Professione con passione

Antonio Fumagalli, intervistato dall’agenzia Zenit in veste di curatore della versione italiana del volume “Cristiani a Hollywood”, offre alcuni spunti di riflessione sul ruolo del cristiano nella società.
«Prima ancora di chiederci se contribuiscono a migliorare gli standard – spiega tra l’altro Fumagalli – occorre osservare che attualmente i cristiani praticanti e convinti sono soprattutto pochi. Parliamo di Hollywood perché i prodotti che nascono lì vanno in tutto il mondo. Ma la presenza di cristiani nel cinema europeo è – se possibile – ancora più scarsa che a Hollywood. Poi, come sempre, fra i cristiani ci sono quelli più o meno bravi, più o meno preparati».

Spesso il cristiano, senza nemmeno pensarci, vive la sua fede come “altro” rispetto alla vita. Fede e professione sono due cose distinte e separate, da esercitare in ambiti rigorosamente diversi: questo si pensa spesso. Da un lato perché la maggior parte delle professioni non sembra troppo creativa, dall’altro perché “io faccio già il mio in chiesa”

La seconda affermazione è risibile; la prima fuorviante. Attraverso il nostro lavoro possiamo comunicare la fede in maniera esplicita; o anche con una testimonianza tacita e costante, e non per questo meno forte. Attraverso una condotta specchiata, un’etica lineare, e anche innestando i nostri valori nelle decisioni di nostra competenza. Non sempre portare la testimonianza di vita cristiana deve consistere in un approccio diretto, o in una spiritualizzazione estrema della nostra testimonianza.

Non va però trascurata nemmeno la crescita professionale, che è parte del mettere a frutto i talenti personali; anche il miglioramento continuo delle nostre competenze ha quindi ha una componente spirituale, e non solo per quell’etica calvinista secondo la quale devi rispondere a Dio di ogni cosa che fai, e quindi devi impegnarti pienamente in ogni aspetto della tua vita. Migliorando le proprie prestazioni e tendendo all’eccellenza nel proprio impegno conteremo di più, e la nostra testimonianza potrà avere un impatto maggiore e migliore. In fondo, un brutto film resta un brutto film: sia esso cristiano o secolare, non avrà consensi. Per parlare alle persone non bastano contenuti validi: servono anche certe caratteristiche che rendono appetibili questi contenuti. Vale per i film, i libri e le pubblicazioni, i volantini, i siti Internet, i dischi, i quadri, e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Trascurare questo aspetto significa non sfruttare al meglio i nostri talenti (che è già un errore in sé), e allo stesso tempo perdere la possibilità di parlare a una fascia più significativa di persone. Certo, possiamo sempre pregare che attraverso i nostri scarsi mezzi Dio provveda a riscontri clamorosi; ma, forse, molte volte sarebbe più serio, corretto, onesto metterci all’opera nelle condizioni migliori, impegnandoci con tutte le nostre forze nel progetto. Sempre che, naturalmente, crediamo in quel che facciamo. A Hollywood come a Roma.

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Pubblicato il 26 aprile, 2007 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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