Archivio mensile:settembre 2007

Giovani e adulti

I giovani veneti prendono una paghetta tra i due e i quattrocento euro mensili, che usano per bere alcolici, sballare con gli stupefacenti, divertirsi. Per le vacanze, ovviamente, hanno un budget a parte. La lettura? Dieci euro mensili per giornaletti, fumetti, gossip, periodici dedicati alla moda. È il quadro che emerge da un’indagine Adiconsum – proposta in questi giorni dal Gazzettino – durata due anni e basata su 1500 giovani cui sono state proposte 163 domande sulla loro vita.

L’80% dei ragazzi si è detto ottimista e soddisfatto della propria vita, anche se lo psicoterapeuta Diego Luparelli è dubbioso: «perché sentono il bisogno di bere se sono soddisfatti della propria vita?».

Conferma il sociologo Silvio Scanagatta, delineando un contesto dove i valori vengono «schiacciati come sassi, a quanto pare», frutto di una società che vive sul “tutto e subito”: «Un tempo i giovani desideravano, oggi non ne hanno più il tempo, riescono ad avere subito tutto quello che vogliono». «Si acquista perché lo fanno tutti», aggiunge Scanagatta, perché «è morto il desiderio, oggi tutto è obsoleto e perde di fascino in poco tempo, anche quello che magari abbiamo sognato».

La colpa? «Siamo noi adulti ad indurre i giovani a questo comportamento. I ragazzi non fanno altro che copiarci. Per tanti genitori dare i soldi ai propri figli, equivale a liberarsi di un problema». Nella scuola c’è una flebile inversione di tendenza, che però potrebbe fare ben sperare; resta il fatto che «ae ssere in crisi è la genitorialità, così come andrebbe considerata».

Siamo ormai una società a responsabilità limitata, e di questo limite – voluto, cercato, comodo – ci avvaliamo in tutti gli aspetti della nostra vita. Potremmo, ma non vogliamo prendere posizione. Perché prendere posizione rischia di dare dispiaceri a chi ci sta vicino, e poi comporta un costo, il costo della coerenza. Meglio fermarsi un passo prima, enunciare qualche principio nel momento dell’indignazione, e poi proseguire sulla solida strada dei luoghi comuni, quelli che nessuno può smentire. I cambiamenti – sociali, culturali, ecologici e anche spirituali – li lasciamo volentieri agli altri, sempreché – beninteso – non riguardino un miglioramento economico. In quel caso siamo pronti a rivendicare i nostri diritti.

Se questo è l’esempio, non possiamo stupirci di veder venir su giovani che spendono tutto nei divertimenti e negli stravizi, soddisfatti solo in superficie, alieni al concetto di cultura, conoscenza, preparazione didattica, ma anche al concetto di solidarietà. Una generazione che cresce nella bambagia del nulla, e nel giro di qualche anno – esce di casa sempre più tardi, ma prima o poi succede – si vede piombare addosso la vita vera, che per pochi è un viaggio nel lusso, anche se la pubblicità tenta di convicerci che ormai ne abbiamo diritto tutti.

Tagliare il budget non è la soluzione, in una società che ci insegna a ottenere quel che vogliamo a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, lecito o illecito. L’unica risposta, sul lungo termine – per i cambiamenti che durino nel tempo non basta il tempo di uno spot – è l’esempio in famiglia: un esempio su questioni come l’approccio nel rapporto con gli altri, la solidarietà verso chi ha bisogno, l’aiuto a chi soffre, il peso per chi non conosce la speranza del vangelo, la responsabilità nell’amministrazione delle risorse, la correttezza nelle relazioni familiari, l’impegno nei confronti della propria comunità. Un esempio fattivo, concreto e gioioso.

A ben guardare ne avremmo davvero bisogno, e non solo per dare l’esempio.

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Quelle intuizioni perdute

«Sabato 29 e domenica 30 settembre 2007, Torino e il Piemonte festeggiano, insieme ad altre dieci regioni italiane, la terza edizione della Festa dei Lettori: un’iniziativa di promozione della lettura organizzata a livello nazionale dai Presìdi del Libro». A Torino la manifestazione si abbina a un tratto architettonico caratteristico della città, i portici, sotto i quali la festa si sviluppa in una lunghissima libreria, animata da migliaia di librai torinesi che scenderanno per la strada con i loro stand.

A “Portici di carta”, questo il titolo della manifestazione torinese, i settori saranno divisi per tematiche: la via delle letterature, delle lingue, delle scienze, dei ragazzi e così via, fino all’immancabile via della spiritualità, dove sarà presente una postazione di Casa della Bibbia: sul bancone verranno esposti copie della Bibbia, libri cristiani e materiale annesso. Onore al merito di CdB, che ha avuto la sensibilità di aderire a questa iniziativa, nella speranza di sollevare interesse da parte delle persone, probabilmente migliaia, che gireranno lungo i due chilometri della libreria sotto i portici alla ricerca di qualcosa che li tenti alla lettura.

«Un italiano su due non legge neanche un libro in un anno», ha dichiarato il ministro Rutelli al Messaggero, due giorni fa: un dato sconcertante, e ben vengano le iniziative che possono contribuire a invertire la tendenza.

Dato che però, sicuramente, gli evangelici non sono sopra la media (nella speranza, anzi, che non la abbassino), c’è da chiedersi se non dovremmo incoraggiare la presenza dei nostri fratelli a Portici di carta, come anche alla Fiera del libro, nelle librerie, nelle biblioteche, accanto agli scaffali librari sempre più nutriti presenti nei supermercati e nei centri commerciali, alle iniziative di promozione della lettura disseminate sul territorio nel corso dell’anno.

Spesso, tra i cristiani coerenti, gira una corrente di pensiero secondo la quale “la Bibbia ci basta”. Può essere vero, se siamo abili letterati, colti filologi, insigni traduttori, esperti storici: in questo caso siamo in grado di interpretare nella maniera più fedele quella “lettera di Dio” che leggiamo ogni giorno. Se però non ci riconosciamo in queste categorie, forse è il caso di mettere da parte l’orgoglio: essere salvati per grazia senza poter aggiungere nulla di nostro a questo dono non comporta automaticamente il possesso della verità nella sua completezza, altrimenti Dio non ci avrebbe lasciato la Bibbia spronandoci a farne il filo conduttore dei nostri pensieri.

Dovremmo piuttosto cominciare a pensare che, forse, per capire in maniera sempre più completa il messaggio divino senza cadere in luoghi comuni e false interpretazioni è importante applicarsi, impegnarsi, e magari confrontarsi con chi ha passato la vita su quel testo, sia esso per non basta il versetto quotidiano del calendario: occorre approfondirne gli aspetti storici, la precisione nelle traduzioni, la cura filologica dei manoscritti, la riflessione teologica sulle dottrine cristiane di base, il contesto storico e culturale delle vicende bibliche. Se Dio ha dato la luce di una rivelazione ad altri uomini, venuti prima di noi o nostri contemporanei, ben venga: anziché ripartire da zero con la nostra esperienza possiamo continuare dal punto in cui altri sono arrivati nella loro comprensione di Dio, della fede, della vita cristiana. Questo non significa, come alcuni temono, idolatrarli, santificarli, né approvare i limiti che anche loro, come ogni essere umano, hanno dimostrato di avere, o giustificare gli errori che, come ognuno di noi, hanno commesso.

È una considerazione banale? Guardando la tendenza generale nell’ambiente pare proprio non lo sia.
È infatti decisamente curioso notare come ogni generazione di credenti evangelici ritenga di dover ricominciare da capo, disprezzando l’intuizione e la spiritualità di chi è venuto prima di noi. Se la società umana avesse fatto così, a ogni generazione ci ritroveremmo a reinventare la ruota.

L’integralismo della razionalità

L’Alleanza evangelica europea esprime un parere critico sul rapporto “I pericoli del creazionismo nell’educazione” che il Consiglio d’Europa voterà la prossima settimana, segnalando il pericolo di una posizione censoria da parte dell’istituzione. Nel dossier che verrà sottoposto al consiglio, infatti, il creazionismo passa per un pericolo, specie da quando qualche dissennato ha avuto la ventura di accostare Darwin ai terroristi. Forse è stato solo un pretesto per sferrare un attacco in programma da tempo; resta il fatto che, in sostanza, la commissione dipinge l’evoluzionismo come l’unica ipotesi vera, ragionevole, utile, mentre il creazionismo come una diceria, una favola, un’idea infondata.

Il problema, sottolinea giustamente l’AEE, non è la posizione della commissione (e, se accoglierà il dossier, del Consiglio d’Europa), ma il principio secondo il quale debba essere un’istituzione politica a decidere quali posizioni censurare e quali sostenere. Difficile non convenire che «Se una teoria non minaccia la legge e l’ordine pubblico, gli scienziati, gli studenti e tutti gli interessati dovrebbero essere liberli di esaminarla e di arrivare a delle conclusioni». Curioso che, in questo caso, per sostenerlo debba intervenire l’Alleanza evangelica, mentre la coalizione liberal-democratica sia fautrice di una linea limitativa della libertà.

Non è quindi tanto una questione di contenuti, ma di principio. Perché è un principio pericoloso quello che potrebbe venir adottato dal Consiglio d’Europa. Se non sussistono motivi di sicurezza tali da giustificare misure restrittive, accettare l’idea che un’autorità politica possa decidere cosa è giusto studiare e cosa no, e mettere al bando una corrente culturale o una posizione dottrinale si avvicina un po’ troppo al tanto vituperato concetto di censura.

E non è una battaglia fine a se stessa: sulla base dello stesso principio, come oggi potrebbe venir messo virtualmente fuori legge il creazionismo in quanto poco scientifico, domani potrebbe toccare, per le stesse ragioni, alla Bibbia, ai libri che parlano di spiritualità, alle riunioni dove si sostiene di comunicare con un’entità spirituale intangibile e scientificamente non provata, quale Dio è. Sarebbe la dittatura dello scientismo, che oggi qualche servo sciocco della scienza vagheggia senza la lungimiranza di capire che, se le prime vittime sarebbero la spiritualità e la filosofia, in seconda battuta toccherebbe agli scienziati meno allineati, e poi alla stessa ricerca scientifica, che dall’intuizione e dal genio – elementi, va da sé, poco scientifici – deriva spesso le sue scoperte.

Una volta superata la soglia del principio di non ingerenza nelle faccende private, potrebbe essere solo questione di tempo vedersi imporre l’integralismo della razionalità.

L'integralismo della razionalità

L’Alleanza evangelica europea esprime un parere critico sul rapporto “I pericoli del creazionismo nell’educazione” che il Consiglio d’Europa voterà la prossima settimana, segnalando il pericolo di una posizione censoria da parte dell’istituzione. Nel dossier che verrà sottoposto al consiglio, infatti, il creazionismo passa per un pericolo, specie da quando qualche dissennato ha avuto la ventura di accostare Darwin ai terroristi. Forse è stato solo un pretesto per sferrare un attacco in programma da tempo; resta il fatto che, in sostanza, la commissione dipinge l’evoluzionismo come l’unica ipotesi vera, ragionevole, utile, mentre il creazionismo come una diceria, una favola, un’idea infondata.

Il problema, sottolinea giustamente l’AEE, non è la posizione della commissione (e, se accoglierà il dossier, del Consiglio d’Europa), ma il principio secondo il quale debba essere un’istituzione politica a decidere quali posizioni censurare e quali sostenere. Difficile non convenire che «Se una teoria non minaccia la legge e l’ordine pubblico, gli scienziati, gli studenti e tutti gli interessati dovrebbero essere liberli di esaminarla e di arrivare a delle conclusioni». Curioso che, in questo caso, per sostenerlo debba intervenire l’Alleanza evangelica, mentre la coalizione liberal-democratica sia fautrice di una linea limitativa della libertà.

Non è quindi tanto una questione di contenuti, ma di principio. Perché è un principio pericoloso quello che potrebbe venir adottato dal Consiglio d’Europa. Se non sussistono motivi di sicurezza tali da giustificare misure restrittive, accettare l’idea che un’autorità politica possa decidere cosa è giusto studiare e cosa no, e mettere al bando una corrente culturale o una posizione dottrinale si avvicina un po’ troppo al tanto vituperato concetto di censura.

E non è una battaglia fine a se stessa: sulla base dello stesso principio, come oggi potrebbe venir messo virtualmente fuori legge il creazionismo in quanto poco scientifico, domani potrebbe toccare, per le stesse ragioni, alla Bibbia, ai libri che parlano di spiritualità, alle riunioni dove si sostiene di comunicare con un’entità spirituale intangibile e scientificamente non provata, quale Dio è. Sarebbe la dittatura dello scientismo, che oggi qualche servo sciocco della scienza vagheggia senza la lungimiranza di capire che, se le prime vittime sarebbero la spiritualità e la filosofia, in seconda battuta toccherebbe agli scienziati meno allineati, e poi alla stessa ricerca scientifica, che dall’intuizione e dal genio – elementi, va da sé, poco scientifici – deriva spesso le sue scoperte.

Una volta superata la soglia del principio di non ingerenza nelle faccende private, potrebbe essere solo questione di tempo vedersi imporre l’integralismo della razionalità.

Facili entusiasmi

«Sospeso tra misticismo e sport. Una quotidiana lotta tra l’offrirsi al prossimo e sottrarsi all’avversario. Roger “The Rev” Powell è quello che non t’aspetti da un uomo di religione e quello che neppure sogneresti da un professionista del basket. Una strana miscela che, a prescindere da cosa possa produrre sul parquet, ha già arricchito di diversità il Siviglia Wear Teramo».

Un altro atleta cristiano calca i campi italiani; stavolta si tratta di un fuoriclasse USA di pallacanestro che approda in una città e una squadra piccola come Teramo, un po’ come se un Kakà andasse all’Udinese. A Teramo ha Interessante questo Powell, fin dal soprannome “The rev” – il reverendo – che, supponiamo, gli avranno affibbiato per il suo interessamento alle tematiche di fede: d’altronde se un atleta legge la Bibbia in spogliatoio, nel bel mezzo del marasma pre-partita, non può passare inosservato. Powell era pastore nella chiesa pentecostale della sua città, nell’Illinois, prima di prendere la strada accademica e dedicarsi a insegnare e studiare teologia.

Quel che sorprende è la rapidità del percorso: la sua conversione, raccontava al giornalista de Il Centro, risale al 2004, quindi appena tre anni fa. Non conoscendo il personaggio, non possiamo valutare se si tratti di un ministero o un’americanata; apprezzabile, però, l’impegno immediato e costante che Powell deve aver dimostrato dal momento della conversione.

Viviamo, molti di noi, in ambienti cristiani dove l’esperienza personale è enfatizzata, ma raramente vediamo emergere doni, talenti e magari ministeri validi. Magari la chiamata c’è, ma manca la costanza, la preparazione tecnica, la cultura. O talvolta manca l’esempio di vita, che inficia l’impegno pratico; o ancora, in molte chiese, manca lo spazio dove esprimere il proprio servizio senza vedersi scoraggiare. Da un lato l’entusiasmo del nuovo arrivato, dall’altro la cautela di chi ha esperienza: due elementi essenziali in una comunità, che però dovrebbero completarsi nella flessibilità (o, se preferite, nell’amore cristiano).

Da un lato chi ha esperienza dovrebbe essere disponibile a mettere in discussione alcuni aspetti periferici e secondari della vita di chiesa a favore di un miglioramento costante del servizio cristiano attraverso nuovi contributi e spunti: persone con esperienze diverse possono aiutare ad aprire nuove prospettive e a ripensare aspetti quotidiani che ormai diamo per scontati.

Dall’altro lato il neofita dovrebbe abbinare allo zelo l’umiltà di riconoscere che, in quella specifica fase della sua vita, non riesce a esercitare la cautela; tantopiù, quindi, dovrebbe apprezzare quella altrui. Sia chiaro, l’entusiasmo è umano e non è una colpa, anzi: il difficile è piuttosto rendersi conto dei limiti che comporta, e porvi rimedio prima che provochi disagi. Per raggiungere questo equilibrio, probabilmente, può giovare il rispetto per la maturità degli altri e la consapevolezza che l’esperienza può significare qualcosa di positivo, anziché rappresentare solo un fastidioso rallentamento dei propri piani.

Non solo onori per Dragan

Una decina di giorni fa abbiamo parlato di Dragan, il muratore bosniaco 31enne che aveva salvato due bambini trevigiani di 7 e 10 anni che stavano per annegare: li aveva aiutati a riguadagnare la riva ma non era a sua volta riuscito a sopravvivere. Dieci giorni fa gli era stata assegnata una medaglia d’oro al Valor civile, ovviamente alla memoria.

Venerdì scorso è giunta la notizia di un bel gesto di un’azienda trevigiana, la Eurometalnova di San Vendemiano, che ha offerto un posto di lavoro a Dijana, la moglie di Dragan, dando quindi alla famiglia un sostegno economico stabile. È capitato infatti che, nel corso della raccolta fondi dell’associazione industriali veneti a favore della famiglia di Dragan, la Eurometalnova si sia resa conto di avere una sua fabbrica nella zona dove la famiglia abita, e quindi di poter dare qualcosa di più: «Così ci siamo attivati – ha spiegato al Gazzettino Ezio De Mori, direttore generale dell’azienda – vogliamo dare un contributo concreto di solidarietà».

Piccola nota a margine del (moderatamente) lieto fine: non risulta che le chiese venete si siano attivate a favore del caso. Saremo lieti, naturalmente, di scoprire che non è stato così, e che le comunità cristiane sono state vicine, per quanto a distanza, alla moglie Dijana, a Milica di 10 anni e a Marijana di 4.

Prima di indignarsi

A volte la rassegna stampa è particolarmente impietosa, capace di proporre a stretto giro due notizie diametralmente opposte.

Prima notizia. Giovedì 20: in seguito alle polemiche per la presenza a titolo personale su un volo di Stato a margine del Gran Premio di Monza, il funzionario Riccardo Capecchi si dimette.
«Ero su quel volo di ritorno da Milano – ha scritto al sito Dagospia -… dopo aver partecipato a titolo strettamente privato al Gran Premio e tengo a precisare che ero in possesso di un biglietto regolarmente acquistato… Sono certo di non aver commesso alcun illecito o violazione di legge ma consapevole tuttavia di aver compiuto una leggerezza: mi è ben chiaro che non tutti hanno l’opportunità di salire su un volo di Stato in alternativa ad un volo di linea solo per risparmiare alcune ore di attesa… E credo anche che nella vita si debba essere conseguenti e che i comportamenti individuali anche del più piccolo collaboratore, quale io sono, non debbano in alcun modo inficiare ruoli ed istituzioni, esse sì importanti e prestigiose. È per questo motivo che ho già ritenuto opportuno rimettere in modo irrevocabile il mio incarico presso la presidenza del consiglio».

Dimissioni vere, irrevocabili, che qualcuno maligna dovute alla prossima scadenza del contratto a termine, e qualcun altro ironizza siano state presentate solo dopo essere stato scoperto. Sia come sia, un comportamento così esemplare da sembrare britannico, e che stride con le motivazioni ufficiali e le scuse dei politici presenti sullo stesso volo: ovviamente con pieno diritto, ci mancherebbe, perché negli ultimi cinquant’anni di storia italiana è difficile ricordare un politico che abbia ammesso di aver sbagliato.

Altro giorno, altra storia. Venerdì 21: Carlo Burlando, presidente della regione Liguria, viaggia contromano per un chilometro su una superstrada, creando il panico tra le auto che circolavano nel verso corretto. Come scrive oggi Repubblica, all’arrivo della polizia ha esibito non la patente ma un tesserino da parlamentare (scaduto, per giunta), né ha ritenuto di scusarsi: “ammetteva quanto sostenuto dagli utenti senza dare un giustificato motivo alla manovra effettuata”, scriveranno poi gli agenti.
Dopo una febbrile consultazione con la centrale, gli agenti non hanno elevato nessuna multa perché «La pattuglia, non avendo comunque accertato l’infrazione in oggetto, si asteneva dal contestare alcun tipo di sanzione, limitandosi ad informare il comandante telefonicamente». Tutto qui.

La parte forse più significativa riguarda l’atteggiamento della massima autorità regionale ligure: dopo aver rischiato di provocare un frontale su una superstrada, di fronte ai passeggeri dell’altra auto comprensibilmente terrorizzati e sotto shock: «Raccontano i tre di essersi avvicinati furibondi alla macchina per prendersela con il guidatore. E che quello restava chiuso all’interno dell’abitacolo, ignorandoli, il telefonino incollato all’orecchio».

Il piccolo funzionario si dimette per aver preso posto su un volo che comunque altri avevano comodamente organizzato a loro beneficio; il presidente, dopo una manovra con la quale ha seriamente rischiato di sterminare una famiglia, non scende a prestare soccorso e nemmeno si scusa, aspettando di esibire i simboli del suo potere.

Impossibile, di primo acchito, non solidarizzare con il primo e non stigmatizzare il comportamento del secondo. Prima di scagliare la evangelica pietra, guardiamoci dentro. E chiediamoci quante volte abbiamo reagito con coerenza, fino alle estreme conseguenze. Certo, non è necessario essere in guerra costante con il mondo, ma ci sono momenti in cui il nostro “no” deve alzarsi: se non si alza non verrà percepito come disinteresse, ma come approvazione per un sistema, un modo di fare, una comunella di interessi opachi.

Chiediamoci, per converso, quante volte abbiamo avuto la tentazione di avvalerci di prerogative, piccole autorità, ruoli di comando spicciolo, per saltare una coda, eludere un pagamento, aggirare un divieto. Il “lei non sa chi sono io” si può declamare a diversi livelli, ma il piccolo intrallazzo di provincia non è eticamente più corretto di un vantaggio miliardario a Bruxelles.

Prima di essere categorici guardiamoci dentro. E chiediamoci se, nella nostra vita di cristiani, siamo più spesso Capecchi o Burlando.

Ricette atee

«Il manuale del piccolo ateo” è la prova di un disastro antropologico», riflette il vescovo cattolico Luigi Negri in un’intervista al Giornale. Si tratta di un volumetto scritto da un docente di provata fede atea, scritto per instillare più di qualche dubbio ai bambini. Si limitasse a questo, niente di male: l’apologetica, la difesa della fede cristiana, è una materia che non teme confronti. Ciò che turba è il linguaggio finto ingenuo usato dall’autore per avvicinare i bambini alla fede atea. Come segnala Negri, “siamo di fronte a un anticristianesimo becero e alla non volontà di dialogare… traduzione stupida e grossolana dell’enciclopedia degli Illuministi, ma con due secoli di usura e un livello infinitamente più basso”.

Il problema di fondo, forse, è dove si voglia arrivare con questa corsa alla rottamazione di valori e spiritualità. Ogni volta che l’uomo ha tentato di demolire i principi morali si è perso per strada, dall’illuminismo al comunismo. Il confronto con certe tematiche ha certo aiutato l’uomo a crescere, a porsi domande e darsi risposte, e la stessa fede, magari dopo un momento di smarrimento, ne è uscita più forte, fondata, motivata.
Perché porsi e porre domande è giusto.

A demolire sono capaci tutti, verrebbe da dire. Il problema è quale alternativa si possa offrire. La copertina de “Il piccolo ateo” una risposta sembra darla: la “e” di “ateo” è rappresentata dal simbolo dell’euro. Materialismo e cinismo, vivere alla giornata senza giusto e sbagliato: pare questa, a giudicare da quanto detto, la via atea alla felicità. Ma sì, in fondo non è sbagliata come opinione: si può davvero vivere felicemente in questa maniera. Gli animali lo fanno da sempre.

Pigrizie spirituali

“Che fatica quel dolce far niente”, titola oggi Il Giornale presentando un saggio di Roberto Petrini sulla pigrizia. Anzi, sulle pigrizie, perché nella nostra società occidentale ci scopriamo pigri e con varie sfaccettature: solo che mentre nel resto dell’occidente tutto questo è fisiologico, da noi assume una dimensione patologica. O epidemica, se preferite.

Petrini cita la pigrizia difensiva dei baby boomers, che non vogliono o non possono affrontare le novità perché fanno paura: un atteggiamento refrattario di chi si sente superato.

C’è poi la pigrizia intellettuale dell’ecologia teorica, «una forma fobica che blocca l’innovazione tecnologica e si trasforma in una vera e propria “sindrome Amish”».

Petrini continua segnalando la pigrizia della rendita, «che si traduce in un bassissimo livello di investimento sul futuro. Fa preferire “la logica della pala” a “quella del bulldozer”. Una forma di rifiuto del rischio che alla fin fine ci costringe, come pena di contrappasso immediata, a lavorare moltissimo, proprio in quanto pigri»: lavoriamo più degli altri, quindi, producendo meno.

Tre pigrizie che, mutatis mutandis, dovrebbero suonarci familiari nei nostri ambienti.

Ci lamentiamo spesso della pigrizia difensiva che troviamo nelle nostre chiese: il mondo che ci circonda è un’incognita, meglio pensarlo e viverlo come se fosse solamente una degenerazione degli anni Sessanta, e non il risultato di una serie di novità, di sviluppi culturali, di tendenze sociali, di contaminazioni globali. Meglio evitare di porsi troppi problemi e riattare i classici volantini, i classici “culti evangelistici” che di diverso rispetto alle riunioni ordinarie hanno solo l’appello finale, ai classici incontri per ragazzi dove non si discute dei temi caldi, preferendo tornare ancora una volta sul solito messaggio edificante che però non aiuta nella concretezza del quotidiano. La domanda potrebbe porsi: non vogliamo, o non possiamo affrontare le sfide di oggi? La scelta di rifiutare il confronto con l’attualità è dovuta a un rifiuto preconcetto e consapevole, o all’incapacità di padroneggiare il tema?

La pigrizia intellettuale non ci è meno nota: specie se viene descritta come “sindrome Amish”. Sindrome da fortino assediato, da “siamo solo noi i veri santi”: la conseguenza è l’isolamento, o nel migliore dei casi la diffidenza nei confronti delle altre realtà. Il risultato è una realtà che, da nazione compatta che era, è passata a somigliare sempre di più alla Grecia antica delle polis: ogni città per sé. Con la differenza che, almeno, Sparta, Atene, Corinto e le altre sapevano fare fronte comune di fronte all’esterno, prima di farsi guerra.

Forse la forma di pigrizia più interessante, e paradossale, è invece l’ultima: preferire la “logica della pala” alla “logica del bulldozer”, nonostante il secondo permetta di lavorare meglio e in tempi minori. Naturalmente prima bisogna imparare a usarlo, confrontarsi con una nuova logica operativa, cambiare abitudini e magari anche tempistiche: per questo molti preferiscono la cara vecchia pala. Meglio il volantino del sito Internet, meglio una predica al mercato di un programma radiofonico, meglio un “lucido” di una presentazione a computer, meglio un culto di un’iniziativa culturale. Non è solo una questione di modernità, ma di mentalità.

L’aspetto curioso è che quegli strumenti che si rifiutano nella vita cristiana, non si fa fatica ad accettarli nella vita di tutti i giorni. Quasi nessuno, che ci risulti, disdegna uno schermo al plasma, un computer aggiornato, una connessione Internet veloce. Pochi preferiscono il pozzo alla modernità dell’acqua corrente: c’è il rischio che, un giorno, un tubo si rompa, ma non per questo ci si rinuncia.

Il “sacro”, nella dieta spirituale dissociata tipica degli occidentali avanzati, non merita l’attenzione o i mezzi del “profano”. Per la nostra comodità siamo disposti a spendere e faticare, tra massaggi e domotica, sopportando la fatica e dimenticando la pigrizia; Dio, da buon Onnipotente, può invece accontentarsi dei nostri residui di tempo e di energie, o servirsi di sistemi che ogni persona normale, nell’ambiente secolare, considererebbe anteguerra.

Forse è questo il dramma. Noi non sotterriamo i doni e i talenti, le energie e le risorse che Dio ci ha concesso. Ci comportiamo peggio: preferiamo usarli per noi, e rifiutiamo l’idea che tutto quello che esiste, che ci circonda, che possediamo possa (e debba) essere usato a beneficio della nostra chiamata. Sempre che, impigriti da decenni di comodità egoistiche, riusciamo ancora a renderci conto di averne una.

Bufale e serpenti

Girava oggi una e-mail di questo tenore:

“Mi è arrivato un sms da un fratello:
Bimbo di 17 mesi necessita di sangue gruppo B+ causa forma leucemia fulminante. Telefono 055/56625 Riccardo Capriccioli
Far girare, è urgente”

Come saprà chiunque abbia avuto il buonsenso di verificare in rete (inserendo in un motore di ricerca il nome riportato in calce o il numero di telefono), si tratta di una bufala: lo precisa lo stesso ospedale fiorentino Meyer che, a quanto pare, è stato subissato da telefonate di persone preoccupate e impietosite dal caso umano proposto via sms (e via mail).

Sul suo sito l’ospedale segnala che “In merito alle e-mail e agli sms nei quali si fa appello per la ricerca di sangue B+ per un bambino leucemico, l’Ospedale Pediatrico Meyer precisa che non esiste una situazione di urgenza, né di emergenza e di non aver mai comunicato alcun appello”.

Ancora una volta vale, per i cristiani, la raccomandazione biblica: essere semplici come colombe, sì, ma allo stesso tempo prudenti come serpenti.