Archivio mensile:gennaio 2008

Innocenti invasioni

C’è chi dalla prigione cerca di uscire, e chi fa di tutto per entrare: l’olandese Jan De Cock è tra i pochi a rientrare in questa seconda categoria. E lo fa con un fine decisamente nobile: verificare dal di dentro quale sia la situazione carceraria nelle varie parti del mondo, convinto che dalla condizione delle carceri si misuri il grado di democrazia di un paese.

Il suo impegno – raccontato nei giorni scorsi sulla Stampa – ha portato a qualche risultato nel miglioramento delle condizioni di qualche luogo di detenzione in Congo, ma il lavoro da fare, come si legge, è ancora molto.

Le condizioni, come abbiamo visto, spesso sono ai confini della realtà: cibo scarso, detenuti stipati in celle troppo piccole o in alternativa in un isolamento che fa stare altrettanto male.

Il lavoro di De Cock è utile a scoprire situazioni che probabilmente nemmeno immaginiamo, a capire un tipo di sofferenza che nemmeno sospettiamo, a sentire il peso per un dolore cui siamo chiamati a essere vicini: chi vive in queste condizioni ha bisogno di aiuto sul piano umanitario e su quello spirituale. Le carceri, in Italia come all’estero, sono un campo di lavoro enorme per i cristiani.

Un impegno a favore di chi è detenuto, ma anche di chi esce, come quella donna che dopo 27 anni ha resistito fuori dal carcere per tre giorni prima di tornare: non aveva più nessuno, non conosceva nessuno, non aveva mezzi né opportunità per una vita diversa da quella che aveva vissuto.

Sul piano morale sono interessanti le conclusioni di De Cock: “È giusto pagare per i delitti, ma il prezzo non può essere infinito”. Sta anche a noi aiutare queste persone a cambiare vita, per dare a chi esce la possibilità di riprovare a vivere.

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Assenso e rispetto

A Londra fa discutere la proposta del primo ministro Gordon Brown sulla donazione di organi: nel riaprire il dibattito sul delicato tema ha auspicato che «valga la regola del silenzio-assenso, che l’espianto diventi la norma, piuttosto che l’eccezione». Una posizione in linea con altri paesi europei, dove già vigono norme in questo senso: se una persona non ha esplicitamente chiesto di non donare gli organi, lo si considera tacitamente d’accordo e quindi favorevole, in caso di disgrazia, all’espianto.

La proposta nasce da una proporzione critica: in Gran Bretagna ci sono 35 donatori ogni milione di abitanti, ottomila persone sono in attesa di un trapianto e crescono dell’8% ogni anno. Considerare donatori tutti coloro che esplicitamente non si oppongono mentre ne hanno facoltà porterebbe a una svolta, ma anche a un risparmio per le casse dello stato: nel 2018, si è calcolato, il sistema sanitario arriverebbe a risparmiare 700 milioni di euro.

La comunità medica, che quando occorre occuparsi di etica preferisce trincerarsi dietro la scienza – e usare poi la scienza al posto dell’etica -, è d’accordo con la proposta di Brown, e d’altronde il fine sembra onorevole: salvare persone che stanno morendo, togliendo gli organi a chi non ne ha più bisogno. Al momento il parere medico si scontra con i parenti, che sono chiamati a decidere “in un momento già di per sé estremamente traumatico e complesso”, rischiando così di far valere l’affetto sul consenso.

I conservatori sono contrari: “non spetta allo stato decidere cosa succede al corpo dopo la morte”; “la responsabilità del governo è di incoraggiare la gente a iscriversi al registro dei donatori e di assicurare che ci siano medici pronti”.

Contrari anche i gruppi per la difesa dei diritti dei pazienti: “Lo chiamano consenso presunto, in realtà non è un consenso, il Governo vuole raggiungere l’obiettivo desiderato sfruttando l’inerzia e l’ignoranza”. E d’altronde, si ricorda, l’espianto è “una decisione privata. Chi vuole regalare la vita a un altro essere umano ha il diritto di farlo, ma deve essere un diritto, non un dovere”.

“Bravo Gordon”, commenta invece sul Corriere il nefrologo Giuseppe Remuzzi: «… non dovrebbe essere un dovere anche quello di lasciare i nostri organi quando a noi non servono più a chi ne ha bisogno per vivere? Se no finiscono sotto terra, e marciscono, o si bruciano… E così almeno mille persone ogni anno muoiono, per niente».

Il discorso di chi sostiene i trapianti è ragionevole, anche se non è obbligatorio condividerlo: “quando sono ormai morto, desidero aiutare altri a sopravvivere”. Sul concetto di morte si è discusso a lungo; ci permettiamo solo di segnalare che per “morte”, nel caso dei trapianti, si considera la morte cerebrale, e quindi l’espianto avviene a cuore battente. Ammesso e non concesso che un cuore funzionante non sia più vita (è Dio a decidere, non noi), fa comunque impressione.

Quel che turba di più, però, in questo contesto è la prospettiva cinica adottata dal Corriere. Parlare di “spreco di organi lasciati marcire” in una salma dove una volta si parlava di “riposare in pace”, o di mille persone che “muoiono per niente” sarà anche molto scientifico, ma degrada l’essere umano riducendolo a un ingranaggio, un kit di ricambi, un manichino dagli elementi intercambiabili, nella peggiore tradizione scientista. Non pretendiamo pietà cristiana da chi cristiano non è, ma ci consolerebbe quel sentimento che da quando la specie umana esiste caratterizza la vita di società: il rispetto. E vederlo considerare con un moto di fastidio, come una inutile formalità, la dice lunga sul tipo di società che gli scientisti vorrebbero.

Anatemi kenioti, italiche indifferenze

Un anatema dopo un saccheggio, e la refurtiva torna da dove era sparita: è successo in Kenya. Dopo gli scontri tra polizia e manifestanti nei pressi della capitale Mombasa, nella confusione più di qualcuno aveva pensato bene di approfittare della situazione e portar via i beni contenuti nei negozi, in particolare in un magazzino di materiali da costruzione.

Il titolare, anziché rivolgersi alla polizia, ha chiesto aiuto ai mullah, leader spirituali musulmani della zona, che sono andati giù pesante lanciando una maledizione verso i furfanti: «Riportate tutto… altrimenti la maledizione divina vi colpirà con una morte orribile e spietata. Avrete intestino e vie urinarie bloccati e non potrete andare più al gabinetto».

Voilà: decine di persone hanno cominciato a riportare il maltolto, e non solo chi aveva rubato nel magazzino dell’intraprendente e religioso imprenditore: una vera crisi di coscienza, o meglio, il terrore per le conseguenze dell’anatema, ha convinto anche altre persone a restituire quanto sottratto in altri negozi approfittando degli scontri, nonostante la derisione da parte dei più laici, o miscredenti, che si sono sbellicati dalle risate di fronte alla paura di questi ladri redenti.

Non c’è dubbio, una storia simpatica. Non c’è da dubitare nemmeno dell’efficacia della maledizione: si può non crederci ma esiste e, come avviene per il malocchio, può colpire chi non gode della protezione di Dio.

La vicenda ci fa riflettere, però, più serenamente su un aspetto. In Kenya i ladri riportano il maltolto di fronte all’ingiunzione dei loro religiosi. In Italia i mafiosi, di fronte all’invito a ravvedersi lanciato da vescovi, cardinali e perfino da Giovanni Paolo II (era nel 1992, nella Valle dei templi), continuano la loro esistenza di peccato, i loro affari illegali, i loro omicidi. Semmai si limitano ad appendere qualche santino qua e là. Forse è l’autorevolezza dei capi religiosi a essere diversa, o forse l’approccio dei credenti: se in Kenya si crede davvero a una divinità capace di punire, in Italia si fa finta di niente, probabilmente nella speranza, quando sarà il momento, di poterci patteggiare.

Toghe estreme

A volte certe notizie lasciano sorpresi, o addirittura spiazzati. I giornali, oggi, danno spazio alla vicenda di Cecilia Carreri, «magistrato a Vicenza – scrive, tra i tanti, la Repubblica -, in permesso per sei mesi a causa di un forte mal di schiena, partecipava a gare estreme in barca a vela». Pare le cose stessero proprio così: «In ufficio non poteva andare per un mal di schiena talmente forte da impedirle di stare addirittura seduta. In barca vela, però, riusciva a muoversi con disinvoltura tanto da partecipare a una difficile regata in preparazione di una transaoceanica».

Non aveva paura di farsi scoprire, a quanto pare, dato che compilava il diario di bordo presente anche su Internet. E all’Ansa ha replicato «Non sono io. Non mi riconosco in quella notizia. Ma se vuole parliamo di vela e di alpinismo. La regata transoceanica che ho fatto l’ho compiuta in un periodo di ferie accordato dal presidente del Tribunale. Il ritorno mediatico che c’è stato è stato solo un fatto positivo che ha dato onore e prestigio alla magistratura».

Sicuramente ci consola sapere che i togati del nostro paese sono aitanti, sportivi, e che partecipano perfino ad appuntamenti no-limits o giù di lì, manifestazioni sportive estreme cui la maggior parte di noi nemmeno osa immaginare. Pensando però che tra le priorità previste dal ruolo del giudice c’è l’amministrazione della giustizia, ci preoccupa sapere che un magistrato possa non solo “evadere” dalla malattia, che alla maggior parte di noi impone di non uscire di casa, ma che addirittura possa ritenere questo suo comportamento come capace di dare “onore e prestigio alla magistratura”.

Probabilmente il senso non era quello, o almeno lo speriamo caldamente: sarebbe un insulto al senso di giustizia dell’italiano medio. Certo, anche se la signora Carreri non avesse voluto esprimere questo concetto, resterebbero i fatti: un giudice che dichiara di non poter entrare in tribunale per dolori alla schiena se ne va per sport estremi. Come i falsi invalidi che dovrebbe scovare e sanzionare. Come un furbo qualsiasi.

Forse Isaia, parlando della giustizia umana come di un abito sporco, non è stato così pessimista.

Il coraggio della coerenza

Il Corriere oggi dedica due pagine ad alcuni dati resi noti in questi giorni e relativi alle coppie in crisi: il 2006 è stato l’anno record per i divorzi. Il numero di matrimoni conclusi è cresciuto del 25%, aumentati in un anno quanto gli ultimi dieci anni messi insieme. Si parla di quindicimila sentenze in più. Fa impressione vedere la crescita numerica, anno dopo anno: nel 1995 erano poco più di 27 mila, 32700 l’anno dopo; i divorzi hanno sforato quota 40 mila nel 2001, 45 mila nel 2004, 47 mila nel 2005 per arrivare a 61 mila (per la precisione 61153) nel corso del 2006. Di questi 41 mila sono stati congiunti, ossia consensuali, 19 mila quelli giudiziali, con strascichi tra i due “ex”.

La media per concludere un divorzio giudiziale è di 670 giorni in caso di conflitto, 130 per i consensuali; dietro al fenomeno si è creato un indotto economico rilevante, dove gli studi legali fatturano da 500 milioni a un miliardo di euro; d’altronde i costi di un divorzio congiunto partono da mille euro e possono arrivare a un massimo 15 mila, mentre quelli conflittuali non hanno un tetto.

Interessanti le cause principali per le quali si divorzia: raramente per incompatibilità di carattere (0,5%) o per l’emancipazione femminile (0,8), poco per mancanza di dialogo (1%), superficialità o poco impegno (1,5%). Un po’ più spesso per un nuovo amore (5%), e ancora di più per la fine dell’innamoramento (11%). Si divorzia molto per la scoperta di un tradimento (13,5%), i continui litigi (13,8%), per ragioni economiche (14,5%). Ma soprattutto i matrimoni si rompono per l’insofferenza verso la vita coniugale (16,3%) e per il progressivo deterioramento del rapporto (18,3%).

Il quadro è abbastanza chiaro, e piuttosto desolante. Scorrendo le motivazioni, emerge il sospetto che il problema stia nella persona, più che nella coppia. Normalmente i problemi, quando ci sono, nascono nel singolo, prima di sfociare e condizionare i suoi rapporti con gli altri.

Non ci vuole molto acume per rendersi conto di come il matrimonio sia caduto in basso: non tanto per il numero di divorzi, ma per l’approccio che le persone hanno nei confronti di questa istituzione. Il matrimonio, sia visto in termini laici o religiosi, resta un momento fondamentale nella vita di chi lo contrae: sacramento o no, resta la base della famiglia, che a sua volta è il fondamento della società. Come ricordano i celebranti, va contratto con responsabilità. Quel che forse si coglie poco è il significato di responsabilità: che non è solamente dichiarare “amo questa persona” nei confronti di chi si ha vicino, ma un impegno a costruire qualcosa di stabile. Un rapporto stabile non può avere una data di scadenza, altrimenti si trasforma in un banale contratto a progetto.

La responsabilità consiste anche nel rendersi conto del proprio ruolo e dei propri obblighi. Ma già, nella società odierna gli obblighi sono qualcosa di desueto, imbarazzante, da evitare.

Quando un matrimonio finisce per incompatibilità di carattere, per mancanza di dialogo per poco impegno, l’insofferenza verso la vita coniugale significa che non si sono prese le misure della decisione che si intraprende, si è agito con superficialità nei confronti di una scelta seria. Un po’ come comprare una casa senza aver valutato gli ambienti, i costi, la capacità di mantenerla.

Ma quel che dovrebbe preoccupare di più sono i matrimoni che finiscono per “la fine dell’innamoramento” o “un nuovo amore”: è segno che si è costruito un rapporto sulla passione, che la persona con cui condividere la vita è stata scelta guardando solo l’apparenza e non la sostanza, che si è commessa la leggerezza di non badare alle differenze caratteriali e umane, che non si è avuta la serietà e la maturità di guardare oltre, di comprendere chi ci sta vicino. Non solo. Significa anche qualcos’altro, forse anche più grave: che, una volta resisi conto di tutto questo, è mancato il coraggio e il senso di responsabilità per accettare la situazione, l’altruismo per sopportare la persona un tempo amata, la coerenza per tener fede alla parola data.

Una società senza matrimoni non può durare a lungo: il matrimonio, tutto sommato, è lo specchio di un atteggiamento nei confronti della società. E una società dove manca il senso di responsabilità, l’impegno, la coerenza, la costanza non va lontano.

La disperazione che non ci vede

La disperazione non ha età, sesso, titolo di studio. Ce ne accorgiamo scorrendo i dati del Telefono antiplagio, che nel suo rapporto 2007/2008 su magia e astrologia denuncia di aver segnalato, dal 1994 a oggi, 15 mila truffe e abusi: naturalmente il fenomeno non si esaurisce qui, considerando che sono 12 milioni gli italiani che frequentano maghi, astrologi e guaritori. 12 milioni: il 20% della popolazione nazionale. Un italiano su cinque. 4 milioni di famiglie.

Partiamo da un dato scontato: se una persona si rivolge a un operatore dell’occulto – come si definiscono, in linguaggio politicamente corretto – ha un problema, e normalmente le ha provate tutte.

Ed è interessante notare l’identikit di chi si rivolge a questi servizi.

Età media delle vittime, 47 anni, un’età di mezzo in cui non ci si sente più giovani ma nemmeno anziani, un’età che è nata in un’altra Italia e che non sempre riesce ad adattarsi del tutto alle novità tecnologiche di oggi; un’età in cui la pensione è ancora lontana se si perde il lavoro è in seria difficoltà a riqualificarsi.

Titolo di studio: su cento persone, 37 hanno la licenza elementare, 43 la media inferiore, 13 un diploma e 7 addirittura una laurea: la disperazione non è solo dei più ingenui, ma contagia anche le persone con una preparazione di alto livello (almeno sembrerebbe), che normalmente ci si aspetterebbero lontani dal considerare attendibile un mago.

Solo il 51% delle vittime è composto da donne, tanto per sfatare l’idea che questi servizi affascinino prevalentemente il gentil sesso. Un 5% è minorenne, segno che la disperazione non è solo di chi ha già vissuto molto.

I problemi per i quali ci si rivolge all’occulto sono vari: affettivi (45%), di salute (25%), di protezione (22%), lavoro (8%), ossia ogni principale preoccupazione dell’essere umano.

A questo punto ci potremmo chiedere perché. Perché 12 milioni di persone ogni anno fanno affidamento su pratiche magiche sbeffeggiate e screditate a destra e a manca. Perché i fattucchieri riescono a convincere nonostante la pubblicità negativa di programmi televisivi seguiti e apprezzati. Perché 4 milioni di famiglie si lasciano irretire da sassi magici, sale che non si scioglie e altre banalità simili.

Forse sono capaci di presentarsi meglio: presentare il loro nulla in modo migliore rispetto al cristiano, che ha un messaggio di speranza concreto ed efficace ma a quanto pare non è in grado di comunicarlo in maniera convincente.

Forse, invece, è una questione di visibilità: i maghi e i fattucchieri tempestano di pubblicità ogni tipo di giornali, televisioni, periodici, Internet, mentre sugli stessi media si incontra ben poco di cristiano, e quando c’è è troppo ingessato nella forma per essere visto come una valida alternativa.

Forse, semplicemente, nessuno ha mai proposto loro un’alternativa seria: segno che non hanno incontrato un cristiano coerente, nella loro vita. 12 milioni di persone, un italiano su cinque, praticamente due famiglie per palazzo non hanno mai incontrato un cristiano coerente. Forse vivono tutti lontani da noi. O forse no. E se sono nostri vicini di casa, dovrebbe farci riflettere.

Come vogliamo noi

Probabilmente il volto di Jennifer Aniston è noto più del suo nome: bionda, occhi azzurri, lineamenti dolci, è stata per anni la protagonista del telefilm “Friends”, dove si raccontavano le simpatiche vicende di uno svagato gruppo di giovani vicini di casa.
Raggiunta la fama è riuscita a farsi impalmare dall’attore Brad Pitt (altro volto noto, quello di Troy) legame in seguito spezzato, come si usa nel cinema, per continuare la carriera professionale e amorosa su altri canali.

Il tempo passa per tutti e l’eroina di “Friends” ha raggiunto i 38 anni, un’età più da casalinga disperata che da amica sbarazzina, e pare essersene accorta anche lei che improvvisamente ha sentito l’urgenza, pensate un po’, di diventare madre.

Così ha deciso di cercare il candidato ideale. No, non il grande amore, o almeno un compagno stabile con cui condividere vita e maternità. Dato che, al momento, il grande amore latita, e a quanto pare anche la serietà relazionale, la bella Jennifer ha scelto una scorciatoia di moda: l’inseminazione artificiale. Il candidato che cerca non è quindi per lei, ma per il figlio. Non cerca un marito, né un padre, e nemmeno un semplice esecutore. Insomma, per fugare equivoci: cerca un seme. Ma, ovviamente, non uno qualsiasi: da qui è nata la ricerca dell’attrice per il candidato ideale, che – secondo i bene informati – deve avere “bellezza, intelligenza e personalità”. Peccato che la scelta debba fermarsi qui: ci rendiamo conto che non poter prevedere anche gli sviluppi del dna è un limite fastidioso, senza il quale la Aniston avrebbe già potuto prenotare la scuola migliore per il bimbo.

Scherzi a parte, negli ultimi anni abbiamo cominciato a dare per scontato troppe cose. E dare per scontato è il primo passo per non riuscire a distinguere più bene e male. Le scelte dell’uomo moderno sono scandite dall’egoismo: lo sviluppo, la carriera, la realizzazione, l’amore perfetto, e così via. Naturalmente secondo i nostri programmi, secondo la nostra idea di felicità, secondo i nostri tempi, e tutto il resto è relativo. Quando decidiamo qualcosa, la vogliamo senza se e senza ma, ma soprattutto senza indugio e senza passaggi intermedi. Per vent’anni un’attrice fa di tutto per evitare un figlio perché appesantisce la linea, fa perdere contratti, riduce la popolarità. Per dieci anni evita come la peste anche il matrimonio, perché l’attrice libera ha un appeal diverso. Poi ci prova, con il migliore sul mercato, ma non funziona: quando il rapporto è concentrato su due “io” anziché su un “noi”, difficile che duri.

A un certo punto si accorge che la vita terrena non è eterna, e avverte il desiderio di essere madre: e, con l’assistenza della tecnica, decide di fare da sé, saltando tutti i passaggi. Da sé e per sé: un figlio su misura per poterlo vantare nei salotti, e poco importa se avrà una madre assente per 360 giorni all’anno e un padre a tutti gli effetti inesistente. Poco importa: l’importante è che lei sia soddisfatta.

Se questa è la società, con che coraggio possiamo chiedere a Dio perché il mondo va come va?

Il tempo di capire

Il Gazzettino riferisce di una chiesa udinese resta aperta fino a notte fonda, e viene subito in mente quel verso di Venditti: “chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare”. Vale a dire quando ne hai bisogno, quando sentiresti il peso e avresti bisogno di qualcuno vicino, con cui sfogarti e da cui lasciarti consigliare.

San Pietro Martire, ma poteva essere una chiesa qualsiasi, per tutto dicembre ha tenuto aperto ogni sabato fino alle due di notte, anziché chiudere alla sera; lo scopo, “lasciare un presidio della fede a disposizione della gente, soprattutto dei giovani”, avvicinando “il popolo dei giovani al confronto con la fede”. Una volta alla settimana, ma in una giornata (anzi, in una notte) strategica: il sabato sera, che per i giovani è sinonimo di uscita da casa e dagli schemi, di compagnia, di divertimento, e spesso anche di eccessi e di sballo.

Risultato dell’esperimento? Sono entrati in molti. “Tanti ragazzi e ragazze sono entrati alla fine degli incontri con gli amici fra pub e osterie del centro, quasi per riscoprire un rapporto più profondo, che vada al di là della superficialità e del contingente. In questo modo si risponde al bisogno di spiritualitù che anche i giovani sentono, con una chiesa sempre aperta in grado di indicare i veri valori”, spiega don Luciano Nobile, responsabile della chiesa e dell’iniziativa.

Prossimo obiettivo dei dinamici udinesi? Aumentare il numero di volontari per tenere la chiesa aperta anche altre notti.

Probabilmente qualcuno avrà arricciato il naso, di fronte a questa notizia. Vero: la chiesa non è l’unico posto dove si può pregare, chiedere consiglio, e certo non è il luogo a costituire la chiesa. Eppure, al di là dei distinguo, l’iniziativa è lodevole. L’edificio, il tempio, non è essenziale ma è comunque significativo, e dà a chi vi entra la possibilità di segnare anche fisicamente la consapevolezza un bisogno. Varcare la soglia di una chiesa, anziché quella di un’osteria o di una discoteca, o magari farlo dopo esserci passati, è un passo nella direzione giusta.

Recentemente una chiesa del milanese aveva deciso di aprire un mattino alla settimana: non per una riunione di preghiera, uno studio o attività tradizionali, ma per dare alle persone la possibilità di entrare e dialogare, magari seduti davanti a una tazza di tè.

Confidarsi, lo sappiamo bene, non è facile. Di solito un’anima ha bisogno di capire che chi sta di fronte merita fiducia, prima di aprirsi. Invece spesso, troppo spesso, alle chiese manca questa sensibilità, e l’unica forma di approccio con chi ha bisogno è la classica frase “tu hai bisogno di Gesù”, o una predicazione domenicale. Dimenticando, purtroppo, che per raggiungere il profondo del cuore con un messaggio è necessario che il cuore si apra; e un cuore, per aprirsi, ha bisogno di conforto, comprensione, amore. C’è un tempo per ogni cosa. Chissà quando arriverà, nel nostro rapporto con gli altri, il tempo di capire.

La domanda finale

L’uomo occidentale si interroga sulle grandi questioni della vita. Lo fa anche oggi, nel 2008, e lo fa nonostante il benessere, nonostante una società secondo la quale apparire è più importante che essere, dove la regola è cercare e avere sempre di più, ma non certo in campo spirituale.

Eppure il bisogno c’è, e la domanda principale degli americani (ma immaginiamo non solo loro) per il 2007 a Internet è proprio la questione che da migliaia di anni fa arrovellare l’essere umano: “Chi è Dio?”.

Lo segnala il principale motore di ricerca, Google, che ha stilato una classifica in base alle ricerche che vengono inoltrate dai navigatori. Che si cerchi conforto spirituale attraverso la rete non dovrebbe stupire: Internet ormai è più di uno strumento di comunicazione e di informazione: è uno specchio delle proprie passioni e dei propri interessi, e se gli italiani – notizia di oggi – preferiscono il calcio al sesso nelle loro scampagnate telematiche, la ricerca a volte si fa più profonda. Dopo aver chattato online con persone che sono e resteranno ignote e con cui è difficile sviluppare un discorso che vada oltre la banalità, dopo aver ottenuto una caterva di informazioni su temi di attualità, dopo aver seguito in tempo reale lo svolgersi degli avvenimenti, dopo aver curiosato tra le tante offerte che Internet propone, e dopo che niente di tutto questo ha colmato il senso di vuoto che si sente in fondo all’anima, è inevitabile che, nel segreto della propria stanza, il navigatore si chieda se esista, e in che forma, qualcosa di più appagante, soddisfacente, degno di dedicarvi tempo ed energie. Inevitabile che, dopo aver provato tutto ciò che di concreto lo circonda, faccia capolino il dubbio, forse la speranza, magari perfino il desiderio, che il trascendente abbia la risposta, o addirittura che sia la risposta, che corrisponda alle caratteristiche di quel che non si riesce a trovare e la cui assenza non permette di trovare pace.

“Chi è Dio?” è forse la domanda più banale ma più profonda, più diretta ma più completa, più semplice ma più complessa che ci si possa fare. Come cristiani non possiamo non sentirci chiamati ad aiutare chi cerca a darsi una risposta. Sapere che la domanda principe dei navigatori è “Chi è Dio?”, che al quarto posto c’è “Chi è Gesù?” e che tra le domande più gettonate compare anche “Cos’è l’amore?” dovrebbe essere più di un semplice stimolo; dovrebbe essere un incoraggiamento di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, a non trascurare quel mondo parallelo che Internet rappresenta, dove – come nel mondo reale – si consumano amori e orrori, ma dove – come nel mondo reale – la disperazione porta a cercare Dio.

Dovrebbe suonare, per noi, come una vera chiamata a farci missionari nel cyberspazio, dimenticando divisioni e particolarismi – se sappiamo ancora farlo – per impegnarci con forza nel nostro mandato: proclamare al mondo che c’è speranza.

La direzione dell’impegno

A mezzanotte di oggi esce l’ultimo libro della serie di Harry Potter, il settimo volume della saga; attesa da parte di migliaia di adolescenti che si ripromettono di aspettare lo scoccare della mezzanotte davanti alle librerie che rimarranno aperte per l’occasione.

Questi “ragazzi cresciuti con il maghetto”, naturalmente Harry Potter, vengono raccontati oggi
sulla Stampa, e il quadro dipinto non è dei più scoraggianti. Innanzitutto leggono, e leggono testi complessi come appunto le storie del loro eroe; interagiscono tra loro in chat per scambiarsi idee e condividere impressioni sulle storie che sono il loro pane quotidiano; amano i fumetti giapponesi (manga, per gli addetti ai lavori) e si vestono come loro; sono perfino bravini a scuola, con una predilezione per le materie scientifiche e una deriva – che la Stampa non considera preoccupante, ma noi sì – verso l’esoterismo. Ascoltano musica, naturalmente, con una predilezione per il metal e il rock; festeggiano, e amano in particolare halloween, la festa delle streghe.

Una passione a tutto campo che però, se da un lato viene salutata positivamente nell’articolo perché denota interessi e una certa effervescenza intellettuale, dall’altro non può non impensierire. Sicuramente sono giovani diversi da quel che le cronache spesso raccontano, lontani mille miglia dal disimpegno dei giovani che al mattino si parcheggiano a scuola e nel pomeriggio gravitano in compagnie di loro coetanei, spendendo le giornate senza scopi e senza meta.

Però, se il disimpegno è certamente un disvalore, non basta un impegno qualunque per considerare positiva una persona. L’interesse, l’attività, la curiosità sono essenziali, ma non si può prescindere dai contenuti. Che, se non sono buoni, rischiano di provocare danni: tanti quanti il disimpegno, o addirittura di più