Archivio mensile:giugno 2007

Sagge letture

«Provenzano la Bibbia la leggeva davvero»: questo il responso degli esperti della Polizia, che per più di un anno hanno compulsato le pagine della Bibbia che Bernardo Provenzano, boss della mafia arrestato nell’aprile del 2006, teneva gelosamente con sé nel proprio rifugio.

«Il capo di Cosa nostra – scrive la Sicilia – aveva sottolineato molte frasi e segnato diversi numeri contenuti nel testo e gli investigatori avevano ipotizzato che si poteva trattare di un codice» ma così non era: «Non sono annotate né sottolineate… le pagine delle genealogie e del primo libro delle Cronache, a ulteriore riprova che al capomafia interessa il contenuto, il significato e non singole parole da utilizzare per cifrare altri testi».

sono segnate con frecce alcuni modi di dire che indicano «frasi ad effetto – scrivono gli esperti nella relazione – da copiare e riscrivere per impressionare e rendere più autorevoli e carismatici i propri scritti».

Insomma, la Bibbia come legittimazione del proprio potere e strumento per dare agli scritti un’autorevolezza che altrimenti Provenzano, semianalfabeta, difficilmente avrebbe potuto avere.

«in generale c’è una certa attenzione per le regole, per le sanzioni, le colpe, le punizioni e le vendette, quasi a ricercare, nel libro, una sorta di ispirazione e di legittimazione in funzione delle responsabilità e delle decisioni derivanti dal suo essere capo di un’organizzazione», con una particolare sensibilità a concetti (sottolineati) come “pressare”, “preghiera”, “ordine” e “giustizia”.

Insomma, Provenzano leggeva la Bibbia per capirne i concetti, per trovare legittimazione alla propria autorità e avere autorevolezza nella propria azione: forse, tutto sommato, su questo piano ha capito più Provenzano di tanti nostri governanti.

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Le due categorie

Il Consiglio di Stato dà ragione al ministro Fioroni: la religione farà punteggio, negli scrutini di quest’anno, per gli studenti che affronteranno l’esame di stato (quello che una volta si chiamava “maturità”). Il Consiglio rigetta, quindi, la decisione del TAR del Lazio, che aveva sospeso l’ordinanza ministeriale accogliendo il ricorso di associazioni laiche e acattoliche, secondo le quali questa decisione darebbe all’ora di religione un peso e un’importanza che il Concordato non voleva dare, e che potrebbe oltretutto creare disparità di trattamento tra chi segue l’ora di religione – facoltativa, dal 1985 – e chi invece non se ne avvale.

Per il ministro, e per il Consiglio di Stato, l’ora di religione ha valenza formativa: per cui, se al punteggio dei maturandi contribuiscono anche attività parascolastiche come il teatro e il volontariato, l’ora di religione dovrebbe avere almeno lo stesso trattamento.

Messa su questo piano, Fioroni ha ragione: se fa punteggio il corso di computer, lo stage in azienda e perfino lo sport, l’ora di religione ha tutto il diritto a rivendicare la sua valenza culturale. Con un piccolo distinguo: l’insegnante, o il tutore, del corso di teatro, volontariato e simili non risulta partecipino agli scrutini dei consigli di classe. Se quindi l’ora di religione fa punteggio quanto le attività extracurriculari, dovrebbe seguire lo stesso iter, diverso dalle materie ordinarie. Invece, a quanto pare, l’insegnante di religione è presente agli scrutini, con tutto il peso e l’influenza che questa presenza può avere a favore (o contro) uno studente.

Insomma, siamo al solito equivoco: un sottile filo divide la posizione politica della chiesa cattolica dal suo ruolo religioso, e i due contesti troppo spesso si intersecano, benedetti dall’interesse di politici compiacenti e vertici ecclesiastici compiaciuti. Non è un problema solo religioso: viviamo in un’Italia abituata ormai da troppo tempo a vedersi divisa in due categorie, che non sono religiose, geografiche o culturali ma squisitamente etiche. Da un lato c’è chi fa fare leva su privilegi dovuti o arrogati, dall’altro invece si trova chi queste posizioni di prevaricazione le deve sopportare. Senza potersi nemmeno indignare, ovviamente, perché rischia di fare anche la figura del beota di fronte alla risposta beante e baldanzosa dei privilegiati: «con tutte le cose più gravi che non vanno in questo paese, perché accanirsi proprio su questa?».

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Magdi Allam, finalmente

«Salviamo i cristiani del Medio Oriente», scrive oggi Magdi Allam in un articolo sul Corriere della Sera, in cui propone uno sguardo d’insieme alla persecuzione dei cristiani nei paesi arabi: in primis Iraq, territori palestinesi, Sudan, ma anche «più in generale, in quasi tutti i paesi musulmani, dall’Algeria al Pakistan, dall’Indonesia alla Nigeria, dall’Arabia Saudita alla Somalia, i cristiani sono vittime di vessazioni e discriminazioni».

«Stiamo assistendo in modo pavidamente e irresponsabilmente inaccettabile alla persecuzione», scrive Allam, che propone anche una «manifestazione nazionale a difesa dei cristiani perseguitati in Medio Oriente e altrove nel mondo, da svolgersi a Roma e che potrebbe coincidere con il 30 giugno, la festa liturgica dei protomartiri romani. Una grande manifestazione per la vita, la dignità è la libertà dei cristiani e per il riscatto dell’insieme della nostra civiltà umana».

Quella di Magdi Allam è solo l’ultima denuncia che giunge da un movimento intellettuale trasversale e sempre più ampio. Il Giornale, che spesso denuncia la situazione critica per i cristiani nei paesi musulmani, e oggi stesso Michele Brambilla in un articolo lamentava l’abitudine mediatica di considerare i missionari come “rapiti di serie C”; su Panorama, la settimana scorsa, Aldo Forbice ammoniva: “Che errore sottovalutare l’integralismo pachistano”, per citare solo gli ultimi tre casi.

Qualcosa si muove, quindi, anche se ancora non basta. A fronte di alcuni nobili e apprezzati pensatori, manca la sensibilità diffusa della base: di tutti quei cristiani che sono capaci di indignarsi per tanti temi e sociali, accendersi dietro a capziosità politiche e religiose, ma alla fine ballano sul Titanic che affonda, in un Occidente assediato dal peggio degli estremismi che altrove perseguitano i loro confratelli. Ci sono organizzazioni internazionali, come la missione Porte Aperte, che esistono proprio per denunciare le situazioni peggiori e alleviare le sofferenze dei cristiani perseguitati, espulsi, annullati sul piano fisico, negli affetti e nei beni. Ma l’attenzione verso l’argomento è ancora scarsa, troppo scarsa anche da parte dei cristiani più coerenti e impegnati. Tanto che è un musulmano – illuminato e democratico, certo – a dover denunciare la persecuzione dei cristiani al grande pubblico.

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Biolimiti

Forse che il problema delle staminali embrionali, dilemma cristiano degli ultimi anni, si risolverà con un colpo di scena. Dai tempi del referendum sulla procreazione assistita l’ambiente cristiano, e ovviamente anche quello evangelico, si domanda con intensità quando cominci la vita: l’approccio tradizionale propone come inizio della vita la nascita dell’embrione, ossia la fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo; l’approccio relazionale suggerisce come inizio dell’esistenza il momento in cui comincia la vita relazionale dell’embrione. Se nel primo caso diventa automaticamente immorale la sperimentazione sugli embrioni non impiantati nell’utero (vite umane, per quanto “congelate”), la seconda posizione si confronta con l’impossibilità di stabilire una linea di confine certa tra vita relazionale e non relazionale. Sono seguiti discussioni, dibattiti, libri, confronti anche accesi, dichiarazioni a volte azzardate, che non hanno portato a conclusioni apprezzabili. La questione, antica come il mondo, trova una sua importanza nel momento in cui è possibile intervenire sulle cellule primitive degli embrioni per riparare organi e tessuti: prima c’era un bisogno relativo di trovare una soluzione concreta a un problema quasi solo accademico.

Se la scienza ci ha cacciato in questo ginepraio, ora la scienza stessa potrebbe indicarci una via d’uscita: pare che ben quattro gruppi di scienziati siano riusciti a ringiovanire le cellule staminali adulte, riportandole allo stato primitivo e quindi aprendo un nuovo capitolo per la medicina rigenerativa. Se l’esperimento, condotto ovviamente su animali, dovesse essere applicabile all’uomo, il problema dell’uso di staminali embrionali non si porrebbe più: basterebbe innestare una qualsiasi cellula del corpo umano, debitamente trattata.

Se l’embrione si salva, sicuramente ora si porranno altre questioni sul piano etico: fino a che punto è opportuno spingersi nella medicina rigenerativa, se sia corretto costruire organi su misura, quale sia il limite morale delle nuove frontiere della biotecnologia. Sfide solo futuribili, per ora, ma che richiederanno competenze scientifiche abbinate a una coscienza salda, per evitare aberrazioni che, ormai, sono dietro l’angolo.

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Meglio festaioli che critici

Ammesso il giornalismo sia una scienza, non è certamente una scienza esatta: non si può. quindi, pretendere di dare alle notizie un risalto proporzionale alla loro importanza, che peraltro nemmeno un brillante matematico potrebbe definire con un numero.

Lascia però sempre un po’ stupiti vedere la visibilità ottenuta dai tre milioni di omosessuali, transessuali e travestiti presenti al gay pride (in italiano, orgoglio omosessuale) di San Paolo del Brasile: soprattutto a voler contrapporre questa visibilità con il sostanziale silenzio, rotto talvolta da una malcelata ostilità, della “Marcia di Gesù”, iniziativa delle chiese evangeliche organizzata tre giorni prima del gay pride.

Alla marcia evangelica ha partecipato un milione di persone, un numero non proprio irrisorio, per ribadire “la condanna morale del peccato” in una società dove evidentemente il decadimento diventa una bandiera e il non saper distinguere la destra dalla sinistra diventa un punto d’onore in reazione a una normalità che ormai sta stretta.

Peccato che del milione di evangelici, e delle loro ragioni (giuste o sbagliate che si considerino) si sia sentito parlare decisamente meno di un terzo rispetto all’enfasi sui tre milioni di partecipanti al gay pride. Certo, gli evangelici fanno meno notizia di una “folla pacifica e colorata”, e la condanna morale è meno telegenica rispetto agli “slogan contro il razzismo e l’omofobia”.

D’altronde è più semplice promuovere una festa (si tratti di una mostra felina o di una notte brava nelle discoteche della Milano-bene) che segnalare una condanna morale: in Italia siamo maestri dell’argomento. Inutile poi scandalizzarci quando scopriamo che la nostra propensione festaiola e l’animo acritico e bontempone del nostro paese ci ha ridotto nello stato in cui siamo.

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Calciatori maturi

Nell’articolo che la Gazzetta ha dedicato nei giorni scorsi a Gleison Santos, difensore brasiliano dell’Albinoleffe e Atleta di Cristo, emerge una testimonianza cristiana trasparente, sia sul piano spirituale sia nel comportamento. Due frasi, in particolare, rendono l’idea di una vita cristiana vissuta in maniera coerente.

La prima potrebbe scandalizzare, nella sua prima parte, qualche tradizionalista: «Non voglio convertire nessuno – spiega infatti Gleison -, vorrei che Dio potesse fare ad altri quello che ha fatto per me». Semplicemente. Come dire: non faccio proseliti, non voglio raccattare la gente per riempire la mia chiesa: voglio che le persone che incontro e cui parlo instaurino un rapporto personale con Dio, sereno, profondo, e che questo incontro possa cambiare il loro futuro, in tutti i sensi.

La seconda: «Quando qualcosa non va, nel calcio, non me la prendo con la sfortuna. So che fa tutto parte di un progetto più grande che Dio ha per me». E aggiunge: «In 5 anni in Italia, ho giocato in tutte le categorie, tranne la serie A, ma sono convinto che arriverà il mio momento, con gradualità, senza fretta». Per essere un calciatore 25enne è una posizione decisamente matura, con cui molti cristiani molto più scafati non sono ancora in grado di confrontarsi.

Non si tratta di fatalismo: il cristiano deve fare tutto il possibile, nel modo migliore possibile, con un piano chiaro, con tutte le forze, i talenti, le competenze a disposizione; ma deve anche saper lasciare il risultato nelle mani di Dio, che potrebbe avere per lui piani (o tempi) diversi. Noi abbiamo il controllo sull’immediato, ma il lungo termine lo conosce – e lo amministra – solo Dio. La fede è anche riconoscere, e accettare con fiducia, questa realtà.

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Effimero e sostanza

«Supermercati religiosi, affaroni celestiali», è il titolo di Panorama per un articolo sui Christian store americani che dalla costa orientale stanno sbarcando anche in California. In particolare ha un successo notevole la Lifeway: la via della vita, un nome una garanzia.

L’articolo, inserito nella rubrica “il piacere di vivere”, indugia volentieri sull’offerta di «abiti fucsia per cantare nei cori gospel, cd di Christian music, libri per teenager con le 10 regole per essere brave ragazze»… «E poi mentine con i versi [sic] del Vangelo incisi sulla confezione, magliette… le “biblezine”. riviste all’apparenza modaiole, patinate» che all’interno «riportano il Nuovo Testamento in versione integrale, arricchito da articoli di lifestyle», termine roboante per definire i consigli di vita cristiana. C’è poi la rivista dove si spiega “come scaricare i Salmi in forma di suoneria per telefonino”, ma anche periodici per ragazze e signore. Forse, nelle parole che i giornalisti italiani dedicano ciclicamente al fenomeno dei gadget cristiani, c’è un po’ di stupore ma anche una punta di invidia per i fatturati di queste aziende. Difficile infatti che la sorpresa sia per negozi che vendono articoli religiosi, dato che in Italia ce ne sono in ogni città, ovviamente cattolici, e propongono oggettistiche che per un acattolico suonano decisamente curiose: crocifissi di ogni genere, misura, prezzo, santini, calici e così via.

Parlando da evangelici a evangelici, invece, un rilievo è il caso di farlo. Nulla di sbagliato nel decidere di etichettare ogni aspetto della propria vita anche in maniera visibile, a volte perfino kitsch; se qualcuno vuole riprendere addirittura la tradizione dei sandwich man, sia benvenuto. Purché tutto questo non sia, resti o diventi un esibizionismo religioso slegato da una pratica spirituale personale, diretta, intensa, vissuta quotidianamente. Se la sostanza c’è, e il desiderio è quello di comunicare anche in maniera visiva la propria fede, ben vengano magliette, borse, copertine, tappetini, cappellini, braccialetti, orologi, penne, perfino le scarpe.

Se la fede si riduce a questo, però, meglio fermarsi, riporre i gadget e tornare a concentrarsi su quel buon, vecchio libro dalla copertina anonima e le pagine ingiallite che ha accompagnato generazioni di cristiani a una conoscenza profonda e a una testimonianza efficace.

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Diffamazione di chi

Messori propone, e la lega nasce. Ricorderete qualche mese fa l’invito di Vittorio Messori, scrittore cattolico di punta, che si lamentava di come il cattolicesimo – “ormai minoranza” – sia bistrattato dai media tra imprecisioni e leggende nere. Be’, qualcuno ha dato seguito alla sua proposta di istituire una sorta di Anti-defamation league sul modello della struttura esistente da tempo nella comunità ebraica americana: è nata la “Catholic anti-defamation league onlus”, che si propone di agire in campo «culturale e scientifico – spiega Il Giornale -, confutare falsi storici e leggende nere, ma anche la disinformazione sui temi bioetici; quello dei media, con campagne sui giornali,Tv e Internet, per proporre di non comprare prodotti reclamizzati con spot irriverenti o di non vedere film anticattolici».

«La più recente battaglia della Cadl è stata quella contro il fazioso documentario della Bbc sui preti pedofili… “abbiamo scritto al Cda della Rai, abbiamo chiesto non di censurare il documentario ma di mandarlo in onda nel corso di un’altra trasmissione”», spiega al Giornale il presidente Pietro Siffi.

L’azione, a quanto pare, si è dimostrata da subito efficace. Mattina di sabato 2 giugno, Rai 3: va in onda Tv Talk, programma di Rai educational sugli avvenimenti TV della settimana. Immancabile il riferimento ad Anno Zero di Michele Santoro e al tanto annunciato documentario della BBC sui preti pedofili. Curiosamente, nell’ambito della discussione, il tema principale cambia e passa dal video sulla pedofilia all’ormai celebre filmato evangelico USA dedicato ai Jesus Camp, dove un’insegnante invitava un gruppo di bambini al fanatismo religioso; il tutto collegato al messaggio di Benedetto XVI in Brasile contro le “sette” evangeliche che stanno portando via fedeli alla chiesa di Roma.

Nell’ambito del discorso, c’è stato chi ha paragonato il mondo evangelico a una moda, come la new age. «Morale: in un programma in cui si doveva parlare dei peccati del cattolicesimo – ci segnala indignato Roberto da Faenza – è stato demonizzato l’altro cristianesimo».

Meno male che il cattolicesimo è una minoranza, che propone e non impone, che è diffamato a destra e a manca. Se così non fosse, potrebbe quasi sembrare che la minoranza bistrattata e afona sia sempre stata, e resti ancora oggi, un’altra, e che le lamentele in difesa del cattolicesimo siano solo l’ennesima azione di pressione di un gruppo, per essere più uguali degli altri.

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Il Libro di testo

La Bibbia come libro di testo in tutte le scuole. È la proposta che l’associazione culturale “Biblia” ha presentato, nei giorni scorsi, al ministro della pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, forte di una petizione con oltre diecimila firme. L’appello è stato sottoscritto da cattolici, protestanti, ebrei, personalità del mondo della cultura italiana, sia credenti sia non credenti, scrive Repubblica. Tra l’altro con il sostegno di grandi nomi, anche inaspettati: Massimo Cacciari, Furio Colombo, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Margherita Hack, Gad Lerner, Gianni Vattimo, Gustavo Zagrebelsky, Tullia Zevi.

Unico contrario, Vladimiro Guadagno, alias Luxuria, di Rifondazione comunista, convinto che «l’idea di porre un’attenzione maggiore su un libro religioso, piuttosto che su altri, facendolo diventare un testo base a scuola, mi sembra discutibile anche dal punto di vista della difesa della laicità».

Stupisce che un parlamentare non riesca a considerare il fatto che per comprendere la nostra realtà (storia, società, filosofia, letteratura, arte, musica, feste, perfino usi e costumi) bisogna conoscere la Bibbia e ciò che – nel bene e nel male – ne è scaturito. Dispiace che non ci si renda conto dell’importanza di un testo che non ha solo una valenza spirituale, ma anche umana in tutte le sue sfaccettature.

Sicuramente qualche voce discorde si troverà anche in campo cristiano, a dire che vedere la Bibbia come un patrimonio culturale è una prospettiva limitata. Ed è vero: è limitativo dare solo uno sguardo culturale alla Bibbia, ma è allo stesso tempo uno strumento importante anche sul piano spirituale. Solo leggendo la Bibbia si coglie il portato spirituale del testo, si comprende la complessità del piano di Dio, si riconosce la sua completezza. La fede viene dall’udire la Parola, si sente spesso dire dai nostri pulpiti. Anche in tempi moderni, c’è chi ha fatto una scelta di fede cristiana semplicemente basandosi sulla Bibbia, senza suggerimenti umani.

È curioso come da un lato soffriamo della sindrome da servi inutili, e complichiamo la formulazione delle nostre frasi per evitare di attribuire a noi stessi i meriti dell’azione divina; altre volte invece ci consideriamo così indispensabili al piano di Dio da non poter pensare che la Bibbia basti a se stessa, e sia sufficiente a cambiare le vite.

Certo, perché lo faccia è necessario un approccio profondo e sincero. Proprio per questo dovremmo considerare come benvenuto ogni spunto o stimolo che incoraggi a prendere in mano il Libro dei libri, anche quando il piano di Dio si discosta dai nostri canoni.

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Tar in condotta

«Bocciato dalla scuola, ma promosso dal Tar. Un voto disastroso in condotta non è motivo sufficiente per fermare uno studente sul crinale fra la prima e la seconda media», titola oggi Il Giornale. L’episodio di sui si parla è avvenuto nel milanese alla fine dell’anno scolastico 2004-2005: un ragazzo particolarmente difficile fa penare gli insegnanti che alla fine dell’anno segnalano in pagella che «Nel corso dell’anno non ha rispettato le regole di convivenza. Ha gestito il materiale con difficoltà. Ha partecipato alle attività proposte in modo inadeguato, creando disturbo alla svolgimento delle lezioni. Ha raggiunto un livello di preparazione inferiore alle possibilità. Gli obiettivi sono stati raggiunti parzialmente. L’alunno non è stato ammesso alla classe seconda per il comportamento gravemente scorretto e l’atteggiamento provocatorio e arrogante».
Insomma, un disastro. «Ma i genitori del ragazzo – spiega Il Giornale – non si arrendono: ricorrono al Tar. E il Tar si mette di traverso». Non bastano quattro insufficienze, non basta la cattiva condotta per venir bocciati. Gli insegnanti inviano un dossier con le malefatte del ragazzo, ma niente: il TAR è irremovibile, e il ragazzo viene promosso di diritto.

Commenta Marcello D’Orta, insegnante e scrittore (autore, tra l’altro, di “Io speriamo che me la cavo”): Secondo il Tar della Lombardia, per sole quattro materie (hai detto niente!) non si boccia (si boccia solo in casi estremi, per esempio se l’alunno, interrogato in tutte le materie, si avvale della facoltà di non rispondere) e soprattutto la condotta con la scuola non c’entra niente, poiché compito di quest’ultima è insegnare e non educare. È davvero così? Io credo che il fine della scuola non è di far conoscere gli affluenti del Po o dimostrare che due rette parallele non si incontreranno mai (mi fanno quasi pena); il fine della scuola è di formare l’uomo e il cittadino; di inserirlo nella società; di farne un individuo “civile”. Se a scuola ci si comporta come selvaggi, un po’ selvaggi sono anche coloro che ne prendono le difese.

In realtà non c’è molto da stupirsi. Che la condotta non conti non deve stupire, al giorno d’oggi, quando gli adulti sono i primi a teorizzare e praticare l’indisciplina, e sentirsi appagati dai comportamenti “furbi”. Basti guardare il rapporto con gli altri, il comportamento nel traffico o in fila alla posta, gli sguardi in cagnesco sui bus per un posto a sedere, e si capirà quanto gli adulti siano in grado di insegnare l’educazione, il rispetto, la tolleranza.

Ma l’aspetto peggiore che emerge dalla notizia, pare un altro. Il ragazzo in questione ne fa di tutti i colori per tutto l’anno, fino all’ultimo giorno; viene ripreso in più occasioni e, certo, la cosa non sarà stata ignota ai genitori, immaginiamo che gli insegnanti, esasperati, abbiano messo al corrente della situazione la famiglia. Eppure, alla notizia della bocciatura, i genitori promuovono una causa. A difesa del torto marcio. Il loro figlio ha ragione a prescindere, sempre, comunque. Può essere arrogante con gli insegnanti, bullo con i compagni di classe, irrispettoso con le autorità, menefreghista nello studio: ha ragione lui.
Non è, naturalmente, l’unico caso. Poi ci si lamenta della scuola che non istruisce e che non educa. La scuola non deve educare: deve servirsi dell’educazione per insegnare. L’educazione spetta ai genitori, la scuola dovrebbe trovarla già pronta. E se i genitori non provvedono? Vale il principio di sussidiarietà, ossia la scuola deve provvedere comunque? Se la scuola deve venir vista come un microcosmo di società, sì: nella vita nessuno può pretendere di poter rubare, rapinare, rapire, uccidere: la legge vale comunque, con tutte la comprensione del caso, anche per il disadattato.

Se invece così non è, e la scuola deve essere intesa solo come un posto dove imparare le lezioni teoriche – in condizioni umane e relazionali sempre peggiori -, allora ci farebbe sentirlo dire chiaramente: almeno potremo organizzarci di conseguenza.

Visto infatti che la scuola non è cristiana, ma a quanto pare nemmeno civile, ci terremmo a insegnare loro qualcosa di utile per la vita. Prima di tutto qualche concetto molto laico: il fatto che convivere significa rispettare, che la flessibilità non sostituisce la correttezza, che il torto va ammesso e gli errori vanno pagati con onestà. E poi, per aiutarli a sopravvivere in un contesto arrogante e prepotente come quello odierno, non potremmo non proporre anche un essenziale concetto cristiano: spiegando che, talvolta, non ci viene data ragione nemmeno quando la si ha davvero, suggeriremmo che è importante imparare a sostenere la verità con amore, senza massimalismi o integralismi, e che saper subire qualche torto aiuta a vivere meglio.

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