Zecchino d’oro, nonostante tutto

Cinquant’anni di canzoni, di bambini, di valori: è lo Zecchino d’oro, la manifestazione canora che in questi giorni si svolge a Bologna, come avviene ormai da mezzo secolo. Da un bel po’ di tempo non c’è più l’improbabile calzamaglia del “mago” Zurlì, i toni sono forse più sobri e i conduttori sono la metà di mille, ma la manifestazione resta sostanzialmente la stessa dal lontano 1957 e nessuno ne paventa più la chiusura, come era avvenuto qualche anno fa.

Probabilmente i bambini di oggi nemmeno sanno che esiste, e lo Zecchino rimane una riserva per trenta-quarantenni nostalgici (e forse un po’ imbarazzati) più che per ragazzi persi dietro a iPod, youtube e cellulari.

Come se non bastasse, l’edizione attuale non brilla per cura nella produzione: anzi, davvero a malincuore diciamo che è un mezzo disastro tra imprecisioni, confusione e pasticci (dei presentatori, non dei bambini), microfoni accesi in ritardo e spenti al momento sbagliato, playback smaccati (sempre dei presentatori, ovviamente: i bambini se la cavano benissimo). Motivi buoni per lasciar perdere, senza dubbio; eppure c’è qualcosa di attuale, in questa iniziativa così retrò.

Nella giornata in cui lo Zecchino partiva, il Corriere dedicava due pagine all’infanzia bruciata delle dodicenni che fumano, si ubriacano, si regalano all’ingrosso per sentirsi grandi. E allora forse è il caso di riflettere se, nel portarci fin qui, il ruolo dei media non sia stato e non sia più rilevante di quel che pensiamo. Facile dare la colpa ad adulti complessati che scaricano sui figli le proprie frustrazioni, le proprie delusioni, i propri fallimenti. Ma forse non saremmo arrivati a questo punto, alla banalizzazione del disvalore, se i media avessero evitato di farsi cassa di risonanza allo smantellamento della famiglia, alla ricerca del piacere facile, della celebrità inutile, del male come codice estetico ed etico.
C’è davvero da chiedersi se la responsabilità di un approccio alla vita così superficiale e disorientato e di comportamenti così eccessivi e deviati non passi per programmi che, anziché stigmatizzare certi atteggiamenti, li hanno messi in piazza, urlati, sostenuti con orgoglio, trasformati in valori di cui andare fieri.

E allora, di fronte a certi programmi, non possiamo non guardare con simpatia a questo scalcinato Zecchino che sa riconoscere i valori e tenta di far passare nell’immaginario dei più piccoli concetti diversi dal successo a ogni costo, dalla competizione, da una crescita prematura; una manifestazione dove “il bullo” è ancora un “citrullo” e non il boss da ammirare per aver ricattato gli altri; dove si può essere “amici per la pelle” inseparabili pur ritrovandosi opposti per carattere, e non menarsi ogni domenica per l’onore di una squadra di calcio; dove il sorriso – e non l’ultimo cellulare – è la ricetta per una giornata migliore.

E allora ridete, ridete pure di chi perde qualche pomeriggio dietro a un’infanzia così diversa da quella dei cubi da discoteca, degli stravizi, dell’egoismo, delle bravate scolastiche. Forse non ha proprio tutti i torti.

Pubblicato il 21 novembre, 2007 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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