesa cattolica, ma anche la ortodossa e la protestante storica non si sognano nemmeno di andare a portare il messaggio del vangelo: “lavoriamo con la piccola minoranza cristiana”, e per il resto si affidano alle opere di bene. La prospettiva espressa da Marovitch pecca innanzitutto di scarsa lungimiranza: una chiesa che non evangelizza si autocondanna all’estinzione.

Non solo: Marovitch pare quasi scandalizzato da chi è mosso da spirito missionario e vuole diffondere la Bibbia. Qualche malevolo potrebbe sostenere che non c’è nulla di nuovo, che la diffusione della Bibbia non è certo una priorità nella chiesa cattolica. Ma non è questo il punto: nelle parole di Marovitch si ritrova un concetto pericoloso. Succede quando si importano concetti come dialogo e rispetto dal contesto sociale (dove, come spesso abbiamo ribadito, sono doverosi) a quello teologico. Non evangelizzare è una scelta grave: significa rinunciare a un preciso mandato cristiano, oppure riconoscere l’inutilità dell’impegno. Non vorremmo che dietro questa posizione, in cui sicuramente la paura ha una parte predominante, si nasconda la convinzione che il vangelo non sia l’unica via di salvezza, e rinunciare a diffonderlo sia accettabile e anzi preferibile in luoghi pericolosi, perché tanto “basta credere in Dio”, in qualunque Dio. Ed è curioso che, mentre una parte del mondo cristiano si culla in questa ingenua serenità, altre parti si impegnino in maniera massiccia, e spesso nemmeno troppo benevola, per trascinare il mondo dietro al loro credo, senza troppi scrupoli buonisti.

Probabilmente comunque è solo una posizione personale del presule. Probabilmente Marovitch fa parte di quella scuola cattolica – polacca – che per decenni ha promosso il dialogo tout court dimenticando di rivendicare il ruolo del cristianesimo. Se da un lato oggi i margini di contatto della realtà cattolica con le altre confessioni sono più risicati, dall’altro si registra una maggiore sensibilità verso il ruolo del cristianesimo nella vita di ogni uomo, prima ancora che sullo scacchiere politico mondiale. Salvo qualche voce stonata, qua e là, come in questo caso.

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Un "assolutamente" che ferisce

A margine tragici fatti che hanno visto la barbara uccisione di tre cristiani evangelici in Turchia da parte di un gruppo di nazionalisti, il Corriere della Sera giovedì scorso ha intervistato il portavoce dei vescovi cattolici turchi, monsignor Georges Marovitch.

Come già rilevavamo la scorsa settimana, è quantomeno anomalo che per parlare dell’attacco a una casa editrice evangelica e all’assassinio di missionari presbiteriani siano stati interpellati dai media nazionali solo ed esclusivamente rappresentanti cattolici. Anche se, va detto, è la risultante di una serie di veti incrociati che da decenni paralizzano l’ambiente evangelico italiano nei rapporti con gli organi di informazione: non dimentichiamoci che appena qualche settimana fa, sulla principale mailing list evangelica, c’era chi polemizzava proprio su questioni di rappresentanza in situazioni come queste. I risultati di queste illuminate chiusure sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Nell’intervista di Marovitch sul Corriere però non stride solo l’inadeguatezza dell’intervistato: lasciano basiti gli stessi contenuti.

«Noi cattolici ovviamente siamo solidali con chi è vittima della violenza – afferma Marovitch – e anche in questo lo siamo. Ma a quanto pare si tratta di uno di quei gruppi che svolgono una propaganda biblica in ambienti dove non ci sono cristiani, offrendo i Vangeli ai musulmani e provocando la loro reazione. Ed ecco che i gruppi fanatici reagiscono…»

Il giornalista, Luigi Accattoli, ribatte: “Voi cattolici non vi comportate così?”
La risposta quasi indignata del vescovo: «No assolutamente! Noi come anche gli ortodossi e le chiese protestanti storiche non andiamo in mezzo ai musulmani a svolgere attività di propaganda, ma lavoriamo con la piccola minoranza cristiana e dagli altri ci facciamo conoscere con le scuole e i centri caritativi, non con le uscite per la strada».

Surreale il contesto: considerando la veste in cui è stato chiamato in causa, il vescovo avrebbe avuto buonsenso se avesse evitato di dare addosso alla parte che era chiamato a rappresentare. Sarebbe come se l’avvocato si concedesse a dichiarazioni contrarie all’interesse del suo assistito. Qualcuno lo ha fatto, ma quantomeno prima ha aspettato di sciogliere il patrocinio.

Sconcertanti le dichiarazioni: scopriamo che la chiesa cattolica, ma anche la ortodossa e la protestante storica non si sognano nemmeno di andare a portare il messaggio del vangelo: “lavoriamo con la piccola minoranza cristiana”, e per il resto si affidano alle opere di bene. La prospettiva espressa da Marovitch pecca innanzitutto di scarsa lungimiranza: una chiesa che non evangelizza si autocondanna all’estinzione.

Non solo: Marovitch pare quasi scandalizzato da chi è mosso da spirito missionario e vuole diffondere la Bibbia. Qualche malevolo potrebbe sostenere che non c’è nulla di nuovo, che la diffusione della Bibbia non è certo una priorità nella chiesa cattolica. Ma non è questo il punto: nelle parole di Marovitch si ritrova un concetto pericoloso. Succede quando si importano concetti come dialogo e rispetto dal contesto sociale (dove, come spesso abbiamo ribadito, sono doverosi) a quello teologico. Non evangelizzare è una scelta grave: significa rinunciare a un preciso mandato cristiano, oppure riconoscere l’inutilità dell’impegno. Non vorremmo che dietro questa posizione, in cui sicuramente la paura ha una parte predominante, si nasconda la convinzione che il vangelo non sia l’unica via di salvezza, e rinunciare a diffonderlo sia accettabile e anzi preferibile in luoghi pericolosi, perché tanto “basta credere in Dio”, in qualunque Dio. Ed è curioso che, mentre una parte del mondo cristiano si culla in questa ingenua serenità, altre parti si impegnino in maniera massiccia, e spesso nemmeno troppo benevola, per trascinare il mondo dietro al loro credo, senza troppi scrupoli buonisti.

Probabilmente comunque è solo una posizione personale del presule. Probabilmente Marovitch fa parte di quella scuola cattolica – polacca – che per decenni ha promosso il dialogo tout court dimenticando di rivendicare il ruolo del cristianesimo. Se da un lato oggi i margini di contatto della realtà cattolica con le altre confessioni sono più risicati, dall’altro si registra una maggiore sensibilità verso il ruolo del cristianesimo nella vita di ogni uomo, prima ancora che sullo scacchiere politico mondiale. Salvo qualche voce stonata, qua e là, come in questo caso.

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Un’indagine? Noi ci stiamo, e voi?

La Federazione delle chiese pentecostali si esprime in merito alla legge sulla libertà religiosa, e lo fa con un lungo intervento della sua “Commissione permanente di lavoro” pubblicata sul settimanale protestante Riforma.

L’analisi, condivisibile, parla di quattro livelli di riconoscimento a seconda delle intenzioni delle diverse realtà religiose in relazione al rapporto con lo Stato. Nell’ampio testo colpisce un paragrafo: «Sarebbe utile fare un’inchiesta sulla libertà religiosa in Italia, ma di quelle serie; un’inchiesta che non metta in evidenza le leggi che la garantiscono, ma il modo in cui viene percepita dai diretti interessati e come viene vissuta in tutti i contesti del nostro Paese». La richiesta viene poi ribadita nel corso dell’intervento (“Eh sì, sarebbe proprio una bella inchiesta da fare”).

Confessiamo che abbiamo atteso a lungo, combattuti: non bisognerebbe parlare della posta altrui, e questa è una lettera della FCP indirizzata solo a Riforma: se non è arrivata ad altre testate un motivo ci sarà, ci siamo detti.
Però, ci scuseranno la FCP e Riforma, come testata che tenta di offrire una panoramica su tutte le realtà evangelicali ci sentiamo chiamati in causa; e, visto il mittente, probabilmente più di Riforma stessa.

Diciamolo: la proposta di un’indagine sulla libertà religiosa in Italia ci è piaciuta, e – dato che non siamo abituati a lasciare le cose a metà – ci sentiamo di farci avanti. Da parte di evangelici.net esprimiamo quindi tutta la disponibilità per un’inchiesta come questa, con le competenze che ci contraddistinguono e che ci sono state riconosciute nel corso di questi anni di impegno sul fronte dell’informazione. Un’inchiesta, però, non coinvolge solo i professionisti della comunicazione, ma anche i committenti, perché richiede tempo, energie, risorse. Specie se si tratta di una ricerca “seria”, come la FCP chiede e come la deontologia impone. Sicuramente, vista la fonte, non si è trattato di una proposta retorica, ma di un desiderio concreto. In questo caso noi ci siamo. Voi?

oggi sono a Rimini al convegno annuale delle radio evangeliche. Al mio posto, in onda, Sara De Marco… ci risentiamo lunedì!

Un'indagine? Noi ci stiamo, e voi?

La Federazione delle chiese pentecostali si esprime in merito alla legge sulla libertà religiosa, e lo fa con un lungo intervento della sua “Commissione permanente di lavoro” pubblicata sul settimanale protestante Riforma.

L’analisi, condivisibile, parla di quattro livelli di riconoscimento a seconda delle intenzioni delle diverse realtà religiose in relazione al rapporto con lo Stato. Nell’ampio testo colpisce un paragrafo: «Sarebbe utile fare un’inchiesta sulla libertà religiosa in Italia, ma di quelle serie; un’inchiesta che non metta in evidenza le leggi che la garantiscono, ma il modo in cui viene percepita dai diretti interessati e come viene vissuta in tutti i contesti del nostro Paese». La richiesta viene poi ribadita nel corso dell’intervento (“Eh sì, sarebbe proprio una bella inchiesta da fare”).

Confessiamo che abbiamo atteso a lungo, combattuti: non bisognerebbe parlare della posta altrui, e questa è una lettera della FCP indirizzata solo a Riforma: se non è arrivata ad altre testate un motivo ci sarà, ci siamo detti.
Però, ci scuseranno la FCP e Riforma, come testata che tenta di offrire una panoramica su tutte le realtà evangelicali ci sentiamo chiamati in causa; e, visto il mittente, probabilmente più di Riforma stessa.

Diciamolo: la proposta di un’indagine sulla libertà religiosa in Italia ci è piaciuta, e – dato che non siamo abituati a lasciare le cose a metà – ci sentiamo di farci avanti. Da parte di evangelici.net esprimiamo quindi tutta la disponibilità per un’inchiesta come questa, con le competenze che ci contraddistinguono e che ci sono state riconosciute nel corso di questi anni di impegno sul fronte dell’informazione. Un’inchiesta, però, non coinvolge solo i professionisti della comunicazione, ma anche i committenti, perché richiede tempo, energie, risorse. Specie se si tratta di una ricerca “seria”, come la FCP chiede e come la deontologia impone. Sicuramente, vista la fonte, non si è trattato di una proposta retorica, ma di un desiderio concreto. In questo caso noi ci siamo. Voi?

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Quei martiri meno cristiani

“Turchia, attacco contro i cristiani: strage nella casa editrice della Bibbia”. È la triste notizia che ieri compariva in tutti i telegiornali e oggi riempie le pagine dei quotidiani.

Servizi dei telegiornali, analisi, approfondimenti, programmi dedicati al fatto hanno caratterizzato la programmazione televisiva. Tra gli ospiti, ovviamente, giornalisti, gli immancabili politici (per i risvolti di competenza) e qualche sacerdote; sui giornali oggi campeggiano le dichiarazioni di vescovi e influenti personaggi della curia.

Un dettaglio viene trascurato: come riporta quasi solo il Corriere, “L’editore Zirve” era “gestito da protestanti presbiteriani”, e presbiteriane erano le quattro vittime. Era una casa editrice evangelica, quindi. E i martiri stavolta sono cristiani evangelici.

È chiaro: di fronte alla persecuzione non esiste denominazione che tenga, e un evangelico soffre quanto un cattolico: vale in Turchia come in Cina, in Iran, in Nigeria, alle Maldive, nelle Filippine, in Arabia Saudita, in Corea del nord, come in tutti gli altri numerosi paesi che non riconoscono la libertà di confessione religiosa, e di cui proprio in questi giorni Porte Aperte ci rammenta con l’annuale mappa di “dove la fede costa di più”.

Ciò che turba sul piano comunicativo, però, è questo tacito, implicito, forse inconscio conventio ad excludendum da parte dei media nella civilissima Italia. Non potendo usare, per una volta, “cattolico” come sinonimo di “cristiano”, i media si sono chiusi in imbarazzato silenzio. Ieri in tv nemmeno un ospite, un rappresentante del mondo evangelico; oggi sui giornali neanche una dichiarazione, un intervento da parte di qualche realtà legata alla confessione religiosa delle vittime. Nessuno si è preso la briga di chiederci – eppure gli esponenti e le associazioni di rilievo non mancano, da Porte Aperte, all’Alleanza evangelica – cosa pensiamo, quanti siamo, quanti missionari abbiamo, quanto è numerosa la chiesa perseguitata, se abbiamo contatti diretti con le zone di crisi.
Per una volta si poteva parlare di evangelici in positivo, senza descriverli come sette segrete con riti strani, senza enfatizzare le tendenze dottrinali estreme di certe chiese o le pratiche folkoristiche di altre.
Per una volta si poteva parlare di evangelici come cristiani a tutti gli effetti, missioni che portano la buona notizia di Cristo in zone difficili, persone che rischiano la vita, chiese che vivono in semplicità il messaggio del vangelo. Si poteva dare un quadro rassicurante, sereno, addirittura normale di una realtà cristiana (eh sì, cara Rai, cara Mediaset, caro Corriere: siamo cristiani) che per gli italiani è ancora una grande sconosciuta. Occasione persa.

Non è stata, probabilmente, malafede: sarebbe un insulto alla memoria di chi è stato ucciso e alla presenza di chi ancora c’è, e un cristiano – anche solo nominale – non può arrivare a tanto. No, non è malafede: si tratta – purtroppo – solamente di tanta, tanta, tanta ignoranza.

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Inversione di identità

Francesco Alberoni si esprime, su Panorama, in relazione al Darwin day: «dopo il crollo del marxismo, la grande ideologia atea che prometteva la felicità terrena, continua in altre forme la lotta fra atei e credenti… mi sembra che gli atei abbiano riesumato una bandiera nella teoria dell’evoluzione di Charles Darwin. Ora, una teoria scientifica non dice e non può dire nulla sull’esistenza o sulla non esistenza di Dio… Fare del Darwin day una celebrazione del trionfo della scienza contro la fede mi sembra perciò una sciocchezza. Com’è una sciocchezza difendere la fede negando la teoria dell’evoluzione e cercando di dimostrare, scientificamente, l’intervento divino».

Scienza e fede possono parlarsi, ma si muovono su due piani essenzialmente diversi. È un controsenso quando la fede, per sua essenza accettazione sulla fiducia, sente l’esigenza di avvalersi dello strumento tecnico per avvalorare le sue ragioni; è avvilente quando la scienza si atteggia a religione, proponendo dogmi, assunti e verità non verificabili. E la querelle non si risolve tentando di ammantare la scienza di fede, o di ammantare di fede la scienza.

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