E invece siamo noi

Deve esserci sfuggito qualcosa. Sì, decisamente.

Un paio di estati fa, più precisamente era l’estate del mondiale, il calcio italiano venne squassato da uno scandalo su larga scala: una triste commedia di partite comprate, vendute, intimidazioni, accordi sottobanco, sudditanze psicologiche e arroganze a strisce bianconere. I media raccontarono la vicenda con dovizia di particolari, e lo scandalo provocò un terremoto inaudito nel campionato di calcio: scudetti revocati, Juventus retrocessa in serie B e con una penalizzazione da suicidio, partenze da sottozero per altre squadre coinvolte in maniera (pare) più marginale.

Come principale responsabile della vicenda – grande vecchio, burattinaio, manovratore occulto: fate voi – venne individuato un personaggio di rilievo del calcio italiano, Luciano Moggi. Le intercettazioni telefoniche non lasciavano spazio a troppi dubbi sui fatti, né sull’arroganza dell’atteggiamento. Lui, il protagonista, reagì davanti alle telecamere e alla riprovazione dell’opinione pubblica con una scena melodrammatica difficile da dimenticare: occhi gonfi, volto terreo, con un filo di voce disse che con questo calcio aveva chiuso. Da manovratore a vittima del sistema in due minuti, con buona pace di chi aveva subito per anni i suoi diktat. Un ottimo comunicatore, nulla da eccepire.

Dopo la pantomima, dopo essere diventato simbolo del proverbiale “calcio malato” e di tutto il marcio che c’è nello sport più amato dagli italiani, ci si sarebbe aspettati da parte sua un ruolo più defilato, un profilo più basso in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

Per questo, dicevamo all’inizio, deve esserci sfuggito qualcosa. Dopo i moti dei tifosi (quelli sani), i titoli sui giornali, le canzonature, l’indignazione dell’opinione pubblica, non può non stupire il fatto di riconoscerlo ancora oggi come ospite fisso in vari programmi di calcio parlato.

A meno che. A meno che il grido di dolore di un uomo che si è visto crollare addosso il (suo) mondo corrotto non basti a redimerlo davanti agli occhi di tutti. A meno che un anno e mezzo non sia sufficiente per saldare il debito morale di anni e anni di malversazioni. Sul piano morale potremmo parlare di un ruolo quantomeno inopportuno (da parte di chi l’ha invitato) e incoerente (da parte sua).

E se fin qui è solo questione di buon gusto – che, parafrasando Don Abbondio “chi non ce l’ha, non glielo si può dare” -, ieri la sceneggiata si è spostata nelle aule giudiziarie, dimostrando che non si tratta solo di parole. Infatti al processo che lo vede coinvolto per i fatti di cui sopra, Moggi si è preso una «Ammonizione, con minaccia di espulsione dall’aula dove si sta svolgendo il processo». Motivo? Durante la deposizione di un testimone, Moggi avrebbe fatto sbottare il teste per i “soliti segnali minatori che mi sta facendo e che ha sempre fatto”.

Insomma, nulla è cambiato nell’atteggiamento di quell’uomo che si diceva “distrutto”, e che annunciava di voler abbandonare quel mondo che aveva contribuito a inquinare. Altro che cambiare aria.

Sia chiaro, nulla di personale: come lo stesso Moggi non ha mancato di rilevare, molti altri erano coinvolti. Né, va detto, questo è stato l’unico scandalo degli ultimi trent’anni.

Non siamo in grado di contare quanti personaggi di rilievo hanno mancato di parola, hanno offeso la dignità degli italiani, si sono burlati dell’indignazione con grande nonchalance. Amministratori, sportivi, politici, l’elenco sarebbe lungo.

Ciò che turba non sono loro: siamo noi. Noi, che non perdoniamo (ed è male) ma dimentichiamo (ed è peggio). Noi, che esprimiamo la nostra indignazione a tempo determinato. Noi, che siamo capaci di riporre la nostra fiducia in chi si è dimostrato inaffidabile. Noi, che tifiamo turandoci il naso, perché il divertimento vale più della coerenza. Noi, che con le chiacchiere da bar facciamo il pieno di buone intenzioni, ma siamo troppo pigri (o troppo pusillanimi) per darvi un seguito.

Noi italiani, ma soprattutto noi cristiani. Noi che vogliamo cambiare la società, noi che vogliamo dare speranza al mondo, noi che ci illudiamo di volare alto. Noi che ci scagliamo contro il “mondo”, e poi ci lasciamo prendere senza difficoltà dalle vicende dei tronisti, dalle eliminazioni dei grandifratelli, dalle prestazioni degli amici, dalle promesse dei politici. Noi che diamo dell’incredulo a chiunque non abbia fatto il nostro stesso, identico percorso spirituale, ma poi siamo ben contenti di accettarlo come opinionista, sentirlo raccontare la sua vita, e sorvoliamo con indolenza sulle sue miserie perché tanto “sono tutti così”.

Se il cambiamento non comincia da noi, se non comincia dai piccoli gesti che possono indicare il nostro gradimento o la nostra indignazione rispetto a chi ci circonda, non stupiamoci del mondo in cui viviamo. E, soprattutto, non illudiamoci di riuscire a cambiarlo.

Pubblicato il 31 marzo, 2008 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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