Archivio mensile:aprile 2007

Felici ma insoddisfatti

Scrive Gianna Milano su Panorama: «Se incontrate un amico e gli chiedete “Come stai?”, la risposta quasi certamente è “Bene, ma stanco”. Gli italiani, fra i più longevi d’eEuropa e anche del mondo, hanno una percezione del benessere personale bassa, dicono i dati elaborati dall’Eurostat. Ossia godono di ottima salute ma non ne sono consapevoli. E si lamentano. Eppure… non se la passano poi così male. Anzi».

Vero. Gli italiani fanno parte di quel contesto privilegiato – almeno sul piano economico – che è la società occidentale, e sono anche tra i più privilegiati del contesto. Eppure difficilmente si trova qualcuno felice.

È curioso notare che la stessa affermazione vale anche in campo cristiano: difficilmente, alla domanda “come stai?”, la risposta sarà: “benissimo!”, o “meravigliosamente!”, o almeno “sono felice!”. Prevalgono i “mah…”, “insomma…”, “così così”, quando non si incappa in un vero e proprio “male”.
Premesso che la domanda è formale, perché a pochi davvero interessa come sta l’interlocutore, una riflessione va fatta. Perché i cristiani non sono felici? Se si parla di non credenti, la risposta verrebbe spontanea: non hanno la gioia, la speranza, la pace che si trova in Dio. Ma i cristiani?

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Tra lezioni e morale

“La mia prof è una strega”, potranno dire i bambini di Brighton, in Inghilterra, che si sono ritrovati dall’altra parte della cattedra una 35.enne di bell’aspetto, ma che non ha fatto mistero di appartenere a Wicca, la più popolare delle religioni neopagane. Ha spiegato di essere una strega bianca (sempre che questo cambi le cose), e si è vista man mano emarginare da preside e colleghi. Non sono segnalate reazioni dai genitori, ma in ogni caso alla docente (assistente, e non titolare) è stato dato il benservito. E lei si è rivolta al tribunale, convinta di aver subito un’ingiustizia. La questione non può non far riflettere, e innanzitutto sul ruolo che attribuiamo alla scuola: non è la stessa cosa se la consideriamo un luogo dove imparare, oppure un luogo deputato a dare gli strumenti per imparare. Nel primo caso basta un docente capace, intellettualmente onesto e obiettivo. Nel secondo caso, invece, entra in gioco una componente diversa: i valori. Qualche anno fa la destra italiana lanciò come boutade lo slogan “vorreste come insegnante per i vostri figli un omosessuale?”. Se alla scuola attribuiamo un ruolo di maestra di vita, servono maestri di vita che condividiamo. Ma per questo, si obietterà, ci sono già le scuole private. Nella scuola pubblica il problema non dovrebbe porsi, e invece si pone: il “pensiero debole” cede il passo a ogni pensiero forte che incontra, e non sempre l’onestà intellettuale è sufficiente. L’inevitabile e doverosa apertura verso le diversità – perché conoscere è sempre un valore – si accompagna quindi a un’inquietudine: se non prevale il valore, la morale tradizionale, non significa che ci siamo liberati da un’anticaglia per ricostruire qualcosa di nuovo illuminati dal sole dell’avvenire. Eliminando i principi basilari della morale non avremo una scuola obiettiva, ma solo più confusa. Prevarranno altri valori, diversi, ma non per questo più ampiamente condivisibili. —————————- Da non perdere:
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Chi incoraggia?

Una interessante ricerca arriva dalla Gran Bretagna e riguarda gli inglesi e la fede. Emerge, per esempio, che solo un inglese su dieci frequenta regolarmente una chiesa, mentre cinque su dieci si dicono cristiani. Una discrepanza che fa sorridere: sarebbe interessante scoprire come vivano la propria vita di fede gli altri quattro, pur tenendosi ben lontani da ogni luogo di incontro dove tiri aria di cristianesimo.

il 39% degli inglesi invece afferma di non avere religione. Qualcuno griderà allo scandalo, ma di fronte ai dati di prima forse dovremmo provare un senso di sollievo: quattro inglesi su dieci sono onesti in relazione alla propria vita spirituale. Non frequentano una chiesa perché non credono, e non sono così ipocriti da cercare di ammantare la propria responsabilità con formule di compromesso come “non praticante”.

Infine, la ricerca segnala che almeno tre milioni di inglesi sarebbero disposti a frequentare una chiesa se fossero invitati a farlo. Qualcuno probabilmente arriccerà il naso: «Ci mancherebbe altro! La porta è aperta, se vogliono che vengano». Vero. Eppure Gesù andava, cercava, invitava. Non aspettava, arroccato sul monte o nel tempio, che gli altri venissero da lui, come un santone orientale. Più di qualcuno era andato a cercarlo, ma quegli stessi sono stati i primi a lasciarlo quando il vento è cambiato.
Certo, la ricerca è stata sviluppata in Inghilterra, e magari in Italia avrebbe dato risultati diversi; però il dato è interessante.

Andrebbero, se fossero invitati, incoraggiati, spronati. Resterebbero, se si sentissero curati, e non una faccia tra tante, di cui il pastore non sa nemmeno il nome, figuriamoci i problemi. Crescerebbero, se qualcuno li istruisse personalmente, con costanza e con veri studi biblici di base (quella base che manca, ahinoi, a molti cristiani). Non se ne andrebbero, se qualcuno ogni tanto chiedesse loro il loro parere, registrasse i loro umori, intuisse i loro disagi. La chiesa non è un supermarket, dove i clienti sono numeri: è molto di più. Eppure perfino i supermarket si interessano della soddisfazione dei clienti. Le chiese non sempre.

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L’onorevole meditazione

“Onorevoli colleghi, è ora di meditare”: Panorama riferisce che il presidente della Camera dei Deputati, Bertinotti, «ha dato il via libera all’apertura di una sala di meditazione” a Montecitorio. Gli spazi non sono ancora stati individuati, ma si tratterà comunque di «un luogo di raccoglimento, un po’ sull’esempio della “stanza delle preghiere” già allestita nel parlamento tedesco. La sala di meditazione, per essere interconfessionale, non può contenere simboli religiosi, deve essere il più possibile priva di oggetti».

«Ma cosa si fa in una sala di meditazione? – si chiede poi il giornalista – O, per meglio dire, che cosa non si fa? I credenti potrebbero pensare di mettersi a pregare. Naturalmente questo è possibile. Ma la meditazione non ha niente a che fare con la preghiera, è che ha già i suoi luoghi deputati… La sala è dunque un luogo di raccoglimento e di decantazione in cui si cerca di recuperare un equilibrio che si perde nelle battaglie della vita sociale. Con la meditazione si prendono le distanze dagli assilli di tutti i giorni. Non è dunque un fare, ma un non fare, un liberarsi. Un liberarsi proprio da quelle attività materiali e psichiche che inferforano la mente. La meditazione non è pensare, ma… un calmare la frenetica attività mentale».

Messa così, di primo acchito potrebbe sembrare una pratica che richiama le discipline e le filosofie orientali. Ma è la conseguenza di un equivoco che i cristiani, nel tempo, non hanno saputo chiarire.
Spesso non abbiamo ben chiaro il concetto di “preghiera”. La tradizione cattolica ha accreditato nell’immaginario l’idea della preghiera come litania di formule già scritte. In realtà per un cristiano la preghiera è tutto quel che riguarda il proprio momento di comunione personale con Dio. Il “momento di preghiera” è quel periodo che, nel corso della giornata, il cristiano dedica a mettere se stesso in relazione diretta e piena con Dio, sospendendo le altre attività. Un momento che è direttamente collegato alla lettura biblica e nel corso del quale il cristiano può parlare con Dio, ma anche ascoltare, cantare, lodare, adorare, chiedere, intercedere, meditare, riflettere. In questo contesto la meditazione è una pratica più che cristiana, e più che biblica, dato che Dio stesso chiede ai suoi figli “fermatevi e riconoscete che io sono Dio”: un momento dedicato, nel corso del quale sospendere la frenesia degli impegni quotidiani, l’ansia della fretta, i pensieri, i problemi, per poi ripartire con una nuova forza, una nuova speranza, una nuova pace, una nuova serenità, una nuova motivazione. Forse sarebbe più corretto chiamare tutto questo “meditazione”, anziché “preghiera”.

E ben venga la stanza di meditazione, se la meditazione è tutto questo.

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L'onorevole meditazione

“Onorevoli colleghi, è ora di meditare”: Panorama riferisce che il presidente della Camera dei Deputati, Bertinotti, «ha dato il via libera all’apertura di una sala di meditazione” a Montecitorio. Gli spazi non sono ancora stati individuati, ma si tratterà comunque di «un luogo di raccoglimento, un po’ sull’esempio della “stanza delle preghiere” già allestita nel parlamento tedesco. La sala di meditazione, per essere interconfessionale, non può contenere simboli religiosi, deve essere il più possibile priva di oggetti».

«Ma cosa si fa in una sala di meditazione? – si chiede poi il giornalista – O, per meglio dire, che cosa non si fa? I credenti potrebbero pensare di mettersi a pregare. Naturalmente questo è possibile. Ma la meditazione non ha niente a che fare con la preghiera, è che ha già i suoi luoghi deputati… La sala è dunque un luogo di raccoglimento e di decantazione in cui si cerca di recuperare un equilibrio che si perde nelle battaglie della vita sociale. Con la meditazione si prendono le distanze dagli assilli di tutti i giorni. Non è dunque un fare, ma un non fare, un liberarsi. Un liberarsi proprio da quelle attività materiali e psichiche che inferforano la mente. La meditazione non è pensare, ma… un calmare la frenetica attività mentale».

Messa così, di primo acchito potrebbe sembrare una pratica che richiama le discipline e le filosofie orientali. Ma è la conseguenza di un equivoco che i cristiani, nel tempo, non hanno saputo chiarire.
Spesso non abbiamo ben chiaro il concetto di “preghiera”. La tradizione cattolica ha accreditato nell’immaginario l’idea della preghiera come litania di formule già scritte. In realtà per un cristiano la preghiera è tutto quel che riguarda il proprio momento di comunione personale con Dio. Il “momento di preghiera” è quel periodo che, nel corso della giornata, il cristiano dedica a mettere se stesso in relazione diretta e piena con Dio, sospendendo le altre attività. Un momento che è direttamente collegato alla lettura biblica e nel corso del quale il cristiano può parlare con Dio, ma anche ascoltare, cantare, lodare, adorare, chiedere, intercedere, meditare, riflettere. In questo contesto la meditazione è una pratica più che cristiana, e più che biblica, dato che Dio stesso chiede ai suoi figli “fermatevi e riconoscete che io sono Dio”: un momento dedicato, nel corso del quale sospendere la frenesia degli impegni quotidiani, l’ansia della fretta, i pensieri, i problemi, per poi ripartire con una nuova forza, una nuova speranza, una nuova pace, una nuova serenità, una nuova motivazione. Forse sarebbe più corretto chiamare tutto questo “meditazione”, anziché “preghiera”.

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Fumetti di fede

È scomparso Johnny Hart, disegnatore e padre dei fumetti “BC” e “Il mago Wiz”: 76 anni, se n’è andato nel modo in cui probabilmente ogni disegnatore vorrebbe andarsene: mentre al suo tavolo da disegno stava lavorando alle sue strisce, che dal 1958 a oggi hanno raggiunto cento milioni di persone.

Hart era un cristiano convinto: cresciuto in una famiglia di valori evangelici, aveva frequentato la scuola domenicale e poi le lezioni di religione alle superiori; in seguito, grazie a un incontro fortuito, aveva ritrovato quella profondità di fede che per un periodo aveva messo da parte, e aveva anche ripreso a frequentare una chiesa. Da allora i suoi fumetti avevano assunto una tendenza ancora più marcata a rappresentare valori cristiani e contenuti biblici, e questa convinzione gli aveva portato anche qualche grattacapo.

Spiace che se ne sia andato – anche se i suoi fumetti ci accompagneranno ancora per un po’, vista la presenza di materiale inedito che ha lasciato agli eredi -; è singolare, però, notare che la sua fede e non ha mai avuto questo risalto mentre era in vita, e i contenuti cristiani dei suoi fumetti non avevano mai avuto tutta questa enfasi sui media italiani (e, conoscendo i media italiani, è tutto dire).

Chissà, magari questa enfasi potrebbe portare qualche lettore a fermarsi e riflettere su tematiche che non aveva considerato, riscoprendo la spiritualità dei contenuti delle strisce. Come diceva Schultz, un altro fumettista cristiano scomparso qualche anno fa, ci sono persone che nei giornali si fermano alla pagina dei fumetti: e anche quelle devono venir raggiunte con il messaggio di speranza del vangelo. Devono venir raggiunte in maniera appropriata, ovviamente: magari cominciando a instillare in loro le domande giuste. Perché non esistono solo le prediche e i volantini.

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La saga si chiude

È uscito negli USA il sedicesimo e ultimo volume della saga di Left Behind, la serie di narrativa evangelica che più ha venduto al mondo: 43 milioni di copie in dodici anni, ossia da quando è uscito il primo volume della fortunata saga, pubblicato poi anche in italiano con il titolo “Gli esclusi” (al momento sono disponibili in italiano i primi quattro volumi). Il libro è diventato anche un film, dallo stesso titolo, anche questo giunto poi (senza troppo clamore, a dire il vero) sul mercato dvd italiano.

La narrativa non ha mai avuto grande fortuna in area evangelica: in libreria si trovano libri di teologia, dottrina, riflessioni, meditazioni, predicazioni, testi devozionali; dato che gli evangelici sono molto tradizionalisti anche se non lo sanno, si può individuare pure un filone che propone storie di vite vissute, che ripropone in versione libraria le “testimonianze” domenicali; non si trova, invece, molta fiction, e tutto sommato questa predilezione per il “vero” a discapito delle “favole” ricalca – consapevolmente o meno – un’indicazione biblica (il contesto in cui parlava Paolo era diverso, ma tant’è).

La genialità nell’idea degli autori, Tim LaHaye e Jeremy B. Jenkins è stata quella di realizzare un romanzo (anzi, sedici) che non è vera narrativa, aggirando la diffidenza. Il romanzo storico non è una novità: Manzoni, scrittore dell’Ottocento, ha ambientato “I Promessi sposi” nel Seicento, innestando una storia d’amore più o meno inventata in un contesto storico reale; LaHaye e Jenkins hanno fatto qualcosa di simile, ambientando i possibili sviluppi della società mondiale, ormai globale, innestando reazioni verosimili in un contesto biblico definito: dal romanzo storico al romanzo profetico.

Il dibattito si è sviluppato lungamente nelle chiese, nei forum, nelle chat: “Gli esclusi” fanno bene o male? Sono accettabili o da sconsigliare?

Naturalmente i pareri sono vari; dagli entusiasti che non si sono persi una puntata (e che, se possono, leggono in lingua originale per non lasciare sfuggire nemmeno le sfumature) a coloro che considerano fuorviante accostare profezie bibliche a speculazioni umane.

Tra i veti incrociati, ci permettiamo di esprimere solo una (fervida) speranza: che il lettore, entusiasta o diffidente che sia, sappia riconoscere e distinguere la verità dalla finzione, le profezie dagli artifici, la Bibbia dagli espedienti letterari. Per il resto, buona lettura.

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8 aprile 2002 – 8 aprile 2007

Per una volta giochiamo in casa per ricordare una ricorrenza che ci sta a cuore. Quest’anno l’8 aprile è pasqua e sarebbe quindi il momento per altre considerazioni, ma non possiamo dimenticare quell’8 aprile 2002 (era un lunedì), quando dopo due mesi di febbrili preparativi partivano i programmi quotidiani del Circuito radio cristiane: nasceva il progetto crc.fm. Da allora, giorno dopo giorno, vi accompagnano fedelmente dalle 7 alle 13 sei ore di trasmissioni improntate alla crescita spirituale, all’approfondimento di tematiche bibliche, ma anche all’informazione e al commento in chiave cristiana dei fatti di attualità, per dare al cristiano gli strumenti necessari ad affrontare le piccole e grandi sfide di ogni giorno.

Inizialmente le trasmissioni venivano proposte via satellite; oggi sono presenti anche via Internet e in modulazione di frequenza su una decina di emittenti evangeliche locali. In cinque anni abbiamo prodotto migliaia di ore di dirette: dalle due alle tre ore al giorno solamente per i programmi legati all’attualità, senza contare i programmi quotidiani di approfondimento biblico, teologico, culturale, medico, sociologico, psicologico. Impossibile contare quanti sono stati gli ospiti che sono passati ai nostri microfoni: sicuramente centinaia, come sono centinaia gli amici che ci hanno aiutato stagione dopo stagione, chi al microfono, chi dietro al mixer, chi dando una mano all’amministrazione, alla segreteria, ai telefoni, nel settore tecnico, nelle consulenze agli ascoltatori.

Siamo stati i primi a proporre un concetto di radio evangelica che ricalcasse il modello radiofonico più attuale, quello che la gente ascolta, per uscire dal ghetto della radio di nicchia: avvalendoci delle potenzialità della diretta abbiamo raccontato un mondo evangelico in continua evoluzione, presentando missioni, opere, chiese, talenti, esperienze e ministeri che il Corpo – la chiesa di Cristo – spesso nemmeno sapeva di avere. Abbiamo valorizzato la musica cristiana attraverso una serie di scelte precise volte a premiare le produzioni di qualità, per dimostrare che l’eccellenza è possibile e doverosa anche in questo settore. Abbiamo parlato di attualità, presentando le notizie e approfondendole in chiave cristiana, sorridendo delle notizie allegre e soffrendo per i drammi insieme alla società in cui viviamo: perché, ne siamo fermamente convinti, è questo che siamo chiamati a fare, vivere senza estraniarci per stare vicini alle persone cui Dio ci ha messi vicino, comunicando in maniera coinvolgente ed efficace il messaggio di speranza del vangelo.

Abbiamo voluto dimostrare che si può essere cristiani del XXI secolo senza per questo allontanarsi dalla Verità. Si può essere cristiani anche sorridendo, anche senza parlare l’italiano anni Venti usato da Luzzi; si può fare radio cristiana anche senza mandare ininterrottamente culti, testimonianze e inni, ma richiamando i cristiani alla coerenza quotidiana nella loro vita di fede, rinfrescando ogni giorno le responsabilità dell’essere credenti consapevoli, preparando gli ascoltatori ad affrontare le sfide di ogni giorno con gli strumenti più adeguati, senza religiosità ipocrite, senza chiusure preconcette, senza arroccamenti, senza frasi fatte. A chi non ha ancora fatto una scelta personale di fede abbiamo voluto presentare il messaggio della salvezza in termini semplici, comprensibili, il meno possibile formali. E soprattutto con amore, quell’amore che Dio ci insegna a esercitare verso chi sta cercando, anche se a volte nemmeno lo sa.

Tutto questo, e altro ancora, abbiamo voluto provare a fare in questi cinque anni di dirette. Se ci stiamo riuscendo potete valutarlo voi, quotidianamente, ascoltandoci. Non è facile, certo, in un ambiente che si sente libero e per questo nemmeno si accorge di quanto sia legato a schemi, tradizioni e luoghi comuni. Dio ci ha dato il privilegio di ricevere belle soddisfazioni, incoraggiamenti, come anche critiche costruttive che ci hanno permesso a nostra volta di focalizzare meglio l’obiettivo e affinare le tecniche per arrivarci.

E allora grazie, Dio. E grazie a tutti voi che con il vostro ascolto, con il vostro sostegno anche economico (lo ricordiamo di rado, ma da cinque anni proponiamo sei ore di programmi ogni giorno senza pubblicità né sponsor: un’impresa che sarebbe stata suicida per qualsiasi azienda), con i vostri riscontri ci avete permesso di crescere insieme a voi. Quell’8 aprile 2002 è stato un traguardo, ma anche un inizio. L’8 aprile 2007 è un traguardo, ma soprattutto una tappa. E il viaggio continuerà solo se sarete ancora con noi: ascoltandoci e facendoci ascoltare, interagendo come potrete, aiutandoci nella misura in cui riterrete utile questo progetto.

A voi la palla. Senza di voi, il viaggio si sarebbe già fermato, e si fermerebbe ben presto. E, d’altronde, senza di voi non avrebbe nemmeno senso continuarlo.

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Un popolo depresso

Un italiano su quattro è depresso: la notizia compare oggi sul Corriere. Si spiega anche che le previsioni non sono per niente rosee, dato che “nel 2020 i pazienti in cura per disturbi d’umore raddoppieranno soprattutto per colpa degli stili di vita sempre più stressanti”. Per venire incontro a questo disagio che ha già raggiunto dimensioni epidemiche, in 160 studi medici verrà effettuato un test attraverso questionari mirati a scandagliare “umore, problemi psicosomatici e difficoltà quotidiane”.

La notizia meno rassicurante (ammesso ci fosse bisogno di altro) è che per sei milioni di italiani in terapia, nove milioni sono malati a loro insaputa e, al di là delle facili ironie, fa pensare l’affermazione del presidente della società italiana di psichiatria sul pericolo di somatizzare: “la metà dei disturbi gastrointestinali e neurologici, reumatologici e ortopedici sono apparentemente privi di una causa. Ma proprio dietro questi malesseri spesso si nasconde la depressione”. La depressione come causa di molte delle malattie che affliggono l’uomo del XXI secolo: una prospettiva che non si può sottovalutare.

Ovviamente sarebbe ingenuo accollare alla depressione la colpa di tutti i mali. Oltretutto la ricerca suona un po’ troppo catastrofista per non sospettare un eccessivo interesse dell’industria farmaceutica: in fondo negli ultimi anni abbiamo assistito a un marketing esemplare, teso a far passare per malattie anche quelle che sono fasi naturali della vita: ha ragione Beppe Grillo a denunciare che negli ultimi anni gli spot hanno eletto a patologie – con relative medicine a conforto – alcune condizioni normali quali stanchezza, svogliatezza, inappetenza, malumore, impotenza.

Dall’altro lato non va nemmeno sottovalutato un fenomeno che ormai colpisce un numero così ampio di persone, né si può cedere alla tentazione di affrontarlo solo in chiave medica. Il problema è che a buona parte dei credenti – e delle chiese – manca la preparazione per dare una risposta convincente al problema sul piano spirituale: si finisce per scadere nel letteralismo delle citazioni bibliche da un lato, o nella incoraggiante, ma altrettanto sterile, pacca sulla spalla. Certo: il problema si dipana più in campo spirituale che medico, e chi ha intrapreso un cammino cristiano consapevole sa che la pace, la serenità, la gioia che si ricevono attraverso la fede sono la migliore risposta a queste difficoltà. Ma come comunicare questa speranza, come aiutare chi soffre di questo disagio? Trattandosi di una soluzione spirituale, risulta essenziale la guida dello Spirito, ma questa certezza non deve diventare un comodo alibi: su temi così delicati non ci si improvvisa consulenti. Probabilmente nessuno – cristiano e non – oserebbe dare un consiglio medico senza avere idea del problema; la depressione, l’esaurimento, lo stress cronico sono disagi più striscianti, ma non meno seri, quantomeno per le possibili conseguenze.

Per questo, forse, per un problema che tocca – o presto toccherà – il 25% della popolazione, è il caso di cominciare a prepararsi seriamente per dare risposte adeguate. Anche come cristiani.

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Pusher di vita

Interessante la storia di Lawrence Oji, il primo spacciatore nigeriano di via Anelli, famigerato e fatiscente bronx padovano.

Arrestato più volte, Oji – che è laureato in economia e commercio, quindi ha un certo livello culturale – è stato incoraggiato dai Carabinieri a uscire dal giro, ma inutilmente. Fino a un giorno, in carcere, quando un connazionale ha pregato per lui. In quel momento ha capito e accettato. Il resto è storia.

Tra le tante considerazioni che possono emergere, una domanda che forse si sono fatti in pochi: se era un credente, cosa ci faceva in carcere colui che ha pregato per Lawrence?
Le ipotesi sono ovviamente varie: poteva essersi a sua volta convertito in carcere, poteva esserci finito per un errore (perché il cristiano – e ognuno di noi se ne sarà accorto – non ha una garanzia di perfezione costante), oppure per errore giudiziario. Probabilmente anche lui si sarà chiesto perché. Non sapeva il perché della detenzione in quel carcere, ma Dio sì: e oggi lo sappiamo anche noi, vedendo che attraverso la sua testimonianza un’anima ha potuto raggiungere la salvezza, spirituale e anche umana. E non solo: cambiata vita, quest’anima ha cominciato a lasciarsi usare da Dio, fino a tornare in via Anelli, magnifico testimonial di come Dio cambia le vite.

Spesso ci chiediamo il perché dei nostri disagi. Noi non sappiamo, Dio sì. Sentire storie come questa ci può rassicurare: non tutto quel che avviene è alla portata della nostra mente. Ma, contrariamente a quanto potremmo credere, questo non è un limite: è una garanzia.

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