Archivio mensile:agosto 2007

Amnesie fiscali

«”Tutti devono pagare le tasse” perché “è un nostro dovere” e questo deve essere fatto “secondo leggi giuste”. Il politico cristiano deve essere attento “nel destinare i proventi delle tasse a opere giuste e all’aiuto dei più poveri”». Le parole del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, hanno fatto il giro delle agenzie di stampa e del mondo politico, in questo stanco strascico di estate dove le notizie serie latitano e il salotto impera.

Al di là delle appropriazioni più o meno indebite delle parole di Bertone – con il solito teatrino di reazioni politiche: i favorevoli che le tirano alle proprie posizioni e i contrari che raccomandano di strumentalizzarle -, va segnalato che il tema non è secondario nel dibattito etico interno a tutta la società cristiana. In realtà ci sarebbe poco da discutere: Gesù ha espresso chiaramente, in maniera a dir poco fulminante, il tipo di relazione che il cristiano deve avere con le questioni secolari e con quelle spirituali. Non bastasse, il tema è stato approfondito dall’apostolo Paolo per togliere ogni dubbio.

Eppure, curiosamente, ci troviamo spesso di fronte a piccole, grandi contraddizioni che incrociano la nostra vita quotidiana di cristiani del terzo millennio. Non rubare, dare a Cesare quel che è di Cesare, non frodare. Eppure quell’arrangiamento che sfiora la malversazione, quando addirittura non la supera, non ci sembra riprovevole, sul piano morale, quanto una gonna troppo corta. Spesso siamo pronti a brandire la Bibbia a due mani, schierandoci senza mezze misure su situazioni che richiedono delicatezza e tatto perché sono frutto di sofferenza; calpestiamo i drammi di un rapporto familiare incrinato con i “si deve assolutamente”, e magari non troviamo disdicevole, invece, sorvolare su una fattura aggiustata per avere uno sconto. O magari non ci pare così grave avvalerci di una collaborazione non notificata per risparmiare qualche euro.
Probabilmente non ci turberebbe nemmeno sapere che qualche anziano – magari anche di ruolo, oltre che d’età – non si accontenta della quiescenza mensile e si spinge a integrarla con ulteriori attività lavorative, naturalmente non registrate. Forse addirittura la considereremmo una mossa furba, quasi una arguta autodifesa, con buona pace della Scrittura. Potremmo discutere a lungo sulla liceità delle tasse, per quantità e per qualità: spesso in effetti lo facciamo, per giustificare le nostre scelte morali, senza renderci conto che in questo modo rischiamo di essere giudici piuttosto che avvocati di noi stessi.

E in ogni caso, è interessante notare quanto siamo più ferrati su veli, misure dei capi d’abbigliamento, modiche quantità di cosmetici, sobrietà nell’uso della bigiotteria. Quel “date a Cesare”, nella nostra lettura, rischia spesso di limitarsi a un modo di concepire il rapporto tra stato e chiesa, facendoci perdere la profondità di un insegnamento morale su cui dovremmo essere esempi, e non furbetti, di fronte a chi ci sta vicino.

Sensibilità evangeliche

Un nuovo capitolo, un nuovo impegno per le chiese evangeliche americane: l’ecologia. Suonerà probabilmente strano che l’attenzione delle comunità si rivolga verso un tema così particolare e non strettamente correlato con il loro mandato, eppure negli Stati Uniti pare ci sia una nuova sensibilità verso la salvaguardia della natura, o se preferite del creato.

Che non sia un impegno prioritario probabilmente nessuno lo mette in dubbio: la chiesa cristiana è chiamata a diffondere il messaggio di riconciliazione con Dio, e le altre posizioni sono strumentali a questo scopo primario: siano esse le discussioni sui diritti civili, sulle libertà, sulla laicità. O sull’ecologia, che non ha una parte indifferente nella vita di tutti noi.

Certo, è questione di essere amministratori saggi di ciò che ci è stato donato; ma non solo. Avere un occhio di riguardo per certi temi, in certi momenti, significa anche saper cogliere le speranze, le esigenze, i problemi della società in cui viviamo. Lo scopo primario del cristiano non è quello di migliorare la società ma chi la compone, suggerendo (e non imponendo) che esiste qualcosa capace di cambiare radicalmente e definitivamente in meglio l’esistenza di ogni essere umano. Questo non significa garantirgli salute, ricchezza, prosperità materiale, libertà, democrazia, cibo sano o una natura più pulita. Anche se non sempre sono state sentite come priorità, la chiesa oggi può (e deve) schierarsi contro la schiavitù, come anche a favore l’unicità dell’essere umano, o ancora per la valorizzazione di uno stile di vita sano, ma non sempre la sensibilità sociale si è concentrata su questi diritti: anzi, talvolta sono stati proprio le chiese, le missioni, o singoli cristiani a dare il “la” per uno sviluppo sociale in quelle direzioni.

Ovviamente questo non cambia la sostanza: saremmo venditori di fumo se pretendessimo di garantire risultati materiali alla promessa biblica della salvezza e di una vita (spiritualmente) migliore; sarebbe poi addirittura fuorviante per la nostra missione se queste diventassero priorità nella nostra agenda di cristiani. Ma non dobbiamo nemmeno dimenticare che siamo chiamati anche a essere buoni cittadini, lumi, esempi. Forse nel primo Novecento non si sarebbe badato a della spazzatura buttata per la strada; oggi non è propriamente un esempio di buona educazione o di comportamento esemplare, e farlo porta alla riprovazione sociale. Succede in molti campi: il rispetto reciproco, la serietà negli impegni e mille altri aspetti della vita quotidiana. Tra cui la sensibilità ambientale.

Per il cristiano l’esempio, e la testimonianza, passa quindi oggi anche attraverso il rispetto di tematiche come queste. Trascurarlo potrebbe significare perdere occasioni di essere visti come la luce che la Bibbia ci chiama a essere.

I nuovi Corinti

Doveva essere un’occasione di apertura, e invece a un anno dalle Olimpiadi di Pechino pare che la direzione assunta dalla Cina volga esattamente nella direzione opposta: un giro di vite nei confronti delle libertà personali, tra cui quella religiosa, che preoccupa il mondo occidentale. Il timore del governo cinese è evidentemente quello di perdere il controllo della situazione: gli ultimi anni sono stati caratterizzati da caute aperture verso il capitalismo e la libertà, necessari da un lato per dare una boccata d’ossigeno all’economia del paese, dall’altro per mantenere e sviluppare le relazioni internazionali con partner commerciali sempre meno disposti ad accettare le persecuzioni in campo religioso (dei cristiani, ma anche di altre minoranze religiose), la repressione di ogni voce critica sul piano politico, il controllo di ogni forma di espressione, i lavori forzati, la rieducazione, le esecuzioni pubbliche. La scelta di organizzare un’olimpiade, eccellente biglietto da visita per i paesi ospitanti, voleva essere un passo deciso verso un’immagine più rassicurante, ma a quanto pare il pericolo di una destabilizzazione è al momento prioritario, con tutto quel che ne consegue in termini di controllo.

Non è una novità che l’afflato di libertà mal si attagli a un regime che, tecnicamente, per sopravvivere deve mantenere il controllo su tutti i gangli della società. Il problema ora per le autorità cinesi, che hanno sempre creduto nella possibilità di innestare modiche dosi di liberismo in un sistema comunista, è riuscire a far convivere in questo patchwork anche la garanzia dei diritti fondamentali, che però – come l’economia capitalista – sono per molti versi in netto contrasto con i principi maoisti.

Per il momento, quindi, la reazione è stata quella di un maggiore controllo; in campo religioso oltretutto il regime si ritrova a dover imbrigliare una massiccia crescita della presenza cristiana, che nemmeno l’espulsione di missionari e operatori stranieri riesce a fermare. Curiosamente si tratta una chiesa diffusa, familiare, cellulare che di fatto assume alcune caratteristiche storiche di altre resistenze, politiche e sociali: ogni gruppo è informale e cauto, i culti non hanno una sede stabile, le comunità sono curate da predicatori itineranti capaci di percorrere distanze sorprendenti e di sostenere ritmi decisamente cinesi.
L’unico modo possibile per rallentare, se non fermare, questa tendenza è chiudere i rubinetti all’unico approvvigionamento indispensabile: la Bibbia. Per comprarla in Cina è necessario registrarsi o raggiungere le principali città, e questo naturalmente scoraggia i tanti credenti desiderosi di possederne una copia; le altre copie, quando riescono a entrare nel territorio attraverso stranieri coraggiosi, viaggiano su percorsi accidentati grazie all’abnegazione di centinaia, se non migliaia, di colportori interni. Ma, vista la crescita della chiesa, le Bibbie non bastano mai, e le missioni impegnate a sostenere i cristiani cinesi si stanno organizzando per operazioni di grande impatto, che però richiedono non solo coraggio ma anche un impegno logistico ed economico non indifferente.

Che siano soldi ben spesi non è in dubbio: ogni copia viene custodita gelosamente dal proprietario, che spesso è capace di leggerla più volte in un anno, oppure viene smembrata dalle comunità per favorirne la diffusione tra i membri, che indirettamente riscoprono così il significato di “biblioteca” contenuto il nome stesso del testo. Un uso talmente intenso da far sentire in imbarazzo anche lo studioso occidentale più entusiasta, e sicuramente tale da far arrossire la maggior parte di noi.

Non è la prima volta, ovviamente, nella storia, che le chiese locali vivono situazioni diversi: sia in termini di libertà di culto, sia di agiatezza economica. Nei primi decenni della nuova era Paolo esortava i Corinti a dimostrare la loro liberalità, segnalando come i cristiani indigenti di altre zone avessero accolto con enorme gratitudine gli aiuti ricevuti.

Le dinamiche, nel corso dei secoli, non sono cambiate; semmai è cambiata la geografia dei bisogni. Per questo la domanda che potremmo porci, oggi, è quanto siamo disposti a lasciarci riprendere e stimolare in questa direzione dalle parole senza tempo dell’apostolo, che abbiamo sentito tante volte riecheggiare nelle nostre chiese e che sarebbe (letteralmente) un peccato lasciar cadere nel vuoto.

Sangue blu

“La principessa che insegna a parlare con gli angeli” ha sollevato l’attenzione del Corriere, che ha scoperto la storia di Matgha Louise, della famiglia reale norvegese: insegna «a fare miracoli con l’aiuto degli angeli e della forza individuale». Il centro culturale della principessa si chiama Astarte, un nome che è tutto un programma.

La sua notorietà, abbinata alle idee quantomeno originali, è vista come un pericolo: «La principessa stia attenta a non abusare della sua posizione a danno della professione», raccomanda il direttore generale del Comitato per la Supervisione sanitaria nazionale.

Non è solo una questione didattica: scrive ancora il Corriere che «desta preoccupazione, in un paese dove la chiesa luterana è chiesa di stato, una svolta new age definita dal teologo Inge Lonning, ex rettore dell’Università di Oslo, “inconciliabile con i dettami della dottrina cristiana”. Secondo il quotidiano Aftenposten c’è già chi parla di scomunica».

Una chiesa evangelica storica – per di più, chiesa di stato – che prende una posizione netta a favore dell’ortodossia dottrinale e dell’esclusività del cristianesimo. Un atto di coraggio non da poco.

Esempi nordici

“Più pecore che persone, il segreto dell’isola felice”: la Stampa scopre Givaen, isola norvegese dove vivono “vitelli, capre, polli e solo 15 abitanti. Ma tutti amici”. Vivono, spiega il quotidiano torinese, «senza risorse, senza auto, senza preoccupazioni, senza invidie, senza liti. Però felici, come se l’isola fosse libera dal male: le porte delle case sono sempre aperte, l’unico crimine degli ultimi vent’anni è stato un furtarello. La loro storia è apparsa sul mensile tedesco di nautica «Mare» e ha subito fatto il giro della Germania».

Spiega una dei quindici abitanti, il cui motto di vita è “Le preoccupazioni sono un peso che Dio non ha voluto che portassimo”: «ho il mio compito nella vita e appartengo alla comunità… Non siamo migliori degli altri, semplicemente non abbiamo lo spazio per evitarci, così ci rispettiamo e ci aiutiamo a vicenda».

Ogni anno al terzo fine settimana di luglio c’è la Festa dell’Estate, «quando l’isola si riempie di parenti che tornano a casa, e per farli stare tutti si montano le tende, si dividono i letti e si mandano gli uomini a dormire in barca. Poi si mangia, si prega e si canta. E la domenica c’è l’asta di tovaglie, cuscini, calze, guanti preparati dalle donne del Circolo Missionario di Givaer».

Sì, perché se «Givaer è piccola e la natura avara», i suoi abitanti decisamente non lo sono: le donne del Circolo missionario, spiega La Stampa, «Sono sei, si incontrano alle otto una sera ogni due settimane e lavorano di ago e di ferri leggendo la Bibbia e parlando di figli e vitelli fino a quando la pendola batte l’ora di tornare a casa: le dieci e mezza. E ogni volta nel salutarsi si chiedono quanto denaro riusciranno a raccogliere e se mai batteranno il record di 70 mila corone – ottomila euro… La decana del Circolo ha novant’anni e per il suo compleanno ha chiesto in regalo solo soldi. Ha ricevuto mille euro e li ha subito girati a un orfanotrofio dell’Azerbaijan. Perché la gente di Givaer è fatta così. Una coppia aveva preso tre bambini in affidamento per le vacanze. Dovevano restare due settimane, rimasero anni. E da quando sono partiti, per riempire il tempo vuoto, la madre prende il traghetto una volta alla settimana per fare il turno di notte al Telefono Amico. Tra una telefonata e l’altra sferruzza coperte che poi mette all’asta per riempire le casse delle Missioni. Di soldi per sé non ha bisogno e di tempo ne ha tanto: può regalare entrambi».

Una vita, quella degli abitanti di Givaer, scandita dalla fede e dalla generosità. Come quella di ogni chiesa cristiana?

Letteralmente vacanza

Un mensile locale – Il Momento di Pordenone – parla di vacanza, del suo significato e di come ritrovarlo: «Vacanza da “vacare”, latinamente “essere privo di”. Di impegni, di lavoro, si intende… mica cosa da poco, visto che chiama in causa l’equilibrio fra l’uomo e il mondo, fra l’essere e il fare. Vacare è la condizione per eccellenza dell’uomo, secondo gli antichi, Seneca per dirne uno, perché ti riporta a quella indeterminazione originaria nella quale puoi costruirti come individuo». «Il termine – spiega l’autore del pezzo, Paolo Venti – è fratello, se vogliamo, dell’altro termine chiave della libertà, l’otium che si pone come talmente fondamentale da non consentire etimologie. Non avere niente da fare per poter essere»

Ma «oltre al “vacare ab”, che sa più di liberazione che di costruzione, c’è il bellissimo “vacare” con il dativo, vale a dire “essere liberi per”. […] Mi piace – scrive ancora Paolo Venti – pensare alla vacanza, anche a questa striminzita finestrella di qualche settimana, come a un periodo da dedicare a ri-costruire noi stessi. Suggerirei per questo 2007 una vacanza di ricerca pacata fra le pieghe del proprio animo», per ritrovare una vena creativa, per fare il punto con noi stessi, per ritessere le relazioni, senza però “la bulimia degli altri mesi, che ci lascia irrimediabilmente uguali a prima”.

«E soprattutto – invita Venti – non riempiamola all’inverosimile questa benedetta vacanza; vacuo, vuoto è l’aggettivo della vacanza e saturarla di attività frenetiche non è il modo migliore per trarne beneficio».

Un pensiero che volentieri giriamo, con la speranza di una riflessione, a tutti coloro che si prenderanno, nel canonico mese d’agosto, qualche settimana di riposo.

Autorità davanti al Re

Una chiesa evangelica di Sibiu, nel centro della Romania, ispirandosi a un’idea canadese, ha avviato una campagna di sensibilizzazione alla preghiera per le autorità.

L’iniziativa si intitola (absit iniuria) “Ora et labora” e, come segnala il quotidiano Cotidianul, prevede una lista per i fedeli e i visitatori della chiesa dove sono contenuti gli spunti sui possibili destinatari delle preghiere.

Spiega la custode della chiesa al giornale rumeno Cotidianul: «Prima avevamo messo sulle liste da preghiera i nomi di tutti i ministri, ma ora, visto che sono spesso sostituiti, abbiamo tolto i nomi, Dio sa chi è al governo e a chi illuminare la mente», una dichiarazione dall’involontaria vena umoristica che ci fa sentire culturalmente più vicini gli amici rumeni.

L’idea, se applicata in maniera ragionevole, è interessante: è vero che la preghiera è importante farla, più che organizzarla e promuoverla; è però altrettanto vero che sono importanti la consapevolezza, la costanza, il coinvolgimento nelle tematiche per le quali si intercede, e avere temi condivisi, gruppi di preghiera organizzati, notizie sugli sviluppi delle richieste aiuta in questa direzione.

È vero che non dobbiamo ostentare la nostra preghiera, ma è altrettanto vero che è importante comunicare agli interessati la nostra intercessione: importante per noi, importante per loro. Pregare per una persona significa ricordarsi di lei, interessarsi alla sua vita, alle sue difficoltà, alle sue gioie: in altre parole significa coltivare un rapporto interpersonale a tutto tondo, fatto di attenzione per l’altro e di condivisione delle sue vicende. Una volta si chiamava amicizia, prima che il termine perdesse la sua intensità originaria e diventasse un’etichetta inflazionata da concedere a chiunque, per un periodo di tempo più o meno limitato, si trovi a interagire con noi.

Sapere che qualcuno prega per noi è incoraggiante, a volte addirittura commovente. Anche le autorità meno inclini a cedimenti spirituali non restano indifferenti. Un Presidente della Repubblica, nel suo ultimo discorso di fine anno, aveva ringraziato i “ministri di culto di altre fedi” per le loro preghiere, segno che – pur cattolico integralista – aveva apprezzato l’intercessione degli altri cristiani.

È la Bibbia stessa a chiedere di pregare per le autorità, e quindi viene spontaneo credere che probabilmente ogni cristiano, e quindi ogni chiesa locale, preghi (chi più, chi meno) per le autorità nazionali e locali: perché le leggi che vengono approvate, la loro applicazione, l’amministrazione locale e la gestione della giustizia sono aspetti che riguardano tutti noi, volenti o nolenti, e chi ha un ruolo di autorità rappresenta o lavora per conto di tutti noi. Non può quindi esserci indifferente se chi è in autorità lavora bene o male, se segue o non segue i dettami biblici, se offre garanzie e libertà di culto e di evangelizzazione. E questo, prescindere dalle nostre convinzioni – o non convinzioni – politiche: anzi, cristianamente parlando è ancora più necessario pregare per le autorità di cui non si condividono le idee.

Gli evangelici, lo abbiamo segnalato più volte, pregano per le autorità: lo fanno, come per molti altri temi, con discrezione e senza particolare pubblicità, come è giusto che sia. Però non possiamo non pensare che, forse, le autorità sarebbero più attente, costanti, responsabili nel loro impegno, se sapessero delle decine di migliaia di persone che intercedono per loro. Non sono voti, ma non lasciano indifferenti.

Andando a monte

È agosto, ma sui giornali la scuola è sempre al centro dell’attenzione: un po’ per le proposte ministeriali di allungare l’anno scolastico, un po’ per il disagio dei docenti, che dopo un anno scolastico in balia di studenti arroganti, maleducati e – purtroppo – impuniti.

Il problema, ovviamente, è a monte, e forse l’estate è il momento migliore per parlarne, per quanto possibile, a mente fredda. Sul Corriere di ieri il preside del liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano si sfogava: gli studenti non sono più abituati alla sconfitta, e i genitori non capiscono la situazione, sfogando la frustrazione di ogni voto negativo sugli insegnanti. Lettere di ingiurie ai professori precedono la mancata reiscrizione del figlio, genio incompreso che sicuramente troverà migliore accoglienza in altri istituti. «Un esodo di studenti che ogni anno cercano la scuola su misura per loro», chiosa il Corriere, «E i genitori, invece di aiutarli, diventano loro complici, al primo ostacolo ci minacciano mandandoci lettere dei loro legali».

«Non è possibile – spiega il preside – concepire una scuola che lavori sotto l’incubo della rabbia dei genitori. Ci troviamo di fronte a una situazione di instabilità psicologica: certi adulti vedono il brutto voto come un disonore. Per loro e per i figli». E come ricetta propone il ritorno degli esami di riparazione, oltre a un recupero della serenità e della severità.

Rimedio probabilmente efficace, ma prima di applicarlo sarebbe opportuno modificare le condizioni di base.

Una maggiore severità non è possibile quando manca il rispetto per l’insegnante e per l’autorità in generale. Il rispetto per l’autorità non può sussistere fino a quando la magistratura non evita di scompaginare le sentenze o inventare prospettive tali da dare ragionevoli speranze di successo ai ricorsi degli impuniti.

La magistratura non potrà avere una coerenza nelle decisioni fino a quando le leggi e i decreti sulla scuola (e sulla società) cambieranno mese dopo mese, creando panorami sempre diversi e inediti e un’incertezza applicativa.

Le autorità non potranno legiferare in maniera omogenea fino a quando l’esecutivo sarà ostaggio degli zerovirgola, necessari per tenere in piedi la compagine governativa, che porranno le loro condizioni a ogni decisione per accontentare il proprio elettorato.

Il governo sarà ostaggio delle formazioni minori, fino a quando il parlamento non legifererà in maniera ragionevole per mediare la doverosa rappresentatività con una ragionevole governabilità (un referendum per il maggioritario c’è già stato, a metà anni Novanta, e con esiti plebiscitari: i risultati sono sotto gli occhi di tutti).

Il parlamento non deciderà, fino a quando non sarà costretto dall’opinione pubblica a farlo.

L’opinione pubblica non cambierà se non cambierà la prospettiva sociale dei singoli, ritrovando la consapevolezza, la moralità i valori di una fede che – probabilmente – non hanno mai conosciuto.

La prospettiva sociale (e la vita) dei singoli non cambierà se nessuno li raggiunge con un messaggio di speranza come quello del vangelo, proposto in maniera convinta, convincente, comprensibile.

Nessuno li raggiungerà, se non comprendiamo l’importanza del cristiano nella società e non ci muoviamo di conseguenza uscendo dalle chiese per incontrare le esigenze, le aspettative, i problemi, i drammi, le speranze di chi ci circonda.

Chissà se, considerando tutto questo, da ora in poi ci sarà un po’ più semplice deciderci.

Il peso di un grazie

Uno studio del Pew research center ci informa che la gratitudine è uno dei fattori chiave per una buona e duratura relazione matrimoniale: non è quindi la condivisione dei lavori di casa a pacificare un rapporto, ma la capacità di vedere e ammettere l’impegno dell’altro e la riconoscenza nei suoi confronti.

Sembra una conclusione banale, ma non lo è: l’essere umano tende a dare sempre per scontata la gratitudine, con tutte le conseguenze (negative) del caso. Dire grazie è una tra le cose più semplici, ma forse proprio per la sua abbordabilità è, allo stesso tempo, una tra le più trascurate; probabilmente perché non riusciamo a percepire il potenziale risolutivo di quelle parole sul piano psicologico, morale, spirituale.

Essere grati, per un cristiano, è uno stile di vita, o almeno dovrebbe esserlo. Fa bene a chi ci sta attorno, e fa bene a noi stessi. Sul beneficio per chi ci ha aiutato probabilmente non è necessario soffermarsi: sentirsi gratificati dal riconoscimento del proprio impegno è il motore per operare con una motivazione diversa, maggiore, migliore, e allo stesso tempo per rendere l’impegno nei confronti degli altri più piacevole. Ma l’utilità del ringraziamento coinvolge anche chi beneficia dell’aiuto e ringrazia: la consapevolezza liberatoria di essere parte di un meccanismo e tassello di una società aiuta a comprendere l’importanza di chi ci sta vicino, a essere meno egoisti, a dare un respiro più profondo al nostro stile di vita, ritrovando valori di base che – come il ringraziamento – spesso trascuriamo, presi dai nostri assilli quotidiani.

“Siate riconoscenti” è una delle indicazioni di Paolo ai primi cristiani, e l’apostolo di Tarso la sapeva lunga.

Essere riconoscenti in famiglia è un modo per instaurare una relazione coniugale sana, ma è anche una medicina per relazioni sociali migliori in tutti gli altri contesti che ci toccano direttamente. L’ufficio, per esempio: il ringraziamento è motivante per i collaboratori, i colleghi, perfino per i superiori. Il vicinato è tra i contesti che beneficiano del ringraziamento: in un mondo arido di contatti umani, mette sui binari giusti la relazione di prossimità.

E poi, la chiesa. Talvolta dovremmo chiederci se siamo abbastanza grati ai responsabili che ci seguono, ai fratelli che ci estendono il loro interessamento e la loro preghiera (oltre che il loro aiuto), a coloro che un giorno forse lontano ci hanno indirizzato verso un rapporto personale con Dio, dandoci la chiave per rivoluzionare in senso positivo la nostra vita. Chissà se siamo grati ai tanti missionari che hanno lasciato tutto – carriera, lavoro, affetti – per fare quel che non siamo stati in grado di fare noi: andare e portare il messaggio di speranza del vangelo in maniera incisiva e intensa in parti del mondo dove noi non possiamo. O magari anche vicino, ma investendo doni, energie, talenti in una direzione che a noi non sarebbe possibile percorrere per mancanza di competenze.

Sappiamo tutti molto bene cosa significa per un figlio ricevere la gratitudine sincera del padre, per una moglie quella del marito (o viceversa), per un dipendente quella del superiore (o viceversa). Sappiamo anche quanto sia triste, difficile, critico lavorare in un contesto dove chi potrebbe (per non dire “dovrebbe”) non sa dire grazie.
Essere grati è il minimo che possiamo fare verso chi, direttamente o indirettamente, lavora per noi.

E, andando un passo oltre, essere grati è una condizione che non dobbiamo dimenticare di applicare anche a Colui che ha fatto tutto per noi, dando la sua vita per consentirci, oggi, di vivere un’esistenza piena di gioia, serenità, speranza. Spesso, per negligenza, diamo per scontati i suoi doni, dalle piccole cose al sacrificio, e questo porta la nostra prospettiva spirituale a restringersi: scivoliamo prima nell’ingratitudine e da lì, passo dopo passo, verso l’insoddisfazione e la depressione.

Un predicatore sosteneva che il nostro ringraziamento verso Dio è il minimo che possiamo fare, e che Dio apprezza il nostro grazie: eppure spesso ci dimentichiamo di tributarglielo. Certo: per questa nostra mancanza non ci negherà il suo aiuto, né ritirerà il suo sacrificio. È vero, non possiamo fare nulla per completare la nostra salvezza, né possiamo donare a Dio qualcosa che non sia già suo; è altrettanto vero però che la nostra gratitudine rallegra il Padre, e apre davanti a noi nuove prospettive.

Vale la pena provarci. E scopriremo che in fondo – si tratti di partner, parenti, vicini, colleghi o del Padre – la gratitudine aiuta per primi proprio noi stessi.

Muri che parlano

Segnala oggi il Corriere che «Angelo Mandelli, 54 anni, informatico, combatte a colpi di pennello la personale battaglia contro i writer. Chiede il permesso ai proprietari dei muri “violati” e poi da solo o in compagnia di amici si dedica a “ripulire” le parreti dai lavori dei graffitari. Di sé dice: “non sono un eroe, solo uno che non sopporta arroganza e prepotenza”. Quanto agli antagonisti, “credono di essere artisti, ma chi ama l’arte, la rispetta, così come difende la natura e non impone le proprie creazioni infliggendo tag, e scarabocchi su case antiche, chiese, perfino alberi”».

Probabilmente è un pensiero che abbiamo avuto in molti, nel vedere le città afflitte dalla prepotenza di chi vuole imporre la propria arte agli altri. Mandelli ha avuto un’idea banale: vede un graffito, chiede il permesso al proprietario del muro, si arma di vernice e pennelli. E imbianca, sempre più spesso insieme a persone che hanno preso a cuore il suo stesso scopo.

“Non sono una persona normale, dotata al massimo di senso civico”, afferma Mandelli. Quel senso civico che ci fa sospirare dentro di noi, ma senza dire una parola; che ci fa guardare incuriositi una persona distesa, ma non ci fa chiamare il 118 perché “se non l’ha chiamato nessuno, perché dovrei farlo io?”. Eppure il senso civico altro non è che un’applicazione dell’amore cristiano, e dovrebbe portarci a un impegno diretto, concreto, fatto di piccole e grandi cose a servizio di chi ci sta vicino: di quella società che è anche il nostro prossimo. E allora pulire un muro può sollevare interrogativi più di un volantino, aiutare una persona in difficoltà può testimoniare più di un programma televisivo, un sorriso ai vicini di casa può aprire la strada più di un corso di psicologia.