Quando non è solo un gioco

La Stampa riporta uno studio che sfata un mito della società occidentale. «Giocare coi nostri figli? Non è poi così necessario. Anzi, a lungo andare nemmeno auspicabile… American Anthropologist, che è considerata la rivista più autorevole in questo campo… ha pubblicato infatti un saggio di David Lancy, stimato docente all’Università dello Utah, che rovescia quello ritenuto da tempo un preciso comandamento per qualunque genitore civilizzato: condividere i giochi dei propri bambini, il che significa anche trascorrere con loro il maggior tempo possibile».

Continua l’articolo segnalando che «Per Lancy questo imperativo categorico non è affatto motivato. Anzi. Non rappresenta neppure una necessità «naturale», come chiunque di noi risponderebbe se interrogato a caldo, senza neppure riflettere. In fondo, fra gli animali non è abituale vedere la mamma giocherellare coi cuccioli? Niente affatto, risponde lo studioso. Si tratta di comportamenti molto differenti. E poi, nella storia del genere umano non se n’è mai parlato, o almeno non è mai stato un problema importante. I bambini da questo punto di vista se la sono sempre cavata tra di loro».

Interessante una riflessione dello studioso: «La faccenda riguarda le classi medie e alte del mondo ricco. Nelle altre culture il problema neppure esiste: il gioco è certo praticato, è un comportamento universale, ma gli adulti non ne fanno parte. Semmai giocano tra loro, esattamente come i bambini».

In effetti, fino alla società pre-tecnologica, gli adulti giocavano tra loro e i bambini facevano gruppo a sé, senza particolari interazioni tra le due realtà. Anzi, un adulto visto a giocare con i bambini sarebbe stato guardato con perplessità, e additato come una mente non troppo normale.

L’idea di giocare con i figli è piuttosto recente, quindi, frutto di quell’agiatezza che altre epoche e altre culture non conoscono.

Attenzione, però, a non confondere due piani ben distinti. Se è vero che giocare con i figli non deve essere un obbligo sociale, è altrettanto vero che i genitori hanno il dovere – morale e civile – di passare del tempo con i figli. Che può voler dire giocare, ma anche interagire in progetti costruttivi: leggere, guardare un film, intraprendere iniziative comuni, discutere. Il figlio deve poter contare sulla formazione diretta, pratica, concreta oltre che teorica che un genitore può dare: l’esperienza di vita, ma anche i valori morali, l’etica sociale, e – nel caso di una famiglia cristiana – l’istruzione spirituale, che non può venir delegata in toto a terzi, siano essi monitori, pastori o altre figure docenti.

Passare del tempo insieme per conoscersi, conoscersi per capirsi, capirsi per venirsi incontro: solo il genitore attento (“attento”, non “oppressivo”) può cogliere problemi, difficoltà, pericoli, intervenendo in tempo in caso di necessità. E potrà, in seguito, venir ricambiato da un rapporto meno indifferente da parte del figlio.

Certo, per instaurare un rapporto intenso, solido, concreto è necessario investire: dedicando ai figli più tempo e attenzione, mettendosi in gioco in maniera più radicale, dando loro una priorità più alta di quella che che basterebbe per qualche minuto di gioco quotidiano.

Pubblicato il 23 agosto, 2007 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: