Archivio mensile:ottobre 2007

L'onestà che paga

Si legge su Panorama di questa settimana un interessante trafiletto relativo a un locale pubblico in Veneto.

Nessuna campagna pubblicitaria, solo il passaparola. Così è diventata famosa L’osteria senz’oste, primo locale in cui ci si serve da soli e si paga senza che nessuno presenti il conto. In un casolare tra le vigne, a Santo Stefano di Valdobbiadene, nel Trevigiano, si trova l’osteria gestita dai fratelli Cesare e Giacomo De Stefani produttori di salumi.
Chi entra trova la tavola imbandita: c’è da mangiare e da bere e accanto ad ogni prodotto c’è il prezzo. Ci si serve da soli e si salda il conto mettendo i soldi in una cassetta di legno attraverso una fessura su cui è scritto: “L’onestà lascia il segno”. Talvolta sono i clienti a chiudere la porta
.

Spesso i lettori si rammaricano di non leggere buone notizie: eccone una. Non potrebbe non essere una buona notizia sapere che esiste ancora qualcuno che si fida degli altri. La diamo finché siamo in tempo.

Viviamo infatti in un mondo dove essere disonesti è una virtù da esibire e dove “il segno” che ci si vanta di lasciare è in negativo, sia esso con il turpiloquio, con la sopraffazione, con l’inciviltà, con l’esibizionismo molesto, con il pensiero irriverente.

Per l’iniziativa dei due fratelli trevigiani potrebbe quindi marcare piuttosto male. Ma poi chissà: magari, rendendo onore al merito, le persone perbene del Veneto (ci mettiamo dentro anche i cristiani coerenti, naturalmente) potrebbero prendere a cuore la questione e fare dell’osteria, oltre che un piacevole luogo di ritrovo abituale, un punto d’onore per far valere la propria onestà in un mondo che con l’oste non sa proprio più fare i conti.

La trappola del gossip

“Il gossip ha il potere di manipolare le opinioni ed è qualche volta più forte della verità”: lo ha stabilito, oltre che il buonsenso, la ricerca scientifica con un lavoro del Max Planck Institute for Evolutionary Biology» a Plon, in Germania, e ripresa in questi giorni da tutti i giornali.

Sono stati messi sotto osservazione alcuni gruppi di studenti-cavia, messi in relazione tra di loro e rimbambiti di voci di corridoio sui loro compagni; il risultato è stato che i soggetti finivano per credere ai pettegolezzi riferiti più che alle situazioni reali di cui avevano conoscenza diretta.

Una situazione che ci può sembrare assurda rapportata alla vita reale, ma forse non lo è proprio tanto: anzi, forse va anche peggio. Fateci caso: succede spesso di sentire persone parlare di qualcuno dicendo che «quello lì deve essere proprio ipocrita: quando l’ho conosciuto a me è sembrato simpatico, ma avrà finto, perché su di lui ho sentito delle cose…». Non solo crediamo alle dicerie e non alla nostra esperienza personale, ma addirittura concludiamo fissando un altro mattone sul cumulo che seppellisce la persona. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e forse tutti dovremmo farci un esame di coscienza. Soprattutto come cristiani: se in campo sociale non dare retta ai pettegolezzi è buona educazione, in campo cristiano è addirittura un’indicazione chiara e ferma contenuta nella Bibbia. Forse qualcuno si sarà chiesto come mai la Bibbia, che pure comprende le passioni e i limiti umani, non si limita a dire di “non ascoltare” le dicerie, ma addirittura di “evitare”, “schivare” le chiacchiere.

Il motivo ora ha una sua spiegazione scientifica: l’essere umano non riesce a non farsi ingannare dal gossip, proprio come non riesce a superare le illusioni ottiche di certi effetti visivi. Quindi, per evitare di cascarci, più ci stiamo lontani e meglio è.

Martiri e superstiti

Probabilmente abbiamo tutti ancora in mente i tragici fatti di Malatya, dove lo scorso 19 aprile due cristiani evangelici turchi, Necati Aydin e Ugur Yuksel, 36 e 32 anni, convertiti dall’islamismo, e un tedesco, Tilman Ekkehart, di 46 anni, sono stati massacrati da cinque giovanissimi musulmani appartenenti a gruppi islamo-nazionalisti nella sede della casa editrice evangelica Zirve con cui i tre collaboravano.

Aveva stupito l’efferatezza del delitto (raccontata peraltro in tinte esagerate, poi ridimensionate dalle fonti dirette) e la premeditazione, come la convinzione dei cinque – tutti giovanissimi tra i 19 e i 20 anni – di averlo fatto per il proprio paese e che “Quei cristiani rappresentavano una minaccia alla nostra religione”.

Per qualche giorno si era parlato del fatto, che poi era passato nell’archivio dei fatti tragici del 2007; ora dalla Turchia giunge la notizia che i cinque del commando omicida uomini uccisero un missionario tedesco e due turchi nella città turca di Malatya.

ora la rete televisiva turca Ntv riferisce (e l’Ansa riporta) che la corte turca ha emessos la sentenza nei loro confronti: i cinque membri del commando omicida sono stati condannati ognuno a tre ergastoli. Una pena che si può definire esemplare, frutto probabilmente di una scelta di opportunità in chiave di ammissione a quel consesso europeo che peraltro non si era scandalizzato più di tanto in occasione dell’assassinio.

Spiace che la notizia sia praticamente sfuggita alle principali testate e alla rete, ma forse è solo questione di ore.

Giustizia è fatta, verrebbe da dire con un sospiro di sollievo, per quanto velato di amarezza. Ma il caso non è chiuso. Certo, è chiuso per Necati, Ugur e Tilman, ma non per la loro chiesa e le loro famiglie. Necati curava la chiesa della zona: facile comprendere lo smarrimento e la difficoltà che la comunità starà passando in questi mesi, e a pensarci quasi indignano i piagnucolii delle chiese evangeliche nostrane, sempre pronte a dichiarare lo stato di crisi o a dividersi per una parola di troppo.
Sia Necati che Tilman hanno inoltre lasciato mogli e figli (piccoli nel primo caso, adolescenti nel secondo), che – per scelta, per necessità – continuano a vivere ogni giorno in un ambiente ostile, senza nemmeno più il sostegno economico del capofamiglia.
Nel caso di Ugur, basti dire che i parenti erano talmente contrari alla sua fede da imporre alla sua salma il rito funebre islamico; si può immaginare il dramma che può vivere oggi quella che era la sua promessa sposa.

Il percorso terreno dei tre si è concluso, ma il caso non è chiuso. Non lo è per chi è rimasto, non deve essere tale nemmeno per noi. Non dimentichiamoci di loro.

Sacrifici vani

Alla fine sono fuori. I due ragazzi di Bormio che hanno investito e ucciso in moto il piccolo Renzo sono di nuovo a casa, senza alcuna restrizione della libertà, come dicono i tecnici.

Il passeggero di quella moto cross che girava per la pista ciclabile è stato liberato per primo, d’altronde doveva andare a scuola. Il guidatore ha dovuto attendere qualche giorno, ma ora è a casa. Rispettiamo la decisione del giudice, che comunque suona curiosamente benevola dopo le gride manzoniane del Consiglio dei Ministri, Prodi in testa, su presunti giri di vite.
Non possiamo, però, non rilevare come sia singolare che la latitanza dei due sia durata più della permanenza in carcere. Hanno atteso un bel po’ prima rispondere alla coscienza o agli accorati appelli di una madre che aveva perso il figlio a causa di uno stupido gioco. Sì, stupido. Stupido come chi sfreccia in moto su una pista ciclabile al buio. Facile dire “non volevo”, dopo essersi messi nelle condizioni di commettere un disastro. Guidatore minorenne con passeggero, moto senza fari, transito su pista ciclabile: ce ne sarebbe stato per un blocchetto di contravvenzioni, che però sono – giustamente – passate in secondo piano rispetto all’investimento del bambino. Per poi finire presumibilmente nel dimenticatoio quando questo capo d’accusa non è bastato a tenere i due lontani dalle strade. Sì, perché non sono ai domiciliari: sono a casa. E potrebbero, in qualsiasi momento, riprendere una moto (forse non quella dell’incidente, sperabilmente sequestrata) e ripresentarsi in ciclabile.

La risposta della madre del piccolo Renzo è conciliante, sorprendentemente conciliante. “Sbagliare è un diritto di tutti – ha detto – non l’hanno fatto apposta a ucciderlo. L’importante è che, in futuro, casi del genere non si ripetano e che i due amici siano più prudenti”.

Già, la consapevolezza. Sicuramente non sarà il trattamento così benevolo del giudice a indurla. Si poteva sperare nella riprovazione popolare, ma a quanto pare anche su quel fronte, forse, manca una certa lungimiranza. Gli amici per dirne una, sono stati pronti ad accogliere a Bormio il giovane motociclista. Certo, gli amici si vedono nel momento del bisogno: ma una cosa è la vicinanza discreta, responsabile, a una persona che ha sbagliato; altro è abbracciare in cinquanta il ragazzo, festeggiandone la scarcerazione.

I familiari piangono, gli amici festeggiano: la vita continua. Resta però qualcosa di incompiuto, in questa storia.
«L’importante è la morte di mio figlio non sia vana», spera la madre di Renzo. E il problema forse sta proprio qui. A turbare non è tanto la decisione di un giudice, o la reazione umana per quanto un po’ esagerata, degli amici: è constatare, al di là dei buonismi e delle giustificazioni, l’inutilità della morte di Renzo. Un sacrificio doloroso e già dimenticato.

Giochi pericolosi

Atleti, allenatori, personale, giornalisti e gli altri membri delle delegazioni olimpiche a Pechino 2008 non potranno portare con sé “materiali usati per qualsiasi attività religiosa o politica o per dimostrazioni”: «la rigida disposizione – segnala Repubblica – fa parte della lista degli oggetti che è “proibito” introdurre in Cina. La nota è stata diffusa dal Bocog, il comitato organizzatore delle Olimpiadi».

«La novità – continua Repubblica – ha stupito negativamente i membri delle delegazioni nazionali presenti a Pechino. E’ la prima volta che norme di questo genere vengono introdotte in occasioni delle Olimpiadi, dove è normale per le squadre avere esponenti religiosi al seguito». E non è nemmeno stato chiarito se nella categoria «degli articoli “proibiti” rientrino copie del Vangelo o di altri libri sacri».

Il Giornale rincara segnalando che “è la prima volta che in un’Olimpiade – fanno notare anche al Coni – si va a toccare così apertamente la libertà di professare il proprio credo. L’aggravante è che il codicillo in questione riguarda specificatamente tutti gli accreditati: per cui atleti in primis”. E il Corriere ricorda che il tiratore Pellielo va in pedana leggendo la Bibbia, cosa che, stando così le cose, non potrà ripetersi a Pechino.

La norma si applica in tutti gli siti olimpici: i funzionari olimpici cinesi rassicurano ricordando che sarà possibile pregare e celebrare funzioni negli appositi spazi; di conseguenza, anche se non viene esplicitamente detto, al di fuori delle “meditation room” sarà opportuno mantenere una laica sobrietà, lasciando nella propria stanza gli eventuali simboli di riconoscimento, a partire dalla Bibbia stessa, ammesso riesca a passare i serrati controlli delle autorità.

La Stampa riporta che «nella delegazione azzurra (e non solo) è scattato l’allarme. La Bibbia si può portare o è considerata reato?… Anche una qualsiasi funzione religiosa all’aperto potrebbe turbare la pax olimpica», senza contare che il divieto è vago, e quindi sarà la polizia ad applicarlo in una maniera che, si suppone, sarà discrezionalmente restrittiva.

Tra gli atleti italiani c’è già chi non ci sta, come la saltatrice Antonietta Di Martino, sentita dal Giornale, che porta in gara il crocifisso e quando partecipa alle competizioni ha sempre in valigia la Bibbia: “non penso certo che senza crocifisso le gare andranno male: questa è superstizione”, precisa giustamente la Di Martino, rammaricandosi però perché “è un fatto culturale e personale, vietarlo è un atto arbitrario”.

In un’intervista alla Stampa Bernardo Cervellera, direttore di Asianews, è critico verso il regime: «Le autorità di Pechino sono preoccupate perché molte organizzazioni religiose, soprattutto le sigle protestanti, vogliono usare i giochi olimpici per fare evangelizzazione, incontrare i cristiani cinesi, verificare in quali condizioni sono costretti a vivere la loro fede e aiutarli concretamente. Sarebbe un colpo ferale per un governo che continua a costruire comunità nazionali e patriottiche con li chiaro intento di separare e isolare dal resto del mondo i fedeli di tutte le religioni. Insomma, sentono incombere un enorme pericolo». In merito ai recenti segnali di apertura, continua Cervellera, «Si è svelato l’inganno, ora Pechino ha gettato la maschera… la finzione è subito crollata per timore di ogni denominazione cristiana… nei palazzi del potere tengono d’occhio i duemila protestanti che si stanno preparando a fare delle Olimpiadi una terra di missione».

Passato e presente

“Un anniversario non si nega a nessuno”, titolava martedì La Stampa in relazione al boom di celebrazioni che vedono assieparsi tra quest’anno e il prossimo una serie di fatti tragici, grandi conquiste, rivoluzioni incompiute e rivoluzionari controversi, dipartite celebri.

Visto il numero di commemorazioni, «non deve sorprendere che il fabbricante di memorial day (a New York ci sono 27 agenzie), sia un mestiere ricco di possibilità, che permette di spaziare dal lancio dello Sputnik (1957) ai quarant’anni dal ’68, ormai imminenti».

«E noi – conclude Roselina Salemi sulla Stampa -, come dice il grande poeta greco Titos Patrikios, “continueremo a guardare indietro per non dichiarare la nostra paura del presente”».

Si prova, talvolta, un sottile disagio nello scorrere senza uno scopo preciso le agende o i diari degli anni passati, e forse questo disagio è legato a un curioso paradosso: si spendono ore per riguardare il passato, sottraendole alla programmazione del futuro, e tornando al presente ci si ritrova dentro un misto di malinconia, nostalgia, dubbi, forse un po’ di depressione. Poche le prospettive, scarsi gli stimoli, e molto spesso raro anche l’ottimismo. E il presente diventa più difficile da affrontare.

L’unico modo di uscire indenni dalle pagine del passato e dalle celebrazioni è affrontare le une e le altre con la serenità di un cuore che forse non conosce con precisione il suo percorso – e che per questo, talvolta, può sbagliare -, ma che di certo ha trovato la strada. Il passato è funzionale al presente, a quell’eterno presente che ogni cristiano vive se ha compreso il significato del “vivere per Cristo”: un presente dove tutto è sotto controllo – non nostro, ma di qualcuno che può gestirlo molto meglio di noi – e tutto ha un senso, dove la gioia va oltre l’effimero e dove anche la sofferenza e le difficoltà sono funzionali – a volte nel ruolo di indicazioni, a volte come strumenti – a un viaggio nel corso del quale guardiamo la meta, ma senza dimenticare che a sua volta il nostro cammino si intreccia con altri, dipende da altri, non può ritenersi estraneo o restare indifferente agli altri.

Un percorso che si alimenta della luce di Dio, del servizio al prossimo e del comunicare quella speranza che è anche una certezza. Ecco, in quest’ottica il passato diventa una mappa, e non un rimorso, e anche il presente si prospetta in una nuova luce.

Oltre lo schermo

Diciassette ore al giorno di risse, insulti, gestacci: è il dato che da un’indagine di Meta Comunicazione, che – riferisce TgCom – ha monitorato le reti nazionali per individuare che spazio hanno litigi e risse all’interno del palinsesto.

Al primo posto tra i programmi a rischio (o certezza) di polemica ci sono i talk show e i dibattiti, probabilmente grazie anche al buon esempio dei nostri politici che non trattano gli studi televisivi meglio di quanto trattino le aule parlamentari. Al secondo posto i programmi sportivi legati ai commenti sulle partite: attenzione, non i programmi dedicati ai gol ma quelli riservati ai commenti, una sublimazione di inutilità dove si stimolano i diverbi tra agit-prop messi lì apposta per stimolare gli odi di bandiera, con buona pace delle campagne contro la violenza negli stadi. Terza posizione per i reality e tutti i collegati quotidiani (strisce, pillole, finestre), che offrono generosamente maldicenza e acredine tra concorrenti ed ex. Ultimo posto per i talk show pomeridiani, “dove il litigio e la rissa rappresentano la spina dorsale del programma”. Ed è tutto un programma.

I benpensanti, a questo punto, sosterranno che la televisione non è tenuta a fare da maestra, che ognuno è libero di spegnerla, che le reti offrono ciò che la gente vuole.
In tal caso aspettiamo con ansia una loro autorevole risposta alla preoccupazione di una cinquantina di esperti – psicologi, pubblicitari, sociologi – secondo i quali “il piccolo schermo sta di fatto cancellando la capacità di corretto confronto, sostituendolo con il non rispetto delle posizioni altrui”. Sempre più spesso anche negli uffici, per la strada, in famiglia i decibel sostituiscono le argomentazioni, e il desiderio di tacitare l’interlocutore prevale sulla comprensione della sua posizione.

La rabbia, l’insulto, la sopraffazione travalicano lo schermo ed entrano nelle nostre vite senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Si fa presto a dire che siamo persone mature, che a noi non fa male, che le risse televisive sono solo un diversivo. Proviamo, invece, a fare mente locale: teniamo il conto di quante volte ricordiamo le posizioni dei nostri interlocutori dopo un dialogo, quante volte abbiamo alzato la voce nel corso della settimana, quanto spesso siamo troppo convinti delle nostre posizioni anche solo per ascoltare gli altri. Se il numero diventa troppo alto, forse non è solo stress. Teniamone conto e, per quanto possibile, disintossichiamoci.

Quelle occasioni da non perdere

«Sermoni, canti gregoriani, testimonianze di fede, lezioni di catechismo, storie di conversioni, ma anche musica rock a sfondo religioso, umorismo e un po’ di satira»: ecco lo Youtube in salsa cristiana, ossia GodTube. Ne abbiamo già parlato a febbraio, quando il sito muoveva i primi passi – annunciato peraltro da alcuni video involontariamente comici – e da allora, scriveva ieri il Corriere, ha fatto un bel po’ di strada, con un numero di contatti che ha superato le più rosee previsioni. D’altronde GodTube ha le carte in regola per sfondare. Da un lato punta su una moda (sarebbe meglio dire, forse, mania) ormai consolidata come quella dell’autoproduzione di video. Ormai chiunque può, attraverso il cellulare o i tanti aggeggi elettronici a disposizione dell’occidentale medio, riprendere e mettere in rete un filmato. Dall’altro lato, segue una logica stringente: la disaffezione verso la fede da parte dei giovani nasce da un modo ormai superato di comunicare loro il vangelo e la vita cristiana; parlare agli adolescenti nella loro lingua e attraverso i loro canali privilegiati è il modo migliore per portare alla riflessione e dare nuovo smalto al loro impegno cristiano.

Un successo notevole, si diceva, che si accompagna a numerose critiche: da chi teme “la banalizzazione del messaggio religioso” a chi si lamenta per la banalità dei contenuti “buoni per tutte le stagioni e tutti i culti”, da chi teme che l’uso di Internet “divenga un sostituto della presenza fisica alla funzione domenicale” a chi sospetta “che si stia perdendo il senso spirituale della riflessione intima, del dialogo individuale tra l’uomo e Dio”.

Chris Wyatt, il fondatore di GodTube, prosegue imperturbabile: continua a sostenere l’utilità del suo sito (che al momento offre più di 30 mila video) e ribadisce l’ovvio, ossia che una fugace consultazione della rete non può in sostituire la presenza in chiesa. Piuttosto, contrattacca, «con una società la cui cultura è sempre più ancorata ad Internet e che si sta abituando a ricorrere al web per tutti i suoi bisogni, è sbagliato tenere la fede fuori dalla rete». Pare che 82 milioni di americani usino Internet “per motivi legati ai loro interessi religiosi: più di quelli che usano il computer per interrogare la loro banca on line o per cercare di fare nuove conoscenze”.

È un dato che, va da sé, dovrebbe far riflettere anche i soloni più pervicaci. Quei soloni che sono convinti, inconsciamente, di rappresentare l’unica tradizione cristiana degna di questo nome, e non riflettono sul fatto che un tempo erano fin troppo avanzate anche le abitudini un po’ fané che oggi difendono con ostinazione. L’edificazione non è sempre passata attraverso i mensili cartacei, né le evangelizzazioni attraverso i volantinaggi, ed è da sprovveduti illudersi di rappresentare, su venti secoli di cristianesimo, l’unica epoca d’oro. Se non vogliamo perdere il contatto con la realtà dobbiamo fare tesoro del passato, ma senza dimenticarci di vivere il presente.

Internet è uno strumento. Come lo sono la televisione, la radio, la carta stampata, le predicazioni pubbliche. Ogni strumento ha un suo pubblico privilegiato, e non è giusto privare ogni pubblico di un messaggio cristiano: compresi i tanti giovani che, ormai navigano in Internet alla ricerca di qualcosa che spesso nemmeno sanno; se spesso trovano solo risposte poco raccomandabili è proprio per la mancanza di risposte serie. Lungi dal dare queste risposte nei toni e nelle forme che possono raggiungere i giovani, spesso continuiamo a usare Internet come una placida vetrina della nostra chiesa, proponendo sermoni, studi e inni nella più tradizionale delle formule; ci illudiamo che, una volta cresciuti, sarà più semplice comunicare con loro, che si adegueranno ai nostri codici e potremo finalmente raggiungerli come più ci aggrada. Ci rifiutiamo, di fatto, di sforzarci per capire i loro problemi, le loro aspirazioni, la loro rabbia e i falsi valori che li influenzano e li portano in una determinata direzione: direzione che, ovviamente, non condividiamo, ma nei confronti della quale siamo in grado di lanciare solo frasi fatte che nei giovani lasciano il tempo che trovano.

Siamo troppo impegnati per andare dai giovani? Il timore è che il problema sia un altro: stiamo troppo bene tra le nostre panche, davanti al nostro pulpito, per complicarci la vita. Pregare che vengano loro da noi costa meno che pregare di avere la luce per andare da loro. Forse abbiamo barattato la passione per le anime con la pace dello spirito.

Amnesie di comodo

Rami Khader Ayyad aveva 31 anni ed era cristiano: un cristiano arabo di Palestina.
Conduceva la “libreria degli insegnanti” presso la sede locale della Società biblica; sabato sera era stato rapito, ed è stato ritrovato ieri mattina con segni di percosse e una ferita d’arma da fuoco alla testa.

Se, da parte sua, la Società biblica afferma «crediamo che Rami sia stato assassinato a causa della sua fede cristiana», le autorità di Hamas fanno le condoglianze alla famiglia, esprimendo “profondo dolore” per l’assassinio e promettendo che i responsabili verranno assicurati alla giustizia. «Siamo contro il ricorso alla violenza fra palestinesi – ha affermato Haniyeh, leader del braccio politico di Hamas – e anzi confermiamo che da noi le relazioni fra musulmani e cristiani sono molto strette. Facciamo parte del medesimo popolo e combattiamo assieme per la libertà».

Il Giornale, nel riportare il fatto e la dichiarazione, aggiunge che «i rapporti fra cristiani e musulmani nella Striscia di Gaza sono generalmente buoni, e non sono peggiorati dalla presa di potere da parte di Hamas, a metà giugno».

Forse è vero, nel senso che la situazione era già così critica che difficilmente poteva peggiorare. Altrimenti l’affermazione suona quantomeno sorprendente, tantopiù se si ha la pazienza di scorrere l’archivio delle notizie sulla situazione per i cristiani a Gaza.

Si scoprirà così che il 3 febbraio 2006 un gruppo sconosciuto di integralisti islamici aveva fatto saltare la porta della Società biblica di Gaza.

Il 12 febbraio successivo un gruppo di uomini mascherati e armati hanno distribuito volantini minacciando di far saltare l’edificio della Società biblica di Gaza, se la stessa struttura non avesse sgomberato entro il 28 dello stesso mese. All’epoca si segnalava che dopo la vittoria di Hamas alle legislative del mese prima la situazione era degenerata, e le minacce – visto anche l’attentato di pochi giorni prima – andavano prese molto seriamente.

La sede veniva quindi chiusa per cinque settimane, e riapriva ai primi di aprile, con la rassicurazione del ministero dell’interno, nonostante i terroristi avessero ammonito che la libreria non avrebbe dovuto limitarsi a traslocare, ma cessare completamente le proprie attività in tutta la Palestina.

Dopo la riapertura in primavera è stato fatto esplodere un ordigno davanti all’edificio, senza grossi danni, ma con un messaggio molto chiaro. La libreria è stata riaperta a maggio, nonostante le pressioni contrarie.

A luglio 2006 Porte aperte denunciava che «I cristiani di Gaza sono presi tra due fuochi: chi si rifiuta di opporsi a Israele vien considerato un traditore dai suoi vicini musulmani». Ovviamente “opporsi” non riguardava un’opzione intellettuale, ma un’azione concreta. Nella stessa comunicazione si dava la parola ad Hanna Massad, pastore della chiesa battista di Gaza, che lamentava: “Viviamo sotto una tale pressione che i pochi cristiani locali vogliono andarsene”. Quelli che rimanevano dovevano “essere prudenti e molto discreti”; «dobbiamo fare molta attenzione a come parliamo del Vangelo e a chi. Inoltre siamo sempre sotto la minaccia di un attentato».

E siamo nel 2007: a maggio un altro ordigno ha seriamente danneggiato la libreria cristiana, proprio pochi giorni prima dell’assassinio dei tre missionari cristiani in Turchia.
A giugno la situazione precipita: Porte Aperte è costretta a sospendere la campagna di lettere e cartoline scritte da cristiani europei, che da tempo inoltrava ai cristiani di Gaza per incoraggiarli. La decisione è dovuta all’escalation di violenze, con la militanza islamica che ha portato Gaza sull’orlo dell’anarchia e il fatto che, scriveva il responsabile della missione, “chiunque non ha la loro visione dell’islam diventa un loro obiettivo… è ormai evidente che sono alla ricerca dei cristiani e delle chiese di Gaza per scatenarsi contro di loro… soprattutto i cristiani ex musulmani hanno paura di essere scoperti e uccisi dai militanti”.

Ad agosto cnsnews riportava che dopo la conquista del potere manu militare da parte di Hamas, la situazione per i cristiani era peggiorata. Hamas aveva annunciato subito l’inizio di un’epoca di rigida applicazione della legge islamica a Gaza, e – stando a funzionari del partito sconfitto, Fatah – Hamas avrebbe spinto i capi dei duemila cristiani di Palestina a convertirsi o a emigrare. Veniva citato il caso di Sana al-Savegh, docente universitaria presso l’Università della Palestina, rapita e costretta a convertirsi all’islamismo.
Se da un lato Hamas annunciava di “proteggere vigorosamente” i diritti dei cristiani a Gaza, dall’altro lato proseguiva il programma di instaurazione della sharia. Tanto che, stando a un esperto della questione mediorientale, “la comunità cristiana di Gaza sta considerando di fuggire dalla zona in blocco”.

La drammaticità della situazione poteva crescere solo con un assassinio, e ora purtroppo c’è stato. In questo contesto c’era da aspettarselo, e forse era inevitabile. Forse alcuni politici – e più di qualche giornale – dovrebbero fare un esame di coscienza per aver lasciato correre, dando fiducia a un contesto difficile da giustificare. Forse ora, di fronte al dramma, arriveranno parole di cordoglio e magari una leggera virata, anche se i rimorsi di coscienza nella nostra società durano quanto il latte fresco.

Nella certezza che domani non se ne parlerà quasi più, avremmo un’unica richiesta, quindi, per tutti: che almeno non si tenti di minimizzare il dramma di un gruppo che, da cristiani (coerenti o nominali) dovremmo sentirci in dovere di difendere, e che invece lasciamo alla mercé degli estremismi.

Non dimentichiamoci dei tanti cristiani che, a Gaza ma anche in Arabia Saudita, in Cina e in Corea del Nord, in Eritrea e in Colombia, tra mille difficoltà tentano di vivere seriamente la loro fede, a volte pagando cara questa loro posizione.

Non dimentichiamoli, o almeno non denigriamoli con posizioni superficiali o di comodo: lo dobbiamo, tra i tanti, a quel trentunenne palestinese che ha perso la vita per una fede e un impegno che noi, cristiani anestetizzati da un occidente troppo avanzato, non riusciamo quasi più nemmeno a comprendere.

Privilegi discriminanti

Viviamo in una società che, pur illudendosi di essere laica, è sempre più multiculturale e multireligiosa. Una società per giunta globale, che ci costringe a prendere in considerazione fatti, situazioni, vicende anche di paesi che distano migliaia di chilometri da casa nostra: le tendenze non hanno confini e ignorarle significa trovarsi impreparati di fronte a nuove sfide ed esigenze sociali con cui, presto o tardi, anche noi ci troveremo a confrontarci.

Per questo è interessante quanto è avvenuto di recente negli USA, dove una decina tra scuole e college si sono attrezzati per una inedita necessità: fornire agli studenti musulmani (in certi casi il 10% della popolazione scolastica del luogo) i sanitari necessari per le abluzioni rituali. In parole povere, hanno installato una serie di bidet per consentire ai musulmani praticanti di lavarsi i piedi prima delle preghiere, come prevede il corano. Il problema era anche di ordine pratico: più di qualche studente, nel tentare di lavarsi i piedi nei lavandini della scuola, era scivolato finendo per farsi male, con strascichi giudiziari per la scuola stessa. Ogni istituto ha provveduto a suo modo, chi con un paio di postazioni, chi con installazioni più numerose, allestite ovviamente con soldi pubblici; inevitabili di conseguenza le polemiche da parte di associazioni laiche e gruppi evangelici, per una volta schierati sullo stesso fronte. Le prime hanno obiettato sull’opportunità di usare il denaro dei contribuenti per agevolare un gruppo religioso specifico; i secondi hanno contestato il privilegio concesso alla minoranza islamica.

Per le scuole non deve essere stata una scelta semplice, tra pressioni politiche di ogni genere, interessi religiosi, aperture e diffidenze dell’opinione pubblica. Ci sono buone ragioni per dire che gli istituti in questione hanno fatto la scelta giusta, e altri per definirla sbagliata. Da un lato si trattava di un’esigenza sentita da un nutrito gruppo di studenti, e in passato altri gruppi hanno chiesto altre agevolazioni, come le cappelle universitarie; dall’altro lato va segnalato che, di fronte a un simile aiuto a una minoranza, suona ancora più incoerente il divieto per il gruppo maggioritario – quello evangelico – di portare elementi o messaggi che richiamino la fede, dai crocifissi alle magliette, come appare incoerente la caccia alle streghe contro i simboli del credo cristiano che da secoli compaiono in tutti i luoghi pubblici, e pare poco sensata anche l’opposizione degli istituti alla preghiera pubblica, momento di valore sociale oltre che religioso per la società nordamericana.

Se trattamenti di favore e benefici devono essere uguali per tutti, insomma, è onesto chiedere che valgano davvero per tutti. Sarebbe paradossale se dovesse essere discriminata proprio la maggioranza.