Archivio mensile:giugno 2007

Lavori accurati

A volte fa bene ribadirlo: apprezziamo, stimiamo e incoraggiamo le forze dell’ordine, che svolgono un lavoro spesso oscuro e bistrattato ma essenziale.

Però a volte ci viene da riflettere, come quando leggiamo il tourbillon di notizie sulla Bibbia di Provenzano. A più di un anno dalla cattura, i giornali annunciano la scoperta del “codice” che avrebbe permesso di riconoscere i destinatari dei celebri “pizzini”.

Scrive Repubblica, ma anche altre testate che in uno di questi foglietti «Dopo questa apparente invocazione religiosa, quelle che sembrano sigle per indicare gli autori del Vecchio e del Nuovo Testamento. “P.bd 65” è Pietro Badagliacca. “N 25” è Nino Rotolo, “NN 164” è Nino Cinà, “Aless parente 121” è Matteo Messina Denaro, “30 gr” e “pic.” sono Salvatore Lo Piccolo e il figlio Sandro… In questo elenco c’è anche un “Gius 76.” che si riferisce a Giuseppe Bisesi, uno degli emergenti fermati nel blitz della scorsa notte dai carabinieri di Palermo, mentre F 28 è il boss dell’Agrigentino Giuseppe Falsone».

Abbiamo letto e riletto: dice proprio «quelle che sembrano sigle per indicare gli autori del Vecchio e del Nuovo Testamento». Immaginiamo la scena: all’arresto del boss, un pool con un numero imprecisato di esperti, la nostra FBI, si mette a studiare la copia della Bibbia di Provenzano. Dopo un anno e un paio di mesi, dopo decine di letture, di studi, di analisi, di confronti, di notti insonni su lettere, parole, iniziali, disposizione della frase, finanche errori grammaticali per comprendere se dietro a questo ci fosse una logica, uno degli esperti si alza e fa: «Ragazzi, ho capito una cosa. Fino a oggi ci siamo concentrati sulla dinamica delle parole di quei messaggi. E se invece il segreto stesse nelle citazioni?».

Un lampo di genio che provoca un terremoto: tutti si avventano a compulsare i messaggini del capomafia, scoprendo che in effetti nella Bibbia nessun libro può essere abbreviato con “P.bd 65”, “NN 164”, “Gius 76.”.

A vederla così sembrerebbe la scena di un film comico. Per questo suonerà impietoso, ma sarebbe opportuno scoprire chi ha espresso quel parere: «sembrano sigle per indicare gli autori del Vecchio e del Nuovo Testamento».

Due sono infatti le opzioni. Se l’hanno detto gli esperti, non ci stupiamo dei tanti casi insoluti che punteggiano la storia giudiziaria del nostro paese.

Se invece è stata un’agenzia che ha dato un’imbeccata proponendo un’interpretazione (sbagliata) del lavoro delle forze dell’ordine, è altrettanto drammatico: un giornalista scrive, gli altri copiano senza nemmeno controllare. Nulla da obiettare, una significativa lezione di giornalismo.

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Questioni basilari

C’è una frase che colpisce, nelle parole della docente assolta dal giudice di Palermo. Il caso è noto: in una scuola media di Palermo un paio di dodicenni avevano maltrattato un suo compagno di classe dandogli del “gay” e impedendogli l’accesso al bagno dei ragazzi; al rimprovero dell’insegnante, uno si era scusato, l’altro era rimasto impassibile, certo probabilmente della sua impunità. La prof, 32 anni di servizio e metodi all’antica, non ha voluto vergare una nota sul registro, che nella prospettiva balorda di oggi sarebbe stata scambiata per un complimento, ma aveva optato per una punizione più efficace: aveva imposto al bulletto di scrivere cento volte “sono un deficiente”.

Il padre, prendendosi la licenza dell’ex presidente del Consiglio, aveva dapprima replicato per iscritto alla docente insignendola dell’offesa che l’uomo di Arcore aveva affibbiato ai “comunisti”; poi aveva deciso addirittura di denunciare l’insegnante per ipotetici danni psicologici al figlio, che evidentemente soffre di una rara sindrome: non può venir contraddetto, nemmeno a ragione, senza subire devastazioni neuronali.

Il pm, a sorpresa, ha tentato di minimizzare il comportamento del ragazzino, in nome di una scuola meno “sorda e grigia”. Ma il giudice, bontà sua, ha capito che la giustificazione non era sostenibile, e non lo era nemmeno la qualità della vita degli insegnanti, e ha sancito che «La punizione, motivata da volontà rieducativa, non ha causato alcun danno psicologico all’allievo». Lo avevano capito anche i compagni di classe, se uno, commentando il fatto in un tema, aveva scritto che «gliel’aveva fatto scrivere per farlo ragionare».

Vinta la causa, la docente tende la mano: «Se quel padre che voleva pure un risarcimento di 25 mila euro avesse recepito l’appello a lavorare insieme tutto sarebbe stato diverso. E spero che si capisca quanto bisogno ci sia nella scuola di recuperare un po’ di autorevolezza. Restituiteci prestigio agli occhi dei vostri figli. Perché se non lavoriamo insieme a nulla valgono le note sul registro».

Forse è il caso che i genitori colgano una questione elementare: per avere ragione domani, i ragazzi devono imparare a riconoscere il torto oggi. Senza essere catastrofisti, ne va della convivenza, che già è messa in pericolo da troppi adulti incivili.

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Scene già viste

“Fermate quello spettacolo blasfemo”: è l’appello lanciato da Claudio Zappalà, commissario alla 52.ma Biennale di Venezia nonché pastore evangelico, di fronte alla notizia di uno spettacolo blasfemo. Si tratta di “Messiah Game”, verrà messo in scena oggi e domani nell’ambito della biennale di danza e pare sia un’interpretazione “masochistica e orgiastica della Passione di Cristo, dall’Ultima cena alla crocifissione, letta in chiave autolesionistica e pornografica”.

Da segnalare che Zappalà ha lanciato l’allarme per primo, ancora a metà giugno; sulla scia si sono espressi altri personaggi, tra cui il patriarca di Venezia Angelo Scola.
Tra le voci che non si sono levate, quelle di parlamentari o membri del Governo, che pure sono prontissimi a intervenire su ogni argomento dell’universo mondo, appena se ne dà loro la possibilità.

Pare che lo spettacolo, nonostante gli appelli, si farà, e che nessuna istituzione ritirerà patrocinio o fondi: in fondo, dirà più di qualcuno, la libertà di critica è un diritto democratico.

Vero. Ci chiediamo però, allora, perché lo stesso diritto non sia stato garantito, nei mesi scorsi, a chi ha solo provato ad accennare alla religione islamica in termini satirici o critici. Chissà perché i coraggiosi autori di “Messiah Game”, così ligi al loro dovere di stimolo e riflessione, non abbiano optato per un “Prophet Game”, raccontando a modo loro le mogli, l’egira, i discorsi di Maometto.

Chissà quanto ci vorrà, all’opinione pubblica e alle istituzioni, per capire la differenza che corre tra arte e pagliacciata, tra idea e intellettualismo, tra vero coraggio e stupida baldanza. Chissà quanto ci vorrà per far tacere l’infantilismo, e veder riemergere la sobrietà.

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Passatempi musicali

Si avvicina Christian Artists, il raduno annuale degli artisti cristiani italiani: cominciano a delinearsi calendario e seminari a disposizione dei partecipanti, insegnanti e realtà che aderiscono a questo importante momento di incontro tra musica, arte, fede e condivisione.

Quel che stupisce, al di là del lavoro sotterraneo degli organizzatori – che, sperabilmente, emergerà a breve -, è il silenzio degli utenti. Christian Artists è un momento di formazione, ma soprattutto un’occasione pressoché unica di incontro, in un contesto rilassato, per artisti cristiani: una categoria che spesso si lamenta di essere incompresa nelle chiese, bistrattata sul piano pratico, dileggiata sul piano dottrinale.

L’artista cristiano – sia esso musicista, pittore, sculture, designer o altro – si sente isolato rispetto a una realtà, quella cristiana tradizionale, che quasi mai riesce ad accogliere una figura così diversa, a metabolizzare un ruolo così particolare, a sfruttare al meglio un talento così scollegato dalle forme tradizionali di edificazione e di evangelizzazione. «L’unico modo in cui molte chiese riescono a concepire l’artista cristiano – segnalava non senza ironia Andrea Thomas, in una delle precedenti edizioni del raduno – è come autore dei volantini, o dei quadri a cui appiccicare sotto un versetto». È evidente che, se Dio ha dato dei talenti e vuole li si usi al suo servizio, bisogna trovare anche una formula per farlo: sotto questo aspetto Christian Artists è da anni una fucina di idee, di spunti, di stimoli sia per gli artisti, sia per le comunità.

In realtà pare che gli artisti, da parte loro, amino piangersi addosso: siamo soli, siamo incompresi, siamo sottoutilizzati. Christian Artists è un’occasione per fare gruppo, farsi coraggio a vicenda, intraprendere collaborazioni, informarsi, formarsi e ripartire carichi: eppure per la maggior parte degli artisti l’appuntamento quasi non esiste.

Sicuramente ci saranno coloro che in quei giorni (11-15 agosto, in Umbria) saranno impegnati in performance dal vivo, o lavoreranno, o avranno incarichi presso campi biblici. Se è così per tutte le centinaia di artisti cristiani, non potremmo non rallegrarcene: significherebbe la fine dell’isolamento, del sottoutilizzo, della solitudine. Eppure ogni anno, dopo aver saltato il raduno, le stesse lamentele tornano le stesse, per tutti.

E allora c’è da chiedersi, seriamente, se il lamento dell’artista non sia solo una scusa, un paravento, un alibi. Perché se anno dopo anno e c’è sempre qualche ostacolo valido a impedire di partecipare – a maggio il lavoro secolare, a giugno gli esami propri o dei figli, ad agosto i campi biblici -, qualcosa non funziona. Se in qualsiasi stagione dell’anno esiste qualcosa di più importante, viene spontaneo chiedersi quale sia la priorità che l’artista o il musicista cristiano dà a questo suo impegno. Se sia una chiamata vera, e quindi degna della priorità tra i propri interessi, tale da convincere a investire tempo, energie, impegno, studio, pratica, zelo. Oppure se si tratti di una delle tante attività cristiane del nostro carnet di credenti impegnati, tra una riflessione al culto e una lezione alla scuola domenicale, un volantinaggio e un incontro dei giovani.

Per essere artisti cristiani seri non serve avere a disposizione il tempo pieno: è necessario impegnarsi pienamente nel tempo a disposizione. Altrimenti diventa un dopolavoro qualsiasi, e parole come “ministero” suonano ridicole prima ancora che improprie.

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Posizioni e silenzi

Erano in mille, da tutta Italia, a Roma per il raduno dell’Alleanza evangelica a favore della libertà religiosa e della laicità: un incontro fortemente voluto dall’AEI per dare un segnale al governo, ma forse anche al mondo evangelico, sempre troppo disinteressato a faccende che pensa non lo riguardino.

La stessa AEI, nella nota pubblicata al termine dell’incontro, rilevava “la freddezza di alcuni settori dell’evangelismo italiano”. Certo, c’è stato chi ha avuto da ridire sul tema stesso: il concetto di laicità ha sfumature che non vedono unanimi tutte le aree evangeliche, ma – probabilmente – in questo caso si sarebbe potuto evitare i distinguo e aderire, almeno idealmente: in fondo si è trattato della prima iniziativa “forte” dell’Alleanza, che fino a ieri veniva tacciata di scarsa presenza concreta.

I dissenzienti, però, almeno una posizione ce l’hanno, anche se magari in questo caso non era così condivisibile la rigidità nell’esprimerla.

Chi preoccupa sono le migliaia di evangelici che non si sono mai peritati di farsi un’idea, di affrontare l’argomento, di riflettere su una questione che ci tocca ogni giorno, da quando portiamo i bambini a scuola a quando negli uffici si svolgono messe o visite pastorali. Un silenzio frutto di un’assenza di pensiero che non può non preoccupare. Perché il modo migliore per perdere una libertà è non riconoscerla.

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Tutele e paradossi

Harry Potter, dalla pietra filosofale a pietra di scandalo. Succede in Inghilterra che una maestra delle elementari vieta a una sua allieva, di sette anni, di leggere Harry Potter.

Non l’avesse mai fatto: la mamma della bambina ha denunciato l’insegnante per danni psicologici e morali, chiedendo 75 mila euro. La docente ha spiegato al giudice che non crede all’esistenza di una magia “buona”, “bianca”, e che la Bibbia condanna chiaramente alcune pratiche contenute nella saga del maghetto.

In attesa della sentenza la direzione della scuola, in evidente imbarazzo, ha preferito scaricare la docente, che per ora ha preferito sparire.

Non conosciamo tutti i dettagli della vicenda, ma è improbabile che la maestra avesse impedito alla bambina di leggere Harry Potter a casa, dato che la giurisdizione dell’insegnante non si estende fuori di scuola: se quindi la ragazza portava o leggeva il volume a scuola, l’insegnante aveva tutto il diritto di riprenderla. Sempre se, naturalmente, gli insegnanti hanno ancora un credito di preparazione e di metodo che garantisce un’autorevolezza alle scelte: se così non è, non ha più senso lasciare i propri figli nelle mani di persone di cui non ci si fida, che propongono sistemi non condivisi, che non hanno la competenza per istruire i ragazzi. Dalla reazione che hanno di fronte agli insegnanti pare proprio che siano molti i genitori, oggi, a pensarla così. Ma ovviamente non hanno la coerenza di scegliere una soluzione diversa: lo homeschooling.

Se poi il tema è la magia, le cose si complicano: minimizzare e banalizzare non è la scelta più saggia nemmeno da parte di chi non crede nell’esistenza dell’esoterico, e le testimonianze in merito al pericolo di intraprendere certi percorsi sono sotto gli occhi di tutti.

Altra considerazione non secondaria: le distorsioni che la laicità rischia di portare. Perché invocare la laicità significa spesso invocare un passo indietro di posizioni cristiane (curiosamente ma delle altre) a favore di un’illusione di equidistanza tra posizioni diverse. Fino a quando questo serve ad arginare uno strapotere può avere una sua utilità, ma mostra tutti i suoi limiti quando diventa una lotta senza quartiere non a favore l’eguaglianza, ma per una pulizia culturale nei confronti di una specifica posizione maggioritaria. Va infatti sfatato un mito: laicità non è sinonimo di neutralità, non è una non-scelta che dà pari cittadinanza a tutte le opzioni. Anche la laicità esprime una posizione, e spesso questa posizione, per reverse discrimination, finisce per non essere equidistante come si vorrebbe credere e far credere.

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Genitori normali

Si prospetta un’estate di lavoro per due diciassettenni della provincia milanese, sorpresi dai Carabinieri qualche notte fa a imbrattare un sottopasso: passeranno otto ore al giorno ad aiutare gli anziani e i disabili collaborando con le educatrici dei centri comunali. Fin qui, poco di strano, salvo una pena esemplare e utile nei confronti di un paio di ragazzini che si sono lasciati prendere la mano da suggestioni televisive o cattive compagnie. Certo, farebbe già notizia il fatto che il sindaco abbia deciso di punire, quando di solito si tende a sorvolare: eppure c’è una notizia ancora più sorprendente. Infatti con i tempi che corrono il sindaco, quando ha telefonato inviperito ai genitori dei due per annunciare la denuncia per danneggiamenti, non si sarebbe mai aspettato di sentirsi rispondere: «Una denuncia non basta: vogliamo una punizione che faccia capire ai nostri figli che le opere pubbliche vanno rispettate». E, tantomeno, si sarebbe aspettato di sentir insistere i genitori per pagare di tasca propria le spese di ripulitura del muro imbrattato.

Una volta, diciamo fino a vent’anni fa, era la normalità: se si combinava qualcosa, c’era il timore della reazione dei genitori, che di solito erano la prima espressione dell’autorità e della legalità. Certo, anche allora esistevano genitori capaci di dare ragione al figlio intemperante, ma erano esempi eclatanti, rari e comunemente riconosciuti nella loro valenza negativa. Oggi il padre galantuomo è raro più del figlio educato, e dobbiamo stupirci se alcuni genitori hanno voluto far impartire una sonora (e istruttiva) lezione a quei figli cui evidentemente avevano tentato di inculcare un’educazione, ma nei confronti dei quali qualcosa era andato storto. Niente di male: il colpo di testa può succedere anche al figlio migliore, con l’educazione più ligia. La differenza sta nella reazione: c’è quella che si risente, colpevolizza l’insegnante, la televisione, le cattive compagnie, l’autorità. E quella del genitore che si stupisce, si scusa e fa fronte comune con l’autorità per non dare al figlio una solidarietà diseducativa e fuorviante, convincendolo di poter contare anche in seguito sull’impunità.

Dovrebbe essere la normalità. Genitori a modo, educati, civili, che vorrebbero altrettanto civili i loro figli e sono disposti a pagare le spese dei loro errori, ma anche a fare il possibile per riportarli in un contesto di civile convivenza. Purtroppo sono casi rari, ma è incoraggiante che almeno ogni tanto qualche barlume di civile normalità – o meglio: quella che era la normalità, e che oggi si trova nell’archivio dell’anima – emerga ancora, per rassicurarci: nell’universo occidentale c’è ancora qualche genitore che ha letto il libretto di istruzioni.

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Essere civili

Ministri di culto di tutte le fedi alle Molinette di Torino: la direzione dell’ospedale, visto il moltiplicarsi dei pazienti acattolici, ha preso una decisione unica in Italia, contattando tutte le realtà rappresentate sul territorio nazionale (o per semplificare, quelle che superano i 30 mila membri) per stabilire un protocollo sull’assistenza spirituale dei malati e sui “comportamenti da assumere in caso di decesso di persone non cattoliche”, che abbiano particolari esigenze rituali. Tra le realtà contattate ci sono ortodossi, ebrei, testimoni di Geova, musulmani, induisti, buddisti e Chiesa di scientology (da notare: in quanti sapevamo che gli adepti in Italia sono più di trentamila?), oltre alla realtà protestante, probabilmente – e sperabilmente – in rappresentanza del multiforme mondo evangelico.

Sicuramente è un gesto di buona volontà, quello delle Molinette, che il direttore generaler Giuseppe Galanzino si affretta a definire dettato da “bisogno di pluralismo e multirazzialità, e non certo di proselitisimo”. Troppo spesso nelle strutture pubbliche l’ossequio va più alla norma che alla persona, e la rigidità prende il posto di quella buona volontà che permetterebbe di dare la giusta serenità a chi si trova in situazioni critiche: tanto più in un ospedale, o con una persona cara appena deceduta.

Da rilevare anche il ruolo attivo – segnala La Stampa – nell’apertura verso le altre fedi da parte del cappellano cattolico dell’ospedale Giampaolo Pauletto: chi ha avuto da fare come ministro di culto con ospedali, carceri, caserme o altre strutture pubbliche sa che la disponibilità su quel versante – essenziale talvolta addirittura per ottenere il via libera alle visite – non è così scontata, né così comune. Pauletto, con questa disponibilità, ha saputo dimostrare tolleranza e intelligenza, ma soprattutto un valore importante sia nel contesto cristiano, sia in quello laico, e di questi tempi particolarmente trascurato: il valore che ha un comportamento civile. Niente di più: semplicemente civile.

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VdB e le chiusure annunciate

Dopo 46 anni di attività, chiude Voce della Bibbia. Avviene – ironia della sorte – pochi mesi dopo i festeggiamenti per il traguardo dei nove lustri, che ha visto convergere su Formigine radio evangeliche, referenti di Back to the Bible (la missione internazionale di cui VdB è branca italiana), rappresentanti di altri centri di produzione.

Che la situazione, per le radio evangeliche, non sia felice lo si capisce facilmente: le emittenti si scontrano mensilmente contro nuove normative per la difesa dell’ambiente e contro l’inquinamento da onde radio, e devono fornire sempre nuovi certificati (che costano) e aggiornare con frequenza perfino eccessiva i macchinari. I centri di produzione, per la loro attività difficilmente quantificabile in termini fisici, vivono una situazione ancora più imbarazzante: producono per le radio ma le radio non possono sostenerli, e gli ascoltatori non riescono spesso a rendersi conto della differenza tra strumento (l’antenna, con tutto quel che le sta attorno) e contenuti (ossia, i programmi e chi prepara).

Non stupisce, quindi, che VdB – senza dubbio un pilastro della radiofonia evangelica, referente pressoché unico fino a qualche anno fa – a un certo punto abbia ceduto, come stupisce che crc oggi prosegua quotidianamente il suo impegno nel realizzare sei ore di programmi in diretta: che significano costi di corrente, telefono, affitto, giornali, computer, reti, personale.

Tutto questo dovrebbe far riflettere. Far riflettere le chiese, innanzitutto. Spesso sulle città italiane ci sono frequenze radiofoniche che vengono trascurate, usate per riproporre culti o messaggi, ignorando il potenziale del mezzo. Perché, e sono dati attuali, ogni giorno 38 milioni di italiani accendono la radio. Un potenziale ben maggiore, a saperlo sfruttare, di quello che può fare un volantinaggio o una predicazione sulla pubblica via. Può dare di più in termini di diffusione, ma anche di costanza (non si predica in strada ogni giorno, mentre i programmi radio sono costanti), di ampiezza di temi trattati, di organicità e varietà nel messaggio.
Anche per questa pervasività della radio – che, ovviamente, altri puntano a usare in chiave economica – una frequenza radiofonica locale vale oro: dai 200 mila euro al milione, a seconda della zona. Purtroppo molte chiese, che negli anni Settanta e Ottanta avevano avuto la visione di aprire un’emittente, hanno ceduto all’idea di fare qualche soldo facile vendendo la concessione, e perdendo così, per un piatto di lenticchie, una potenzialità incalcolabile.

Le chiese che non hanno venduto non danno comunque particolari segni di attenzione al settore, preferendo altre attività, e lasciando andare in onda programmi registrati alla buona.
Per citare la Bibbia, nessun amministratore saggio farebbe così, ma si interrogherebbe su come utilizzare al meglio il mezzo.

Per farsi un’idea dei possibili risultati basta guardare ai dati presentati recentemente da crc per la stagione 2006-07: «quasi duemila telefonate ricevute in relazione ai programmi trasmessi, 12 mila e-mail ricevute, 1.650.000 singoli utenti hanno consultato i siti di CRC e 48 mila hanno ascoltato nel corso dell’anno la radio via internet».

La colpa, però, non è solo delle chiese: le chiese sono fatte di credenti, e ci rifiutiamo di credere che la fede dei singoli sia stata delegata in bianco a terzi. Chiunque può comprendere l’importanza di un servizio evangelistico come quello che avviene via radio, e chiunque può sostenerlo, anche solo con un contributo di solidarietà.

Visti i risultati che si possono ottenere, probabilmente non sarebbero soldi sprecati.

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A doppio taglio

“Gli americani credono in Dio ma confondono Gesù con Mosè”: è una delle tante perle contenute oggi nell’articolo di Ennio Caretto sul Corriere, e significativamente intitolato “Usa, la Bibbia ignorata”. Se infatti “il 90 per cento degli americani crede in Gesù e negli angeli”, più della metà degli americani non sa «che il Genesi è il primo libro della Bibbia, non riescono a citare cinque dei dieci comandamenti, né a nominare uno degli evangelisti, e pensano che a spartire le acque del Mar Rosso fu Cristo, non Mosè».

Come rileva anche il giornalista e Stephen Prothero, che sul tema ha scritto un recente libro, è ancora più preoccupante che la metà degli americani creda anche che “Occhio per occhio, dente per dente”, e non “Porgi l’altra guancia”, sia un insegnamento cristiano. «Sono fattori… che contribuiscono a rendere cittadini così religiosi tra i più chiusi e meno solidali al mondo».

Decisamente un esempio lampante di come la conoscenza biblica e un’applicazione sana siano essenziali, e non semplici optional, per una vita cristiana coerente. Ha ragione Susan Jacoby, citata nell’articolo: «L’ignoranza religiosa è più pericolosa della mancanza di cultura, perché la religione è una delle massime forze del male oltre che del bene». A interpretare male la Bibbia si rischia di creare le peggiori storture, tanto quanto nell’interpretarla correttamente si può donare speranza e una vita migliore a ogni essere umano.

Non cogliere l’essenza della Bibbia significa impostare in maniera fuorviante le proprie scelte di vita, imporre agli altri i pesi che noi non portiamo, estremizzare uno o l’altro aspetto perdendo la prospettiva più corretta (che spesso è anche la più sobria). E, di conseguenza, vivere male, facendo vivere male anche gli altri.

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