Archivio mensile:marzo 2008

E invece siamo noi

Deve esserci sfuggito qualcosa. Sì, decisamente.

Un paio di estati fa, più precisamente era l’estate del mondiale, il calcio italiano venne squassato da uno scandalo su larga scala: una triste commedia di partite comprate, vendute, intimidazioni, accordi sottobanco, sudditanze psicologiche e arroganze a strisce bianconere. I media raccontarono la vicenda con dovizia di particolari, e lo scandalo provocò un terremoto inaudito nel campionato di calcio: scudetti revocati, Juventus retrocessa in serie B e con una penalizzazione da suicidio, partenze da sottozero per altre squadre coinvolte in maniera (pare) più marginale.

Come principale responsabile della vicenda – grande vecchio, burattinaio, manovratore occulto: fate voi – venne individuato un personaggio di rilievo del calcio italiano, Luciano Moggi. Le intercettazioni telefoniche non lasciavano spazio a troppi dubbi sui fatti, né sull’arroganza dell’atteggiamento. Lui, il protagonista, reagì davanti alle telecamere e alla riprovazione dell’opinione pubblica con una scena melodrammatica difficile da dimenticare: occhi gonfi, volto terreo, con un filo di voce disse che con questo calcio aveva chiuso. Da manovratore a vittima del sistema in due minuti, con buona pace di chi aveva subito per anni i suoi diktat. Un ottimo comunicatore, nulla da eccepire.

Dopo la pantomima, dopo essere diventato simbolo del proverbiale “calcio malato” e di tutto il marcio che c’è nello sport più amato dagli italiani, ci si sarebbe aspettati da parte sua un ruolo più defilato, un profilo più basso in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

Per questo, dicevamo all’inizio, deve esserci sfuggito qualcosa. Dopo i moti dei tifosi (quelli sani), i titoli sui giornali, le canzonature, l’indignazione dell’opinione pubblica, non può non stupire il fatto di riconoscerlo ancora oggi come ospite fisso in vari programmi di calcio parlato.

A meno che. A meno che il grido di dolore di un uomo che si è visto crollare addosso il (suo) mondo corrotto non basti a redimerlo davanti agli occhi di tutti. A meno che un anno e mezzo non sia sufficiente per saldare il debito morale di anni e anni di malversazioni. Sul piano morale potremmo parlare di un ruolo quantomeno inopportuno (da parte di chi l’ha invitato) e incoerente (da parte sua).

E se fin qui è solo questione di buon gusto – che, parafrasando Don Abbondio “chi non ce l’ha, non glielo si può dare” -, ieri la sceneggiata si è spostata nelle aule giudiziarie, dimostrando che non si tratta solo di parole. Infatti al processo che lo vede coinvolto per i fatti di cui sopra, Moggi si è preso una «Ammonizione, con minaccia di espulsione dall’aula dove si sta svolgendo il processo». Motivo? Durante la deposizione di un testimone, Moggi avrebbe fatto sbottare il teste per i “soliti segnali minatori che mi sta facendo e che ha sempre fatto”.

Insomma, nulla è cambiato nell’atteggiamento di quell’uomo che si diceva “distrutto”, e che annunciava di voler abbandonare quel mondo che aveva contribuito a inquinare. Altro che cambiare aria.

Sia chiaro, nulla di personale: come lo stesso Moggi non ha mancato di rilevare, molti altri erano coinvolti. Né, va detto, questo è stato l’unico scandalo degli ultimi trent’anni.

Non siamo in grado di contare quanti personaggi di rilievo hanno mancato di parola, hanno offeso la dignità degli italiani, si sono burlati dell’indignazione con grande nonchalance. Amministratori, sportivi, politici, l’elenco sarebbe lungo.

Ciò che turba non sono loro: siamo noi. Noi, che non perdoniamo (ed è male) ma dimentichiamo (ed è peggio). Noi, che esprimiamo la nostra indignazione a tempo determinato. Noi, che siamo capaci di riporre la nostra fiducia in chi si è dimostrato inaffidabile. Noi, che tifiamo turandoci il naso, perché il divertimento vale più della coerenza. Noi, che con le chiacchiere da bar facciamo il pieno di buone intenzioni, ma siamo troppo pigri (o troppo pusillanimi) per darvi un seguito.

Noi italiani, ma soprattutto noi cristiani. Noi che vogliamo cambiare la società, noi che vogliamo dare speranza al mondo, noi che ci illudiamo di volare alto. Noi che ci scagliamo contro il “mondo”, e poi ci lasciamo prendere senza difficoltà dalle vicende dei tronisti, dalle eliminazioni dei grandifratelli, dalle prestazioni degli amici, dalle promesse dei politici. Noi che diamo dell’incredulo a chiunque non abbia fatto il nostro stesso, identico percorso spirituale, ma poi siamo ben contenti di accettarlo come opinionista, sentirlo raccontare la sua vita, e sorvoliamo con indolenza sulle sue miserie perché tanto “sono tutti così”.

Se il cambiamento non comincia da noi, se non comincia dai piccoli gesti che possono indicare il nostro gradimento o la nostra indignazione rispetto a chi ci circonda, non stupiamoci del mondo in cui viviamo. E, soprattutto, non illudiamoci di riuscire a cambiarlo.

Silhouette spirituali

Drastica oggi la Stampa, che mette fine alle speranze dei lettori in sovrappeso. «Le diete fanno ingrassare: a distanza di qualche anno si torna al punto di partenza. Anzi, spesso si è più grassi di prima. Il verdetto arriva dagli Stati Uniti».

Un percorso beffardo, che gli esperti d’oltreoceano hanno analizzato con la loro solita precisione, individuando una parabola ben precisa.
Inizialmente «i risultati sembrano premiare gli sforzi, addirittura illudere che dimagrire sia facile e non richieda nemmeno troppo tempo. La batosta arriva più tardi. Nel lungo periodo ogni sforzo è vanificato: a due anni dall’inizio della dieta per un paziente su quattro l’effetto benefico è già interamente svanito, e la situazione è addirittura peggiorata. A tre anni di distanza il quadro precipita: l’83 per cento pesa di più rispetto al periodo pre-dieta. Senza contare che la metà di chi ha riguadagnato peso, ha accumulato come minimo cinque chili in più rispetto a quando aveva deciso di dimagrire».

Insomma, un disastro di sacrifici frustrati. Un’ecatombe di buone intenzioni. E dire che si parte sempre con determinazione: smetto, mi do una regolata, mi impegno sul serio. La maggior parte cede dopo i primissimi giorni: il sacrificio non è per tutti.

Chi arriva fino alla fine, prova una soddisfazione sociale e personale: sociale, per il nuovo aspetto che viene percepito e apprezzato dagli altri; personale, per il risultato ottenuto e per il nuovo rapporto con la propria immagine.

Una soddisfazione che rischia di essere letale, sul piano del risultato: «Smettere di mangiare per qualche mese ha tutti i tratti della fatica che, una volta terminata, dà diritto a una sorta di ricompensa. Spesso si ricomincia a mangiare come prima, e soprattutto non si è riusciti ad assimilare abitudini fondate su alimentazione corretta e attività fisica».

E quindi via, daccapo, tra diete e sacrifici, in un circolo vizioso che non si conclude mai.

Il parallelo tra aspetto esteriore e interiore viene spontaneo. Il desiderio di trovare una forma smagliante fa il paio con l’impulso a dare un significato alla propria vita e a riempire la propria anima con qualcosa di significativo: l’uno e l’altro, a un dato momento della vita, sono ineludibili.

Il cristianesimo offre una soluzione globale per rispondere a questo “vuoto a forma di Dio”, una soluzione che parte da due regole: primo, fidarsi di Dio, come si fa con i dietologi, anche quando non capiamo le indicazioni che ci vengono date. Secondo, non barare: cercare sotterfugi religiosi per non assumersi un impegno pieno è come mangiare di straforo: solo un rapporto diretto, onesto, costante con Dio può cambiare il deserto che abbiamo dentro, non ci sono riti a rendere il percorso più comodo.

Prescindere da queste due premesse significa cominciare una dieta senza la giusta prospettiva e fallire.

E poi, anche la dieta spirituale ha le sue regole. Abbuffarsi di Bibbia e preghiera per brevi periodi non basta. E non basta nemmeno ritirarsi per una settimana all’anno in un campo biblico – come in una spa – per una full immersion: una volta usciti gli effetti si disperdono ben presto se non si adottano gli accorgimenti necessari.

Insomma: le soluzioni parziali, anche dettate da serietà e impegno, non pagano. O meglio, possono pagare sul momento, sul breve termine, ma non permetteranno di ottenere, sulla distanza, quei risultati significativi, quella serenità, quella gioia costante, quella soddisfazione interiore, quella pace in mezzo alle difficoltà che è l’obiettivo di ogni essere umano.

La soluzione? La stessa che vale per la dieta: non un sacrificio limitato nel tempo, ma un nuovo stile di vita. Per funzionare, la dieta spirituale non può essere una tra le tante cose da fare: deve caratterizzare tutta la vita alla ricerca di Dio.

Buona dieta.

La nobiltà che nasce dentro

In un’epoca che ha definitivamente archiviato l’ideologia comunista, viene da chiedersi come stiano le classi sociali. Parliamo di quelle categorie che per decenni ci hanno accompagnato, insegnandoci a dividere il mondo (almeno quello occidentale) in operai, borghesi e così via, e che hanno ormai perso il loro significato: d’altronde i veri operai ormai sono pochi, i contadini ancora meno, e da tempo il resto della popolazione appartiene a quel vasto universo medio che fluttua con più o meno dignità tra i troppo poveri e i troppo ricchi.

Il Times ha dedicato un’ampia inchiesta a questa nuova classe media, che a sua volta si sta suddividendo in altre categorie a causa della “crisi economica – così riportava la Stampa – che erode le risorse di chi stava a metà della scala, e scivola inesorabilmente verso il basso”.

Però, si chiede il Times, ha senso individuare la classe sociale basandosi solo sulle possibilità economiche? Forse “è ora di prendere atto che il mix di generi della società moderna ha scomposto le tradizionali identità, introducendo parametri di divisione sociale inediti”. Insomma, in Gran Bretagna si “sta prendendo atto che i vecchi modi di pensare e programmare la propria vita vanno cambiati”.

Si è (ri)scoperto che non sono solo i soldi a fare la differenza, e la conclusione è sorprendente: “la classe media britannica ha valori che prescindono dal conto in banca e che sono composti da un ottimo livello di istruzione, da un senso civico elevato, da una grande disponibilità a viaggiare e conoscere altre culture… continuerà a contare pur qualcosa il modo nel quale ci si comporta”.

Sono sempre più importanti, in società, le “scelte etiche e ambientali, il posto dove si passano le vacanze o i libri che si leggono, la propria cultura, il modo di comportarsi o di stare a tavola, il gusto, lo stile, l’accento e i congiuntivi”.

In un’epoca che vede accorciarsi le classi sociali, d’altronde, non poteva non cambiare anche la prospettiva generale: tutti ormai possono permettersi una vacanza in mete esotiche, quasi tutti viaggiano in aereo e possono avere auto da favola, il televisore al plasma è per tutti e i ristoranti di livello non sono un grande problema, vestirsi è diventato una faccenda banale e sull’eleganza prevale il vezzo.

Mentre i nuovi ricchi, per dimostrarsi davvero ricchi, ostentano a destra e a manca, finalmente ci si è accorti che i parametri per valutare la nobiltà devono inevitabilmente cambiare: non bastano i soldi per dimostrare nobiltà. Pare quindi sia giunta l’ora della rivincita per la buona educazione.

La Stampa segnala un decalogo del “vero signore”, che rende l’idea su quali siano i veri valori, cosa significhi saper stare al mondo al di là dell’abito firmato e dell’auto nuova fiammante. Si tratta di piccole cose, piccole ricchezze quotidiane: rispondere sempre alle lettere, non telefonare alle ore dei pasti, non digitare messaggi mentre parla con gli altri, dare del lei alle persone con cui non ha confidenza (d’altronde oggi il “tu” è solo una falsa intimità), parlare a bassa voce, non ostentare quel che si veste, e dire sempre grazie.

In altre parole, si può essere nobili anche senza essere ricchi, ed essere ricchi ma rimanere per sempre buzzurri.

Bisogna ammetterlo: ci piace. Ci piace l’idea che la nobiltà, finalmente, sia considerata alla portata di tutti, sia qualcosa che nasce dentro. Ci piace che la nobiltà riprenda finalmente, dopo secoli, il suo vero significato, tornando sinonimo di dignità.

Identità appannate

«A Trento esplode la “guerra della moschea”. Tutto nasce da una colletta lanciata in chiesa per aiutare la comunità islamica a costruire un edificio di culto. I fedeli della parrocchia della Santissima Trinità, in pochi giorni, avevano raccolto quasi mille euro di offerte per rispondere all’appello lanciato dal pulpito della chiesa da padre Giorgio Butterini. L’intento, donare i soldi raccolti all’imam Aboulkheir Breigheche, impegnato a realizzare un nuovo luogo di culto islamico in città. […] Ma la colletta, dopo due giorni, è stata bruscamente interrotta dal vescovo Luigi Bressan con parole fin troppo chiare: “Ogni gruppo religioso provveda a se stesso, padre Butterini fermi subito la donazione di quei fondi”».

Vari esponenti della stessa chiesa cattolica hanno espresso solidarietà al vescovo, polemico invece il segretario Cgil del Trentino Ruggero Purin: “Il vescovo… non dice che la confessione religiosa cattolica, è sostenuta da denaro pubblico e quindi da risorse di persone non appartenenti alla sua religione”.

Tra chiesa e moschea, islamici e cristiani, a Trento pare ci sia un buon rapporto di vicinato: «la moschea – ricorda Repubblica – esiste da 17 anni senza che siano mai sorti problemi di convivenza». Tanto che, quando la comunità islamica ha sentito il bisogno di reperire una sede più grande per problemi di capienza, la comunità cattolica ha dato il suo contributo.

Da un lato il gesto è ammirevole. Aiutare il proprio vicino è segno di civiltà, e anche di amore concreto.

Dall’altro lato, non possono non nascere le perplessità. E non tanto per questioni politiche (“Ha fatto bene monsignor Bressan a intervenire. Solo se l’Islam cambierà volto, avrà diritto ad un luogo di culto – ha commentato don Pietro Rattin – la carità e il pane sono per l’amor di Dio e non per le moschee, che sono già abbastanza sovvenzionate dall’estero”) o pratiche (“Ogni chiesa deve pensare alle proprie spese – ha rincarato don Lino Fronza – perché l’Islam non dipende da Dio”). Nell’intraprendere qualsiasi gesto ci si dovrebbe chiedere il senso della propria azione, le sue conseguenze, e il modo in cui verrà percepita.

Sicuramente nessuno vuole turbare l’idilliaco clima sociale di Trento: fosse così anche altrove vivremmo tutti meglio. Non possiamo nemmeno conoscere quale sia l’identità dell’islam a quelle latitudini: possiamo solo constatare che un po’ più a sud, però, non è così fraterno, cordiale, affettuoso da meritarsi l’aiuto dei cristiani. Ma magari chissà, a Trento l’Islam è secolarizzato, occidentalizzato ed ecumenicizzato quanto alcune chiese cristiane e questo – dal punto di vista sociale – non può non giovare.

Non altrettanto si può dire della chiesa. La chiesa, ogni chiesa, si trova a doversi muovere su due piani. In quanto realtà radicata sul territorio, non può esimersi dalla compassione e dalla solidarietà nei confronti di chi soffre, non può ignorare il proprio ruolo di collante sociale, non può tralasciare la sua influenza per una società più morale, più civile, più umana. In questo contesto è chiamata ad avere buone relazioni con le autorità civili, con le strutture umanitarie di altra estrazione, con gli esponenti delle altre confessioni religiose, e perfino con la politica, alla quale una chiesa può dare utili indicazioni per il bene della società.

Cordialità, diplomazia e umanità, però, non bastano a caratterizzare la chiesa come tale: se così fosse, si tratterebbe di un’associazione o un partito come tanti altri. La presenza sociale della chiesa non è l’unico fattore con cui la chiesa deve confrontarsi, né può dettare le priorità di una chiesa. La diversità della chiesa rispetto alle altre realtà – la sua caratterizzazione più intima – non è sociale, ma spirituale. È la missione spirituale a dare un senso alla stessa esistenza della chiesa, ed è in questo ambito che la chiesa deve rispondere alla chiamata di chi l’ha fondata: la chiamata a portare il messaggio di speranza del vangelo, unico messaggio di speranza per ogni società e per ogni epoca. Su questo piano la chiesa deve dire le cose con delicatezza ma anche con franchezza, senza cedere a tentazioni buoniste: deve aiutare, amare, soccorrere, ma non può non ricordare (e far ricordare) che l’aiuto, l’amore e il soccorso che sorgono nel cuore e muovono le braccia dei cristiani provengono da quell’unico Dio che ha mandato Gesù come unica via per la salvezza dell’uomo.

Non si tratta di fare crociate, né di esercitare un’intolleranza che non deve appartenerci. Si tratta solo di non perdere di vista i perché. Se aiutiamo gli altri senza ricordare a noi stessi (e agli altri) da dove arriva quell’amore che ci muove, il nostro sentimento si disperderà in mille rivoli di buone intenzioni. E con il tempo oltre a perdere il suo senso, perderà la sua efficacia.

Ci vediamo al bar

Il Bologna, testata emiliana, ha dedicato un articolo alle nuove forme di evangelizzazione utilizzate in città dalle varie confessioni cristiane; tra queste si parla anche dell’ambiente evangelico, che proprio a Bologna riesce a esprimere una capacità di collaborazione tra le chiese e una varietà di iniziative decisamente sopra la media per il nostro Paese.

Riporta Gianbasilio Nieddu, collaboratore della testata bolognese, che «La parola di Dio non conosce confini tecnologici e si declina anche in dialetto bolognese e si ascolta nell’atmosfera intima e soft di un bar».

«Succede in via dei Giudei, nel locale “Les Pupitres” dove ogni venerdì, dalle 19 alle 20, gli evangelici bolognesi si riuniscono per “seguire i nostri studi biblici al bar”. Vangelo al tavolino tra una consumazione e una preghiera. Le vie del Signore sono veramente infinite. “Ogni occasione è utile per confrontarsi. Ci incontriamo con i rappresentanti delle diverse chiese evangeliche – spiega il pastore Carlo Bertinelli – è un’iniziativa che inizia nel 2000 e che continua ancora oggi”. Ci crede il pastore dell’Assemblea cristiana evangelica “dei fratelli” – che ha anche lui la sua mail, ma non il cellulare -, alle forme alternative d’incontro, quindi allo studio biblico al bar». […]

«le sedute al bar vedono insieme piccoli gruppi che al centro della città riflettono sulla Parola di Dio. “Non per forza ci si deve incontrare solo in chiesa – racconta il pastore Giacomo Casolari – anche questa è un’esperienza utile per far conoscere la speranza”. Il Bar, come crede il pastore Bertinelli, è anche luogo neutro per le diverse anime delle chiese evangeliche».

E non finisce qui: «Oltre al bar non mancano altre iniziative come i banchetti che ogni sabato animano via Ugo Bassi dove si comunica all’antica: libri, manifesti e opuscoli. Quest’ultimi semplici, essenziali ma anche in bolognese, in bulgnais».

Insomma, se da un lato il mondo cattolico si muove a Bologna attraverso la webradio, You Tube e Wikipedia, dall’altro il contesto evangelico non è decisamente da meno. Non sappiamo come sia nata l’idea degli incontri spiritual-culturali al bar, ma l’idea è decisamente brillante: un contesto che permette a tutti i credenti di sentirsi “di casa”, e allo stesso tempo offre un approccio diverso, accettabile anche a chi non si avvicinerebbe mai a una chiesa. In fondo è proprio questo che la chiesa è chiamata a fare: non è chiamata a costruire templi, né a barricarsi nella propria Casa nella prateria, lamentandosi per gli attacchi di chi attenta ai valori cristiani.

La chiesa, e quindi il cristiano, in quanto discepolo di Cristo, ha un compito preciso: andare. Non è chiamato a fare da notaio per garantire il perpetuarsi di una tradizione, né deve limitarsi a fare da depositario di una dottrina. È chiamato ad andare. Andare da chi cerca per offrire le risposte che gli hanno cambiato la vita: non formule generiche, raffiche di versetti biblici, frasi preconfezionate su quanto e “buono e piacevole e grandemente desiderabile venire lavati con il prezioso sangue di Gesù”. Siamo chiamati a rispondere ai dubbi, alle angosce, ai problemi con le soluzioni concrete che Dio ha messo sul suo cammino. Quando le domande non ci sono, quando ci troviamo di fronte a chi pensa, o finge, di trovare soddisfazione nella sua vita di beni materiali, di emozioni effimere, di illusoria eternità, non siamo chiamati a dare risposte che non vengono richieste, ma a sollecitare quelle domande che chi ci sta di fronte dovrebbe, e prima o poi dovrà, porsi.

Quale sia il giusto approccio da adottare dipende dalla persona che ci sta di fronte, dalla sua situazione, dalla sua condizione. Ogni persona è singola, unica, preziosa: le ricette preconfezionate non funzionano, e a volte le soluzioni più impensabili possono essere le più efficaci. Sembrerà strano, ma il Verbo vuole servirsi dei discepoli per raggiungere le persone con il suo messaggio di speranza, un messaggio di cui la gente ha sempre più fame.

E allora, ben venga l’incontro al caffè, e ben venga la predicazione in dialetto. Sfruttiamo la nostra diversità e la nostra creatività per raggiungere il risultato.

Valori da scout

Il recente sondaggio sugli scout, secondo i quale anche i discepoli di Baden Powell hanno perso di vista i principi morali cristiani (l’80% accetta l’idea di una sbornia, il 50% di farsi uno spinello, il 90% non è contrario al sesso prematrimoniale e il 42% non disdegna un rapporto con una persona sposata) ha riportato in evidenza una richiesta, fatta da due associazioni inglesi alla commissione sulla parità dei diritti umani, un mese e mezzo fa: «Togliete Dio dal giuramento scout».

La richiesta ha una sua logica: se gli scout oggi sono laici, non ha senso nominare Dio nel giuramento; e poco è valsa la replica dell’organizzazione degli scout britannici che ha tentato di minimizzare, segnalando che “Dio” può essere considerato in senso esteso e adattato a qualunque credo. Peggio il rimedio del male, verrebbe da pensare, e comunque alle associazioni in questione non è bastata questa lettura del giuramento in chiave sincretistica: d’altronde si tratta di associazioni che hanno come scopo la valorizzazione del laicismo, convinte che si possa non fare riferimento ad alcun essere superiore, in base al diritto di non credere. Probabilmente una battuta del classico humour britannico potrebbe bastare a chiudere la questione, se si considera – come ha fatto un lettore di recente – che per essere atei e non credere in nulla di fronte all’evidenza del creato ci vuole molta più fede che per credere in qualcosa.

La questione, in realtà, è più complessa. Baden Powell, nel fondare cento anni fa gli scout, si è basato sulla sua passione per l’esplorazione, l’esigenza di formare i giovani secondo dei valori stabili e l’importanza di sviluppare la spiritualità; se un errore c’è stato, nei suoi successori, è stata l’idea di laicizzare il movimento, ritenendo che lo scopo dello scoutismo in fondo poteva limitarsi a far girare i ragazzi vestiti in maniera improbabile, dare qualche nozione di sopravvivenza nei boschi e limitandosi, per il resto, al valore della proverbiale buona azione quotidiana. È evidente che la formazione giovanile non può limitarsi a una visione così parziale e banalizzante dell’educazione, e deve invece dare risposte più complete alle domande dei ragazzi e alle loro inquietudini, anche spirituali.

Se gli scout oggi sono una realtà laica, hanno ragione le associazioni che ricorrono contro l’uso di Dio nel giuramento, anche se mancano per parte loro di un po’ di sano realismo. Smontare, smitizzare, destrutturare è facile, e in fondo anche salutare per chi ha una base solida: aiuta a ripensare il proprio credo, i propri principi, il proprio modo di vedere le cose e permette, in questo modo, di crescere.

Se però a questa azione di smantellamento non corrisponde un pensiero alternativo ben fondato, un sistema di valori collaudato, un insieme di relazioni funzionante, allora la demolizione è un gesto semplicemente irresponsabile. Specie quando ci si relaziona con i giovani, che hanno un disperato bisogno di certezze e obiettivi convincenti per non finire in contesti pericolosi o lasciarsi trascinare nel vortice del disagio.

Quando si tratta di scegliere

La fede aiuta a vivere meglio: per chi crede è una certezza da sempre, ma ora a confermarlo arriva uno studio inglese – riportato dal Giornale -, secondo il quale effettivamente la fede aiuta a superare con maggiore facilità le difficoltà e le tragedie della vita.

Negli ultimi decenni abbiamo ricevuto innumerevoli stimoli dai film, dai media, dalla pubblicità, tutti rivolti nella stessa direzione: “vivi la tua vita”. Una vita vissuta di petto, piena, senza limiti, senza dubbi, concentrata su sé, alla ricerca di una felicità intensa e a tutti i costi, provando tutto quello che è possibile provare, anche quando si tratta di ostinarsi nelle scelte sbagliate. Gioia, sballo, estasi sono diventate le parole chiave per una vita concentrata sull’oggi, senza certezze né preoccupazioni – almeno in apparenza – per il domani. Una gioia da giocarsi subito per evitare di perdere l’occasione, perché domani chissà: una gioia intensa e disperata, perché già intravede la fine e la necessità di trovare qualcosa di altro, qualcosa di nuovo, qualcosa di più. Per alzare il tiro, per non farla finire.

Vivi la tua vita, ci dicono da due generazioni, e non chiederti niente. La coerenza è la virtù degli imbecilli, ci hanno fatto capire, cercare un senso è una perdita di tempo.

Gli smottamenti morali e sociali seguiti a questa filosofia hanno aperto gli occhi a molti di noi. E ha fatto capire qualcosa che non ci avevano detto: la felicità, senza speranza, non è vera felicità. Sapere che la vita ha un senso è importante, e trovarlo non è per niente secondario.

Niente di strano, quindi, che avere fede aiuti a vivere meglio. Talvolta si vede la fede come una limitazione della propria libertà, almeno fino a quando non si capisce che la libertà assoluta non ha senso, e se ha un senso – in termini distruttivi – non porta comunque alla felicità. E se non è libertà di essere felici, non è vera libertà.

Siamo programmati per sopravvivere, migliorare in continuazione la nostra condizione attuale, sperare in un futuro migliore. È più forte di noi. Vive meglio chi ha certezze in relazione alla propria sussistenza, chi riesce a migliorare la propria condizione di vita, chi ha speranza nel futuro.

Potrebbe trattarsi solo di un palliativo, di un’illusione? Potrebbe: dipende da ciò in cui si crede e si spera. Naturalmente ognuno e libero di credere in ciò che vuole (e grazie a Dio per questa libertà).
Una fede generica potrebbe perfino bastare alla bisogna: il credere, purché sia esercitato intensamente, può aiutare a superare la difficoltà del momento. Però, se anche una fede qualsiasi può bastare nell’immediato, non è comunque sufficiente ad andare oltre, a garantirsi quell’aldilà che è la meta finale di ogni fede.

Come scegliere?, potrà chiedersi qualcuno. E in effetti ci sono migliaia di credo, religioni, dottrine, filosofie, e qualcuno addirittura si prende gioco della fede inventandone di nuove a tavolino, proprio per irridere la speranza di chi crede.

Come esseri umani abbiamo libertà: possiamo riporre fiducia, rispetto, speranza in qualsiasi oggetto, persona, entità. Ma come esseri razionali abbiamo anche qualcosa di più: possiamo contare sull’intelligenza e la coscienza per scegliere come esercitare la nostra fede, decidere in chi riporre la nostra fiducia, trovare conferma alla nostra certezza.

Una salutare dieta tecnologica

La Stampa oggi si occupa di Bernardino Greco, quasi settant’anni, che dal 1991 vive da solo a Portaria di Acquasparta (TR). Non ci sarebbe niente di strano, se il paese in questione non fosse a un’ora e mezzo di cammino (in mezzo al bosco) dal resto del mondo, e se Greco non fosse l’unico abitante della remota frazione.

Solo, quindi, salvo quando qualche anima alla ricerca di se stessa chiede asilo e si ferma per un periodo (chi per qualche settimana, chi addirittura per anni) a fargli compagnia, condividendo il duro lavoro quotidiano tra manutenzione dell’edificio, coltivazione dei campi, cura degli animali.

Greco vive felice fuori dal mondo, senza elettricità né acqua corrente; si sveglia all’alba e va a dormire quando fa buio, ma – questo potrebbe sorprendere – ha con sé un telefono e un computer: «Non ha senso rifiutare la modernità – spiega -. Basta solo usarla per ciò che serve, senza ulteriori indulgenze».

Una lezione che servirebbe a quel 66% di milanesi ansiosi che, secondo un sondaggio della Camera di commercio, non riesce a staccarsi dalla tecnologia nemmeno per un giorno.

Greco, nonostante stia bene a un’ora e mezza dal resto del mondo, insegna di fatto che per vivere sereni non è indispensabile fuggire in un borgo sperduto, lontani da tutto e da tutti, riscoprendo una vita agricola che per i nostri nonni (ormai bisnonni) era tutto sommato normale. Tra l’estremo di chi usa il cellulare per più di tre ore al giorno e l’altro estremo di chi non sente il bisogno di collegarsi con il mondo, esiste un giusto mezzo: un equilibrio che magari si può riscoprire proprio privandosi per qualche momento delle comodità superflue.

Chiamatela dieta tecnologica, se volete: un’astensione dall’eccesso che non ha senso però nell’ottica di una patetica prova di resistenza, quanto piuttosto come una lezione che potrebbe tornare davvero utile a vivere meglio. Potrebbe evitarci, per esempio, di andare in depressione ogni volta che “non c’è campo” per qualche ora. Magari ci aiuterà anche ad arrangiarci diversamente quando Internet non va e, perché no, a trovare una soluzione alternativa quando salta la corrente o manca l’acqua.

Come vivere in un ambiente troppo sano porta ad abbassare le difese immunitarie, vivere troppo comodi senza rendersene conto porta ad abbassare la soglia di allarme e a fare una piccola tragedia per ogni dettaglio che manca.

Una dieta tecnologica può essere di carattere formativo, quindi, ma non solo: magari far risuonare qualche trillo di meno, saltare gli sms superflui ed evitare per qualche ora il controllo compulsivo della posta potrebbe darci finalmente quel che ci manca da tanto: il tempo per rimpiazzare il baccano interiore con un salutare silenzio, per guardarsi finalmente dentro con la giusta onestà.
Il tempo per confrontarsi con la propria coscienza per fare un bilancio della propria situazione andando al di là di ciò che ci circonda e che ci arricchisce solo apparentemente.

Sono momenti che non hanno prezzo. E una telefonata, anche la più importante, non li potrà mai sostituire.

Polemiche pasquali

Come morì Gesù: con le braccia e le gambe distese, i chiodi nelle mani e nei piedi, oppure con le braccia leggermente sollevate rispetto alla testa, i chiodi nei polsi (o negli avambracci) e le gambe rannicchiate? La BBC lancia la polemica, basandosi su nuove evidenze (si fa per dire, sono di quarant’anni fa) e in base a queste prove propone una nuova ipotesi sulla crocifissione, che fa a pugni con la rappresentazione iconografica tradizionale.

Una polemica che ricorda un fatto di vari anni fa, quando due teologi si impegnarono in una dotta discussione su come fosse più opportuno tenere le mani mentre si pregava: accostate o incrociate? Ognuna delle due soluzioni aveva una sua origine storica e un significato sul piano spirituale, e ognuno dei due sosteneva appunto una delle due diverse opzioni come la più corretta.

Speriamo sia evidente a tutti che pregare con le mani giunte o incrociate, inginocchiati o in piedi, camminando o seduti non è la questione principale: è la sostanza che conta, la preghiera come momento di contatto e dialogo con Dio e non come mera recita.

Lo stesso vale per la questione sollevata in vista della Pasqua dal documentario della BBC. Gesù potrebbe essere stato crocifisso nella posizione canonica entrata nell’immaginario collettivo attraverso l’arte o meno; i chiodi potrebbero essere stati conficcati nei polsi e non nelle mani, e le gambe potrebbero essere state in posizione accovacciata e non dritte. Quale potesse essere il sistema più in uso da parte dei Romani per torturare e uccidere attraverso la crocifissione viene dedotto dalla BBC partendo da un ritrovamento singolo, uno scheletro crocifisso: anche statisticamente viene difficile credere che possa essere più autorevole di altre evidenze, più ampie sul piano numerico e più frequenti sul piano documentale, ma tant’è.

Ovviamente la polemica della BBC non poteva passare inosservata: di fronte alla tesi inglese il noto regista Franco Zeffirelli si inalbera: “niente di nuovo”, sostiene, avendo sostenuto le stesse tesi già trent’anni fa nel suo celebre “Gesù di Nazareth”; stessa perplessità di Giovanni Vian, docente universitario e direttore dell’Osservatore romano. E qualche tradizionalista in Gran Bretagna ha addirittura chiesto – senza esito – che la trasmissione del documentario venisse sospesa.

Più che sulle modalità, le nostre perplessità vanno invece in un’altra direzione. Fateci caso: ogni volta, alla vigilia della Pasqua, emerge una polemica, una questione, un’ipotesi più o meno bislacca sulla passione, sulla morte, sul seppellimento, sulla resurrezione. Non c’è dubbio sul fatto che sia giusto ricercare la verità, in base alle evidenze bibliche e storiche, anche andando contro alle false convinzioni e alle tradizioni che per secoli possono aver influenzato la percezione dei fatti evangelici.

Il pericolo però, in questi casi, è che queste polemiche finiscano per distogliere l’attenzione dei più dalla Pasqua vera e propria per concentrarla su dettagli: questionare sui metodi di crocifissione significa perdere di vista il significato del gesto di Gesù, l’importanza epocale della sua morte sostitutiva, attraverso la quale l’essere umano può vedere cancellati gli ostacoli che si frappongono a un rapporto diretto con Dio, e della sua resurrezione gloriosa, che offre a chi crede in Gesù la certa speranza della vita eterna.

La Pasqua, in qualunque momento la si voglia festeggiare, non dovrebbe consistere in un dotto dibattito sulle modalità fisiche e teologiche della morte e resurrezione del Cristo: dovrebbe rappresentare il ricordo e la commemorazione di questo evento, l’unico possibile, l’unico capace di cambiare la nostra vita travolgendola con la grazia divina.

Quando i soldi non bastano

Il Corriere oggi racconta la storia delle ereditiere statunitensi che hanno scoperto il volontariato, cui recentemente il New York Times ha dedicato spazio elevando la tendenza a un vero e proprio “movimento”.

Si tratta di ragazze giovani, famose, dal conto in banca così florido da non poterlo nemmeno stimare: le ultime due condizioni, naturalmente, sono dovute a una storia familiare e a un cognome pesante, e a volte ingombrante.

Di fronte a una fortuna (in termini economici) sterminata e alla possibilità di vivere dieci vite senza muovere un dito, ci sono due possibilità. Da un lato c’è un’esistenza votata alla ricerca del piacere, ossia la filosofia di vita delle prezzemoline tutte party e scandali. Dall’altra, c’è il tentativo di dare comunque una direzione concreta alla propria vita, meno egoista e materialista, tentando di aiutare gli altri.

Naturalmente le festaiole fanno più notizia delle benefattrici, ed è inevitabile conoscere di più Paris Hilton di Amanda Hearst. Però può consolare sapere che per ogni gaudente che vive per il gossip, c’è almeno un’ereditiera che vuole tentare di cambiare in meglio la vita di chi è meno fortunato.

Se la scelta dell’una o dell’altra opzione sia dovuta all’educazione familiare o a qualcosa di più profondo, non è dato a sapere; resta il fatto che non è la ricchezza a fare l’uomo malvagio. Anche se spesso, purtroppo, aiuta ad andare nella direzione peggiore.