Archivio mensile:luglio 2007

Morale di stagione

A volte sembra quasi un virus. Sbagliare, pentirsi e pretendere l’oblio nel giro di pochi minuti sta diventando una pericolosa abitudine che contagia tutte le categorie sociali del nostro paese. L’ultimo, in ordine di tempo, un parlamentare di area ex democristiana, che un giornale di ieri descriveva senza troppa pietà così: «… sposato due volte e padre di tre figli, che è fra i firmatari della legge per il test anti-droga ai parlamentari, che venerdì notte, mentre la Camera era impegnata nella maratona notturna sulla giustizia, ospitava in albergo una prostituta finita sabato mattina all’alba in crisi eccitatoria da overdose all’ospedale San Giacomo».

Una situazione decisamente imbarazzante, specie per il ruolo pubblico del personaggio coinvolto. Non sarebbe il caso di fare moralismi, o di sottolineare l’incongruenza del comportamento decisamente poco lineare rispetto al partito di appartenenza; come giustamente segnalava il politico in questione, i parlamentari sono esseri umani, con i vizi e le debolezze di tutti: sottintendendo con queste parole un comportamento poco cristallino anche da parte di molti altri.

È fuor di dubbio che si debbano votare i politici in base alla propria azione e non alla propria meschinità umana: altrimenti gli eleggibili sarebbero davvero pochi. Chiarito questo, resta un po’ di sorpresa nel leggere le giustificazioni del parlamentare in questione e la sua prospettiva sulla vicenda.
Nelle interviste concesse al Corriere e alla Stampa si affanna a sfilarsi con forza dal sospetto di aver assunto o fornito stupefacenti, mentre sull’adulterio si limita alla difesa d’ufficio del “così fan tutti”, appellandosi alla debolezza umana. Non sfuggirà che, in una prospettiva cristiana, sono moralmente inaccettabili entrambi i comportamenti, eppure il secondo capo d’accusa viene quasi accantonato, derubricandolo a fatto personale.

Non può sfuggire che la difesa asimmetrica sia dettata dalla rilevanza penale del primo comportamento e dallo sdoganamento morale del secondo; stupisce, però, che si dia così poco peso al pensiero di chi ha votato un parlamentare di area cristiana per veder rappresentati certi valori, probabilmente sbandierati in campagna elettorale e scaricati ora al volo, alla bisogna, come argomenti quasi demodé, poco degni di una seria autocritica.
Turba la leggerezza di certe affermazioni come «Io non mi sento di avere tradito nessuno, se non la mia famiglia», ritenendo di doverne rispondere solo ai propri cari. Rispettiamo il dramma umano del politico, ma preoccupa un approccio così disimpegnato nei confronti dell’errore.

Preoccupa perché è una tendenza, un virus che ha raggiunto anche le chiese. Tutti sono pronti a difendere la morale – spesso un’interpretazione rigida della morale – fino a quando il problema non tocca la propria persona, o la propria famiglia. Lì cominciano i distinguo, i però, i “chi è senza peccato”; a questi si aggiunge un’ammissione senza troppa contrizione – una leggerezza tipica di quest’epoca -, tanto che si pretende la reintegrazione immediata e senza macchia nel proprio ruolo. Magari aspettandosi anche qualche scusa da parte di chi pretende di far rispettare quella morale che fino a ieri era patrimonio comune, mentre oggi diventa una scomoda anticaglia da parrucconi.

Il progresso non aiuta: come nella migliore tradizione veterotestamentaria, ancora oggi il peso caricato sulle proprie spalle è più leggero di quello che viene imposto agli altri.

Visto un tanto, dobbiamo davvero stupirci delle follie di un parlamentare?

Lasciate che i piccoli

Interessante l’iniziativa della chiesa valdese di Milano, che ha fatto un ragionamento molto semplice: se i nostri figli sono spesso ospiti dei loro amici all’oratorio, perché non ricambiamo anche noi, ospitando una volta gli amici dei nostri figli per presentare la nostra realtà?

Detto, fatto: una quarantina di bambini di altra tradizione religiosa ha avuto l’occasione di varcare per la prima volta la soglia del tempio valdese. Ad accoglierli uno staff di monitori e responsabili della chiesa, che hanno allestito un percorso a tappe. Le panche, dove i ragazzi hanno scoperto come pregano gli evangelici; il pulpito, dove hanno compreso quale sia la struttura degli incontri; il tavolo della santa cena, per comprendere il significato di questo ricordo; e poi la cantoria, dove è stato illustrato il ruolo della musica nella liturgia protestante, il fonte battesimale, la colletta e così via.

I ragazzi, allievi delle elementari e di prima media, oltre a divertirsi nel vedere qualcosa di molto diverso dal solito, si sono dimostrati interessati, ponendo domande sulle varie fasi della visita. Probabilmente per quei quaranta ragazzi la chiesa evangelica non sarà più una “setta”, ma una realtà trasparente e degna di rispetto.

Chissà, se avessimo cominciato a organizzare incontri di questo genere vent’anni fa, magari oggi non saremmo guardati con tanta diffidenza. Peccato che anche oggi l’iniziativa della chiesa valdese sia più unica che rara: se ci muovessimo in questa direzione almeno oggi, potremmo sperare in un futuro un po’ più roseo. La convivenza, la conoscenza, il rispetto, la tolleranza cominciano anche da un semplice open day offerto a un gruppetto di bambini.

Seconda vita su misura

Cambiano i campi di missione, e il mondo cristiano non può non rendersene conto. A fare il punto su un nuovo fenomeno che offre potenzialità di diffusione del messaggio del vangelo è Civiltà Cattolica, quindicinale dei Gesuiti, dove in un articolo ci si chiede: “C’è (cyber)spazio per Dio?”. La domanda nasce sull’onda del successo di Second Life, la nuova frontiera dell’interazione online.

Civiltà Cattolica ricorda che dietro agli avatar, i personaggi creati a propria immagine (o seguendo le proprie aspirazioni) ci sono persone reali che forse sono alla ricerca di Dio e della fede. Per questo su Second Life “ogni iniziativa capace di animare positivamente i residenti è da considerare opportuna: la terra digitale, a suo modo, è anch’essa terra di missione”.

Su Second life sospendiamo il giudizio: l’iniziativa è troppo giovane e in pieno boom, e questo rende ancora difficile delineare il suo vero profilo e la direzione che prenderà. Il successo di questa iniziativa, infatti, ricalca quello tributato uno dopo l’altro, con cadenza quasi annuale, ai forum, alle chat, ai blog, alla messaggistica istantanea, alle telefonate online, e bisognerà aspettare che passi la moda per comprendere al meglio le potenzialità del mezzo e le intenzioni dei superstiti, come la presenza e l’interazione si rimodulerà. Oggi, per fare solo alcuni esempi, ci sono locali commerciali, radio e perfino movimenti politici che, sull’onda dell’interesse sollevato dai media, sono sbarcati nel mondo parallelo di Second Life; più di qualcuno comincia già ad accorgersi che Second Life non funziona come il mondo reale.

La preoccupazione dei Gesuiti è quindi eccessiva o prematura? Crediamo di no.
Se infatti le caratteristiche di Second Life non sono ancora ben definite, già oggi possiamo individuare alcuni aspetti che non vanno trascurati.

A partire da un dettaglio essenziale: nella maggior parte dei casi chi si crea una vita virtuale lo fa perché non è soddisfatto della vita reale. Second Life è l’ideale, su questo piano: una sorta di vita virtuale a tutto tondo con tanto di segnaposto a propria immagine, in un mondo parallelo che è un po’ forum, un po’ blog, un po’ chat, e permette di essere quel che non si è nella vita reale, magari cogliendo qualche opportunità che nella concretezza di tutti i giorni non si è mai avuta, oppure si è persa per la mancanza di coraggio. Dietro all’avatar l’impiegato reale può trasformarsi online in un pierre rampante, la bruttina in una vamp, il timido in un compagnone, e dare un senso diverso alla propria vita, anestetizzando l’insoddisfazione professionale, fisica, umana. Chi si crea una seconda vita cerca qualcosa di diverso, qualcosa di più, qualcosa di meglio: un incontro, una risposta, una soluzione.

Insomma, sono persone che cercano: un campo di missione ideale. Certo, è importante che i missionari siano in grado di ascoltare, comprendere, venire incontro: è infatti l’unico modo per avvicinare le persone che cercano, aiutandole a passare dalla seconda vita a una nuova vita. Una vita che duri più di un click.

Comunicazioni fallimentari

Su un sito Internet dedicato a Gela un ex sacerdote si lamenta per un volantino evangelistico infilato nella sua cassetta delle lettere da una non meglio precisata (meglio così, e capirete subito il perché) “chiesa cristiana evangelica”. Forse, stando al testo che cita, non ha tutti i torti.

Già il titolo dell’opuscolo è decisamente bellicoso: “Il purgatorio è una frode colossale”. Vi si legge tra l’altro:
«La chiesa cattolica rende schiavi i suoi fedeli in terra e fa mercato di loro dopo la morte. I preti pretendono mediamente la messa di migliorare le condizioni dei morti succhiando così il denaro ai poveri gonzi. Non vi è frode più sfacciata di questa. Senza soldi non si dicono messe e senza messe dal purgatorio non si esce. La chiesa cattolica è un diabolico esattore. Il purgatorio è una diretta sfacciata falsità, una invenzione dei preti e non altro, ispirata da satana».

Non possiamo non dare ragione all’ex religioso quando dice che “nello scritto degli evangelici ci sono frasi fortemente offensive”, e che “il tenore dello scritto è mille miglia lontano dal rispettoso dialogo”. Per quattro ragioni.

Primo: lascia perplessi la mancanza di rispetto e, aggiungeremmo, di opportunità. Diffondere un volantino di questo tenore in una città fortemente radicata nel tradizionalismo cattolico non aiuterà le persone ad aprirsi, a interrogarsi, a capire: alle granitiche certezze – specie se vengono espresse in maniera supponente – si contrapporrà un rifiuto radicale. D’altronde offendere le persone e il loro credo non è il modo migliore per creare quel canale di comunicazione e di confidenza necessario per gettare il seme, qualunque sia il messaggio che si vuole diffondere: tantopiù se si tratta di un messaggio delicato e profondo come quello del vangelo.

Secondo: sul piano evangelistico, potrebbe sorgere anche spontaneo chiedersi se chi ha scritto il volantino avesse presente il “noi predichiamo Cristo crocifisso”. Alcune realtà cristiane potranno essere poco condivisibili e certe dottrine molto discutibili, ma è quantomeno singolare che nel primo approccio (e un volantino serve proprio a stabilire un primo contatto) sia opportuno concentrarsi su un tema come questo, proponendolo per giunta con un tono polemico.

Terzo: in tutti i campi, la propaganda “contro” non porta lontano e – soprattutto – non offre risposte. Le persone che hanno qualche problema, coloro che sono alla ricerca, che vivono momenti di crisi o che si pongono dei dubbi spirituali non verranno aiutate; sull’altro fronte, come già rilevato, i tradizionalisti non verranno scalfiti nelle loro convinzioni.

Quarto: sul piano spirituale ci si potrebbe anche chiedere dove, nel volantino, siano la speranza, l’amore e quella comprensione che pervadeva Gesù parlando con il giovane ricco. Si obietterà che la Bibbia parla di amore, ma anche di giustizia e di giudizio. Peccato che, nel testo del volantino, non si trovi nemmeno questo.

Ci lamentiamo spesso dell’immagine distorta che la società si è fatta sul mondo evangelico. Bisogna ammettere che a volte facciamo del nostro meglio per darle ragione.

Fortunati senza saperlo

“Non ho mai desiderato qualcosa di necessario”: è la confessione, onesta e per questo apprezzabile, di un giovane blogger che viene ripreso su Panorama della scorsa settimana.

«Ho desiderato il telefonino; lo scooter; il dvd… Non ho mai desiderato l’acqua che esce dal rubinetto, il cibo sulla tavola, una scuola dove poter imparare a leggere e una famigila da abbracciare… Perché le ho date per scontate».

E conclude: «Sono fortunato, siamo tutti fortunati. Troppo fortunati?»

Il privilegio di vivere nel mondo occidentale, in un paese avanzato, dove la fame praticamente non esiste, ci porta a dimenticare, a diventare insensibili e ingrati. Non sappiamo ringraziare, se non – formalmente – prima di mangiare. E invece dovremmo ricordare quanto siamo privilegiati, e dovremmo ricordarlo spesso: come occidentali, ma soprattutto come cristiani. Forse sarebbe utile anche a risolvere un’altra questione, che la domanda dell’amico blogger solleva e che ogni cristiano potrebbe porsi: come mai, se siamo tanto privilegiati, anche noi cristiani siamo sempre così insoddisfatti?

Missionari da spiaggia

Sono tornati: attivi, entusiasti, con un grande desiderio di portare un messaggio di speranza al mondo, e soprattutto a quei giovani di cui sono coetanei. Come l’anno scorso andranno sulle spiagge, davanti alle discoteche, nelle piazze per parlare e ascoltare, convinti che le “pecore smarrite” vadano cercate, e non aspettate. Certi che l’estate aiuti a rilassarsi, ma sia anche il momento in cui emerge la disperazione: un momento adatto, per un verso e per l’altro, adatto a riflettere sulla propria vita, a fare il punto della situazione.

Sono giovani, sono vivaci. A volte possono non essere condivisi i loro metodi e anche il loro linguaggio, possono sembrare particolari e magari poco ortodossi, ma ci sono. Ecco, è proprio questo il punto. Solo chi non fa, non sbaglia; chi invece brucia dal desiderio di andare, di comunicare in maniera efficace e attuale il vangelo potrà anche sembrare poco realista, ma quantomeno avrà dato a Dio la possibilità di servirsi di lui al meglio delle sue possibilità umane.

“Missionari tra gli ombrelloni”, li chiama la Stampa, che dedica una pagina a questi giovani. Sono 150 quelli che si muovono sulle spiagge dell’alto Adriatico, centinaia di altri solcano le altre località turistiche.

Un dettaglio: sono cattolici. Gli evangelici, probabilmente fanno meno notizia. Oppure sono in ferie, stanchi di un anno di lavoro e di missione. O magari sono troppo impegnati con i campi biblici: troppo impegnati a ricevere, per trovare il tempo di dare.

Etichette e contenuti

Qualcuno oggi avrà storto il naso, sicuramente. Per due buoni motivi.

Primo. Qualcuno ha l’ardire di creare giocattoli cristiani, pupazzetti con le sembianze (si fa per dire) di personaggi biblici, capaci di far ricordare le gesta di questi grandi uomini e donne del passato. I benpensanti si saranno scandalizzati: la Bibbia può diventare un campo giochi? E’ lecito ridurre profeti e re a novelli di Big Jim?
Naturalmente chi lo dice non ha dato particolare peso ai giocattoli che compaiono sugli scaffali e negli armadi dei propri figli, altrimenti avrebbe provato almeno un po’ di ribrezzo di fronte a poltiglie ributtanti, mostri, giochi di ruolo dal sapore magico e carte di divinità straniere. Se lo avesse fatto, di fronte a tutto questo, forse non sarebbe così categorico nel lanciare alti lai contro chi tenta di dare un contesto cristiano ai giochi dei propri figli, e magari cominciare a istruirli sulle storie della Bibbia.

Secondo. Porte Aperte sostiene e diffonde una petizione di Amnesty International, la nota associazione laica per la difesa dei diritti dell’uomo. In questo caso Amnesty ha lanciato una petizione contro il rimpatrio dei clandestini eritrei dalla Libia, e Porte Aperte si è associata, nel tentativo di convincere le autorità di Tripoli a soprassedere ed evitare ai cristiani eritrei una fine certa.
Che scandalo, diranno gli illuminati di prima, una missione cristiana che collabora con una realtà laica e anche un bel po’ politicizzata: l’azione cristiana non deve scendere a compromessi, non ci deve essere comunione con i non credenti, e via citando.
Naturalmente sono gli stessi che poi vanno in vacanza, beati e beoti, nei paesi della lista nera per il mancato rispetto della libertà di espressione religiosa.

Vero, lo scandalo c’è. Ma è quello di chi, troppo pieno di citazioni bibliche, non sa metterle poi in pratica facendosi bambino con i bambini e perseguitato con i perseguitati. E così rifiuta di offrire un bicchiere d’acqua fresca a chi rischia di morire, se prima non ha potuto verificare la conformità dell’etichetta.

Come si cambia

Gordon Brown, nuovo primo ministro britannico, decide di riclassificare come illegale la marijuana, e inciampa nel suo stesso governo: la maggior parte dei ministri ha dichiarato di aver fatto, in passato, uso di sostanze. Per Brown, che vuole dare una svolta morale all’azione governativa dopo gli anni ottimistici di Blair, sembra una mossa falsa, ma è evidente come non lo sia. Non è una notizia, il fatto che ci siano dei ministri che in passato si sono concessi uno o qualche spinello, e ammettano il loro errore. Solo un liberista senza testa, più che senza morale, potrebbe però definire ipocrita il non voler permettere alla nuova generazione di sbagliare ancora: in base a questo ragionamento, ogni generazione dovrebbe reinventare il fuoco, anziché basarsi sul patrimonio di conoscenze acquisito fino a oggi.

Ma c’è di più. C’è una sostanza, la cannabis odierna, che suscita l’allarme degli scienziati: il “fumo” che gira oggi è stato geneticamente modificato per aumentarne la potenza, e può provocare problemi cerebrali. Più di ieri, peggio di ieri.

Forse chi non tiene conto di questi fattori non ha presente un aspetto essenziale della vita: il fatto che tutto cambia. Se le persone possono seguire il loro istinto a migliorare la propria condizione, le cose sembrano inevitabilmente peggiorare. Colpa dell’entropia, quando l’uomo non ci mette del suo.

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Cristiani a distanza

Interessante il commento di Adriano Sofri, la scorsa settimana su [a href=http://blog.panorama.it/opinioni/2007/07/06/sofri-adozioni-a-distanza-di-sicurezza/]Panorama[/a], in relazione al fenomeno delle “adozioni a distanza di sicurezza”.

«Le adozioni a distanza – esordisce Sofri – sono una bellissima iniziativa. Il loro numero così alto e sempre crescente e l’affidabilità di tante organizzazioni che le governano, provano la corrispondenza fra quel modo di solidarietà e il desiderio delle persone del mondo ricco di prendersi concretamente cura del mondo povero».

Una beneficenza con un rischio: «Il rischio che si accompagni, e voglia compensarla, a un’avarizia, una dissociazione dalla povertà e dalla sofferenza vicina, del nostro prossimo, quello che troviamo sulla nostra strada, non cercando nella pagina esotica di un atlante. Può darsi, nell’adozione a distanza, che non sia tanto importante l’adozione quanto la distanza. Che agisca come una distanza di sicurezza. La carità ravvicinata spaventa e compromette. La buona azione fatta alla leggera minaccia di renderti ostaggio del tuo beneficato, di vederlo appostato alla tua porta».

Insomma, teorizza Sofri, aiutare un bambino con l’adozione a distanza spesso è un modo per lavarci la coscienza con una modica cifra nei confronti dei problemi più vicini a noi; un modo per aiutare senza troppo impegno.

Un parere ingeneroso verso i molti “genitori a distanza”, ma da prendere in considerazione.

Molto spesso l’adozione a distanza nasce sull’onda dell’emotività: un brano ascoltato, una presentazione nella propria chiesa, uno stand a una manifestazione. Nasce emotiva, ma supportata da vari ingredienti: da un lato la nostra coscienza cristiana, che ci fa sentire di non fare mai abbastanza; dall’altro la sensibilizzazione quotidiana dei media, che ci fa sentire potenziali salvatori del mondo; e poi, in mezzo ai tanti scandali di cui si sente parlare, c’è la diffidenza per le operazioni troppo generiche e il desiderio di poter seguire i soldi che diamo in beneficenza.

L’adozione a distanza è la quadratura del cerchio: permette di interagire con una persona specifica, di fare del bene con riscontri immediati, di aiutare indirettamente i paesi “dove si muore di fame”. E poco importa, in quest’ottica, se la decisione non è meditata. Molte volte l’entusiasmo per le missive si spegne presto (cosa racconto a un bambino thailandese che dell’Occidente non ha mai visto nemmeno una cartolina?), e talvolta si spegne anche l’impegno a sostenere costantemente il bambino.

Forse allora dovremmo chiederci perché veniamo rapiti emotivamente da una bambina birmana e non un ragazzino disagiato delle nostre periferie, il figlio di una coppia in crisi, il bambino straniero del palazzo di fronte che fatica a capire la nostra lingua? Probabilmente ha ragione Sofri: una bambina a migliaia di chilometri di distanza non ci sporca la casa, non disturba, non ci fa arrabbiare, non ci assorbe i nostri sacrosanti pomeriggi. Quanto è semplice: una modica donazione mensile e la coscienza è a posto, mentre il nostro tempo e le nostre finanze rimangono intatti, pronti a essere dedicati ai nostri interessi.

Essere cristiani a distanza è più facile. Tanto ai problemi di casa nostra penserà qualcun altro.

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L’altra possibilità

Succede a Milano. Due storie a distanza di pochi giorni, nella stessa città. Due storie molto diverse per premesse e conclusioni.

Cominciamo dall’ultima. Ieri mattina alle 7 una donna di 43 anni, si è gettata dalla finestra di un palazzo. 12 metri di volo. Prima, mentre era pronta a compiere l’insano gesto, viene vista da un inquilino che portava fuori il cane. Pronto di riflessi, ha svegliato gli altri condomini mobilitandoli, per far portare subito in strada dei materassi capaci di attutire il volo. Proprio come nei film. E sono proprio i materassi, ammetteranno poi le forze dell’ordine, ad averla salvata, limitando i danni alla frattura del bacino.

L’altra storia. Nella ricca Brianza, alle 23.30 di una stanca domenica estiva, un colpo di vento fa scattare l’allarme antiintrusione di un appartamento vuoto per un finesettimana allungato. Nessun condomino interviene, almeno per verificare di cosa si trattasse: nessuno pensa che se ci fosse stato un ladro il prossimo appartamento svaligiato avrebbe potuto essere il suo. La sirena suonerà fino alle 3 del mattino, fermato solo dall’intervento dei carabinieri (allertati da un inquilino disperato) e dei proprietari.

Nel primo caso, quello del tentato suicidio, un giovane dà l’allarme e la solidarietà scatta subito con un via vai di materassi. Nel secondo caso, quello dell’allarme, il fastidio di un allarme continuo non basta nemmeno a far mettere la testa fuori a più di una persona.

Due modi diversi di vedere la vita di condominio, probabilmente. Ed è curioso che, nel primo caso, il giovane che ha salvato la donna sia un ex detenuto che – come scrivono i giornali – ha sbagliato, capito, pagato e cambiato vita, anche se gli strascichi del suo passato difficile gli impediscono di trovare un lavoro. Nel secondo condominio, invece, è tutta gente per bene, di quella che si lamenta per un cane che abbaia una volta alla settimana.

Due estrazioni diverse, due atteggiamenti diversi. Mentre l’ex carcerato aiuta, la gente per bene ha altro cui pensare.
Forse non è così assurdo comprendere perché Gesù sia venuto per i peccatori, e non per i giusti. I giusti pensano di bastare a se stessi; i peccatori no. Hanno sofferto, hanno imparato ad ammettere il fallimento e sono disposti a cambiare, se qualcuno dà loro una seconda possibilità.

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