Le cose da fare

«Nel mondo c’è una gran voglia di compilare liste – scrive Roberto Rizzo sul Corriere di oggi -. Elenchi di cose mai fatte e da fare, il prima possibile e, soprattutto, prima che sia troppo tardi». Fa fede, spiega il giornalista, «una serie di libri di buon successo dai significativi titoli: “1.000 posti da vedere prima di morire”, “1001 libri da leggere prima di morire”, “Cinquanta posti dove giocare a golf prima di morire” e il meno apocalittico “101 cose da fare prima di compiere 40 anni», traguardo che, evidentemente, per qualcuno somiglia un po’ a una dipartita.

«Il gioco non è nuovo – racconta ancora Rizzo – ma ha preso forma tre anni fa su Internet quando ha aperto il sito 43Things.com, raccoglitore virtuale dei desideri, possibili e impossibili, dell’umanità. È bastato porre una semplice ma epocale domanda: “Cosa vuoi fare nella tua vita che non hai ancora fatto?”. A oggi, 1,2 milioni di persone hanno risposto depositando la propria lista di cose da fare».

Tra i desideri dei personaggi citati a margine dell’articolo ci sono idee irrealizzabili e altre più probabili, ed è probabile che sulle seconde si debba riflettere: desiderare l’impossibile non aiuta a vivere con uno scopo. Al di là della tendenza ludica che questa moda può assumere, va detto che non è sbagliato mettere nero su bianco le proprie aspirazioni e i propri obiettivi. Anzi, potrebbe essere una cosa utile per darsi una motivazione più forte e, in caso, per rivedere la rotta.

Basterebbe girare la domanda: quali sono i cinque (ma anche solo tre) obiettivi principali della nostra vita? Forse mettere su carta il fatto che puntiamo principalmente a un buon lavoro, un buon matrimonio, una buona famiglia e un’esistenza serena può farci riflettere sulla bassa priorità che diamo alla nostra vita spirituale, e soprattutto al nostro impegno cristiano, sia esso personale o in collaborazione con chiese, missioni, realtà sociali.

Qualcuno, dopo aver compilato la lista con un sacco di (legittimi) obiettivi materiali, si giustificherà dicendo che dava per scontato l’aspetto spirituale. Può essere. Forse, però, se noi cristiani occidentali non riusciamo più a essere convincenti quando tentiamo di adempiere seriamente il mandato del vangelo, è proprio perché diamo troppo per scontata la nostra chiamata. Crediamo di portare avanti il testimone dei cristiani dell’Ottocento e del Novecento, ma spesso siamo in grado di proporne soltanto la forma e le formule, senza la sostanza e lo zelo che muoveva quei cuori e quelle chiese a un impegno concreto, capillare ed efficace. Forse qualcuno non resterà indifferente nello scoprire che questo atteggiamento ha un nome ben preciso: si chiama religiosità.

Pubblicato il 27 agosto, 2007 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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