I perché di un quarantenne

Ci avrete fatto caso, i quarantenni sono la nuova generazione X, se con questo termine intendiamo una generazione incomprensibile alle altre, criptica, diversa, anomala. Di solito a risultare incomprensibili sono i giovanissimi, direte. Ma i quarantenni di cui si parla, e di cui parlano film e romanzi, si sentono proprio così: giovanissimi. Non hanno voglia di crescere, e anzi hanno paura di fare scelte, prendere decisioni, affrontare conseguenze. Hanno vissuto un’adolescenza dorata, rispetto ai loro genitori: i quarantenni di oggi non hanno fatto il Sessantotto e negli anni di piombo erano bambini o poco più. Per niente contestatori, nel curriculum al massimo qualche sciopero a scuola, giusto per l’emozione di provare qualcosa di trasgressivo, hanno vissuto il loro momento di formazione negli anni Ottanta, quando l’Italia voleva dimenticare i drammi e gli strappi del decennio precedente con un disimpegno tinto di edonismo, tra il mito italiano della famiglia Mulino Bianco e il sogno americano del lavoro che piace e realizza.

Cresciuti tra Milano da bere e uomini che non devono chiedere mai, sono rimasti spiazzati dal crollo del sistema causato dalle inchieste di Tangentopoli. Si sono adattati in quanto a cinismo, ma la ferita è rimasta. Se i loro genitori hanno provato a cambiare il mondo, loro hanno provato quantomeno a cambiare con il mondo. Per certi versi ce l’hanno fatta: sono stati l’ultima generazione in grado di non venire travolta dalle nuove tecnologie che hanno cambiato il nostro modo di vivere, mentre i loro genitori ancora oggi faticano a spedire un sms. Restano però una generazione di passaggio: da un lato gli adulti, ormai maturi, tirati su a obblighi e responsabilità; dall’altro i ragazzini, spavaldi e superficiali, per i quali l’autorità, il rispetto, la serietà sono vocaboli sconosciuti.

Loro, i quarantenni, sono lì in mezzo: incapaci di prendersi le responsabilità dei baby boomers, ma fuori tempo massimo per le ragazzate della net generation.
Per raccontare questo disagio si cita l’ultimo film e romanzo di Federico Moccia, ma è emblematico anche “L’ultimo bacio” di Muccino, che già nel 2000 raccontava l’instabilità relazionale del trentenne con compagna e figlio in arrivo, che si invaghisce di una liceale, o piuttosto di una gioventù che sente ormai irrimediabilmente persa ma mai del tutto conclusa.

E allora, disillusi e un po’ frustrati, i quarantenni fluttuano tra un “lei” d’ordinanza e un “tu” a distanza, senza decidersi sul da farsi. Perché si fa presto a dire “mettere su famiglia”, quando la famiglia è ormai solo una definizione anagrafica. Si fa presto a dire “mettere la testa a posto”, quando si è cresciuti nell’era dell’arrivismo, dove il lavoro era tutto e i rapporti personali erano funzionali al successo. Si fa presto a dire “spiritualità”, quando si è studiato con insegnanti imbevuti del “tutto è politica” e convinti che la fede fosse solo un palliativo per deboli.

Se il quarantenne è drammaticamente incerto, non è solo colpa sua.

Pubblicato il 21 febbraio, 2008 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Che bell’articolo! Molto interessante.

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