Archivio mensile:Maggio 2007

Addio a Falwell l’esagerato

È morto Jerry Falwell, nel bene e nel male un personaggio. Predicatore evangelico, nel 1956 aprì la chiesa battista fondamentalista, che allora contava 36 membri e oggi vanta numerose megachiese da migliaia di credenti; nel 1979 fondò la Moral Majority per contrastare la deriva dei valori: il coordinamento divenne una sorta di Alleanza evangelica, che conta sei milioni e mezzo di membri. Il fiuto comunicativo gli permise di capire tra i primi l’importanza della televisione, e già negli anni Settanta compariva, con i suoi messaggi tradizionalisti, sulle emittenti statunitensi: una presenza che lo vide, nel 1983, entrare nel novero dei 25 uomini più influenti degli USA, e che ebbe un peso nell’elezione di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti.

Fu sul fronte sbagliato quando l’America si indirzzava contro la segregazione razziale; ma, dall’altro lato, è stato anche il paladino di valori come la famiglia e la difesa della vita. È stato lui a diffondere su larga scala il concetto di fondamentalista evangelico, termine che ha avuto una sua dignità fino a quando i media più inetti non lo hanno sporcato ammannendolo agli integralisti (e non fondamentalisti: c’è differenza) islamici.

Esagerato per molti versi e non condivisibile per altri, aveva una vocazione da predicatore locale: non si creava problemi a usare termini forti, da profeta veterotestamentario: definiva “pagani” le femministe e gli omosessuali, in un crescendo di toni accesi che probabilmente non ha giovato al suo accreditamento per un confronto con il mondo laico: ma forse nemmeno lo voleva. Il suo compito era tenere alto l’allarme per i credenti verso la corruzione, non quello di confrontarsi con la società: l’ultimo giorno, prima di morire, stava discutendo il rilancio del fondamentalismo cristiano in occasione delle elezioni presidenziali, per non veder trionfare la “coalizione pagana”.

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Addio a Falwell l'esagerato

È morto Jerry Falwell, nel bene e nel male un personaggio. Predicatore evangelico, nel 1956 aprì la chiesa battista fondamentalista, che allora contava 36 membri e oggi vanta numerose megachiese da migliaia di credenti; nel 1979 fondò la Moral Majority per contrastare la deriva dei valori: il coordinamento divenne una sorta di Alleanza evangelica, che conta sei milioni e mezzo di membri. Il fiuto comunicativo gli permise di capire tra i primi l’importanza della televisione, e già negli anni Settanta compariva, con i suoi messaggi tradizionalisti, sulle emittenti statunitensi: una presenza che lo vide, nel 1983, entrare nel novero dei 25 uomini più influenti degli USA, e che ebbe un peso nell’elezione di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti.

Fu sul fronte sbagliato quando l’America si indirzzava contro la segregazione razziale; ma, dall’altro lato, è stato anche il paladino di valori come la famiglia e la difesa della vita. È stato lui a diffondere su larga scala il concetto di fondamentalista evangelico, termine che ha avuto una sua dignità fino a quando i media più inetti non lo hanno sporcato ammannendolo agli integralisti (e non fondamentalisti: c’è differenza) islamici.

Esagerato per molti versi e non condivisibile per altri, aveva una vocazione da predicatore locale: non si creava problemi a usare termini forti, da profeta veterotestamentario: definiva “pagani” le femministe e gli omosessuali, in un crescendo di toni accesi che probabilmente non ha giovato al suo accreditamento per un confronto con il mondo laico: ma forse nemmeno lo voleva. Il suo compito era tenere alto l’allarme per i credenti verso la corruzione, non quello di confrontarsi con la società: l’ultimo giorno, prima di morire, stava discutendo il rilancio del fondamentalismo cristiano in occasione delle elezioni presidenziali, per non veder trionfare la “coalizione pagana”.

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Famiglie diverse

Sì, c’erano: al Family day, in mezzo a un milione di cattolici, c’era anche un gruppetto di evangelici. Va detto che erano anche ben organizzati, con striscioni che davano conto della presenza della “chiesa cristiane evangelica Cecchina”, della “chiesa evangelica Torre Angela” (in un rosso e con caratteri che ricordavano striscioni di altri tempi, ma tant’è), “chiesa cristiana evangelica Sonnino”, oltre a cartelli usati sullo stile dei sandwich-man, che presentavano messaggi come “Una famiglia sana alla base della società” o “noi vogliamo la mamma e il papà”, messaggi “firmati” dal caratteristico pesce che campeggia anche dietro alle auto di molti credenti.

Dalle foto sembra essere stata una bella festa, sui contenuti e le motivazioni riferisce il pezzo de La provincia, che riporta le dichiarazioni di Claudio Zappalà, responsabile della chiesa di Sonnino, e di Stefano Bogliolo, di Torre Angela: un messaggio chiaramente pro-famiglia, prospettando tra l’altro un’adesione – almeno teorica – di quasi tutti gli evangelici italiani: «Oltre il 95% delle Chiese evangeliche italiane
ha aderito al Family Day. Noi riconosciamo
come famiglia quella costituita da Dio, cioè quella naturale formata da marito, moglie e figli», ha detto Zappalà di fronte a oltre cinquecento giornalisti. È probabile che, se non nella forma, almeno nella sostanza non abbia torto: probabilmente quasi tutte le chiese evangeliche italiane, o almeno quelle non storiche, riconoscono come famiglia quella tradizionale.

Curioso che non lontano, in piazza Navona, un esponente evangelico storico salisse sul palco della contromanifestazione (d’accordo, ma è quantomeno difficile organizzare una manifestazione per festeggiare il divorzio lo stesso giorno in cui altri hanno deciso di festeggiare la famiglia, e sperare che nessuno pensi a una contrapposizione voluta). Un intervento tutto sommato equilibrato nei termini, una sorta di contrappeso rispetto alla presenza al Family day per esprimere la preoccupazione per l’appiattimento su posizioni cattoliche.

Famiglia contro famiglie, costituzione contro dico: due modi diversi di vedere la vita e di interpretare il proprio essere cristiani. Da un lato il desiderio di sostenere (anche se non imporre) leggi di ispirazione cristiana, in quanto considerate più efficaci; dall’altro la preoccupazione per la tutela di chi non la pensa come i cristiani, che deve poter vivere a sua volta i propri diritti. Un discorso, questo, che porterebbe lontano: la laicità è certamente un valore, ed è proprio la difesa delle minoranze a dare spazio agli evangelici.

Ma fino a che punto? Fino a che punto è nostro compito difendere in assoluto i valori altrui, anche quando contrastano con i nostri, prima che questo comprometta il messaggio cristiano per diffondere il quale difendiamo il diritto all’espressione?

Cosa cerca la gente

Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, parla di evangelici, e stavolta in maniera lusinghiera: in occasione della visita di Benedetto XVI in Brasile, segnala tre miti sulla crescita degli evangelici in Brasile. Primo, il fatto che siano emissari degli USA, mentre le chiese che crescono di più sono le autoctone; secondo, che siano “di destra”, mentre la politica è irrilevante nel loro messaggio; terzo, che la loro ascesa sia inarrestabile: “passata l’ubriacatura della teologia della liberazione – scrive Introvigne -, i successi protestanti hanno spinto la Chiesa cattolica a una vigorosa campagna missionaria, e il numero di cattolici praticanti è quasi ocunque in crescita”.

Questo dimostra che la gente non cerca nella chiesa una dottrina sociale che può trovare nelle ideologie. Non cerca però nemmeno una chiesa specifica: cerca Dio, semplicemente. Speriamo che possa essere un punto di riferimento anche per le chiese, che spesso sono tentate dalle sirene della politica.

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Demagogia di chi

La scoperta che l’autista del pullman ribaltatosi in Piemonte mentre riportava a casa una scolaresca dopo una gita aveva fumato cannabis ha cambiato molte prospettive, e risollevato il classico, immancabile dibattito che torna dopo le tragedie. Da un lato la destra che chiede norme più severe e – magari – controlli più seri; la sinistra che chiede di “non speculare”, “non fare demagogia sulla pelle dei due bambini morti”, “non generalizzare”. Capezzone, con indescrivibile aplomb, riesce a difendere l’antiproibizionismo, perché tanto “le leggi non funzionano”, e ha il coraggio di affermare. «in Itali aogni anno le vittime per incidenti stradali legati alla droga sono poche centinaia, quelle per incidenti causati dall’alcol sono 2500, quelle per l’alcol in generale 30 mila, quelle per tabacco 90 mila. Non è ipocrita urlare solo contro la cannabis?».

Se è per quello, possiamo segnalare a Capezzone che i morti per fame sono anche di più, e anche le guerre fanno il loro sporco lavoro. Insomma, spiace sentire da un politico un invito a evitare la demagogia, e poi vederlo concludere con una tirata fatta di generalizzazioni e banalizzazioni che non fanno onore alla sua causa. Speriamo sia chiaro a tutti che farsi male è un conto (chi muore per alcol o tabacco) e far male è tutt’altra cosa, e proprio su questa seconda categoria di drammi lo stato non può transigere.

Perché il rischio è che l’invito a non speculare, a forza di riproporlo a ogni occasione, diventi solo un alibi per non confrontarsi, evitando di ridiscutere con onestà intellettuale le proprie posizioni. Gli avvenimenti non vanno generalizzati, ma allo stesso tempo è un dovere per l’essere umano, come singolo e come società, imparare dagli errori. Il raziocinio serve anche a questo.

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Qualcosa vorrà dire

Il monoteismo minaccia la democrazia? È l’opinione di Giovanni Sartori, riportata da Francesco Alberoni nel suo “Luci e ombre” su Panorama. Alberoni non è d’accordo su questa prospettiva: non a caso, ricorda, l’India, la Cina e il Giappone, paesi politeisti, non hanno mai conosciuto la democrazia, che invece è nata in paesi cristiani come Svizzera, Inghilterra, Stati Uniti. Il motivo? Il cristianesimo – e non qualsiasi monoteismo – non ha una legge scritta ma ispirata, «gli uomini sono dotati di libero arbitrio e hanno la capacità d’inventare. Perciò la legge se la devono dare loro. Inoltre, poiché hanno uguale dignità sta a loro decidere chi debba governare. Infine, poiché sono fratelli, devono trovare forme di competizione politica pacifiche. E questi cinque presupposti sono ancora alla base della democrazia».

La disamina di Alberoni non sottolinea un altro aspetto interessante: la democrazia non è nata in un ambiente cristiano qualsiasi, ma in contesti evangelici. Senza volerne fare un punto d’onore, in termini di valori, metodi, etica qualcosa vorrà pur dire.

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Rapidi, rapidi!

Camminiamo più veloci di dieci anni fa: lo rivela un’indagine di un’università britannica che ha cronometrato in incognito i passanti in 32 metropoli del mondo. Risultato: a Singapore si va un terzo più veloci di 13 anni fa, e a ritmo sostenuto si cammina anche sui marciapiedi di Copenaghen, Canton, Dublino, Curitiba (Brasile), Berlino, New York, Utrecht e Vienna. Si va piano invece a Madrid e in medioriente, dove peraltro la flemma è una filosofia di vita.

Vero. Abbiamo sempre e comunque fretta: che siamo in fila, in auto, in treno, non ci rilassiamo. Non ci godiamo il tragitto, ci consumiamo in attesa dell’arrivo, per poi bruciare rapidamente anche quello in attesa di un nuovo traguardo.

Le nuove tecnologie hanno sicuramente una parte di responsabilità in questo, come rileva anche lo studio. Hanno portato a un repentino aumento della velocità, perché il “tutto e subito” è diventato una norma, e in una società iperveloce perfino l’infarto – incredibile a dirsi, ma è così – è diventato un rischio calcolato con cui si convive, considerando un’operazione per l’inserimento di un bypass alla stregua di una otturazione per carie.

Ne hanno risentito la salute, ma anche rapporti familiari e umani in generale: parliamo con persone all’altro capo del mondo, ma non scambiamo due parole con i vicini perché quando li incrociamo siamo impegnati (o sono impegnati loro) a spedire l’ultimo sms prima che il box di casa inghiotta il segnale.

Chi l’avrebbe mai detto: il tanto agognato tempo reale da privilegio è diventato una condanna a non scollegarsi mai. E noi, da buoni esseri umani, lo sfruttiamo nel modo peggiore possibile.

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Ancora sette

«La fuga dei cattolici nelle sette… ha tutti i connotati per apparire come una corsa verso il caldo rifugio in una “teologia della prosperità” che gli evangelici propongono in “chiese” che si chiamano anche “Battaglia spirituale e vittoria finanziaria” e che, soprattutto, non domandano quelle prassi comunitarie globali che il cattolicesimo militante, di destra o di sinistra, postula come premessa necessaria: si accontentano di un patto personale con Dio».

Parole di Francesco di Giacomo, giornalista della Stampa. Le obiezioni potrebbero essere molteplici, da quel “Alla conquista del Brasile” del titolo, che – ironicamente – richiama altri ricordi legati alla chiesa cattolica, non certo troppo onorevoli.

Ma tant’è. Purtroppo non possiamo non notare che la teologia della prosperità sta diventando un discrimine in campo evangelico tra chi crede in un vangelo-supermarket e chi crede che il messaggio biblico vada oltre. Turba, ma non stupisce, che possa esistere una chiesa chiamata “Battaglia spirituale e vittoria finanziaria”, ma non è certo la regola: purtroppo le derive prospere vengono invece prese a (facile) esempio dai media, che spesso – con poca etica, va detto – strumentalizzano e generalizzano per dipingere un quadro evangelico a tinte più fosche possibile. Della stessa tavolozza fa parte, naturalmente, l’uso del termine setta fin nella titolazione, o di “chiesa” tra virgolette, quasi a voler insinuare tra le righe un dubbio.

Curioso, poi, il deprezzamento del “patto personale con Dio”, che ormai tutte le realtà confessionali cristiane, anche le più riottose, riconoscono ormai come l’unica barriera di fronte ai marosi di un relativismo etico: non sarà la religiosità a salvare il cristianesimo, ma la fede di chi davvero crede e vive quotidianamente il messaggio evangelico nella sua vita.

Ma tutto questo, a quanto pare, il collega non lo sa.

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Mali estremi

«La Boycott si chiede se il prezzo che le donne, e gli uomini, pagano al post femminismo non sia troppo alto», scrive il Giornale. Si tratta della «stessa Rosie Boycott che nel 1970 nel suo magazine femminista inglese, Spare Rib, scriveva contro ogni singolo minuto passato ai fornelli, oggi ci ripensa e sul Guardian ammette: “Per il nostro modo di pensare cucinare era da per persone frivole e pericoloso politicamente. Ma ci sbagliavamo”».

«La mamma, la chiesa, a modo e per bene. Era tutto quello che le femministe non volevano, il loro antimodello… Scendevano compatte in piazza per urlare: “noi no”… La giornata ordinata, scandita dai pasti loro la snobbavano. Il tempo della rivincita parlava chiaro: manicaretti, camicie stirate, faccende domestiche, tutta una perdita di tempo. C’era l’affermazione personale, la rinascita dell’identità femminile: emancipata, nuova, al lavoro».

E i risultati, a quanto pare, li abbiamo visti: «la famiglia di questo squarcio di secolo, senza più un fulcro, senza un’identità, con padri e madri che arrancano per dare un equilibrio al bilancio familiare, per far tornare conti e tempi, scappando, correndo, navigando qua e là, con l’utopia di non perdersi nulla».

A rimetterci, nella ricerca dell’estrema indipendenza è stata la qualità della vita. Di tutti, anche delle donne: perché le famiglie sfasciate, la crisi di coppia, l’incomunicabilità familiare, la solitudine dei figli, lo stress della donna stessa sono elementi che influiscono negativamente sulla vita di tutti, e in poche hanno trovato quell’equilibrio necessario per “non perdersi niente”, mentre in molte hanno sacrificato molto sull’altare di un desiderio.

È sempre difficile parlare di un tema come questo: alla prima parola dissonante – anche se non contraria – parte la scomunica: “nemico delle donne”, “reazionario”, “maschilista”. Difficile riuscire a ragionare con serenità su un tema su cui comunque l’equilibrio è difficile, e dove l’esasperazione del diritto fagocita il diritto sacrosanto.

E il problema è proprio questo: l’estremizzazione. Ossia quando si parla di indipendenza, non quando si punta a una doverosa libertà che permetta all’individuo di esprimersi. Ben venga la donna che lavora, che si impegna, che dà spazio ai suoi talenti e alle sue passioni, esattamente come è giusto che ne abbia la possibilità l’uomo: e non è una missione impossibile. Ma la libertà può funzionare solo quando c’è senso di responsabilità. In tutti i campi.
La donna virtuosa non è quella che sta ai fornelli, o almeno, non solo: Proverbi 31 parla di una donna quasi manager, che dà indicazioni ai dipendenti, vende, compra. Ma che sa anche badare alle necessità di tutti i giorni, ai bisogni dei propri cari. Allo stesso modo, l’uomo completo è quello che sa valorizzare le proprie attitudini ed esprimere in maniera sana le proprie passioni, ma che non fa mancare il necessario alla sua famiglia.

Può funzionare? Pare di sì, se lo sguardo ai doverosi diritti non fa perdere di vista la prospettiva sugli inevitabili doveri. Altrimenti è un film già visto, purtroppo.

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Verso un’Europa colonizzata. O forse…

«”Convertire” l’Europa la nuova missione degli evangelici USA», scrive oggi Massimo Gaggi sul Corriere della Sera: secondo il giornalista c’è una strategia in merito da parte dei cristiani fondamentalisti americani, che si sviluppa sul piano politico, sociale, umanitario (e spirituale, supponiamo e speriamo).

Dopo l’Africa e l’America Latina, insomma, tocca al Vecchio Continente, che starebbe subendo una massiccia azione missionaria e lobbistica di emissari di Pat Robertson, Jerry Falwell, James Dobson e via predicando. Anche in Italia: «Focus on the Family – informa Gaggi – ha alcune piccole stazioni radio anche in Italia, dove le congregazioni evangeliche cominciano a crescere nelle grandi città, soprattutto per iniziativa delle comunità di immigrati».
Quali siano le emittenti radiofoniche italiane di Focus on the Family non ci è chiaro: non è bastata una tesi sul tema per scovarle, ma forse Gaggi è più capace di noi. Un po’ fuorviante, invece, collegare la crescita della comunità evangelica per l’apporto degli immigrati. Ma tant’è.

Parlare di evangelici è sempre succulento. E ci si va anche a nozze, tutto sommato, considerando che sono così divisi e litigiosi da non poter esprimere un parere concorde se non su temi basilari.

Se poi andiamo a cercare esempi estremi, ne troviamo a bizzeffe, e questo – si sa – è un altro punto che non gioca a favore di una corretta comunicazione. Tanto più per chi guarda la questione dagli USA, dove le tendenze si esasperano e perfino il messaggio biblico, in certi casi, finisce per venir condizionato dal sogno americano, dopo che il sogno americano a lungo ha fatto aggio sull’etica calvinista.

Non possiamo non ammettere, con amarezza, l’esistenza di realtà aggressive, di missionari businessman, di predicatori-immagine e di altre presenze eccentriche. Se vogliamo guardare a fondo anche il mondo cattolico è multiforme, non è esente da estremismi e stravaganze, è capace di estreme aperture ed estreme chiusure. Purtroppo nei media non vedo una parità di rispetto per i due campi.

Anche perché, se è vero che esistono gli estremi, esiste anche un ampio bacino di credenti e chiese che quotidianamente dimostrano la gioia della loro fede attraverso le loro azioni; missionari che vivono ciò in cui credono, e il cui comportamento è il miglior testimone della profondità delle convinzioni cristiane che hanno. Lo hanno dimostrato le vittime dell’attacco di Malatya, che solo a mezza bocca sono state definite evangeliche dalla stampa italiana, lo dimostra tutti i giorni un Kakà, che in ogni intervista e dichiarazione parla della sua fede, oltre che con il suo comportamento; l’elenco non si fermerebbe naturalmente qui.

Per quanto riguarda l’Italia, è ormai superata la fase degli “americani che la fanno da padroni”. I missionari americani sono presenti da due generazioni (e non da pochi anni), ma le chiese nascono e crescono anche dove non ci sono. Anzi, se ieri i missionari americani hanno fatto la differenza, oggi forse proprio gli americani sono i missionari meno efficaci, bloccati spesso sullo stereotipo dell’italiano anni Cinquanta provinciale e fondamentalmente incolto.

Sulla forma, il discorso resta sempre lo stesso: i moderati, come in qualsiasi contesto, sono silenziosi. Chi urla si sente di più, e guadagna le pagine dei giornali. Ma il giornalista dovrebbe servire proprio per esercitare questo filtro e rappresentare la realtà in maniera obiettiva, senza riguardi particolari per il predicatore ricco, o il politico potente. Dovrebbe.

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