Archivio mensile:novembre 2007

Posizioni ferme

Al reverendo Ken Hutcherson, pastore della Antioch Bible Church di Redmond (Seattle) quell’iniziativa non è proprio andata giù: alcune tra le principali aziende americane – Microsoft, Boeing, Hewlett Packard, Nike, per dire la misura – a gennaio 2006 hanno scritto alle autorità dello Stato di Washington per sollecitare ad aggiornare la legge anti-discriminazione. Oggi le voci presenti nelle schedature sono la razza, il sesso, l’età, la disabilità, la religione e lo stato civile – già queste sono domande che in Italia farebbero venire un infarto al garante per la privacy -; secondo le aziende in questione sarebbe opportuno aggiungere alle voci anche l’orientamento sessuale.

La richiesta deve essere sembrata una legittimazione ufficiale dell’omosessualità a più di qualcuno, e uno in particolare, il reverendo Ken Hutcherson, ha deciso di adottare una strategia per fare pressione sulle aziende in questione. Nei mesi immediatamente successivi Hutcherson, la cui chiesa ha sede nella città che fa da quartier generale alla Microsoft, ha cercato di coinvolgere quanti più cristiani possibile in un progetto di indebolimento di Microsoft non tanto attraverso un boicottaggio, quanto facendo traballare il valore in borsa dei titoli: “Dato che sarebbe piuttosto complicato convincere le persone a non acquistare alcuni prodotti – ha ammesso in un’intervista riportata da Punto informatico – è bene concentrarsi sulla Borsa. Acquistando e vendendo velocemente delle azioni si possono certamente provocare gli effetti desiderati”.

Il progetto non è andato a buon fine per la difficoltà di far vacillare un gigante attraverso lo spostamento di un numero di azioni comunque limitato, ma Hutcherson non si è perso d’animo, continuando nei confronti di Microsoft una battaglia che ricorda quella di Beppe Grillo contro Telecom, e nelle settimane scorse ha partecipato all’assemblea dei soci dell’azienda, mettendo in guardia Microsoft contro le sue scelte: “sono il peggior incubo di questa azienda”, ha affermato, «Microsoft non mi fa paura, ho Dio dalla mia parte», e ricordando
“Non mi interessa quanto è grande Microsoft – ha dichiarato ancora -: loro non sono che una piuma nel vento di Dio. L’America è iniziata in pratica con un tea party e Golia, se non sbaglio, fu abbattuto da David, che credeva nella stessa causa in cui credo io. Io intendo inseguire il nuovo Golia con una piccola roccia chiamata titolo azionario e lo farò tremare».

Naturalmente la satira si è scatenata sulla vicenda di questo pastore che sfida il colosso dell’informatica, ma lui continua la sua battaglia, tra ragione e sentimento, logica e fede. Forse suonerà un po’ ruspante nel suo approccio irruento, ma è anche il caso di ricordare che non risulta altri si siano mossi in questa direzione, o che non hanno avuto altrettanto riscontro mediatico: segno che, forse, la strategia era particolare ma non del tutto sbagliata.

E questo, forse, dovrebbe farci riflettere su quante volte noi, invece, preferiamo non alzare la nostra voce e obiettare su quel che vediamo attorno a noi: è successo con i pacs, è successo con la difesa della vita, temiamo succederà in molti altri casi. Troppo difficile muoversi, ancora più difficile farlo in maniera seria. Meglio accamparsi piuttosto che procedere: dopotutto, nel deserto la tenda si pianta senza troppa fatica.

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Da bomber a pastore

Come riferiscono tutti i quotidiani, nel numero del mensile GQ oggi in edicola compare un interessante commento del calciatore cristiano Ricardo “Kakà”, che proprio in questi giorni viene celebrato con premi su premi per il suo talento.

Il fuoriclasse brasiliano ha stupito l’Italia segnalando che, una volta conclusa la carriera, vuole diventare pastore: «Mi piacerebbe molto. È un percorso impegnativo: bisogna studiare teologia, fare un corso, approfondire lo studio della Bibbia. Un pastore evangelico legge la Bibbia e ne trasmette i precetti. Non è così facile applicare alla società di oggi cose scritte migliaia di anni fa. Ma proprio questo è il compito di un buon pastore: attualizzare l’insegnamento della Bibbia».

In poche battute è riuscito a riassumere in modo esemplare il ruolo del pastore: varrebbe la pena di rifletterci e confrontare la necessaria capacità di trasmettere la Bibbia alla società di oggi con alcune predicazioni, spirituali ma molto teoriche, che si sentono nelle chiese. Certo, c’è bisogno anche degli approfondimenti e della diffusione efficace del vangelo: ma, se la Bibbia è attuale, non possiamo dimenticarci che non è compito dei pastori ma di dottori ed evangelisti, che hanno un ministero apposito, e che spesso non riescono a emergere proprio per la presenza di pastori con la fregola del tuttofare.

Vista l’obiezione comune, è sempre utile precisare anche che lo studio non è indispensabile per un ministero, ma sicuramente aiuta a inquadrare meglio la dottrina e a svolgere in maniera più incisiva il proprio servizio. Il fatto che un pastore non distingua il suo ruolo da quello degli altri ministri è già un campanello d’allarme e un segnale significativo sull’importanza di qualche chiarificazione. Per carità, tutto questo senza voler sminuire la chiamata, l’ispirazione (e, talvolta, l’amor proprio) degli aspiranti e dei praticanti.

Tornando a Kakà, la notizia non è così inedita: esattamente un anno fa, infatti, venivano riportate le parole del calciatore del Milan a una tv brasiliana: «Sto studiando teologia, voglio diventare un pastore evangelico per portare nel mondo la parola di Dio». Ci si potrebbe chiedere, semmai, perché in Italia abbia voluto ribadire questa sua pia intenzione su una testata di settore come GQ: se sia stato un modo per avvicinarsi a un pubblico maschile concentrato sul piacere più che sull’essere, oppure una scelta casuale. La visibilità, in ogni caso, è stata garantita dalla sapiente anticipazione ai media di alcuni stralci dell’intervento, e tanto è bastato per far girare la notizia oltre ogni previsione.

In ogni caso, come commentavamo l’anno scorso, tra una lezione e l’altra il buon Kakà potrebbe cominciare il suo praticantato con una maggiore presenza nelle chiese della realtà in cui vive: vale a dire in quella Milano che, al momento, non lo ha visto presente sul territorio nonostante il desiderio e l’invito espresso nel corso di questi anni milanesi da decine di chiese e centinaia di credenti della zona.

Capire oltre le parole

Il Giorno ha dato la ferale notizia di un «Annuncio choc pre-natalizio: “I re magi e la cometa? Mai esistiti”».

Verrebbe da catalogarla come una riscoperta dell’acqua calda, ma in realtà l’articolo è qualcosa di più. Secondo Il Giorno, infatti, «A pochi giorni dalla vigilia del Natale, gli storici ci fanno sapere che Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, i portatori di oro, incenso e mirra non sono mai esistiti così come non c’è stata una stella cometa a far da sfondo al vero presepe di duemila anni fa».

Si scopre, scorrendo l’articolo, che “l’unico dei quattro vangeli a parlarne è quello di Matteo”, che effettivamente era preoccupato di dare una chiave di lettura rivolta ai pagani; nel vangelo in questione comunque il fatto è “scarsamente dettagliato a livello storico”: “non dice che i magi fossero re, né che fossero tre, senza nemmeno dare indicazioni geografiche della patria, si parla solo di Oriente”.

Le ultime indagini storiche – che si sa, da sempre sono poco propense a credere ai fatti biblici – vedono nella vicenda dei magi “solo un artificio letterario-propagandistico”: quindi niente magi, né tre ne di più. “Probabilmente il suo vangelo volle lanciare un messaggio ai non-Ebrei, dicendo che Gesù si era rivelato anche e soprattutto a loro: infatti per gli Ebrei i magi erano gentili, cioè pagani; eppure, secondo Matteo, seppero dell’arrivo del Messia prima del clero a Gerusalemme”, spiega Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo a Bologna.

Incalza il giornalista: «Inoltre, sembra ci sia un dato certo che smentisce uno dei simboli fondamentali della storia dei maghi d’oriente: l’assenza di stelle con la coda. Secondo calcoli moderni la cometa di Halley, la più brillante che apparve negli anni 87 e 12 a.C. e che tornò visibile solo nel 66 d.C., sarebbe l’unica possibile a cui far riferimento ma fuori ‘tempo utile’. E non si trova nessun tipo di citazione dell’astro anche nei testi laici».

Spiega poi che molti dei dettagli giunti fino a noi derivano dai vangeli apocrifi, e quindi da tradizioni fantasiose.

Dicevamo, niente di nuovo, nonostante le ricerche storiche. È emblematico però l’approccio del giornalista, che confonde con naturalezza la Bibbia con la tradizione. Proprio nella vicenda della stella è emblematica: nessuna stella cometa era nei paraggi all’epoca della nascita di Cristo, e questo “smentisce uno dei simboli fondamentali della storia dei maghi d’oriente”. Bastava un’occhiata ai primi capitoli del vangelo di Matteo per notare che si parla di “stella”, e non di “stella cometa”: l’idea che si trattasse di una stella con la coda è una tradizione successiva, che può affascinare e magari avere una sua ragionevolezza, ma non è attestato dal testo biblico. L’assenza di comete nel periodo in questione non inficia il racconto dei magi: semmai inficia una tradizione, ed è una cosa diversa, che porta a conclusioni diverse rispetto a quelle del giornalista.

Questo può farci riflettere su quanto sia importante, per i cristiani coerenti, capire le domande prima di dare le risposte. Molto spesso amici, parenti, conoscenti, contatti, quando parlano con noi di fede, partono da una prospettiva falsata, confondendo fatti con opinioni, verità bibliche con aggiunte tradizionali. Confondono fede e religione, per esempio, e non è solo una questione di termini, ma di concetti. Considerano distinti e separati i concetti di “sacro” e “profano”; partono da una conoscenza limitata e scadente della Bibbia e a un imbonimento di luoghi comuni e opinioni verosimili ma false, e in base a questo retroterra teologico pongono le loro domande per trovare le risposte.

Quando i nostri interlocutori chiedono “qual è la differenza tra la mia religione e la tua?” sono naturalmente sinceri, ma pongono la questione in una prospettiva fuorviante: sta a noi comprenderlo e non cominciare a snocciolare la litania sull’allergia evangelica (pardon, biblica) a santi, clero, papi, morti, idoli, preghiere recitate e tutto il resto, ma piuttosto inquadrare la questione come se la domanda fosse, più ragionevolmente: “cos’hai che io non ho?”. Perché è questo che in realtà vogliono chiederci, nel momento in cui hanno scoperto che abbiamo una fede così forte da far passare in secondo piano gli amici, gli hobby, la carriera, la famiglia e perfino il calcio.

Capirsi correttamente è essenziale; esprimersi per farsi capire è vitale, soprattutto per chi ha il mandato di diffondere un messaggio di speranza del Vangelo. Vale a dire, tutti noi.

Huckabee l’outsider

Mike Huckabee risale nei sondaggi: il candidato repubblicano, ex pastore battista nonché ex governatore dell’Arkansas, al momento risulta secondo nelle classifiche di gradimento ricavate dai sondaggi in Iowa, il primo stato USA che voterà per le primarie repubblicane.

Al momento in Iowa pare che Huckabee, partito dal nulla, sia secondo solo al mormone Romney e preceda l’attore Fred Thompson, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani e l’eroe di guerra John McCain.

Pare che il successo di Huckabee sia dovuto soprattutto all’apprezzamento da parte della componente evangelica, che finalmente trova un elemento convincente e rappresentativo in una rosa di candidati non particolarmente coerenti sul piano cristiano: dal liberal Giuliani a Thompson che va in chiesa solo per far felice la madre, passando per il mormone Romney.

«Il 44 per cento degli elettori evangelici – spiega La Stampa – ha infatti dichiarato di preferire l’ex governatore dell’Arkansas agli altri candidati, il doppio di quelli che hanno invece indicato come loro favorito il mormone Romney». E cita Dennis Goldford, professore di scienze politiche, secondo il quale “Huckabee è senza dubbio il più evangelico tra tutti candidati”.

Huckabee, oltre ad avere le carte in regola per piacere alla componente evangelica (e non è poco, per i numeri elettorali statunitensi), sa anche comunicare bene: ha un blog che segue, aggiorna, parla con gli interessati, inserisce filmati su youtube, tiene sotto controllo e promuove anche i video satirici che lo riguardano.

E non solo: ha anche una interessante dote di ironia. Lo ha segnalato il Corriere citando un suo video in cui afferma: «Il mio piano per garantire la sicurezza del nostro Paese? Due parole: Chuck Norris». Che poi è il celeberrimo Texas Ranger, giustiziere senza macchia e senza paura che ogni giorno allieta i pomeriggi televisivi di milioni di persone (anche in Italia) e sulla cui leggendaria invincibilità fioccano caustiche le ironie nella rete telematica.

Insomma: evangelico, comunicativo, ironico. Che sia lui l’uomo giusto per gli Stati Uniti?

Huckabee l'outsider

Mike Huckabee risale nei sondaggi: il candidato repubblicano, ex pastore battista nonché ex governatore dell’Arkansas, al momento risulta secondo nelle classifiche di gradimento ricavate dai sondaggi in Iowa, il primo stato USA che voterà per le primarie repubblicane.

Al momento in Iowa pare che Huckabee, partito dal nulla, sia secondo solo al mormone Romney e preceda l’attore Fred Thompson, l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani e l’eroe di guerra John McCain.

Pare che il successo di Huckabee sia dovuto soprattutto all’apprezzamento da parte della componente evangelica, che finalmente trova un elemento convincente e rappresentativo in una rosa di candidati non particolarmente coerenti sul piano cristiano: dal liberal Giuliani a Thompson che va in chiesa solo per far felice la madre, passando per il mormone Romney.

«Il 44 per cento degli elettori evangelici – spiega La Stampa – ha infatti dichiarato di preferire l’ex governatore dell’Arkansas agli altri candidati, il doppio di quelli che hanno invece indicato come loro favorito il mormone Romney». E cita Dennis Goldford, professore di scienze politiche, secondo il quale “Huckabee è senza dubbio il più evangelico tra tutti candidati”.

Huckabee, oltre ad avere le carte in regola per piacere alla componente evangelica (e non è poco, per i numeri elettorali statunitensi), sa anche comunicare bene: ha un blog che segue, aggiorna, parla con gli interessati, inserisce filmati su youtube, tiene sotto controllo e promuove anche i video satirici che lo riguardano.

E non solo: ha anche una interessante dote di ironia. Lo ha segnalato il Corriere citando un suo video in cui afferma: «Il mio piano per garantire la sicurezza del nostro Paese? Due parole: Chuck Norris». Che poi è il celeberrimo Texas Ranger, giustiziere senza macchia e senza paura che ogni giorno allieta i pomeriggi televisivi di milioni di persone (anche in Italia) e sulla cui leggendaria invincibilità fioccano caustiche le ironie nella rete telematica.

Insomma: evangelico, comunicativo, ironico. Che sia lui l’uomo giusto per gli Stati Uniti?

La nuova vita di Blair

Tony Blair, scriveva ieri il Corriere, «si sta raccontando a puntate sulla Bbc e ha pensato di far sapere che la religiosità ha avuto una “grande importanza” nella sua esperienza di governo. Solo che allora era meglio non dirlo “perché, francamente, nel nostro sistema politico se ne parli la gente ti considera pazzo”. Il leader laburista ha paragonato lo scetticismo britannico in fatto di fede alla situazione negli Stati Uniti dove invece “i cittadini sono convinti che credere sia un fatto giusto e naturale”. E si è sfogato: “Da noi invece, se parli di religione ti metti nei guai, perché poi gli elettori pensano che vai a sederti in un angolo, ti metti in comunicazione con Il signore di sopra, poi torni e dici Bene, ho avuto la risposta“».

Blair, si ricorderà, ha affrontato con buon equilibrio le questioni di fede nel corso del suo mandato, evitando di addentrarsi in un settore che, invece, ha dato più di qualche problema al presidente USA Bush.

Mentre nel corso del suo mandato Blair sosteneva “we don’t do God”, “noi non ci occupiamo di Dio”, ora emerge un quadro diverso dei suoi dieci anni a Downing Street: secondo il suo portavoce, Alastair Campbell, Blair «”In realtà si è occupato di Dio e anche molto” e quando era in giro per il mondo chiedeva sempre agli assistenti di trovare una chiesa la domenica», anche se non vede il suo ex capo come «il classico tipo di persona religiosa, perchè è piuttosto irriverente, impreca parecchio e se gli passa accanto una bella donna la segue con lo sguardo».

Anche Peter Mandelson, altro protagonista del periodo, ricorda che «Tony non è un esibizionista in materia di religione, ma nel suo animo la questione è molto, molto importante. Questo è un uomo che si porta sempre dietro una Bibbia e prima di addormentarsi la apre e legge».

Da parte sua Blair, riporta ancora il Corriere, «finalmente si sente libero di dire che “per fare il lavoro del primo ministro bisogna sapersi separare in qualche modo dalla magnitudine delle conseguenze delle decisioni, che non significa essere insensibile. Ma bisogna essere forti e avere fede per me è stato importante per trovare la forza di agire”».

Le critiche per le sue esternazioni sono state equanimi: da sinistra Evan Harris, deputato liberaldemocratico, lo condanna: «Non aveva ragione di presumere che la gente lo avrebbe considerato pazzo… ma è chiaro che le scelte di governo si prendono su basi razionali, non religiose o ideologiche». I cattolici, da parte loro, non gli perdonano l’intervento in Iraq: «Non è un pazzo, per molti cattolici è qualcosa di peggio: un ipocrita», secondo Damian Thompson, direttore del Catholic Herald, dato che «la guerra in Iraq fu condannata senza riserve dal Papa e anche ora c’è disagio al pensiero che un guerrafondaio stia per essere accolto nella Chiesa».

Povero Blair: qualunque cosa dica, viene impallinato. Nel corso del suo mandato da premier britannico è sempre stato molto inglese, almeno in pubblico (in privato si racconta di furibondi sfoghi), e per questo non ha mai voluto toccare le tematiche di fede, mantenendo un equilibrio tutto sommato apprezzabile; ora, lasciata la carica, si permette di riflettere sulla fede nel corso di un programma televisivo, e scatena le ire di tutti, dai laici ai cattolici.

Da un lato la sinistra si è indignata per frasi come «Da noi se parli di religione ti metti nei guai», che descrivono gli inglesi alla stregua di personaggi incapaci di comprendere che anche l’uomo di fede possa usare la ragione; dall’altro il mondo cristiano non si fida di chi ieri andava in guerra e non parlava di Dio, e oggi sembra aver trovato la sua via.

In realtà stupisce che non si riesca a leggere un filo logico nel comportamento di Blair. Non ha ritenuto di parlare di fede nel corso del suo mandato, ma non ha nemmeno chiesto voti puntando su temi relativi alla fede; diverso il comportamento di Bush che a sua volta con coerenza ha chiesto agli elettori la presidenza USA puntando sulla sua fede, e ha mantenuto la linea nel corso del mandato.

se oggi Blair decide di parlare di fede e rilevare aspetti della sua spiritualità, non dovrebbe scandalizzare. Forse è solo un modo per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, o magari è un atteggiamento sincero. Non ci resta che prenderne atto e valutare, da ora in poi, la coerenza in questa nuova fase della vita di Blair.

Due anni con voi

Permetteteci un amarcord: il 24 novembre 2005, esattamente due anni fa, partiva l’avventura di questo diario telematico.

Nel primo post spiegavamo che «nel corso della mezz’ora di trasmissione diamo uno sguardo ai fatti del giorno, alle notizie più interessanti, ai temi più caldi del momento, tentando di leggerli in profondità.
Il filo conduttore di musica&parole è la spiritualità: nulla, nella vita, ha senso quando manca la capacità di guardare oltre. In ogni cosa che facciamo cerchiamo una speranza, un obiettivo, una risposta. E possiamo trovarli guardando in alto».

In questi due anni il blog e il programma radiofonico hanno rinnovato più volte la loro formula seguendo anche i vostri consigli, la trasmissione ha raddoppiato la sua durata (da 30 minuti a un’ora), e ci siamo fatti vicendevolmente compagnia affrontando, come nel nostro stile, i temi di attualità in chiave cristiana.

Comprendere il mondo che ci circonda per vivere l’esperienza cristiana in ogni aspetto della nostra vita e per diffondere il messaggio di speranza del vangelo nel modo più efficace: questi restano i principi essenziali del nostro impegno, e allargare questa consapevolezza rimane il nostro obiettivo.

Ci rendiamo conto che l’importanza di un simile approccio non è ancora così sentita, ma ci incoraggiano le centinaia di amici che, ogni giorno, da due anni si collegano per leggere queste riflessioni, e magari le condividono: sapere che ci siete ci stimola ad andare avanti, estate e inverno, con il massimo impegno. Il messaggio cristiano, d’altronde, questo impegno lo merita tutto.

Punti cardinali

John Njue, arcivescovo di Nairobi e Presidente della conferenza episcopale del Kenya, ha dichiarato in un’intervista a fides.org che nel suo paese «negli ultimi decenni le diocesi sono cresciute, notiamo la crescita della fede tra le persone, come dimostrato anche dall’aumento delle vocazioni, quelle dei sacerdoti, delle religiose e dei religiosi: è una vera grazia di Dio” afferma il Cardinale Njue. “Naturalmente – aggiunge – vi sono alcune sfide che dobbiamo affrontare, in particolare, quelle poste dalle sette e dalla diffusione delle comunità evangeliche. La risposta che dobbiamo dare è quella della formazione dei fedeli».

Interessante, decisamente. Si sta parlando del Kenia, un paese dove l’età media è di 18 anni e mezzo, la mortalità infantile supera il 57 per mille, l’aspettativa di vita è di appena 55 anni, si contano 150 mila morti all’anno di AIDS, il rischio di malattie infettive è considerato “molto alto” tra malaria e tifo, il tasso di disoccupazione arriva al 40% e il 50% della popolazione è dichiarata ufficialmente sotto la soglia di povertà, si sconta il 14% di inflazione, i rifugiati ugandesi periodicamente peggiorano la situazione di emergenza riversandosi entro i confini keniani, la piaga del traffico di esseri umani sembra non trovare una soluzione, senza parlare del traffico di droga, del banditismo di strada, dell’omicidio di missionari: un paese, insomma, dove servirebbe davvero un intervento comune in campo sociale, oltre che spirituale, da parte di tutti i cristiani di buona volontà.

Eppure se nella ricca Europa la posizione ufficiale della chiesa cattolica è quella di un accomodante ecumenismo, nel Kenia devastato dai drammi la sfida principale, secondo il Cardinale Njue, è “in particolare” la diffusione delle chiese evangeliche. Quando si dice cogliere nel segno.

Pane o pesci rossi

Negli hotel degli Stati Uniti era un’istituzione: la copia della Bibbia, gentile omaggio della direzione, faceva parte dei benefit offerti esattamente come da noi si offrono le saponette. Ora, però, pare che questa (buona) abitudine sia in disuso: un albergo su cinque, negli ultimi sei anni, ha deciso di non rifornire più le camere con il testo sacro. Due i motivi addotti: da un lato la immancabile par condicio di un’America sempre più religiosamente equidistante, preoccupata per il trauma che la vista di una Bibbia sul comodino potrebbe provocare in un ospite di religione islamica, buddista o altro. Meglio, si sono detti alla reception, tenere qualche Bibbia a disposizione per chi la chiede, insieme a testi come il Corano, il libro di Mormon e similari. Una piccola biblioteca, insomma, per non fare torto a nessuno, per quanto questo sia arduo nel momento in cui qualche induista volesse una copia del Mahābhārata o qualche comunista le lettere di Gramsci.

L’altra giustificazione è molto più pratica e, volendo, onesta: questione di soldi, come sempre. Al visitatore va proposto ciò che lo coccola e lo lusinga, e pare che la Bibbia non sia più tra i desiderata dei viaggiatori, interessati a caricare il proprio lettore portatile o a scorrere annoiati i programmi satellitari su uno schermo al plasma più che soffermarsi di fronte a un libro che sarà pure un best seller da duemila anni, ma ha una trama ormai arcinota e apparentemente non ha più niente di nuovo da dire.

E quindi via agli optional: tra questi addirittura un pesce rosso, che nella sua monotonia probabilmente è l’ultimo ritrovato in fatto di relax per una generazione sazia di effetti speciali e fiera delle sue contraddizioni: carica il blackberry perché non può perdere un contatto nemmeno quando è a letto, ma può soffermarsi per ore a fissare le pigre evoluzioni di un simpatico pinnato.

Insomma, questione di mercato: la Bibbia non tira. O forse, piuttosto, continua a ottenere i suoi risultati, che però non sono così eclatanti, spettacolari, visibili: e questo, per la società del ventunesimo secolo, è imperdonabile: ciò che non colpisce non può venir considerato degno di nota.

Non sarà un caso, d’altronde, se certe chiese e certi predicatori hanno trasformato le celebrazioni in uno show dove l’emotività – amplificata dai megawatt del gruppo di lode e da incoraggiamenti che ricordano gli imbonitori – ha la meglio sulla profondità.

Poi magari, stufi dell’eccesso di tecnologie e di stimoli, dopo una giornata di stress in albergo ci si sofferma di fronte a un pesce rosso. Sempre meglio, d’altronde, che fermarsi di fronte a un libro che costringe a riflettere, se non addirittura a chiedersi il senso profondo di una vita così frenetica e contraddittoria.

Zecchino d’oro, nonostante tutto

Cinquant’anni di canzoni, di bambini, di valori: è lo Zecchino d’oro, la manifestazione canora che in questi giorni si svolge a Bologna, come avviene ormai da mezzo secolo. Da un bel po’ di tempo non c’è più l’improbabile calzamaglia del “mago” Zurlì, i toni sono forse più sobri e i conduttori sono la metà di mille, ma la manifestazione resta sostanzialmente la stessa dal lontano 1957 e nessuno ne paventa più la chiusura, come era avvenuto qualche anno fa.

Probabilmente i bambini di oggi nemmeno sanno che esiste, e lo Zecchino rimane una riserva per trenta-quarantenni nostalgici (e forse un po’ imbarazzati) più che per ragazzi persi dietro a iPod, youtube e cellulari.

Come se non bastasse, l’edizione attuale non brilla per cura nella produzione: anzi, davvero a malincuore diciamo che è un mezzo disastro tra imprecisioni, confusione e pasticci (dei presentatori, non dei bambini), microfoni accesi in ritardo e spenti al momento sbagliato, playback smaccati (sempre dei presentatori, ovviamente: i bambini se la cavano benissimo). Motivi buoni per lasciar perdere, senza dubbio; eppure c’è qualcosa di attuale, in questa iniziativa così retrò.

Nella giornata in cui lo Zecchino partiva, il Corriere dedicava due pagine all’infanzia bruciata delle dodicenni che fumano, si ubriacano, si regalano all’ingrosso per sentirsi grandi. E allora forse è il caso di riflettere se, nel portarci fin qui, il ruolo dei media non sia stato e non sia più rilevante di quel che pensiamo. Facile dare la colpa ad adulti complessati che scaricano sui figli le proprie frustrazioni, le proprie delusioni, i propri fallimenti. Ma forse non saremmo arrivati a questo punto, alla banalizzazione del disvalore, se i media avessero evitato di farsi cassa di risonanza allo smantellamento della famiglia, alla ricerca del piacere facile, della celebrità inutile, del male come codice estetico ed etico.
C’è davvero da chiedersi se la responsabilità di un approccio alla vita così superficiale e disorientato e di comportamenti così eccessivi e deviati non passi per programmi che, anziché stigmatizzare certi atteggiamenti, li hanno messi in piazza, urlati, sostenuti con orgoglio, trasformati in valori di cui andare fieri.

E allora, di fronte a certi programmi, non possiamo non guardare con simpatia a questo scalcinato Zecchino che sa riconoscere i valori e tenta di far passare nell’immaginario dei più piccoli concetti diversi dal successo a ogni costo, dalla competizione, da una crescita prematura; una manifestazione dove “il bullo” è ancora un “citrullo” e non il boss da ammirare per aver ricattato gli altri; dove si può essere “amici per la pelle” inseparabili pur ritrovandosi opposti per carattere, e non menarsi ogni domenica per l’onore di una squadra di calcio; dove il sorriso – e non l’ultimo cellulare – è la ricetta per una giornata migliore.

E allora ridete, ridete pure di chi perde qualche pomeriggio dietro a un’infanzia così diversa da quella dei cubi da discoteca, degli stravizi, dell’egoismo, delle bravate scolastiche. Forse non ha proprio tutti i torti.