Archivio mensile:dicembre 2007

La nuova Italia che avanza

I dati dell’Annuario Istat 2007 danno un quadro aggiornato del nostro paese. Poche le novità eccezionali, molte le conferme; gli italiani sono ormai 59 milioni, soddisfatti della situazione economica (51%), delle relazioni familiari (90%) di quelle con gli amici (82%), del proprio lavoro (76%).

Si nasce un po’ di più, e in Campania i giovani sono addirittura più degli anziani; nel resto del paese uno su cinque è sopra i 65 anni e il 5% supera gli ottant’anni, in continua crescita. Cresce, di poco, anche la percentuale dei nati, e (udite udite) soprattutto al nord: 135 ogni 100 donne, contro i 132 dell’anno scorso. Nonostante questo siamo tra i paesi meno prolifici dei Quindici. Ci si sposa meno, specie in chiesa, anche se al sud l’unione religiosa è molto più sentita rispetto al resto d’Italia.

L’unico dato clamoroso riguarda gli stranieri residenti, che sono aumentati del 10%, portando il totale a quasi tre milioni di unità; gli stranieri iscritti all’anagrafe sono il 5% della popolazione totale, e il dato è praticamente doppio rispetto ad appena quattro anni fa.

Un contesto che non possiamo ignorare, a quanto pare. Come cristiani e come chiese siamo abituati a una società monoculturale, dove la “normalità” era rappresentata da specifiche figure, e l’anormalità era facile da individuare; in questo contesto anche portare il messaggio di speranza del vangelo risultava più semplice, con interlocutori che avevano i nostri stessi modelli mentali, un retroterra culturale pressoché condiviso e un immaginario comune. La situazione sta rapidamente cambiando, e quotidianamente ci troviamo di fronte a persone che arrivano da posti diversi, con tutti i traumi, le differenze, le diffidenze di ogni persona che si ritrova a vivere, spesso per necessità, in un contesto diverso dal proprio.

Imparare a parlare loro significa esercitare quel rispetto, quella sensibilità, quella vicinanza, quell’accoglienza, dimostrare quell’amore, comunicare quella speranza che come cristiani siamo chiamati a portare al mondo. Se abbiamo ancora intenzione di portare a termine la nostra missione cristiana, è il caso di cogliere la tendenza e cominciare a prepararci, prima di ritrovarci fuori dalla realtà.

Sfiducia apatica

Gli italiani prigionieri della sfiducia: è quanto emerge dal decimo Rapporto sull’atteggiamento degl iitaliani verso lo Stato condotto da Demoso per il quotidiano La Repubblica, che oggi lo commenta.

Si nota che la sfiducia “ha sfondato ogni limite” nei confronti delle istituzioni, in particolare la magistratura, la scuola, partiti, parlamento e perfino l’Unione europea e la Chiesa cattolica.

Il risultato è frutto di una tendenza caotica che è facile riconoscere fin sulle prime pagine dei giornali, dove le sentenze più o meno ragionevoli per l’uomo comune si alternano al teatrino della politica, a un parlamento che si comporta da scolaresca in gita, a una Unione europea sempre più ampia e meno sicura, che però si preoccupa di misurare i cetrioli anziché darsi delle regole certe, di una Chiesa cattolica che fa quel che può per puntellare i valori cristiani, smentita talvolta dall’opera opaca di alcuni suoi membri.

Immancabile, in un quadro simile, una sfiducia, che aumenta rispetto agli scorsi anni e – nota Ilvo Diamanti su Repubblica – assume una connotazione “apatica”: “quasi indifferente. Di certo non finalizzata: né al confronto, né allo scontro. Ma, soprattutto, non proiettata nel futuro”.

Sul piano politico, il 60% degli interpellati “preferirebbe che la scelta del leader scavalcasse ogni vincolo associativo”, stufi evidentemente dei ricatti quotidiani, delle compravendite di voti, dei governi precari e delle riforme che non arrivano. Non solo: per il 40% degli under 20 “almeno per qualche tempo” si potrebbe fare a meno della democrazia. Chissà se riecheggiava nelle menti degli intervistati la storia romana, quel dictator che per sei mesi aveva carta bianca nei periodi di grave pericolo. Probabilmente no: avrebbero saputo dove il potere assoluto ha portato nel giro di pochi anni.

È preoccupante che quattro giovani su dieci possano pensarla così, considerando la democrazia come un software da chiudere quando si impalla e riaprire a piacimento. Certo, da un lato è rassicurante che la democrazia sia un valore così insito nell’immaginario, da non poter nemmeno immaginare il suo contrario; è pericoloso, però, avallare questo tipo di convinzione ignorandola anziché pensare a una sensibilizzazione sul tema. Anche a inizio Novecento, nell’incertezza di un’epoca esausta, qualcuno ha invocato l’uomo forte: chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori. La cultura non è solo una velleità da salotto o una risorsa per i quiz: è una delle basi della società avanzata, e non riconoscerlo significa minare il patrimonio di libertà di cui godiamo, con tutte le conseguenze del caso.

Il clima instabile provocato dalla situazione politica attuale allarga le sue conseguenze a tutti i campi: crea una società che appare “confusa”, “priva di appigli a cui afferrarsi, per trovare stabilità e sicurezza. Ma anche di punti di riferimento, in base a cui orientarsi e aggregarsi”.

E le persone cominciano a riflettere: passata la sbandata per la politica, smaltito l’arrivismo professionale, superato l’edonismo spinto, svuotata di senso – e di valori – la struttura della società, resta ben poco su cui contare. Ed è proprio di fronte a questi interrogativi che deve emergere la nostra chiamata cristiana, l’impegno a diffondere con coerenza ed efficacia quel messaggio di speranza che ci è stato, a suo tempo comunicato e che aspetta di raggiungere una società sempre più confusa, prima che sia troppo tardi.

Una scuola da sogno

Merito: una parola che non si sentiva da un po’, nel nostro Paese. È la scuola, infallibile specchio della società, a sentirla riesumare nell’ambito di un progetto sorprendente che pare sia in dirittura d’arrivo: riassume il Giornale che «Finalmente chi andrà bene a scuola, studierà, farà i compiti e conseguirà risultati eccellenti… verrà concretamente premiato». In realtà è quasi una legge fisica: l’effetto segue la causa, per cui – in un sistema di valori integro – chi fa bene viene premiato, chi fa male viene punito in maniera da venir incoraggiato a fare meglio. La grande novità della scuola sarebbe quindi qualcosa di perfettamente normale, non fosse che ormai, in Italia, c’è poco da dare per scontato.

Quindi ben venga la decisione governativa che «prevede una serie di incentivi per il merito scolastico: viaggi, borse di studio, tirocini formativi, accreditamenti gratuiti per musei, biblioteche, teatri e luoghi di cultura…
Il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, spiega che, premiando chi si impegna, spera di riuscire “a invertire la tendenza” in modo che gli studenti italiani non siano più gli ultimi nelle rilevazioni internazionali come quella Ocse-Pisa».

Rilevazione che mette la scuola italiana in una posizione non eccellente sul piano internazionale, e che in particolare relega la scuola privata italiana in coda alla classifica della sessantina di paesi presi in considerazione dalla ricerca.

Premiando i migliori non solo si intende riconoscere l’impegno unito al talento, fino a oggi troppo spesso dileggiato dai compagni di classe invidiosi e professori non sempre capaci di cogliere la passione dello studente modello. Il premio, nelle intenzioni, dovrebbe invertire la tendenza facendo da “effetto-traino” per i più pigri. «Per la prima volta nella scuola italiana, così come prevede la Costituzione, sarà premiata l’eccellenza degli studenti tramite gare e competizioni che andranno dal livello cittadino a quello internazionale – spiega Fioroni – la valorizzazione dell’eccellenza è uno strumento indispensabile per creare l’effetto-traino per tutti gli studenti».

Un effetto decisamente necessario: stando a quanto si vede e si sente in giro, oggi viene premiato non chi dimostra di meritarlo per il suo impegno e i risultati, ma piuttosto chi riesce a schivare l’interrogazione con lo stratagemma più brillante, l’autore del vandalismo più plateale, chi riesce a farsi mettere la nota più originale, chi brilla di luce riflessa a suon di copiature, chi spadroneggia nella scuola mescolando sapientemente maleducazione, soprusi, indolenza, facciatosta. Un mix da far morire d’infarto il buon maestro Perboni, e da portare sull’orlo di una crisi di nervi gli insegnanti che vedono la scuola come un posto dove imparare a vivere in società, l’insegnamento come una missione, la materia di competenza come una passione da trasmettere.

La rivoluzione di Fioroni punta a premiare i risultati personali e ottenuti in gruppo (una novità: fino a oggi si premiavano solo le bravate), a mettere a disposizione dei meritevoli i mezzi, le strutture, le competenze, a creare una sana competizione tra i “migliori” di ogni materia, facendoli interagire e quindi stimolandoli a migliorare.
«Verranno organizzate competizioni a livello locale e nazionale come olimpiadi o certamina. Saranno “autorità scientifiche significative, come l’Università o gli Istituti di alta ricerca” a garantire la corretta valutazione dei risultati. Gli uffici competenti del ministero rilasceranno le certificazioni delle eccellenze che daranno accesso ai premi». E, per finire, creerà quel canale con le aziende e gli istituti scientifici che potranno così mettersi in contatto con le migliori individualità, valorizzando a loro volta i cervelli ed evitando la fuga all’estero.

Questi, nelle intenzioni, i progetti di Fioroni. Forse un po’ troppo ambiziosi, ma da non scartare, specie se l’alternativa è tenerci la scuola di oggi. Il merito è un volano, e potrebbe dare vita a un circolo virtuoso che solo gli ottimisti oggi possono immaginare. D’altronde il merito si ottiene in base a dei risultati; per ottenere i risultati è necessario studiare con costanza, insegnando valori diversi dal “tutto e subito”, e ragionare, aprendo la mente a prospettive diverse, a un approccio critico e non scontato; per ottenere il risultato è necessario anche competere rispettando le regole, e questo potrebbe portare a un ritorno della correttezza, invocata dagli stessi studenti per garantire una partenza comune al riparo dalle furbate di oggi.

A sua volta il lavoro di gruppo potrebbe a sua volta insegnare la lealtà, dare un assaggio della soddisfazione per un risultato ottenuto in squadra, insegnare la condivisione dei talenti e delle competenze per un risultato comune. Non ultimo, le esperienze, gli strumenti, le metodologie e le conoscenze acquisite oggi dallo studente nel raggiungere i risultati potrebbero essere un formidabile bagaglio per il cittadino di domani.

Se poi gli insegnanti a tutto questo sapranno dare agli studenti una corretta motivazione, il merito potrebbe portare non al cieco arrivismo degli anni Ottanta, ma a un sistema etico diverso dal relativismo che imperversa oggi.

Insomma, una scuola da sogno. Nella speranza che non resti un sogno di scuola.

Inflazione biblica

In Cina sono stati stampati cinquanta milioni di Bibbie in vent’anni: un risultato non da poco, che oltretutto tiene conto solo dei volumi prodotti dall’unica casa editrice cinese autorizzata, e ignora quindi le stamperie illegali e le migliaia di copie che, per vie traverse, giungono dall’estero. Inoltre nell’ultimo anno ne sono state prodotti 6 milioni e mezzo di copie, e la casa editrice – che si occupa solo di testi biblici – ha appena aperto una filiale, con l’intenzione di raggiungere la ragguardevole cifra di un milione di copie al mese: quindi dodici milioni all’anno. Il Giornale, tra lo stupito e il sornione, si interroga: a cosa serviranno mai tutte queste Bibbie, se i cristiani sono trenta milioni? Tantopiù che, come si segnala, «non sono in vendita nelle grandi librerie, ma circolano nelle chiese e attraverso il passaparola tra i cristiani».

Difficile che la libreria investa risorse così ingenti per lavorare in perdita, specie in assenza di una copertura promozionale e di una distribuzione adeguata: elementare, quindi, dedurre che non solo i cristiani sono più del numero ufficialmente ammesso, ma che è anche prevista una crescita massiccia, nonostante la fede cristiana non venga agevolata, e anzi venga discretamente ostacolata. Non sono poche le località nelle quali le Bibbie non arrivano proprio, e i credenti delle varie comunità hanno assunto l’abitudine di alternare il possesso dell’unica copia in dotazione, copiandone nottetempo a mano alcune pagine prima di passarla ad altri credenti in attesa.

Storie di un altro mondo, verrebbe da pensare. Difficile fare il conto del numero di Bibbie possedute da cristiani coerenti nel nostro paese, anche se probabilmente il numero supera quello già alto delle schede telefoniche: tra la copia che dorme sullo scaffale di casa, la copia regalata da chissà chi, la copia donata al momento del matrimonio o del battesimo, la copia lasciata in chiesa per non doverla portare avanti e indietro, la versione elettronica a disposizione nel computer, il numero è alto. Eppure i risultati suonano piuttosto insoddisfacenti, dato che la maggior parte dei cristiani o delle chiese non riescono a uscire dalla logica egoista o localista, e preferiscono concentrarsi su battaglie perse sul fronte interno anziché uscire e confrontarsi con il vero campo di battaglia, il mondo, spinti da quell’amore per una società esagerata e insoddisfatta, che nutre persone in cerca del senso della vita.

Se in Cina le Bibbie non bastano mai e l’istruzione biblica è un desiderio intenso, tra i cristiani occidentali si riscontra un’inflazione: l’offerta supera la domanda, e senza troppi sensi di colpa. Tanto tra qualche giorno sarà di nuovo domenica, e un’altra predica ci laverà la coscienza.

La vera bussola da non perdere

Evangelici e cattolici insieme contro un film: si tratta de “La bussola d’oro” (“The golden compass”) pellicola che esce in questi giorni negli USA e arriverà venerdì nelle sale italiane. Si tratta dell’edizione cinematografica di un romanzo, il primo della trilogia “Queste oscure materie” (“His dark materials”) scritta tra il 1995 e il 2000.

Motivo del contendere: sembrerebbe che lo scrittore britannico Phillip Pullman abbia redatto il testo in risposta alla trilogia – di cui “le cronache di Narnia” fa parte – di C. S. Lewis. Con una motivazione in più, piuttosto ambiziosa: come segnala il sito italiano dell’editore evangelico Alfa e omega, nel 2001 «Pullman ha vinto il premio Whitbread, il più importante premio letterario britannico, ed è stata la prima volta che un autore di libri per ragazzi ha avuto questo onore. “Il vincitore di quest’anno del premio Whitbread, Philip Pullman, è, com’era auspicabile, un ottimo scrittore, ed è un ottimo scrittore che sostiene una causa – commentò uno scrittore -. La sua causa, come lui stesso ha chiarito, è di distruggere il cristianesimo e di liberare il mondo dalla fede nel Dio cristiano”. Pullman è stato descritto come “il nuovo Lewis»” nel senso che è un maestro del fantasy per bambini come lo era Lewis, e che la sua opera rispecchia idee “nuove”. Più precisamente, è visto come un “anti-Lewis”».

Come riporta oggi La Stampa, negli Stati uniti la Catholic league – 350 mila iscritti – è stata dura con il testo: «”La trilogia di Pullman punta a portare i bambini sulla strada dell’ateismo”, accusa William Donahue, presidente della Lega cattolica, ricordando che nel terzo libro la bambina uccide un personaggio chiamato “Dio”. Da qui la mobilitazione: il Christian Post è uscito ieri titolando “Appello ai cristiani per sollevarsi contro Golden Compass” e in più diocesi gruppi di attivisti pianificano proteste, dal picchettaggio delle sale all’acquisto in massa di biglietti per lasciare i cinema vuoti». E rimarca: «Siamo all’inizio di una campagna perché il lancio del film anticipa l’arrivo nelle librerie dei volumi di Pullman che proprio durante il periodo di Natale diffonderanno inganni e false verità, puntando a corrompere i più piccoli».
Un trattamento, si ricorda, era stato riservato a film controversi come “L’ultima tentazione di Cristo” o alcune puntate del cartone animato “South Park”.

Accanto alla Lega cattolica ci sono alcune realtà evangeliche, come la potente Focus on the Family di James Dobson e la Commissione cristiana su film e tv di Ted Baehr; sono previste pubblicazioni ad hoc per ribattere ai messaggi del film di Pullman, e intanto arriva un articolo di fuoco sulla rivista Plugged online, area Dobson, che si intitola significativamente “Simpatia per il Diavolo”: «Il messaggio diffuso da Pullman è eretico e blasfemo», il giudizio tranchant della testata. Da parte sua anche il Seminario teologico dei battisti del Sud, i “duri e puri” tra gli evangelici fondamentalisti, suggeriscono ai fedeli di «dimostrare che i cristiani non temono la battaglia delle idee».

Sull’altro fronte, a difendere lo scrittore, una serie di gruppi ateisti, oltre naturalmente ai produttori, che si sono cimentati in una difesa d’ufficio e poco convinta – probabilmente non hanno motivo di sopire la polemica, visto quanto rende al botteghino – parlando di libertà di espressione e agitando lo spettro della censura delle idee: questioni che, va da sé, non rientrano (almeno stavolta) nella polemica.

Per parte sua lo scrittore, in una intervista del 2 novembre scorso all’emittente americana msnbc, minimizzava la polemica: «Nella vicenda che racconto – afferma – c’è una chiesa che ha acquisito una grnade influenza politica, più o meno come alcune religioni nel nostro mondo hanno fatto in varie epoche, e come ancora fanno (penso ai taliban in Afghanistan). La mia posizione è che la religione dà il meglio – e opera meglio – quando è il più lontano possibile dal potere politico, e che quando usa il potere (per esempio) per inviare truppe in guerra o condannare gente a morte, o governare ogni aspetto delle nostre vite, degenera rapidamente. A volte la gente pensa che se qualcosa è fatto in nome della fede o della religione, deve essere buono. Sfortunatamente non è così; alcune cose fatte nel nome della religione sono molto malvagie. Questo ho tentato di dire nella mia storia».

E ancora: «Credo che le qualità che il libro celebra siano la bontà, l’amore, il coraggio, la gentilezza. E una curiosità intellettuale. Sono tutte cose buone. E le qualità che i libri [della trilogia, ndr] attaccano sono la freddezza, la tirannia, la chiusura mentale, la crudeltà, le cose che tutti condanniamo come negative».

Nella stessa intervista, alla domanda “C’è un messaggio ateistico sottotraccia, o nel suo lavoro vuole solo scrivere una storia fantasy?”, risponde «Quel che volevo fare, principalmente, è raccontare una storia… per quanto riguarda la questione dell’ateismo, non mi importa se la gente crede in Dio o no, per questo non promuovo niente in merito. Ciò che mi interessa è se la gente è crudele o buona, se lavorano per la democrazia o la dittatura, se credono in un confronto a mente aperta o vogliono zittire la libertà di pensiero e di espressione. Sono state fatte cose buone in nome della religione, e allo stesso modo cose malvagie; e cose buone e malvagie sono state fatte anche senza riferimenti alla religione. Quel che mi interessa è il bene, da dovunque provenga».

È naturale che uno scrittore promuova la propria opera disinnescando le eventuali antipatie; certo, le sue parole alla msnbc sono ben diverse da quelle che sarebbero state espresse dallo scrittore citato con l’intento di dare una prospettiva precisa all’opera di Pullman.

Il film da noi non è ancora arrivato, e anche i commenti delle organizzazioni cristiane americane sembrano basati più sul “si dice” che su certezze precise. Però se ne parli, perché no: confrontiamoci accogliendo le diverse posizioni sul film, purché si evitino tre trappole.

Primo, si eviti di cadere nella promozione virale e involontaria dell’opera: curiosamente ogni kolossal viene inaugurato con una polemica, ed è tutta pubblicità gratuita. Chi ci casca non fa altro che da cassa di risonanza all’iniziativa.
Secondo, che l’argomento venga mantenuto senza divagazioni sui massimi sistemi. La polemica non riguarda libertà e censura, grazie a Dio. Chiunque è libero di produrre un film sul tema che preferisce, proprio come noi siamo liberi di valutare se andare a vederlo o no. Il problema non è nemmeno la fede dell’autore, o se il film sia educativo.
La domanda di fondo è se Pullman con la sua opera promuova intrinsecamente l’ateismo.
Terzo, che se ne parli a ragion veduta. Troppo spesso ci lasciamo trascinare dalla corrente di polemiche confezionate e già in corso, senza farci un’idea nostra. Altrettanto spesso ci basiamo sui pareri degli altri, non sempre autorevoli: un valido avvocato, medico, musicista non è necessariamente un teologo, anche se di provata fede. Non è necessario vedere il film per parlarne, ma se non lo si vede è opportuno evitare toni da consumati opinionisti.
Quarto, che il dibattito si sviluppi con serenità: nessuno censuri, nessuno scomunichi, tutti ascoltino le ragioni altrui. Sostenere o meno la tesi di partenza del dibattito non ci rende più o meno cristiani: è questione di maturità, ma anche di sensibilità, di preparazione, di interessi.

Nell’ambiente evangelico abbiamo litigato quasi in ogni occasione, finora. Esprimiamoci e argomentiamo, senza pregiudizi e senza crociate. Se ci riesce.

Quel mondo da aiutare

La Stampa, sempre attenta alle realtà evangeliche degli Stati Uniti, qualche giorno fa parlava dell’Hollywood Prayer Network, gruppo «che si riunisce ogni domenica per supportare, almeno spiritualmente, le anime perdute di Hollywood… La congregazione può contare su oltre cinque mila membri in 16 diverse città in tutti gli Stati uniti».

Li muove la convinzione che «Gli uomini non sono stati creati per affrontare una vita di fama e ricchezza» e che quindi per le star la vita sia dura per il contesto in cui si trovano a vivere, e che li porta ai poco invidiabili eccessi di cui i media parlano spesso.

Ricordiamo di aver visto, qualche anno fa, un servizio televisivo realizzato dallo stesso gruppo evangelico per le strade della California (intesa come stato americano), chiedendo alla gente cosa pensasse dei film. Il risultato era stato quasi unanime: lamentele per le pellicole, che non trasmettono valori positivi e anzi indulgono su violenza ed esaltano personaggi e aspetti negativi. Alla prima domanda, in caso di risposta da cui trapelasse l’insoddisfazione, ne seguiva una seconda: “Prega mai per chi lavora nel mondo del cinema?”. Dopo un momento di stupore e di imbarazzo, in molti ammettevano di non averci mai pensato. E qualcuno si riprometteva di cominciare a farlo.

Così banale da passare inosservato: se preghiamo per le autorità, per le forze di polizia, per la nostra vita, la nostra famiglia e le piccole esigenze di ogni giorno, perché non intercedere anche per attori, produttori, autori, cantanti e per tutti quei personaggi che, sul palco o dietro le quinte, possono fare la differenza nel campo della cultura e del costume? Non serve un intero cast cristiano per avere programmi cristiani: basta, per esempio, che un singolo autore riesca a elaborare in maniera convincente sul piano televisivo un’idea cristiana. Se è originale e funziona, andrà in onda e ci resterà. In questi ultimi anni, per una serie di motivi, l’italiano medio ha riscoperto una sensibilità particolare verso la spiritualità, e probabilmente vedrebbe di buon occhio programmi che parlino dell’argomento in maniera interessante, senza limitarlo alla solita telepredica delle emittenti minori, al salotto del sorriso o a un talk show con qualche ospite ecclesiastico. Non è fantascienza: basta un po’ di luce. Sta a noi chiederla.

Dallo sgabuzzino alla ribalta

«Ricordate Natascha Kampusch, la ragazza austriaca oggi 19enne, rimasta segregata per oltre otto anni in uno scantinato alla periferia di Vienna? Bene, ora passa dalla parte opposta dell’obiettivo: avrà uno show tutto suo in tv», scrive oggi il Corriere. La ragazzina che non voleva andare in televisione e che gli psicologi giustamente tutelavano dopo la lunghissima disavventura per i possibili traumi da impatto mediatico, cambia direzione di 180 gradi: «voglio cambiare il mio ruolo di oggetto mediatico passivo e gestire attivamente contenuti mediatici», ha spiegato con sorprendente padronanza di sé. E ha aggiunto, da consumata Gruber: «Non farò le classiche domande scontate, cercherò invece di avere un dialogo aperto col mio interlocutore e di entrare anche nei suoi lati meno conosciuti».

In realtà un certo tocco televisivo la Kampusch l’ha sempre avuto: fin da quando si è presentata in televisione, davanti a milioni di austriaci affascinati, con in testa una sorta di turbante, tra le parole e i silenzi di una vicenda drammatica si è capito che quel patrimonio di simpatia e la visibilità che le era piombata addosso sarebbe stata sfruttata al meglio, spianandole così un futuro da vip televisivo. Da lì è stata tutta discesa: Natascha che per otto anni aveva studiato con la televisione, Natascha che parlava meglio dei giovani d’oggi, Natascha che non voleva rivedere i genitori, Natascha e i dubbi sulla sua prigionia, Natascha con il suo primo amore. Era nato il primo Truman Show in salsa mitteleuropea. Poi è venuto Knut, ma quella è un’altra storia.

C’è però un aspetto che turba più di altri. Proviamo a metterci nei panni di un bambino che resta segregato per otto anni da un aguzzino, scappa, viene liberato. Probabilmente vorrebbe solo un po’ di serenità per riannodare il rapporto con i genitori, riprendere i contatti con il mondo, riavviare una vita normale. Natascha no: gestisce, in proprio o abilmente guidata, il portato di popolarità e dopo un anno (che, va ricordato, è appena un ottavo della durata della sua detenzione) ha già recuperato il gap, superato il trauma, metabolizzato il disagio in maniera così brillante da chiedere – e ottenere – un programma televisivo.

Fosse in Italia non ci sarebbe da stupirsi: da noi è invalsa la convinzione che per fare un’intervista bastino le domande, e si trova sempre qualcuno disposto a scriverle perfino alla letterina di turno. In Austria, ci avevano raccontato, le cose andavano diversamente. Vedere Natascha uscire dalla sua prigione, il primo giorno di libertà, con una coperta addosso per non subire l’assalto dei fotografi ci era sembrato un tantino esagerato, ma in linea con la serietà teutonica; allo stesso modo poteva venir preso il niet assoluto degli psicologi – uno staff, ci raccontavano – a situazioni emozionali che avrebbero potuto disturbare il recupero della ragazza.

Viene da chiedersi, quindi, che fine abbiano fatto queste torme di esperti, oggi che la ragazza si propone come nuova anchor-woman della tv austriaca. Se è farina del suo sacco, bisogna dire che ha recuperato presto gli otto anni passati fuori dalla realtà: ha capito al volo quali siano i (dis)valori, i mezzi e i rapporti di forza della nostra società. Ed è diventata – purtroppo per noi – la più aggiornata testimonial di un mondo superficiale ed esibizionista, affascinata e fagocitata da una ribalta che – purtroppo per lei – non tarderà a presentarle il conto.

Capovolgimenti di fronte

È sorprendente, oltre che arduo da raccontare, il messaggio che arriva dal convegno “Sessualità e scelte consapevoli” organizzato all’Istituto San Gallicano di Roma.

Pare infatti che tra le ragazzine ci sia un “boom” di esperienze di carattere saffico, tanto che il fenomeno arriverebbe a coinvolgere il 40% delle adolescenti.

Si tratterebbe, secondo gli esperti, di esperienze di trasgressione più che di tendenze specifiche, e gli stimoli sempre più espliciti trasmessi dai media e dalla società avrebbero le loro responsabilità: «esistono – spiega Il Giornale – una serie di messaggi mediatici… Il rapporto saffico viene mostrato per stupire e affascinare, basti pensare al celebre bacio in diretta tv tra Britney Spears e Madonna, o a una serie di spot in cui i ruoli sessuali sono scambiati. Le ragazze subiscono questi messaggi forti e precisi, e scatta un fattore imitativo… una prova di maturità, una sorta di passaggio iniziatico per sentirsi grandi e alla moda».

Sentirsi grandi. Sarà passatista ricordarlo, ma qualche generazione fa “sentirsi grandi” si manifestava con l’assunzione di responsabilità, con lo sforzo di trovare una propria strada nella vita, con il desiderio di mettere la testa a posto e patteggiare con una normalità che fino a quel momento era stata contestata per principio, o almeno sezionata nei suoi luoghi più comuni. Da allora sono cambiate molte cose, evidentemente. Le trasgressioni iniziatiche sono passate dalla goliardia, che veniva raccontata e amplificata per mezzo del passaparola, a prove ben più crude, magari da sigillare con un filmato pronto per la grande rete. Un commentatore rilevava che il passato non era migliore e siamo solo più connessi, con tutte le conseguenze sul piano della diffusione e dell’emulazione. Forse è anche un problema di numeri: se è vero che certe situazioni e vicende, dal bullismo al vandalismo, sono sempre esistite, è altrettanto probabile che le percentuali tra “buoni” e “cattivi” si siano invertite.

Forse, però, il problema non sta tanto nel sentirsi grandi quanto nel sentirsi alla moda. Se attraverso la televisione, la radio, la rete, i giornali passa un messaggio sempre più incalzante secondo il quale una certa tendenza non solo va sdoganata, accettata, agevolata, ma risulta addirittura vincente, è inevitabile che le categorie più deboli ne subiscano l’influenza. Quarant’anni fa la parola d’ordine era la politica, che doveva filtrare e dare un senso a ogni cosa. Dieci anni fa il messaggio “forte” era il consumo: comprare per vivere, vivere per comprare. Oggi, sull’onda di una sacrosanta tolleranza, si è passati dall’accettazione all’esaltazione, dalla comprensione alla rivendicazione, dall’accoglimento all’orgoglio. Fino al capovolgimento delle parti: dalla difesa del diritto di esistere si è passati alla presentazione di una tendenza che vale la pena di seguire. In attesa del prossimo atto.

Quell’evangelico fuori norma

Sembrava una meteora, e invece ora qualcuno comincia a crederci: Huckabee, cenerentola dello schieramento repubblicano, pare guadagnare punti come candidato alla Casa Bianca.

Scrive Rainews 24 che «A 52 anni, con un passato da pastore battista e origini a Hope (speranza), la stessa città di Bill Clinton, Huckabee sta raccogliendo i favori di un elettorato conservatore che non si fida del mormone Romney, del “liberal” Giuliani, dell’opaco Thompson o dell’anziano John McCain. Huckabee ha posizioni senza compromessi contro l’aborto e i matrimoni gay e non nasconde l’influsso della religione sulle sue idee politiche. Ma è nello stesso tempo un conservatore anomalo e un predicatore diverso dalla consueta tradizione evangelica. “E’ un conservatore da Nuovo Testamento, non solo da Vecchio Testamento”, sintetizza Dick Morris, che fu consulente politico di Clinton e ora lavora per Huckabee. Da governatore ha fatto una serie di scelte che hanno inorridito molti conservatori. Huckabee si è battuto per garantire l’educazione gratis ai figli di immigrati clandestini. Poi ha alzato un gran numero di tasse e, se eletto, promette di stravolgere il sistema fiscale»

Tra l’altro Huckabee «è un ex obeso che ha perso 50 kg ed è ora un’ispirazione per milioni di americani sovrappeso. Huckabee solleva dubbi sulla teoria dell’evoluzione, incontrando anche in questo molti seguaci nel Midwest. E tra i giovani colpisce il suo ruolo di chitarrista basso in una rock band».

Evangelico ma non bacchettone, fondamentalista ma non tradizionalista, con qualche nota di colore e tocchi di personalità che caratterizzano il personaggio e che lo rendono difficilmente incasellabile nella categoria dei bigotti: un volto dell’America cristiana ancora largamente inedito ai più. Dopo il fedele Bush, che ha riportato l’attenzione su un’America dalle radici evangeliche che l’Europa laica aveva volutamente dimenticato, non sarebbe fuori posto un candidato capace di dimostrare che tra il letteralismo religioso e il lassismo personalista esiste una via di mezzo: la coerenza cristiana che coinvolge tutti gli aspetti della vita, senza per questo rendere una caricatura da Simpson o un fedele da Mulino Bianco.

Quell'evangelico fuori norma

Sembrava una meteora, e invece ora qualcuno comincia a crederci: Huckabee, cenerentola dello schieramento repubblicano, pare guadagnare punti come candidato alla Casa Bianca.

Scrive Rainews 24 che «A 52 anni, con un passato da pastore battista e origini a Hope (speranza), la stessa città di Bill Clinton, Huckabee sta raccogliendo i favori di un elettorato conservatore che non si fida del mormone Romney, del “liberal” Giuliani, dell’opaco Thompson o dell’anziano John McCain. Huckabee ha posizioni senza compromessi contro l’aborto e i matrimoni gay e non nasconde l’influsso della religione sulle sue idee politiche. Ma è nello stesso tempo un conservatore anomalo e un predicatore diverso dalla consueta tradizione evangelica. “E’ un conservatore da Nuovo Testamento, non solo da Vecchio Testamento”, sintetizza Dick Morris, che fu consulente politico di Clinton e ora lavora per Huckabee. Da governatore ha fatto una serie di scelte che hanno inorridito molti conservatori. Huckabee si è battuto per garantire l’educazione gratis ai figli di immigrati clandestini. Poi ha alzato un gran numero di tasse e, se eletto, promette di stravolgere il sistema fiscale»

Tra l’altro Huckabee «è un ex obeso che ha perso 50 kg ed è ora un’ispirazione per milioni di americani sovrappeso. Huckabee solleva dubbi sulla teoria dell’evoluzione, incontrando anche in questo molti seguaci nel Midwest. E tra i giovani colpisce il suo ruolo di chitarrista basso in una rock band».

Evangelico ma non bacchettone, fondamentalista ma non tradizionalista, con qualche nota di colore e tocchi di personalità che caratterizzano il personaggio e che lo rendono difficilmente incasellabile nella categoria dei bigotti: un volto dell’America cristiana ancora largamente inedito ai più. Dopo il fedele Bush, che ha riportato l’attenzione su un’America dalle radici evangeliche che l’Europa laica aveva volutamente dimenticato, non sarebbe fuori posto un candidato capace di dimostrare che tra il letteralismo religioso e il lassismo personalista esiste una via di mezzo: la coerenza cristiana che coinvolge tutti gli aspetti della vita, senza per questo rendere una caricatura da Simpson o un fedele da Mulino Bianco.