Archivio mensile:settembre 2007

Esami, per riparare la scuola

Nelle intenzioni del ministro per l’istruzione, con l’anno scolastico in partenza dovrebbero venir reintrodotti gli esami di riparazione per le scuole superiori, dopo 12 anni di assenza (era il 1995 quando l’allora ministro D’Onofrio li cancellava a favore dei “debiti formativi”). In realtà è un ritorno soft, si parla ancora di “debiti” più che di “riparazione” ma la sostanza è quella di una volta: chi ha un’insufficienza deve dimostrare, a inizio settembre, di aver recuperato le lacune nella materia in questione. La novità è che sarà la scuola a garantire i corsi estivi di recupero, prima dell’esame di settembre, risparmiando ai genitori i costi (salati) delle ripetizioni.

Una buona notizia? Probabilmente sì. Chiaramente nessuno sentiva la nostalgia di quell’incubo di inizio estate che rovinava le vacanze, ma allo stesso tempo si sentiva a scuola l’esigenza di maggiore rigore. Forse, declassificando gli esami a semplici debiti, si è persa la percezione delle lacune. «Dovrei passare con due o tre debiti», hanno risposto alcuni ragazzi, e non certo tra i peggiori, quasi che avere almeno un debito fosse ordinaria amministrazione. Al tempo degli esami, se comunque spesso non c’era la paura per il risultato, quantomeno si percepiva la noia di un’estate sui libri.

Non sarà la panacea di tutti i mali della scuola e della società, ma riproporre gli esami di riparazione potrebbe contribuire a far recuperare quel senso di responsabilità che, ormai, latita a tutti i livelli, in una scuola che sembra sempre di più una quinta per ribalderie telematiche. La scuola è la prima società che si incontra nella vita, e della società sta assumendo pericolosamente i caratteri deteriori: emergono i comportamenti arroganti in tutte le loro forme, mentre il merito e la correttezza vengono messi alla berlina.

Prendere sul serio la scuola, quindi, potrebbe essere il primo passo per un comportamento etico corretto nei confronti della società. Non garantisce ovviamente che un buono studente diventi automaticamente un buon cittadino, ma è evidente che per un cattivo studente l’approccio in questi termini sarà ancora più difficile.

Caro Dragan

«Aveva salvato due bambini trevigiani, di 7 e 10 anni, che stavano per annegare nel mare di Jesolo, in provincia di Venezia. Ma lui stesso non sapeva nuotare molto bene e non ce l’aveva fatta a raggiungere la riva. Adesso Dragan Cigan, il 31enne muratore bosniaco morto lo scorso 22 luglio, sarà insignito della medaglia d’oro al Valor Civile alla memoria».

La notizia è di oggi, e non può non far piacere. Eravamo rimasti tutti amareggiati per questa storia senza lieto fine; una storia d’altri tempi, di altruismo ed eroismo, che emergevano in uno straniero, uno slavo, di quella gente nei confronti della quale molti di noi – raramente a ragione, spesso a torto – tendono a provare diffidenza.
Dragan era una persona semplice, un muratore; era un uomo giovane, 31 anni. Avremmo gioco facile nel dire che gli italiani, a 31 anni, sono ancora a casa di mamma, e non in un altro paese a cercare un lavoro umile ma onesto pur di guadagnarsi il pane e mantenere una famiglia già numerosa. Sarebbe scontato ricordare che a 31 anni, alle nostre latitudini, siamo più abituati all’aperitivo che alla solidarietà. Che a 31 anni sappiamo nuotare, ma teniamo più all’abbronzatura della nostra pelle, che alla salvezza della pelle altrui.

No, non è un problema di età, e forse nemmeno di cultura: è una questione di cuore. Dragan non ha riflettuto sul da farsi, non si è chiesto se ci sarebbe stata una telecamera a riprenderlo, e nemmeno se le sue scarse capacità natatorie gli avrebbero permesso di fare quel che il cuore gli imponeva di fare. Non si è posto il problema della nazionalità dei bambini in pericolo, lui che di bambini ne aveva due. Semplicemente ha visto due vite in difficoltà, e non ha esitato. Lui, il muratore che “cosa vuoi che capiscano i manovali”. Lui, lo straniero che “cosa gli vuoi parlare, nemmeno capisce l’italiano”. Lui, lo slavo che “sai cosa non combina quella gente”.

Gli altri hanno esitato, con mille buoni motivi o con nessuno. Lui no, e ha pagato con la vita.

Ammettiamolo: a distanza di nemmeno due mesi lo avevamo già dimenticato. Quella medaglia riporta il suo esempio all’attenzione di tutti, e gli dà quel che merita. Quella medaglia non potrà mai portarla, magari lo faranno i suoi figli. Quelli che, forse, non riescono a spiegarsi perché il loro papà abbia preferito abbracciare quei due piccoli italiani piuttosto che continuare ad abbracciare loro.

Una medaglia per loro, in sua memoria. Nella speranza che un domani, insieme a quella medaglia, quei bambini possano visitare i posti dove il loro papà lavorava per aiutarli a crescere, e magari trovarci italiani meno propensi ai luoghi comuni e più disposti a mostrare amore, nelle piccole e nelle grandi occasioni.

Modelle e modelli

Le teenager occidentali soffrono della sindrome da superdonna “che le spinge a volere imitare i più famosi personaggi femminili contemporanei e a cercare la perfezione in ogni campo, da quello estetico a quello scolastico, dalle competizioni sportive a tutti gli altri aspetti della vita quotidiana”. La rivelazione arriva dal Corriere, che cita uno studio americano.

Il desiderio di successo e perfezione ha un ascendente sulle adolescenti, sia in campo estetico, sia nella competizione scolastica/lavorativa? Qualche dubbio può venire. Sì, è vero che le ragazze – come tutti gli occidentali medi, peraltro – puntano tutto sull’apparenza, che viene vista come una chiave essenziale per il successo, incoraggiate in questo dagli esempi mediatici più in voga. Ma abbiamo conosciuto poche adolescenti (e pochi occidentali in generale) che siano invece orgogliose della cultura, della preparazione, della competenza, dell’esemplarità in campo scolastico/lavorativo. In questi settori, quelli che nella vita contano un po’ di più rispetto a un bel viso, l’adolescente – come l’occidentale medio – preferisce puntare sulla scappatoia, sul condono, sull’indulto, sull’aiutino. O sulla copiatura, la piccola o grande scorrettezza, la furberia, che costano meno fatica e oltretutto fanno così chic. Superdonne, forse, quando si tratta di inseguire la perfezione estetica; molto meno quando si deve ricercare l’estetica della perfezione.

È vero, comunque: le ragazze puntano a imitare i “personaggi femminili contemporanei”. E forse è proprio questo il problema: si guarda all’ideale sbagliato.

La vera superdonna esiste. Emancipata ma responsabile, intelligente e sensibile, forte e dolce, coraggiosa e tenera, bella dentro e fuori. Non è però, come spesso si crede, quella fotografata sulle copertine, ma quella descritta in Proverbi 31. La differenza? La prima è solo una modella; la seconda è un vero modello.

Silenzio, prego

Un professore inglese, Stuart Sim, ha scritto un saggio, “Manifesto for silence”, dove avverte che il rumore ci sta portando via tutto: «Religione, filosofia, arte, letteratura, musica – scrive Repubblica presentando il suo lavoro – dimostrano che il silenzio non contraddistingue l’assenza di qualcosa, bensì rappresenta un bene di importanza cruciale per la nostra civiltà: è il fiume in cui naviga il pensiero umano. Un fiume che ora rischia di prosciugarsi del tutto… se l’uomo moderno non ritrova al più presto un po’ di silenziosa quiete, rischierà di perdere, insieme all’udito, anche la consapevolezza di sé».

Non è solo colpa del traffico, dei lavori stradali, dei vicini, dei giovani vocianti o – più di recente – delle notti bianche: la causa del nostro male siamo noi stessi.

Facciamoci caso: appena entriamo in casa accendiamo la televisione, anche solo per avere un tappeto sonoro, mentre in auto, senza nemmeno pensarci accendiamo l’autoradio; l’unico momento in cui la spegniamo è quando dobbiamo rispondere al telefono, e quindi ascoltare e parlare. Davanti al computer, al lavoro, mentre stiriamo, ma anche per strada mentre facciamo jogging o giriamo in bici: nessun momento è esente, cerchiamo sempre un suono consolatorio. Date un’occhiata a coloro che corrono nei parchi: tutti con lo sguardo assorto e le cuffie nelle orecchie, senza possibilità di sentire i suoni della natura, ma nemmeno un grido di aiuto; nemmeno da prendere in considerazione, quindi, l’idea di scambiare qualche parola con le persone che incrociamo, a loro volta prese dai loro ascolti.

Perché il silenzio, alla fine, è scomodo. Ci obbliga a pensare, a meditare, accende il cervello, talvolta porta a galla rimorsi o spinge a fare bilanci. Rischiamo di veder scrivere dalla nostra coscienza sulle pareti del cuore “pesato e trovato mancante”, e questo ci angoscia.

Il silenzio è d’oro. Ci eleva, ci dà dignità, ci porta a confrontarci con quel “pensiero di eternità” che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi. Ma questo, anziché sollevarci, ci angoscia. Perfino gli incontri cristiani sono diventati rumorosi, l’intimismo viene lasciato alla cameretta, mentre quando si è insieme bisogna cantare, urlare, e anche nei momenti di adorazione più intensi ci deve essere della buona musica di sottofondo a imbiancare le pareti dell’anima, per dare una spinta allo spirito pigro, o forse perché non siamo più in grado di concentrarci troppo a lungo e al primo accenno di silenzio potremmo cedere alla tentazione di verificare sul cellulare i messaggi in attesa.

Il silenzio pesa. Fa rima con coscienza, con pensiero, con profondità. Tutte voci che, nella società dell’informazione istantanea e superficiale, non vogliamo ascoltare. E allora sì, meglio non crearsi troppi problemi: meglio anestetizzare la mente, scacciare le preoccupazioni anziché affrontarle, calmare l’anima. Con un po’ di musica o, male che vada, con del rumore di fondo. Tutto sommato sarà sempre meglio della voce della coscienza.

Depressione canonica

Riza Psicosomatica, mensile di divulgazione psicologica (un po’ la Novella Duemila dei giornali scientifici), propone una ricerca sulla depressione. Mille gli intervistati, tra i 25 e 1 55 anni, per capire “dove e perché in molti italiani scatta la molla della depressione”.

Si parte con l’assunto che il luogo dove ci si trova abbia un effetto decisivo sull’umore: tale l’opinione del 64% degli intervistati. I luoghi più a rischio: in primis casa propria, poi – immancabile – l’ufficio. E, al terzo posto, distanziata di poco, nientemeno la chiesa, che risulta più deprimente dei centri commerciali, della discoteca, della casa dei genitori, degli aeroporti. Per dare un’idea dei rapporti di forza possiamo dire che le chiese deprimono più persone di ospedali, sale d’attesa e cimiteri messi insieme.

Un sondaggio che fa riflettere. La casa è sempre stata, per l’essere umano, il rifugio, il buon ritiro, il posto dove tornare per ricaricarsi, riflettere, riposare: oggi, nella società dei monolocali dove si vive da soli, vicini di casa di persone che nemmeno si conoscono, viene percepito spesso come un posto dove barricarsi per evitare assalti di bande violente. Inevitabile che questo comporti una certa dose di apprensione e di depressione.

Il lavoro, per parte sua, viene visto da sempre come il momento primario per lo sviluppo della depressione: dispetti, cattiverie, stress, superiori tiranni, attività ripetitive che portano, come avveniva a scuola, a contare i giorni che separano dalle vacanze.

Ma la chiesa? Sarebbe facile ironizzare sul fatto che probabilmente buona parte degli intervistati entra in chiesa solo un paio di volte all’anno, e che quindi per quanto possono si tengono ben lontani dalla depressione. Al di là delle ironie, è forse il caso di interrogarsi. È evidente che se la chiesa viene considerata una causa, non potrà venir vista come un rimedio. C’è allora da chiedersi come mai la chiesa dia questa impressione, e cosa stiamo facendo per dare un’impressione diversa, quali sono gli strumenti che abbiamo e che usiamo. La reazione più sbagliata, in ogni caso, sarebbe quella di sottovalutare il problema minimizzando il disagio: porterebbe le persone a cercare in altre direzioni.

Dovrebbe, in questo senso, allarmare il modo in cui gli intervistati intendono il “prendersi cura di se stessi” che viene visto come soluzione del male: in cima alla classifica c’è il dare attenzione al proprio corpo andando in palestra o stando all’aperto, poi dedicare cure a un animale, o anche – ma è nella parte bassa della classifica – fare volontariato. Tutti palliativi, non rimedi. Se queste sono le soluzioni, si capisce come mai la depressione sia diventata, per diffusione, la malattia del secolo.

Quel che non si capisce – o che facciamo di tutto per non capire – è come mai la chiesa non solo non sia riuscita a proporsi come un’autorevole soluzione, ma sia riuscita addirittura a farsi considerare una causa.

L’esempio di Tonga

Tonga è un piccolo stato costituito da un pugno di isolette sparse per l’Oceano pacifico meridionale, praticamente dall’altra parte del mondo rispetto all’Italia (12 ore di differenza di fuso orario). 110mila gli abitanti, che nel tempo libero si dilettano tra calcio e rugby: e proprio la nazionale di rugby, qualificatasi ai mondiali di Francia, fa parlare di sé in questi giorni. Scrive Apcom che «In vista dell’esordio in coppa del mondo di rugby, in programma mercoledì prossimo contro gli Stati Uniti, Tonga cerca l’aiuto dal cielo. Ogni giorno, infatti, alla mattina e alla sera, giocatori e staff della nazionale si trattengono sul campo alla fine dell’allenamento per pregare, per leggere la Bibbia e per cantare tutti assieme».

I giocatori precisano che non pregano per la vittoria, semmai chiedono a Dio «di proteggerci dagli infortuni e di aiutarci a dare il massimo»; la chiesa di Tonga, intanto, prega per loro.

Da un articolo che parla di rugby si scopre così una devozione insospettata, che la nazionale condivide con tutto il paese, e che è testimoniato in varie forme. L’inno nazionale, per esempio, si intitola “O Dio onnipotente”, ed è piuttosto una preghiera che proclama “Tu sei il nostro signore e sicura difesa… noi confidiamo in te… ascolta la nostra preghiera… sappiamo che hai benedetto la nostra terra; esaudisci la nostra supplica e salva il nostro re Tupou”: una versione più profonda, cristianamente parlando, di “Dio salvi la regina”.

Il motto del paese è “Dio e Tonga sono il mio patrimonio”, e il vecchio re Taufa’ahau Tupou IV, morto l’anno scorso, era anche predicatore evangelico.

Non solo: spulciando in rete si scopre un dettaglio singolare: «La vita quotidiana è fortemente influenzata sia dalle tradizioni polinesiane che dalla fede cristiana: per esempio, tutti i commerci e le attività di intrattenimento vengono sospesi dalla mezzanotte del sabato fino a quella della domenica seguente, mentre la Costituzione dichiara il sabato giorno sacro». Non sarà un caso che la chiesa evangelica, wesleyana nello specifico, conti trentamila aderenti.

Rilevare che Tonga sia anche un paese dove la corruzione supera i livelli di guardia, non deve stupire più di tanto: non è una nazione a essere cristiana, ma i singoli. Lo stato può dare strumenti, incoraggiare e proporre esempi edificanti, emanare leggi e stabilire per legge atti di devozione, ma la vita cristiana resterà sempre e comunque una scelta personale. Uno stato potrà imporre di rispettare la forma, ma non potrà convincere ad accettare la sostanza.

L'esempio di Tonga

Tonga è un piccolo stato costituito da un pugno di isolette sparse per l’Oceano pacifico meridionale, praticamente dall’altra parte del mondo rispetto all’Italia (12 ore di differenza di fuso orario). 110mila gli abitanti, che nel tempo libero si dilettano tra calcio e rugby: e proprio la nazionale di rugby, qualificatasi ai mondiali di Francia, fa parlare di sé in questi giorni. Scrive Apcom che «In vista dell’esordio in coppa del mondo di rugby, in programma mercoledì prossimo contro gli Stati Uniti, Tonga cerca l’aiuto dal cielo. Ogni giorno, infatti, alla mattina e alla sera, giocatori e staff della nazionale si trattengono sul campo alla fine dell’allenamento per pregare, per leggere la Bibbia e per cantare tutti assieme».

I giocatori precisano che non pregano per la vittoria, semmai chiedono a Dio «di proteggerci dagli infortuni e di aiutarci a dare il massimo»; la chiesa di Tonga, intanto, prega per loro.

Da un articolo che parla di rugby si scopre così una devozione insospettata, che la nazionale condivide con tutto il paese, e che è testimoniato in varie forme. L’inno nazionale, per esempio, si intitola “O Dio onnipotente”, ed è piuttosto una preghiera che proclama “Tu sei il nostro signore e sicura difesa… noi confidiamo in te… ascolta la nostra preghiera… sappiamo che hai benedetto la nostra terra; esaudisci la nostra supplica e salva il nostro re Tupou”: una versione più profonda, cristianamente parlando, di “Dio salvi la regina”.

Il motto del paese è “Dio e Tonga sono il mio patrimonio”, e il vecchio re Taufa’ahau Tupou IV, morto l’anno scorso, era anche predicatore evangelico.

Non solo: spulciando in rete si scopre un dettaglio singolare: «La vita quotidiana è fortemente influenzata sia dalle tradizioni polinesiane che dalla fede cristiana: per esempio, tutti i commerci e le attività di intrattenimento vengono sospesi dalla mezzanotte del sabato fino a quella della domenica seguente, mentre la Costituzione dichiara il sabato giorno sacro». Non sarà un caso che la chiesa evangelica, wesleyana nello specifico, conti trentamila aderenti.

Rilevare che Tonga sia anche un paese dove la corruzione supera i livelli di guardia, non deve stupire più di tanto: non è una nazione a essere cristiana, ma i singoli. Lo stato può dare strumenti, incoraggiare e proporre esempi edificanti, emanare leggi e stabilire per legge atti di devozione, ma la vita cristiana resterà sempre e comunque una scelta personale. Uno stato potrà imporre di rispettare la forma, ma non potrà convincere ad accettare la sostanza.

Il coraggio di chiedere scusa

“Scusateci”. I missionari sudcoreani, rimasti per sei settimane in ostaggio dei taliban afghani, sono tornati in patria praticamente in ginocchio, chiedendo scusa per tutto quello che avevano causato in termini di apprensione, di disagio, di costi per il paese.

Un atteggiamento che fa pensare. Anche in Italia ci siamo dovuti confrontare, in questi anni, con il rapimento di nostri connazionali a fini politici, e non sempre c’è stato un lieto fine. Qualcuno, una volta giunto in Italia, si è perfino dimenticato di ringraziare il governo, artefice della liberazione, dando l’impressione che i contatti, le trattative, le operazioni di rilascio potessero venir considerate un atto dovuto. In altri casi gli ostaggi liberati hanno approfittato del quarto d’ora di celebrità per discettare da opinionisti, e in qualche caso lo hanno fatto perfino i loro parenti, familiari, conviventi. In qualche caso c’è stato un libro, o il corteggiamento da parte del mondo politico. Non ci risulta che qualcuno degli ostaggi liberati, una volta tornati in Italia, abbia avuto la premura di scusarsi. Naturalmente erano lì per lavoro, non per divertimento, ma anche se i rischi erano noti quasi nessuno si è scusato per l’apprensione causata, o quantomeno per aver costretto ad attivare un’unità di crisi, contatti, per aver messo a rischio (e in qualche caso non solo a rischio) la vita di funzionari e mediatori.

Forse la cultura orientale è diversa, sicuramente il “grazie” è più frequente. Come segnala “Il resto del Carlino”, «fa riflettere vedere gli ex ostaggi sudcoreani appena liberati dai talebani inchinarsi davanti ai fotografi all’aeroporto di Seul in segno di scusa».

Vero è che i coreani sono andati in Afghanistan allo sbaraglio, senza conoscere la lingua e i posti, e quindi con un’imprudenza che non fa onore alla loro missione, ma quantomeno hanno avuto l’onestà di riconoscerlo. Saranno stati sicuramente contenti di aver riacquistato la libertà e di essere tornati in patria, ma non sono scesi dall’aereo esultanti come una nazionale campione del mondo, pur avendo sulla coscienza qualche morto. Hanno chiesto scusa «per aver messo il governo e il paese in una posizione scomoda e difficile». Se sia dovuto alla cultura orientale o alla coscienza evangelica, non è dato a sapersi. Ma certo un atto simile, a margine di una vicenda difficile, rende loro onore.

L’ora che non c’è

Farà discutere una dichiarazione di Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, riportata oggi sulla Stampa: «Tutti, a rigore, dovrebbero fare scuola di religione, perché per vivere in Italia è necessario conoscere la religione cristiana che prescinde dalla fede e investe il terreno della conoscenza: solo così si può comprendere la nostra storia, l’arte, la letteratura, in una parola la nostra cultura».

Bagnasco non ha tutti i torti, se il riferimento è agli ormai tanti stranieri che si trasferiscono nel nostro paese: usi, costumi e culture diverse rischiano di entrare in attrito e, magari, di accampare pretese eccessive se non sono chiari alcuni aspetti della storia, della cultura, della vita sociale nel nostro paese. Sotto questo aspetto la cultura cristiana che ha permeato gli ultimi duemila anni della nostra storia è un elemento non secondario, e senza conoscere questi sviluppi è difficile comprendere il perché di tutta una serie di scelte morali, leggi sociali, elaborazioni artistiche. Stiamo parlando, naturalmente, come dice lo stesso Bagnasco, della “religione cristiana che prescinde dalla fede e investe il terreno della conoscenza”, e che è solo un parente alla lontana del senso più intimo del cristianesimo, del mandato evangelico, della chiamata a una fede coerente in Gesù risorto. Chiaramente siamo chiamati a diffondere nel mondo il messaggio di speranza basato sulla fede in Cristo, ma questo non toglie che questo messaggio abbia anche un portato culturale, un corollario legato all’applicazione pratica – sociale, morale, artistica e non solo – di questo messaggio.

È anche opportuno però notare che l’ora di religione oggi non è questo ponte tra culture, non è (né intende essere, a quanto risulta) un filo conduttore che ricollega al cristianesimo le discipline che si studiano a scuola. Sarebbe bello, e sarebbe utile comprendere il perché di certe leggi, di certe abitudini, di certe rappresentazioni artistiche di cui molti, siamo certi, non colgono il collegamento biblico.

In questo contesto sì, raccontare la “religione cristiana” sarebbe utile culturalmente, per dirla con Bagnasco sarebbe «non è un privilegio, non è una benevola concessione, ma un’opportunità». E forse – perché no – un corso come questo potrebbe aiutare a riprendere confidenza con tematiche che i tanti “non praticanti” di ogni età hanno dimenticato da tempo, ma che magari anche solo un semplice quadro potrebbe aiutare a rispolverare.

Sarebbe bello, ma per ora – ahinoi – una proposta simile resta solo un sogno. Un sogno per noi, ma anche per chi dispone degli spazi ma non ha potuto, saputo o forse voluto dare a quell’ora di lezione questa direzione.

L'ora che non c'è

Farà discutere una dichiarazione di Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, riportata oggi sulla Stampa: «Tutti, a rigore, dovrebbero fare scuola di religione, perché per vivere in Italia è necessario conoscere la religione cristiana che prescinde dalla fede e investe il terreno della conoscenza: solo così si può comprendere la nostra storia, l’arte, la letteratura, in una parola la nostra cultura».

Bagnasco non ha tutti i torti, se il riferimento è agli ormai tanti stranieri che si trasferiscono nel nostro paese: usi, costumi e culture diverse rischiano di entrare in attrito e, magari, di accampare pretese eccessive se non sono chiari alcuni aspetti della storia, della cultura, della vita sociale nel nostro paese. Sotto questo aspetto la cultura cristiana che ha permeato gli ultimi duemila anni della nostra storia è un elemento non secondario, e senza conoscere questi sviluppi è difficile comprendere il perché di tutta una serie di scelte morali, leggi sociali, elaborazioni artistiche. Stiamo parlando, naturalmente, come dice lo stesso Bagnasco, della “religione cristiana che prescinde dalla fede e investe il terreno della conoscenza”, e che è solo un parente alla lontana del senso più intimo del cristianesimo, del mandato evangelico, della chiamata a una fede coerente in Gesù risorto. Chiaramente siamo chiamati a diffondere nel mondo il messaggio di speranza basato sulla fede in Cristo, ma questo non toglie che questo messaggio abbia anche un portato culturale, un corollario legato all’applicazione pratica – sociale, morale, artistica e non solo – di questo messaggio.

È anche opportuno però notare che l’ora di religione oggi non è questo ponte tra culture, non è (né intende essere, a quanto risulta) un filo conduttore che ricollega al cristianesimo le discipline che si studiano a scuola. Sarebbe bello, e sarebbe utile comprendere il perché di certe leggi, di certe abitudini, di certe rappresentazioni artistiche di cui molti, siamo certi, non colgono il collegamento biblico.

In questo contesto sì, raccontare la “religione cristiana” sarebbe utile culturalmente, per dirla con Bagnasco sarebbe «non è un privilegio, non è una benevola concessione, ma un’opportunità». E forse – perché no – un corso come questo potrebbe aiutare a riprendere confidenza con tematiche che i tanti “non praticanti” di ogni età hanno dimenticato da tempo, ma che magari anche solo un semplice quadro potrebbe aiutare a rispolverare.

Sarebbe bello, ma per ora – ahinoi – una proposta simile resta solo un sogno. Un sogno per noi, ma anche per chi dispone degli spazi ma non ha potuto, saputo o forse voluto dare a quell’ora di lezione questa direzione.