Archivio mensile:marzo 2008

Alla ricerca della felicità

Il Corriere oggi tratta un tema che, periodicamente, torna alla ribalta: come si misura la felicità? Negli USA «si è riacceso – scrive Massimo Gaggi – il dibattito sull’inadeguatezza del Pil come misuratore del benessere… Gli economisti cercano da anni di trasformare la felicità, il livello di soddisfazione di una comunità, in un indice numerico diverso da quello del reddito».

Tra gli indicatori suggeriti nel corso degli anni ci sono stati ambiente, fiducia e qualità della vita; nel 1972 si è provato con la ““misura del welfare economico”, che aggiunge al Prodotto interno lordo fattori positivi “come il volontariato o il lavoro domestico non retribuito”, e sottraendo invece “fattori socialmente negativi come l’aumento della criminalità”.

Una cosa ormai certa è – per usare le parole di Robert Kennedy – che il successo non può essere misurato solo con il PIL, perché «anche gli incidenti stradali, la pubblicità delle sigarette e l’inquinamento dell’aria fanno crescere il reddito».

Come si misura la felicità, allora? Il problema, come si è visto, non è di carattere esclusivamente politico né solo personale, non è competenza esclusiva della filosofia né, dall’altro lato, dell’economia. In fondo l’essere umano, e con lui la sua società, da sempre tenta di indirizzare la propria vita e le proprie scelte in direzione di una maggiore felicità, chiaramente calcolata e vista secondo i suoi parametri. In base a questi parametri dipendono poi azioni sociali, linee di governo, idee politiche: ma di queste ultime, magari, parleremo un’altra volta.

Nella scelta dei fattori da considerare per stabilire il grado di felicità molto dipende dal contesto sociale e dall’epoca, senza dimenticare il messaggio di chi può influenzare l’opinione pubblica: c’è stato un periodo in cui la felicità era sinonimo di ricchezza, in altri momenti la felicità è stata il possesso; per qualcuno la felicità dipende dall’ammirazione che gli altri hanno di noi, per altri è semplicemente attirare l’attenzione di chi ci circonda, non importa se richiamata in maniera poco esemplare. Qualcuno considera felicità il comando, l’autorità, la supremazia sugli altri – e che si tratti di incarichi di governo o di condominio, poco importa.

Chi guarda un po’ più lontano, cita l’idea di felicità come la serenità di una vita pianificata, sull’esempio di quanto avviene in certi paesi del nord Europa dove tutto è calcolato, previsto, e la vita è tranquilla.

Ecco, la tranquillità è un buon punto di riferimento: difficilmente misurabile, ma significativo. Sul piano personale, per molti la felicità è proprio – come cantava Tricarico a Sanremo – una vita tranquilla, un posto accogliente dove tornare, una famiglia serena, un lavoro senza pensieri, un ambiente sociale accogliente.

Ma sarebbe troppo materiale, e poco corretto, ridurre la felicità a questi aspetti impalpabili ma sempre materiali. Non possiamo dimenticare le facce felici dei bambini che crescono in aree dove l’indigenza è estrema, e che sono contenti per il pallone di stracci con cui possono giocare in mezzo al nulla. E allora è inevitabile pensare che la felicità non è ciò che ci circonda, ma ciò che abbiamo dentro. La tranquillità, a parità di condizioni, non è sempre la stessa.

Foscolo parlava dello “spirito guerrier ch’entro mi rugge”, per dipingere la sua ricerca e la sua pena. Trovare pace è una faccenda interiore, non esteriore. La felicità si sviluppa – o non si sviluppa – dentro di noi; quel che ci circonda, al massimo, può arricchirla.

O scalfirla, naturalmente: ma di fronte alla gioia interiore di chi ha dato un senso alla sua vita, alla serenità di un cuore che ha trovato le risposte, all’animo sereno di chi ha fatto pace con la propria coscienza e con Dio, non c’è Pil che regga.

Cento anni di Cuore

Cento anni fa, l’11 marzo 1908, moriva lo scrittore Edmondo De Amicis. Se ricordiamo questo personaggio d’altri tempi con scuole, vie, biblioteche è per un libro che ha fatto la storia della letteratura per ragazzi, e forse non solo: quel celebre libro Cuore che ha segnato generazioni di ragazzi e ragazze ed è entrato nell’immaginario collettivo con i suoi esempi, le sue storie edificanti, la sua morale.

La trama la conosciamo tutti: con il suo linguaggio ottocentesco, solenne e compito, De Amicis racconta un anno di scuola visto con gli occhi di “un alunno di terza di una scuola municipale d’Italia”. Una classe elementare come molte classi di ogni tempo dove si incrociano i buoni e i cattivi, i ribaldi e i compagnoni, i drammi e i momenti felici condivisi dai ragazzi tra ottobre e luglio, l’arco di un anno scolastico di fine Ottocento.

Il contrappunto del maestro Perboni, un insegnante decisamente d’altri tempi – capace di rispettare ma anche di farsi rispettare – completa il quadro, e offre poco più di duecento pagine godibili, commoventi, serene.

Il libro Cuore è un testo scritto 122 anni fa, ma che pare distante anni luce dai tanti onorevoli – e meno onorevoli – volumi di autori odierni e dalla società che rappresentano. Forse, per certi versi, da allora è cambiato poco: al bullismo di Franti manca solo Youtube per essere moderno come quello di chi ha stupidamente allagato il liceo Parini; alla sua cattiveria manca solo un talk show dove predicare il suo verbo e venire corteggiato dalle sciacquette di turno, pronto a essere ammirato e imitato da torme di ragazzini senza punti di riferimento.

Certo, Franti era il male. Ma un male descritto senza indulgenze, ingiustificabile, da cui prendere le distanze senza mezzi termini. Né il maestro Perboni né il bullo Franti avrebbero pensato che, 122 anni dopo le loro gesta, si sarebbe arrivati a un capovolgimento morale come quello che viviamo oggi.

Anche per questo, Cuore è un libro da consigliare ancora oggi: certo, racconta un’Italia che non c’è più e che nemmeno riconosciamo, ma nel farlo dipinge personaggi e sentimenti che vivono in ogni classe, in ogni ufficio, in ogni condominio. Tra il gradasso e il buono, De Amicis sa quale parte prendere. E la prende.

Un libro sentimentale, forse. Morale, sicuramente. E Dio sa quanto oggi, in un’epoca priva di certezze, avremmo bisogno di libri capaci di indicare una direzione.

Quando blindarsi non basta

In Italia si verificano 150mila furti all’anno, un dato in crescita: le denunce sono salite nel primo trimestre 2007 del 30% rispetto al periodo dell’anno precedente, un dato che però – spiega Repubblica – non rende la misura del problema.

D’altronde la sostanziale impunità per chi commette i reati, e in certi casi addirittura la tutela di cui godono per un malinteso senso di garantismo, rende inevitabile un’involuzione in questo senso. Se uno straniero, in televisione, ammette: «nel mio paese rubare una gallina porta in carcere, qui no: ed è per questo che sono qui», allora forse sarebbe il caso di pensare a qualche aggiustamento nell’applicazione delle nostre leggi. Non leggi nuove, si badi: ma leggi applicate con certezza, come si dovrebbe poter sperare in qualsiasi sistema giuridico avanzato.

Allo stato attuale fanno affari d’oro le aziende che propongono le difese cosiddette passive: sbarre, porte blindate, allarmi rumorosi a scongiurare un attacco che, quando arriva, è decisamente difficile da contenere, e che avrà poche conseguenze anche in caso non vada a buon fine: nessun rimborso del danno, naturalmente, e ladri scarcerati con tante scuse, e addirittura con la possibilità di rivalersi in caso di reazione del derubato.

Siamo sempre più insicuri, sempre più impauriti, sempre più preoccupati. E infatti, oltre a tutto il resto, nascono le panic room: le stanze da letto cominciano a farsi blindate per evitare quantomeno lo shock di doversi confrontare faccia a faccia con i ladri, un’esperienza decisamente poco piacevole.

Un vero e proprio assalto che richiede difese sempre più alte: tanto da convincere sempre più persone a barricarsi in una parte di casa propria come in altri tempi ci si rifugiava, come ultima spiaggia, sulla rocca, nel castello, nelle torri.
Lo stesso si potrebbe dire per le strade poco sicure, ieri come oggi a rischio briganti.

In un contesto come questo, dal triste sapore medievale, non stupisce che ci si senta molto poco moderni, e che si senta il bisogno di cercare certezze. Materiali, quando si tratta di difendersi, anche se serve a poco.

Ma soprattutto certezze umane e spirituali, riscoprendo aspetti – l’amicizia, il rapporto con i vicini, ma anche la serenità della fede – certezze che si erano trascurate e che ci hanno portato fino a qui.

Generazione sandwich

C’erano una volta i nonni, che accudivano i bambini. Erano giovani e spesso già in pensione, e potevano permettersi di dare una mano ai figli nella cura dei nipoti. Poi la società è cambiata. Quei nonni, generazione dopo generazione, sono invecchiati, perché i figli hanno cominciato a studiare e quindi a concedere loro sempre più tardi la gioia di un nipote. Se il nonno di vent’anni fa aveva cinquant’anni, oggi ne ha sessanta o più. Sono invecchiati, ma va detto che sono invecchiati bene: aiutati dalla scienza e da una società sempre più attenta alle loro esigenze, hanno raggiunto età che i loro genitori nemmeno sognavano.

Nel frattempo i figli studiano sempre di più: una volta bastavano le superiori, oggi nel curriculum non può mancare la laurea; e poi il lavoro, difficile da trovare e sempre meno stabile: inevitabile che si metta su famiglia sempre più tardi.

Sommate i vari fattori, e capirete perché la generazione nata negli anni Quaranta viene chiamata dagli esperti – lo scopriamo oggi dalla Stampa – generazione-sandwich. Sono, oggi, splendidi sessantenni, sono in forma e spesso sono anche in pensione: una condizione che, vista da fuori, potrebbe sembrare ideale. Invece si trovano a riempire le giornate andando in soccorso ai loro cari: da un lato devono accudire genitori sempre più longevi (ormai chi muore prima degli ottant’anni muore giovane), dall’altro badare ai nipoti che arrivano sempre più tardi.

I nati negli anni Quaranta si trovano quindi a sperimentare per primi una situazione inedita per la nostra società, ma che da ora in poi sarà una costante: se fino a oggi avere un bisnonno era un’eccezione, nel futuro prossimo avremo una società regolarmente suddivisa su quattro generazioni.

Avremo bisnonni ottantenni – e forse trisnonni centenari – da curare, nonni sessantenni ancora in forze ma intenti ad accudire i loro genitori, figli trentenni che lavoreranno sempre più a lungo perché la pensione sarà sempre più difficile da accumulare, e nipoti inevitabilmente lasciati a se stessi.

Che sia necessaria una revisione della nostra impostazione sociale è evidente. I sostegni sociali non bastano. Una società egoista come quella che abbiamo modellato negli ultimi anni non può reggere di fronte a queste sfide; gli aiuti – badanti, case di riposo, supporti sanitari o tecnologie – saranno solo palliativi.

Non succederà domani, ma nemmeno la soluzione si trova da un giorno all’altro, dato che comporta un cambio di mentalità: per questo è opportuno cominciare a pensarci. Se non saremo capaci di assumerci le nostre responsabilità di esseri sociali dandoci una regolata, e mettendo da parte i patetici falsi miti sviluppati in questi ultimi anni – la lista è lunga, dal “tutto intorno a te” al “perché io valgo” – le conseguenze saranno serie. E non basteranno le pubblicità a salvare il nostro ego.

Quando la libertà è un pericolo

A Nordest la religiosità è sempre più flessibile: un’indagine pubblicata sul Gazzettino segnala che per il 60% di veneti e friulani la fede è importante, ma fai da te.

Si sentono cristiani ma liberi di declinare la propria fede in maniera personale sui temi della morale e dell’etica, senza restrizioni o costrizioni da parte di un’autorità religiosa.

Tornano in mente le parole di Montanelli, secondo il quale gli italiani sono protestanti mancati: non credono nell’autorità delle gerarchie, non accettano imposizioni, concordano con le tesi di Lutero ma non hanno mai avuto il coraggio di fare un passo coerente in direzione del credo evangelico.

Questo afflato di libertà spirituale coglie sei triveneti su dieci, ma – avverte Giovanni Vian, docente di storia delle chiese cristiane all’università di Venezia – non è per forza positivo: infatti, se da un lato c’è in questo senso un “desiderio di appartenere a un dialogo cristiano”, e quindi di vivere personalmente la propria fede, dall’altro lato la libertà è pericolosa quando “il nostro essere religiosi manca di un consolidamento di conoscenza e di cultura biblica”: senza conoscenza la libertà rischia di diventare un elemento fuorviante per la persona, esattamente come la religiosità.

Perché se la religiosità è un guscio vuoto senza la spiritualità, e porta a vivere una vita di formalismi ipocriti e privi di senso, la libertà gode di un’aura di positività, ma rischia di portare a sperimentazioni dottrinali e bricolage teologici portando altrettanto lontano dalla fede. Con un pericolo ulteriore rispetto alla religiosità: l’incapacità di dare risposte, limiti, indirizzi alla società. Portandoci al punto in cui, in effetti, siamo.

E allora, talvolta, viene da pensare che forse era meglio quando c’era più religione.

Una sera senza spina

Metti una sera senza la spina: una serata senza niente che sappia di elettrico, elettronico, tecnologico. Una serata senza televisione, videoregistratore, computer, palmare, cellulare.

È l’idea di Ariel Meadows, giornalista statunitense che, all’alba dei trent’anni, ha capito di non poter andare avanti a compulsare schermi senza sosta, e ha deciso di disintossicarsi dalla modernità almeno una sera a settimana.

L’idea, di per sé, sembra balzana: in fondo è solo tecnologia. E invece, magari, non è così scontato riuscire a staccarsene. Fate mente locale: quand’è stata l’ultima volta che siete riusciti a trascorrere una serata lontana da qualsiasi schermo? Se era senza televisore era perché stazionavamo davanti al pc; se non eravamo al pc guardavamo un dvd; se non ci gustavamo un film eravamo presi a mandare sms o a parlare al telefono.

Eh già, siamo più coinvolti di quel che pensiamo. Altro che “smetto quando voglio”: forse è il caso di riscoprire una giornata, o almeno una serata “unplugged”, come ha fatto al Meadows, per disintossicarci da quella che rischia di diventare una vera dipendenza. Perché lo schermo, qualunque esso sia, è anche sintomo di frenesia, di una vita vissuta a ritmi diversi da quelli che possiamo sopportare, e questo, alla lunga, logora, stressa, toglie l’equilibrio e la serenità.

Ben venga una serata alla settimana dedicata al dialogo, alla lettura, alla riflessione, magari a un bilancio su quello che siamo, che vorremmo essere, che dovremmo essere.

Solletico spirituale

In Germania la fede va di moda: il settimanale Panorama racconta che le chiese di Berlino la domenica mattina sono piene, in un ritorno di spiritualità sicuramente inaspettato.

A quanto pare non si tratta, nemmeno in forma indiretta, dell’effetto-Ratzinger: piuttosto “Molti sentono il bisogno di dare un senso diverso alla propria vita e cercano nuovi valori”. Dopo aver provato con le dottrine orientali, forse il vento è cambiato, ed è emersa la convinzione che non si debba andare lontano per riscoprire qualcosa che esiste da secoli nella nostra cultura.

Possibile? Certo. A patto però che si tratti di una riscoperta, non di un ritorno alla tradizione pura e semplice. La riscoperta porta a guardare con occhi diversi anche gli aspetti più comuni, recuperando il senso e andando oltre la forma.

In quest’ottica andare in chiesa non deve tornare a essere un semplice esercizio religioso, un insieme di formule e riti, incapaci di dare una risposta alla domanda di spiritualità.

Se andare in chiesa ha invece un significato più profondo, è il desiderio di relazionarsi con Dio insieme ad altre persone, se è il risultato di una sete spirituale che spinge a cercare un incoraggiamento, un consiglio, un’indicazione nell’ascolto della Bibbia, allora – e solo allora – l’approccio potrà dare i risultati sperati.

Ci si potrebbe chiedere quanto valga un ritorno alla fede che nasce sull’onda di una tendenza. Se si tratta di adeguarsi a chi abbiamo di fronte, per comunicare in maniera efficace il messaggio di speranza del vangelo, ben venga. Se si tratta di raggiungere le persone nel posto in cui vivono e nei luoghi che frequentano, ben venga. In fondo i cristiani sono chiamati ad andare, non ad aspettare.

Tutto è lecito, nei limiti della chiamata e del buonsenso: almeno fino a quando il messaggio non viene stemperato in tale misura da diventare semplice solletico spirituale.

Quella prospettiva che manca

Tempi duri per le mamme, e i risultati si vedono: un crollo di nascite, specie nelle città dove la vita costa di più e il lavoro è un idolo prima ancora che un’esigenza. I dati di Milano – segnalati oggi dal Corriere – sono significativi: nel 2007 sono nati duemila bambini in meno rispetto al 2006, e anche le donne straniere, che fino a oggi mantenevano la media entro una soglia dignitosa, hanno cambiato tendenza.

I motivi? Secondo il Corriere, almeno cinque.
1. Sei donne su dieci, a Milano, lavorano: inevitabile che la maternità ne risenta, e venga messa in secondo piano, al momento in cui il lavoro avrà dato le soddisfazioni di prammatica.

2. inutile contare su mariti e compagni. Non perché non ci sono (almeno non sempre), ma perché non aiutano. Una tendenza curiosa: da un lato la donna si è maschilizzata, dall’altro l’uomo si è femminilizzato in termini estetici (quanto spendono, oggi, gli uomini in prodotti di bellezza?), ma non in modo virtuoso. Aiutare la consorte non è disdicevole: o non lo è, comunque, più della cura del corpo.

3. il part time, in Italia, è una cultura estranea che non riesce a mettere radici, con tutte le conseguenze per chi si è preso la responsabilità di un figlio e vuole dedicargli il tempo necessario.

4. al di là delle buone intenzioni, la tanto decantata flessibilità porta spesso a un ritorno del lavoro a cottimo: un superlavoro, con tutti gli svantaggi del caso nella gestione di una famiglia.

5. mancano i nonni, specie a Milano, e mancano anche gli asili nido dove lasciare i pargoli. Problema non da poco, se si lavora in due perché i costi della vita sono proibitivi.

Insomma, non bastavano le politiche dissennate degli ultimi decenni e i pericoli per l’infanzia degli ultimi anni: tutto sembra congiurare contro la famiglia. Nessuno probabilmente rimpiange i tempi in cui l’Italia era un paese rurale, e la famiglia aveva un suo equilibrio interno: i nonni stavano con i nipoti e li educavano, oltre a badare a loro; i genitori lavoravano, e il nucleo familiare allargato, dinamica sociale di per sé piuttosto rigida, aveva un senso.

La vita cambia, il paese cambia, la famiglia cambia: non sempre in meglio, a quanto pare, e la situazione milanese di cui si parla oggi sul Corriere è emblematica per capire dove possa portare uno sviluppo non equilibrato.
Il cambiamento non è sbagliato di per sé, anche se la società tende alla refrattarietà per un istinto di autoconservazione. La questione, semmai, è avere la capacità di individuare in anticipo conseguenze e problematiche che stanno dietro ogni scelta, e che rischiano di portare i singoli e la società verso situazioni potenzialmente critiche. Una prospettiva che deve essere attuale, ma non può non essere anche lungimirante, per evitare di far pagare le conseguenze alle generazioni successive.

Certamente, in questo quadro, fino a oggi non ha aiutato il fatto che in Italia ogni questione finisca per diventare oggetto di discussioni sui massimi sistemi: anziché impostare il presente guardando il futuro e valutando quindi con ragionevolezza le prospettive concrete, spesso ci siamo ritrovati di fronte a decisioni basate su posizioni ideologiche fini a se stesse, proposte senza il minimo realismo.

I risultati, in tutti i settori – dalla scuola alla giustizia, dalla famiglia ai rapporti sociali – sono sotto gli occhi di tutti. Chissà se saremo in grado di ritrovare il lume della ragione – anzi, della ragionevolezza – in tempo utile.