Un "assolutamente" che ferisce

A margine tragici fatti che hanno visto la barbara uccisione di tre cristiani evangelici in Turchia da parte di un gruppo di nazionalisti, il Corriere della Sera giovedì scorso ha intervistato il portavoce dei vescovi cattolici turchi, monsignor Georges Marovitch.

Come già rilevavamo la scorsa settimana, è quantomeno anomalo che per parlare dell’attacco a una casa editrice evangelica e all’assassinio di missionari presbiteriani siano stati interpellati dai media nazionali solo ed esclusivamente rappresentanti cattolici. Anche se, va detto, è la risultante di una serie di veti incrociati che da decenni paralizzano l’ambiente evangelico italiano nei rapporti con gli organi di informazione: non dimentichiamoci che appena qualche settimana fa, sulla principale mailing list evangelica, c’era chi polemizzava proprio su questioni di rappresentanza in situazioni come queste. I risultati di queste illuminate chiusure sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Nell’intervista di Marovitch sul Corriere però non stride solo l’inadeguatezza dell’intervistato: lasciano basiti gli stessi contenuti.

«Noi cattolici ovviamente siamo solidali con chi è vittima della violenza – afferma Marovitch – e anche in questo lo siamo. Ma a quanto pare si tratta di uno di quei gruppi che svolgono una propaganda biblica in ambienti dove non ci sono cristiani, offrendo i Vangeli ai musulmani e provocando la loro reazione. Ed ecco che i gruppi fanatici reagiscono…»

Il giornalista, Luigi Accattoli, ribatte: “Voi cattolici non vi comportate così?”
La risposta quasi indignata del vescovo: «No assolutamente! Noi come anche gli ortodossi e le chiese protestanti storiche non andiamo in mezzo ai musulmani a svolgere attività di propaganda, ma lavoriamo con la piccola minoranza cristiana e dagli altri ci facciamo conoscere con le scuole e i centri caritativi, non con le uscite per la strada».

Surreale il contesto: considerando la veste in cui è stato chiamato in causa, il vescovo avrebbe avuto buonsenso se avesse evitato di dare addosso alla parte che era chiamato a rappresentare. Sarebbe come se l’avvocato si concedesse a dichiarazioni contrarie all’interesse del suo assistito. Qualcuno lo ha fatto, ma quantomeno prima ha aspettato di sciogliere il patrocinio.

Sconcertanti le dichiarazioni: scopriamo che la chiesa cattolica, ma anche la ortodossa e la protestante storica non si sognano nemmeno di andare a portare il messaggio del vangelo: “lavoriamo con la piccola minoranza cristiana”, e per il resto si affidano alle opere di bene. La prospettiva espressa da Marovitch pecca innanzitutto di scarsa lungimiranza: una chiesa che non evangelizza si autocondanna all’estinzione.

Non solo: Marovitch pare quasi scandalizzato da chi è mosso da spirito missionario e vuole diffondere la Bibbia. Qualche malevolo potrebbe sostenere che non c’è nulla di nuovo, che la diffusione della Bibbia non è certo una priorità nella chiesa cattolica. Ma non è questo il punto: nelle parole di Marovitch si ritrova un concetto pericoloso. Succede quando si importano concetti come dialogo e rispetto dal contesto sociale (dove, come spesso abbiamo ribadito, sono doverosi) a quello teologico. Non evangelizzare è una scelta grave: significa rinunciare a un preciso mandato cristiano, oppure riconoscere l’inutilità dell’impegno. Non vorremmo che dietro questa posizione, in cui sicuramente la paura ha una parte predominante, si nasconda la convinzione che il vangelo non sia l’unica via di salvezza, e rinunciare a diffonderlo sia accettabile e anzi preferibile in luoghi pericolosi, perché tanto “basta credere in Dio”, in qualunque Dio. Ed è curioso che, mentre una parte del mondo cristiano si culla in questa ingenua serenità, altre parti si impegnino in maniera massiccia, e spesso nemmeno troppo benevola, per trascinare il mondo dietro al loro credo, senza troppi scrupoli buonisti.

Probabilmente comunque è solo una posizione personale del presule. Probabilmente Marovitch fa parte di quella scuola cattolica – polacca – che per decenni ha promosso il dialogo tout court dimenticando di rivendicare il ruolo del cristianesimo. Se da un lato oggi i margini di contatto della realtà cattolica con le altre confessioni sono più risicati, dall’altro si registra una maggiore sensibilità verso il ruolo del cristianesimo nella vita di ogni uomo, prima ancora che sullo scacchiere politico mondiale. Salvo qualche voce stonata, qua e là, come in questo caso.

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Pubblicato il 23 aprile, 2007 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. Talvolta la stampa “cattolica”, come in questo caso, riesce ad essere ancora più tendenziosa, in mala fede, integralista e poco aperta al dialogo interreligioso di quella di altre fedi.

  2. L’intervista è stata pubblicata sul Corriere, non sull’Osservatore romano. Era un modo elegante per dire che i laici riescono a essere più tendenziosi, superficiali, accomodanti dei cristiani? 🙂

  3. Mario Corinthios

    L’unico vero pericolo è il “fondamentalismo”, da qualsiasi parte esso provenga. E mi sembra che nel suo articolo ve ne sia a sufficienza. Cordialmente

  4. Giusto: meglio non porsi domande, o al limite accettare qualsiasi risposta. Meglio un risultato surreale che “fondamentalista”, qualunque cosa voglia dire.

    D’altronde il pensiero debole è elegante e non impegna: un vestito ottimo per i nostri tempi.

    Cordialità (non fondamentaliste) anche a lei.

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