Archivio mensile:luglio 2007

L'altra possibilità

Succede a Milano. Due storie a distanza di pochi giorni, nella stessa città. Due storie molto diverse per premesse e conclusioni.

Cominciamo dall’ultima. Ieri mattina alle 7 una donna di 43 anni, si è gettata dalla finestra di un palazzo. 12 metri di volo. Prima, mentre era pronta a compiere l’insano gesto, viene vista da un inquilino che portava fuori il cane. Pronto di riflessi, ha svegliato gli altri condomini mobilitandoli, per far portare subito in strada dei materassi capaci di attutire il volo. Proprio come nei film. E sono proprio i materassi, ammetteranno poi le forze dell’ordine, ad averla salvata, limitando i danni alla frattura del bacino.

L’altra storia. Nella ricca Brianza, alle 23.30 di una stanca domenica estiva, un colpo di vento fa scattare l’allarme antiintrusione di un appartamento vuoto per un finesettimana allungato. Nessun condomino interviene, almeno per verificare di cosa si trattasse: nessuno pensa che se ci fosse stato un ladro il prossimo appartamento svaligiato avrebbe potuto essere il suo. La sirena suonerà fino alle 3 del mattino, fermato solo dall’intervento dei carabinieri (allertati da un inquilino disperato) e dei proprietari.

Nel primo caso, quello del tentato suicidio, un giovane dà l’allarme e la solidarietà scatta subito con un via vai di materassi. Nel secondo caso, quello dell’allarme, il fastidio di un allarme continuo non basta nemmeno a far mettere la testa fuori a più di una persona.

Due modi diversi di vedere la vita di condominio, probabilmente. Ed è curioso che, nel primo caso, il giovane che ha salvato la donna sia un ex detenuto che – come scrivono i giornali – ha sbagliato, capito, pagato e cambiato vita, anche se gli strascichi del suo passato difficile gli impediscono di trovare un lavoro. Nel secondo condominio, invece, è tutta gente per bene, di quella che si lamenta per un cane che abbaia una volta alla settimana.

Due estrazioni diverse, due atteggiamenti diversi. Mentre l’ex carcerato aiuta, la gente per bene ha altro cui pensare.
Forse non è così assurdo comprendere perché Gesù sia venuto per i peccatori, e non per i giusti. I giusti pensano di bastare a se stessi; i peccatori no. Hanno sofferto, hanno imparato ad ammettere il fallimento e sono disposti a cambiare, se qualcuno dà loro una seconda possibilità.

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La ragazza con l’anello d’argento

«C’è voluta l’Alta Corte britannica – scrive oggi Repubblica – per decidere sull’anello di castità di Lydia Playfoot, sedicenne del Sussex. La ragazza voleva portare al dito anche durante le lezioni l’anellino d’argento con una citazione biblica che esalta la purezza del corpo e dunque l’astinenza sessuale prima del matrimonio. La direzione dell’istituto non era d’accordo: quel cerchietto di metallo, come tutti i gioielli, era un’eccezione imprevista per l’uniforme scolastica. Per Lydia questo divieto era una “ingerenza illegale nel suo diritto di manifestare la fede cristiana”. Ieri l’Alta Corte ha accolto la posizione della scuola, ribadendo il divieto».

«Il giudice Michael Suppertone – continua Repubblica – è andato oltre, argomentando che “l’anello non è parte integrante delle manifestazioni di fede”, cioè non è obbligatorio per i fedeli. Dunque non può essere un’eccezione alla regola, come altre già previste in dettaglio dal regolamento scolastico di Horsham: i veli delle ragazze di fede islamica, i braccialetti Kara dei sikh».

Seguono le immancabili, altisonanti dichiarazioni di principio delle parti. Che sono quantomeno curiose per un caso così banale, dove gli attori sono un’amministrazione scolastica fin troppo rigida, una ragazza che si impunta nella difesa di un principio, un giudice che deve stabilire cosa sia essenziale per l’espressione della fede.

Paradossalmente non ha torto nessuno: la ragazza, che vuole testimoniare la sua fede con il suo comportamento; la scuola, che fa rispettare una regola; il giudice, che riconosce l’anello come un semplice accessorio. Non sbaglia la scuola nel far rispettare le sue regole, altrimenti dove si andrebbe a finire; non ha torto il giudice, perché ad ammettere qualsiasi cosa non si sa dove si andrebbe a finire; non ha torto la ragazza, secondo la quale lasciar decidere la scuola sulle questioni di fede non si sa dove può portare.

Opinioni e prospettive legittime. Perché la scuola vede i rischi della multiculturalità esasperata, il giudice il rischio delle posizioni capziose in fatto di religione (e i rischi di estremismi), la ragazza denuncia il fallimento della politica governativa di educazione sentimentale e sessuale libertina (con un boom di gravidanze negli ultimi anni) e rivendica l’opportunità religiosa, ma anche politica e sociale di promuovere la sua scelta personale di castità.

Curiosamente, la ragione non manca a nessuna delle tre parti. Quel che manca, forse, è un po’ di ragionevolezza e serenità. Perché si può elevare la questione a principio, o ridurla a caso pratico, quasi banale. Non è giusto rinunciare ai propri principi, ma bisogna anche saper amministrare la loro rivendicazione con la giusta serenità. Perché è sui principi che si vive, ma è altresì sui principi che si può morire. La fede lo merita. Ne vale la pena, per un anello?

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La ragazza con l'anello d'argento

«C’è voluta l’Alta Corte britannica – scrive oggi Repubblica – per decidere sull’anello di castità di Lydia Playfoot, sedicenne del Sussex. La ragazza voleva portare al dito anche durante le lezioni l’anellino d’argento con una citazione biblica che esalta la purezza del corpo e dunque l’astinenza sessuale prima del matrimonio. La direzione dell’istituto non era d’accordo: quel cerchietto di metallo, come tutti i gioielli, era un’eccezione imprevista per l’uniforme scolastica. Per Lydia questo divieto era una “ingerenza illegale nel suo diritto di manifestare la fede cristiana”. Ieri l’Alta Corte ha accolto la posizione della scuola, ribadendo il divieto».

«Il giudice Michael Suppertone – continua Repubblica – è andato oltre, argomentando che “l’anello non è parte integrante delle manifestazioni di fede”, cioè non è obbligatorio per i fedeli. Dunque non può essere un’eccezione alla regola, come altre già previste in dettaglio dal regolamento scolastico di Horsham: i veli delle ragazze di fede islamica, i braccialetti Kara dei sikh».

Seguono le immancabili, altisonanti dichiarazioni di principio delle parti. Che sono quantomeno curiose per un caso così banale, dove gli attori sono un’amministrazione scolastica fin troppo rigida, una ragazza che si impunta nella difesa di un principio, un giudice che deve stabilire cosa sia essenziale per l’espressione della fede.

Paradossalmente non ha torto nessuno: la ragazza, che vuole testimoniare la sua fede con il suo comportamento; la scuola, che fa rispettare una regola; il giudice, che riconosce l’anello come un semplice accessorio. Non sbaglia la scuola nel far rispettare le sue regole, altrimenti dove si andrebbe a finire; non ha torto il giudice, perché ad ammettere qualsiasi cosa non si sa dove si andrebbe a finire; non ha torto la ragazza, secondo la quale lasciar decidere la scuola sulle questioni di fede non si sa dove può portare.

Opinioni e prospettive legittime. Perché la scuola vede i rischi della multiculturalità esasperata, il giudice il rischio delle posizioni capziose in fatto di religione (e i rischi di estremismi), la ragazza denuncia il fallimento della politica governativa di educazione sentimentale e sessuale libertina (con un boom di gravidanze negli ultimi anni) e rivendica l’opportunità religiosa, ma anche politica e sociale di promuovere la sua scelta personale di castità.

Curiosamente, la ragione non manca a nessuna delle tre parti. Quel che manca, forse, è un po’ di ragionevolezza e serenità. Perché si può elevare la questione a principio, o ridurla a caso pratico, quasi banale. Non è giusto rinunciare ai propri principi, ma bisogna anche saper amministrare la loro rivendicazione con la giusta serenità. Perché è sui principi che si vive, ma è altresì sui principi che si può morire. La fede lo merita. Ne vale la pena, per un anello?

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Sindromi di casa nostra

Sindrome da Gerusalemme: ne parlava in questi giorni La Stampa. Si tratta di un «singolare disturbo mentale, quasi una vertigine, che coglie il visitatore della Città Santa investendolo con una tempesta di sentimenti religiosi». Succede, spiega il dottor Gregory Katz dell’ospedale che li cura, «in genere a donne e uomini soli, sui 35 anni, poco istruiti, molti di religione protestante. Arrivano con il mito del pellegrinaggio, la loro prima esperienza all’estero. Vedono Tiberiade, Nazaret e a Gerusalemme esplodono». Si comincia con «uno stato confusionale, quasi un’amnesia», che il giornalista associa all’abbandono dell’identità originaria come prezzo per quella nuova, divina; da lì c’è chi si identifica in Mosè, Elia, Geremia, Isaia, Erode, Gesù, Giovanni Battista, Maria Maddalena, Pietro, e chi magari tenta anche di camminare sulle acque del lago di Tiberiade o crede di avere un appuntamento con Dio.

Una parte di questi soggetti ha già disturbi precedenti, o comunque cerca un’esperienza emotiva; qualcuno parte già con l’intenzione di rinascere a Gerusalemme, o per cercare l’estasi mistica. E forse il problema sta proprio qui. C’era Zeno, il protagonista del principale romanzo di Italo Svevo, che per smettere di fumare aspettava una data simbolo, e dopo averla trovata riprendeva sistematicamente ad accendersi sigarette convinto che ce ne sarebbe stata un’altra più significativa. C’è chi aspetta una manifestazione particolare, un predicatore di rilievo, un luogo specifico per fare scelte, cambiare vita, dare una svolta alla propria esperienza di fede deficitaria.

Il rischio, agendo in questa maniera, è quello di dare più spazio all’emozione che allo spirito, creando inconsciamente idoli – luoghi, persone, avvenimenti – per segnare in positivo la propria esistenza. Il momento, il luogo, la persona passano, ed esaurito l’effetto emotivo la vita riprende al ritmo di prima, forse peggio di prima. Non sarà un caso se Gesù raccomandava di non correre qua e là, invitando a concentrare il proprio rapporto con Dio sullo spirito, più che sulla sensazione.

Guardando il numero dei supposti “eventi” organizzati ogni mese in tutta Italia, il modo in cui vengono presentati e il numero di partecipanti c’è da chiedersi veramente se per tanti credenti si tratti solo di momenti sussidiari per la propria vita di fede, o se saltabeccare da un incontro all’altro non stia invece diventando per molti una dipendenza da emozioni spirituali sempre più forti.

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Persecuzione, la risposta politica

I politici si muovono a favore dei cristiani, e lo fanno trasversalmente: una mozione di Andrea Ronchi di An viene firmata da parlamentari di quasi tutti gli schieramenti, e richiede al governo un impegno serio anche nei confronti dell’Unione europea a difesa dei cristiani perseguitati.

Finalmente, verrebbe da dire. La sensibilizzazione di Magdi Allam e delle testate che, in questi giorni, parlano spesso di casi disperati di cristiani emarginati, maltrattati, uccisi in varie parti del mondo, ha finalmente fatto breccia anche nel mondo politico, che per un momento ha smesso di occuparsi di altro e ha deciso di assumere un respiro internazionale, facendosi portavoce di una proposta che speriamo lasci il segno.

L’UE finora non si è mossa con decisione in merito; viene da chiedersi chi debba difendere i cristiani perseguitati, se non i cristiani che vivono nel mondo libero. Paradossalmente l’iniziativa di maggiore impatto (forse l’unica di impatto) organizzata negli ultimi mesi a favore dei cristiani perseguitati è stata promossa, invece, da un musulmano, come Magdi Allam. Che non possiamo non ringraziare per questo suo impegno e questa sua sensibilità, sperando che contagi le autorità nazionali e continentali: perché una autorevole parola europea ai governi che discriminano i cristiani probabilmente non cadrebbe nel vuoto. È una potenzialità per i nostri governanti, ma anche una responsabilità. Politica, oltre che spirituale: fateci vedere che la fiducia riposta in voi, e l’autorità che Dio vi ha dato, non è stata riposta invano.

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Vade retro, spot

Un piccolo scoop di evangelici.net, quello della chiesa di David Wilkerson assediata da una pubblicità indecente. Inizialmente sembrava una campagna pubblicitaria in programma su un palazzo della zona, ma da qualche controllo in rete è emersa la clamorosa notizia: il palazzo scelto per la campagna era proprio quello che ospita la nota Times Square Church.

Succede ovviamente a New York: la chiesa si è ritrovata a rischio di venir tappezzata da due enormi pannelli, un po’ come quelli che da noi si usano per arrotondare e allo stesso tempo coprire i lavori sulle facciate degli edifici. Solo che la pubblicità non era quella di un’assicurazione, di un dentifricio o di un’auto, ma di un water ipertecnologico. Per promuoverlo, la grande fantasia dei pubblicitari non ha trovato di meglio che proporre un pannello con due fondoschiena nudi.

Ovviamente la situazione avrebbe rischiato di provocare non pochi danni di immagine alla chiesa: provate solo a immaginare le battute e le allusioni a ogni campagna evangelistica, e l’imbarazzo ad accogliere ospiti nella sala di culto sovrastata dai due deretani; per questo Times Square Church ha deciso di adire le vie legali, e un giudice ha dato ragione alla chiesa, anche se per ora solo in via provvisoria. Restiamo in attesa degli sviluppi, sperando che nella sentenza definitiva il magistrato continui a ragionare con la testa. Per lui sarebbe una buona pubblicità.

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Dialogo e comunione

C’è da stupirsi, oggi. Ringrazio tutti gli amici che ci hanno segnalato la notizia sulle affermazioni della Congregazione per la dottrina della fede in relazione all’unicità della chiesa cattolica. Non si può fare a meno di notare che si tratta di una notizia quantomeno datata: il dogma secondo il quale non ci possa essere nessuna salvezza al di fuori della chiesa, è presente nell’ecclesiologia cattolica da generazioni, e viene periodicamente ribadito: lo ha fatto lo stesso Ratzinger, Wojtyla regnante, nel 2000, con la chiara dichiarazione “Dominus Jesus”.

Sarà un nostro limite, ma non riusciamo a vedere la scandalosità di questa dichiarazione. Anzi, tutto sommato fa bene.

Fa bene a chi credeva che l’ecumenismo fosse possibile come strumento di comunione paritaria tra diverse realtà, una sorta di holding del paradiso, al grido di “siamo tutti fratelli”. Fa bene a chi pensava che la chiesa cattolica potesse riconoscere come autorità paritarie le chiese autocefale o indipendenti. La chiesa di Roma non rinuncia a rivendicare la successione apostolica che la accrediterebbe come unica chiesa; non intende, né potrebbe, condividere questo privilegio con realtà esterne a essa, e risulta tantopiù impensabile che possa concedere questo riconoscimento a realtà nate da scismi, divisioni, visioni eterodosse (da parte cattolica, eretiche) della Bibbia su aspetti fondanti come la somministrazione dell’eucaristia: che non è, andrebbe ricordato, una santa cena in versione barocca, ma un preciso dogma che stride in tre punti con le convinzioni basilari evangeliche.

Niente di nuovo, quindi; anzi, per comprendere meglio questa chiusura più che scontata, sarebbe il caso di prendere atto di come nell’ambiente evangelico riesca difficile stabilire, anche a distanza di decenni, una seria comunione tra una chiesa originaria e le comunità nate in seguito a divisioni.

Ma non c’è solo questo. Piuttosto che scandalizzarsi, bisognerebbe prendere esempio dalla coerenza dimostrata in questa circostanza dalla chiesa cattolica.
In un mondo complesso, in società dove le culture, le etnie, le religioni si incrociano, la chiesa cattolica ha capito che è impossibile e sbagliato ignorare gli altri evitando ogni contatto o confronto con realtà politiche, sociali, religiose. Ma una cosa è il dialogo per una convivenza civile; cosa decisamente diversa è riconoscere un’autorità spirituale.

In campo evangelico si tende invece a evitare ogni comunicazione, contatto, relazione anche sociale con le realtà laiche e con le confessioni “non in comunione”, siano esse le chiese evangeliche di altra denominazione, la chiesa cattolica, le realtà islamiche, buddiste, induiste (con una cauta apertura solo verso l’ebraismo). La conseguenza spesso è l’insensibilità verso i problemi del luogo, e l’incapacità di capire la realtà che ci circonda; ci isoliamo dalla società che invece dovrebbe vederci soggetti attivi nella diffusione del vangelo (con la parola e l’azione).

Si rassegnino gli isolazionisti: per una chiesa coerente con il suo mandato il dialogo è inevitabile sul piano sociale, l’impegno umanitario è quell’amore per il prossimo da cui non possiamo prescindere.
Aiutare, comprendere, sostenere chi ha bisogno non è vincolato all’interesse per la nostra fede è un preciso mandato, che integra quello di dare una speranza spirituale a chi cerca.

Come la chiesa cattolica, nemmeno noi possiamo esimerci da queste sfide. Ma, coerenti con noi stessi, dovremmo saper dire: dialogo sì, comunione no.

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Bozze da chiarire

Tutto sommato l’Alleanza evangelica è stata ottimista: il testo sulla libertà religiosa uscito dalla commissione della Camera non è così esaltante. La legge riconoscerebbe la laicità dello Stato, ma in fondo lo fa già il Concordato, ammettendo che la religione cattolica non è più religione di Stato: una dichiarazione di principio che non ha avuto molti riscontri pratici negli ultimi anni, se è vero che le corsie preferenziali sono ancora molte.

Sul diritto per tutti di usufruire di spazi sulla RAI, che la legge offrirebbe, c’è da considerare che manca qualsiasi cenno a un documento attuativo: anche oggi le minoranze culturali hanno diritto di accesso, e alcune ne usufruiscono; dire “tutti possono accedere”, senza sbarramenti o indicazioni, significa mettere tutti sullo stesso piano, a prescindere dalla rappresentatività: il rischio è un risultato alla 5 per mille, con centinaia di richieste dal solo campo evangelico, in una frammentazione senza limiti.

Sublime, poi, il “Registro delle confessioni religiose”, proposto senza altre specificazioni, lasciando – come nella migliore tradizione italiana – ogni ulteriore dettaglio a un futuribile “regolamento attuativo”.

Insomma: più che una legge italiana, una legge all’italiana. Meno male che la bozza deve passare ora per l’aula della Camera, e poi al Senato: magari nel percorso avremo qualche chiarimento sull’indirizzo reale di questa legge che, nell’intento di sostituire la sorpassata normativa sui “culti ammessi”, rischia di creare equivoci ancora più ampi.

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Padri e metodi

È un periodo in cui i giornali parlano molto di famiglia: figli che non si emancipano, mamme apprensive e ora, sulla stampa, è la volta dei padri permissivi. Si tratta di un articolo dello scrittore Javier Cercas, che si definisce permissivo e si chiede: “davvero alleviamo male?”.

«Non tutto è catastrofico – spiega l’autore -: essere un padre permissivo significa, magari, non essere un padre migliore, ma almeno essere, in parte, figlio dei nostri figli», imparando a conoscere e apprezzare cose e situazioni che altrimenti non si sarebbero mai affrontate.

E aggiunge: «Anche se pedagogisti ed ex progressisti hanno ragione nel sostenere che stiamo educando male i nostri figli, non hanno ragione nel sostenere che noi, padri permissivi, siamo esclusivamente frutto della reazione all’autoritarismo dei nostri padri. Proprio come i padri autoritari, anche i padri permissivi ci sono sempre stati».

Sarà anche vero che i padri permissivi sono sempre esistiti, come quelli autoritari: resta il fatto che oggi i primi si moltiplicano, e i secondi sono merce sempre più rara. Anche se, periodicamente, si riscoprono le loro ragioni per dire che quando ce n’erano di più, di padri autoritari, forse il mondo girava meglio. E magari è davvero così: eravamo più complessati, timorosi, insicuri, ma anche più educati, moderati, realisti. Sapevamo stare al mondo, avevamo il senso del limite e dell’autorità e non ci sognavamo di metterla in discussione, almeno non tout court.

È evidente: in questa, come a ogni altra educazione, ci sono i pro e i contro, e l’educazione perfetta, su questa terra, probabilmente non esiste.
Ma se la cronaca ci tempesta da anni con notizie desolanti, se i drammi e le goliardate vergognose sono all’ordine del giorno, se la vita viene presa per un gioco e non si riesce a far uscire i ragazzi da questo circolo vizioso, se non si riesce a dare punti fermi e valori ragionevoli ai ragazzi di oggi, forse è anche perché i padri autoritari si stanno estinguendo.

E allora, magari, sarebbe il caso di essere meno egoisti, guardando meno a quel che un padre può guadagnare nell’essere “figlio di suo figlio”, e di più a quel che può offrire nell’esercitare davvero il suo ruolo di padre.

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Aiutare per aiutarsi

Mammoni, incapaci di sbucciarsi una mela, rifarsi il letto o preparare da mangiare: un identikit che in Italia siamo abituati a conoscere e sopportare, se è vero che l’80% dei giovani tra i 18 e i 30 anni vive ancora con i genitori, che agevolano la loro esistenza con fin troppo zelo, impedendo loro di imparare l’abc della vita (e, se vogliamo, di andare a viverla).
E il Corriere segnala che la tendenza, tipicamente italica, sta contagiando ora anche i paesi anglosassoni, da sempre i portabandiera dell’emancipazione dei figli.

È un format di cui decisamente non abbiamo da vantarci, ma che – inspiegabilmente – non facciamo nulla per combattere, nemmeno nelle chiese.

Se sa un lato l’autonomia dei giovani è limitata (e, sia chiaro, non è sbagliato in sé); dall’altro si nota che nella maggior parte delle comunità i ragazzi non vengono incoraggiati a rendersi utili. Siamo in estate, ma sentiamo poche chiese, purtroppo, stimolare a investire le proprie vacanze per aiutare chi soffre, fare volontariato o – se si è più avventurosi – impegnarsi all’estero con Missione possibile, Gioventù in missione, Porte Aperte. Pare che l’opinione comune sia «meglio che stiano in chiesa, già suonano ai culti e quindi si rendono utili lì». Convinzione cui si aggiunge che “vacanza cristiana” sia sinonimo di “campo biblico”, dove ascoltare messaggi, incontrare persone controllate – in un circuito di autoreferenzialità che astrae dal resto del mondo – per poi tornare con qualche brano nuovo e con una ricarica di entusiasmo che accompagnerà fino alla prossima difficoltà.
Sembra un’occasione unica, e invece in certi casi è un’occasione persa.

Sarebbe bello, utile, saggio incoraggiare i giovani a usare le loro vacanze in maniera proficua. Non occorre andare lontano: in ogni città ci sono case di riposo, servizi sociali, mense pubbliche. Se poi ci si vuole spostare, dai Balcani al sudest asiatico ci sono numerosi posti dove aiutare a costruire scuole e chiese, dove portare copie della Bibbia e aiuti, dove collaborare con i missionari e le chiese locali. Basta volerlo, basta aprirsi.

Perché aprendosi si impara a conoscere gli altri. A capirli. Ad amarli. A rispettarli. Si impara, cosa non meno importante, ad adattarsi anche sul piano pratico – a ingegnarsi nelle questioni importanti, ma anche a rifare il letto – e tutto sommato a vivere. I giovani potrebbero così non solo abbinare approfondimento biblico e aiuto a chi ha bisogno, ma anche imparare quello che può servire nella vita: quelle conoscenze di base che spesso mancano e che tanto fanno preoccupare i genitori.

Potrebbero imparare ad arrangiarsi, questi benedetti giovani, e allo stesso tempo a essere utili. Se permettete, c’è una differenza tra questo e suonare alla domenica.

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