Archivio mensile:aprile 2008

Registri contesi

Il sindaco di un comune del milanese va in controtendenza e abolisce il registro delle coppie di fatto.

Giampiero Mariani, primo cittadino di Desio, aveva già espresso più volte in passato un certo disagio per la questione; il registro era stato voluto nel 1998 dall’Ulivo, e approvato con i voti di Rifondazione, ds e verdi, mentre Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega si erano schierati contro la sua istituzione.
La decisione aveva visto le dure critiche del prevosto cattolico, inevitabili e tanto più comprensibili se si considera che Desio viene presentata, sui cartelli stradali, come la città natale di papa Pio XI. Insomma, una vera invasione di campo.

Come segnalava Il Giornale ormai due anni fa, all’epoca dei Dico, «Sui loro siti internet quelli dell’Arcigay strombazzano con gran soddisfazione che a Desio esiste un registro delle coppie di fatto fin dal lontano 1998. Una “presentazione” che fa irritare il sindaco Giampiero Mariani» È vero che, come precisa la testata, “la giunta non diede seguito all’attuazione dell’ordine del giorno”, ma a Mariani non andava comunque giù questa pubblicità negativa per un cattolico come lui, tanto che, di fronte alla possibilità di una legge nazionale sulle coppie di fatto aveva addirittura minacciato di opporre «una sorta di obiezione di coscienza».

Naufragata nel giro di pochi giorni la legge sui Dico, e sparite ora dal Parlamento praticamente tutte le forze che avevano voluto varare i patti di convivenza, alla fine Mariani si è deciso, cancellando di fatto il registro del comune di Desio.

Certo, il provvedimento rischia inevitabilmente di suonare meno significativo del previsto. Sono passati tre anni dall’elezione di Mariani, e almeno uno dalle dichiarazioni bellicose di cui sopra; visti gli ultimi risultati elettorali, inoltre, per i prossimi cinque anni difficilmente si sentirà parlare di Dico. Come dire: facile, farlo ora.

Peccato quindi. Poteva essere una notizia nazionale, e invece finirà relegata nelle cronache di provincia. È più comodo così, sicuramente.

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Il libro misterioso

In Vaticano è stata presentata una ricerca sulla “Lettura delle Scritture”, con i risultati di una indagine internazionale realizzata per valutare il rapporto della popolazione adulta con la Bibbia.

I dati che emergono sono in perfetta linea con quanto già si sapeva, eppure non possono non fare impressione. Gli italiani – che per l’88% si dichiarano cattolici – sono tra i più ignoranti in fatto di Bibbia, battuti solo dalla Russia. Non fa molta differenza se si parli di persone colte o non istruite: come rivela il filosofo Cacciari, “Mi sono capitati studenti da trenta e lode in filosofia che confondevano San Paolo con Mosè”. Già confondere Mosè con Noè sarebbe un’enormità, nonostante entrambi abbiano costruito un’arca: gli studenti universitari confondono il liberatore di Israele con l’apostolo dei Gentili, due personaggi che non hanno nulla o quasi in comune, separati da 1500 anni di storia. Un po’ come confondere Alessandro Magno con Carlo Magno.

Niente di strano, tutto sommato, se è vero quanto emerge dalla ricerca, secondo la quale solo 27 italiani su cento ha letto almeno un brano della Bibbia di recente. No, non parliamo dell’ultima settimana. E nemmeno dell’ultimo mese. Stiamo dicendo che tre quarti degli italiani non ha aperto la Bibbia nell’ultimo anno.

Inevitabile provare disagio di fronte a un dato desolante, che lascia aperto più di qualche interrogativo. Perché se il sondaggio conferma che tre italiani su quattro non hanno aperto la Bibbia, non dà certezze sulla frequenza di lettura di quel 27% che la apre.

La domanda che ha provocato l’ecatombe era fin troppo benevola: leggere un brano in un anno non si può definire in nessun modo un’abitudine di lettura. Eppure il 73% ha dovuto ammettere di non aver dedicato alla lettura della Bibbia, nell’ultimo anno, nemmeno il tempo che ha dedicato a sbadigliare. O a una fila in posta. O a una pubblicità televisiva.

Gli altri 27? Evidentemente comprendono chi si avvale di una lettura quotidiana e regolare, chi riesce a posizionarsi su una frequenza settimanale, chi si ferma davanti alla Bibbia una volta al mese, chi la sbircia ogni tre o sei mesi; ma comprende anche chi, magari per puro caso, qualche giorno prima del sondaggio, ha trovato una Bibbia su uno scaffale, l’ha aperta, e magari ha ripercorso la creazione del mondo, prima di richiuderla e rimetterla al suo posto.

Insomma, un 27% che non può consolare in nessun modo.

E suonano amare le parole di Cacciari, secondo il quale «Chi la ritiene un grande codice letterario la legge come una successione meravigliosa di stili e di racconti. I filosofi come un libro che sollecita interrogativi sull’uomo, senza porsi problemi teologici, ma essendo certi che si tratta del testo-base di una grande religione».

Se per letterati e filosofi è un libro ineludibile, viene da chiedersi quanto dovrebbe esserlo per un cristiano, la cui fede dovrebbe basarsi proprio su quel Libro.

Etica dimenticata

Un soldato americano ha fatto causa all’esercito: secondo la sua accusa, verrebbe discriminato in quanto ateo. Il Corriere spiega che il militare, di stanza in Iraq, organizzava assemblee di “liberi pensatori” e che sarebbe stato ostacolato, vessato ed emarginato per questo: insomma, un vero e proprio mobbing a sfondo religioso.

A opprimerlo, nel noto ruolo del cattivo sergente Foley, gli ufficiali evangelici. Che non si tratti di un caso isolato lo testimonierebbe una vicenda simile, nel 2004, quando i cadetti dell’Air Force «protestarono perché gli ufficiali, evangelici “cristiani rinati”» come il presidente Bush, «usavano la loro posizione per fare proselitismo». Le contromisure delle autorità portarono a scarsi risultati: «Alla fine – spiega al New York Times il paladino per la libertà religiosa tra i militari, Mikey Weinstein – quelli che ti promuovono sono i superiori che ti invitano a pregare».

Un problema, essere cristiani in autorità. Specie per chi interpreta con particolare zelo versetti biblici come “insistete in tempo e fuor di tempo”. È vero che, a fronte di pochi fondamentalisti al potere, corrispondono centinaia di cristiani che esercitano l’autorità in maniera fin troppo nicodemitica, quasi imbarazzati per la loro fede, arrivando a considerarla un semplice “fatto privato” anziché uno strumento per esercitare il loro incarico in maniera più efficace.

Sembra quasi scontato dover rilevare che, anche al fronte, il livello di fede non corrisponde per forza al grado militare: un generale non esprimerà necessariamente una fede matura, e lo dimostrano episodi come quelli citati.

Almeno per due buoni motivi. Un ufficiale la cui fede cristiana sia matura non si infuria di fronte a un sottoposto che si dichiara ateo e per questo non vuole pregare: facile comprendere che la reazione del sottoposto non sarà quella di avvicinarsi alla fede, semmai avrà l’effetto opposto. Solo un neofita può pensare di convincere (e salvare) con la forza dei metodi paternalistici, quando Dio stesso – il Padre per eccellenza – ha dato all’uomo la libertà di scegliere.

In secondo luogo, l’espressione e l’esercizio della fede sul luogo di lavoro non si misurano tanto in parole quanto in opere. Un comportamento corretto parla più di un calendario colmo di versetti biblici.
L’applicazione della fede nella vita di tutti i giorni implica anche un’etica professionale esemplare.

Ed è paradossale che oggi ci si ritrovi a doverlo riscoprire da capo. Nei secoli scorsi è diventata proverbiale a ogni latitudine l’etica (evangelica) calvinista come specchiato esempio di lavoro svolto al meglio, di relazione corretta con superiori, sottoposti e colleghi, di onestà sotto tutti i punti di vista. Spiace che oggi anche gli evangelici abbiano dimenticato questi capisaldi, che li hanno fatti apprezzare (e, spesso, li hanno resi vincenti) in ogni settore professionale.

Quei pastori così sorprendenti

Lo ammetto: non me l’aspettavo. Nel ponte del 25 aprile ho avuto occasione di partecipare al “convegno nazionale annuale degli anziani”: vale a dire l’incontro tra responsabili delle chiese evangeliche dei “fratelli”. Nella solita, magnifica cornice di Poggio Ubertini, sui colli toscani, i pastori delle “assemblee” si sono riuniti per mettersi in discussione. Sì, proprio così: il tema era “bada al mio gregge”, e i validi interventi dei due relatori (Guido Moretti di Firenze e Enrico Pasquini di Lodi) hanno inquadrato bene la questione. Il problema, ai giorni nostri, è l’approccio del responsabile con il suo ruolo di guida della chiesa: a volte rischia di trasformarsi in una posizione di potere, e alla due giorni toscana è stato ribadito in varie occasioni l’importanza di mantenere la valenza di servizio che il ministero di cura pastorale deve avere. L’incontro, organizzato per l’occasione dalle chiese del torinese, era impostato in maniera innovativa, con la creazione di gruppi di lavoro che dopo le sessioni plenarie hanno riflettuto e discusso sui temi trattati, allargando il discorso e allo stesso tempo precisandone i contorni.

Purtroppo negli ultimi anni il ruolo pastorale ha perso smalto. Non è una questione denominazionale né culturale, ma una oggettiva difficoltà a mantenere il giusto equilibrio tra autorità e amore, unita alla scarsa capacità di reagire alle sfide che ci circondano, di capire le domande di un mondo confuso per plasmare la Risposta nel modo più adeguato al contesto.

Di fronte a un monito così marcato ed esplicito ci saremmo aspettati di vedere sorrisi di circostanza, arroccamenti su citazioni bibliche, impermeabilità diffuse. E invece – di qui lo stupore – no.

Abbiamo visto, in quei due giorni, anziani rammaricati che si esaminavano sinceramente; anziani che discutevano sul concetto di autorità, senza il timore di esprimere disagi e limiti; anziani toccati dagli interventi, che si sono riscoperti capaci di commuoversi nel ripensare al proprio ruolo e nel ripensare il proprio ruolo.

Saranno stati una minoranza, potrà obiettare qualcuno, a fronte di una maggioranza che non si è lasciata scalfire, convinta come sempre di poter identificare pienamente le verità bibliche con le proprie certezze. Può essere: forse, chissà, abbiamo visto un altro convegno. O forse qualcosa sta cambiando. In meglio.

Liberi e grati

La data del 25 aprile rappresenta un momento fondamentale per la storia della Repubblica italiana. Il 25 aprile 1945 è la data della sollevazione generale del nord Italia, che segna la fine della dittatura nazifascista.

L’Italia, dal 1922, era governata – e poi dominata – dal fascismo di Mussolini, che aveva decretato l’ingresso in guerra nel 1940 a fianco della Germania nazista. Il fascismo cadde il 25 luglio 1943 e l’8 settembre 1943 venne firmato l’armistizio con le forze alleate angloamericane. Quel che rimaneva del regime fascista si insediò, come governo fantoccio sotto il controllo tedesco, nel nord Italia, in quella che spregiativamente venne definita la “repubblica di Salò”.

Le truppe alleate intanto risalivano la penisola, mentre dall’interno le truppe partigiane operavano azioni di disturbo e ostacolavano le truppe occupanti, con le conseguenti perdite in termini di vite umane.

Il declino del dominio nazifascista era ormai segnato, e il 25 aprile venne proclamata la sollevazione popolare: la liberazione, appunto.

È un fatto storico importante, al di là della retorica resistenziale su cui si continua a discutere, perché ha segnato l’inizio dell’Italia libera e democratica che conosciamo oggi. Un momento importante, ma poco sentito.

E forse anche questo denota l’atteggiamento contraddittorio e incoerente del nostro essere italiani. Ci stringiamo a coorte – come dice con esagerato lirismo il nostro inno nazionale – solo quando la nostra rappresentativa vince i mondiali di calcio. Ci sentiamo italiani raramente, e il più delle volte per questioni che hanno poco di onorevole.

Altrove non è così. In Francia la commemorazione per la presa della Bastiglia è un momento sentito, che fa sentire francesi. Negli Stati Uniti il Giorno del ringraziamento o la dichiarazione di indipendenza sono momenti essenziali per ogni americano degno di questo nome.

Da noi il 25 aprile è stato per decenni una festa di parte, dove chi non si riconosceva in una precisa connotazione politica era appena tollerato alle celebrazioni, e a volte nemmeno quello.
Forse anche in conseguenza a questa colorazione eccessiva la festa della liberazione è diventata un giorno di festa qualunque, senza significati: un’occasione per le prime scampagnate o per uno strategico ponte con il primo maggio. Tanto che oggi, dopo 63 anni, chiedendo in giro si scopre che i più nemmeno sanno cosa si festeggi esattamente.

E invece è un’occasione. Non per tirare fuori dal cassetto un patriottismo d’occasione, ma per essere grati. Grati ai tanti giovani italiani che vissero per anni sulle montagne, impegnandosi e rischiando la vita, talvolta perdendola. Grati ai tanti giovani americani che, in Sicilia come ad Anzio, persero la vita per un paese a cui non li legava niente e che nemmeno conoscevano. Grati a coloro che sacrificarono la vita per l’ideale di libertà – magari pensando a una libertà e nel nome di un’ideologia diversa – e che scrissero struggenti lettere a moglie e figli poche ore prima della fucilazione in nome di quell’ideale.

Se oggi nel nostro paese siamo liberi di vivere, di credere, ma anche di protestare e far valere i nostri diritti, è proprio grazie a loro.

Per questo il 25 aprile dovrebbe significare qualcosa di più di una grigliata. Tanto più per chi, oggi, è consapevole del privilegio di cui gode, e ogni giorno ringrazia Dio per la libertà di vivere la propria fede senza limitazioni e senza pericoli.

Si fa presto a dire conversione

A Genova le famiglie delle vittime del terrorismo si sono schierate contro un intervento pubblico di una ex brigatista, convertita al cristianesimo: “prima chiarisca i punti oscuri di una vicenda drammatica come il terrorismo, aspetti su cui non ha aiutato a fare luce”, dicono in sintesi i rappresentanti dell’associazione.

Perdono e conversione sono due aspetti spesso correlati nello sviluppo dell’esperienza di vita e nei rapporti che ne conseguono. Sono questioni su cui non ci si dovrebbe esprimere a cuor leggero, e che dovrebbero vivere nell’intimità di una persona, molto prima che sulle colonne dei giornali.

È un discorso delicato, la conversione. Perché non esiste una formula, e ogni persona che la sperimenta parte da situazioni di vita diverse, usa approcci o esperienze diverse, arriva a conclusioni diverse.

Diffidiamo dalle conversioni in serie, testimoniate da esperienze tutte simili tra loro, dove varia solo la discrezione nel raccontare il “prima” e dove il “dopo” è sempre, invariabilmente una vita da Mulino Bianco. No, la conversione è qualcosa di doloroso, sofferto, di cui è difficile parlare con il sorriso sulle labbra e senza imbarazzo. Con sollievo sì, con partecipazione pure, ma difficilmente con una leggerezza che – d’altronde – non farebbe onore alla profondità della chiamata divina che ha operato nella persona.

La conversione implica una decisione netta: anche quando è frutto di un percorso, di tante microscosse che sgretolano piano piano una serie di certezze errate e smuovono verso una direzione diversa, deve essere possibile guardare indietro e vedere un cambiamento. Ma, a ben guardare, dovrebbe succedere regolarmente anche dopo la conversione, perché anche la nuova vita ha un suo sviluppo, una maturazione, segue un percorso che non può lasciarci identici a uno, cinque, dieci, venti anni fa.

La conversione implica ravvedimento: il riconoscimento che un progetto personale è fallito, e il dolore per il punto cui si è arrivati, per le scelte sbagliate che hanno caratterizzato e influenzato negativamente, fino a quel momento, la propria vita.

La conversione implica una richiesta di aiuto: l’ammissione che da soli non se ne esce, che serve aiuto. Un aiuto che viene dall’alto, e non da noi stessi. Un aiuto, anzi, cui noi stessi dobbiamo adeguarci e che dobbiamo, giorno dopo giorno, agevolare attraverso un abbandono delle abitudini e delle scelte che ci avevano caratterizzato in precedenza.

La conversione implica una richiesta di perdono: nei confronti delle persone nei confronti delle quali si è mancato, nei confronti di chi si è ferito. E il perdono, contrariamente a quanto farebbe pensare il triste esempio mediatico di oggi, non si concede: si chiede. E si chiede con il cuore, non con il microfono, dopo aver compreso l’errore e il danno procurato, e dopo aver provato dolore per l’errore commesso e le sue conseguenze. Non è l’ufficialità di una dichiarazione, ma la convinzione intima a fare la differenza: il perdono non è mai una formalità.

La conversione implica amore, un amore profondo e intenso per chi ci sta attorno, quell’amore che è riflesso dell’amore divino per noi e che, se necessario, porta a sacrificarsi per l’altro. Solo e sempre per amore, però: non per guadagnare attenzione, meriti, lodi. Pubblico, ma non a favore di telecamera.

La conversione comporta cambiamenti, ma anche chiarimenti. Per questo lascia perplessi sentir parlare di una conversione, che ci auguriamo profonda e matura, che non ha sentito il bisogno di dare spiegazioni a chi le chiedeva.

Superare il dolore per il proprio passato è essenziale per vivere una vita cristiana serena oltre che consapevole. Ma non sarebbe cristiano farlo senza ricordare e venire incontro al dolore altrui.

Consigli senza tempo

Attenti a sparlare dei colleghi: per la Cassazione le mail che mettono in cattiva luce i colleghi sono un reato, quando da parte del mittente ci sia la consapevolezza che la persona interessata verrà probabilmente a conoscenza delle ingiurie.

Fino a oggi le mail erano la zona franca della nuova generazione: un campo libero per le bufale, le offese, gli scherzi, le lettere anonime. Una levità che ben si addiceva a una comunicazione impalpabile, fatta di bit e per questo considerata meno autorevole della carta stampata, o almeno di una comunicazione vergata a penna.

E invece le mail valgono, altroché: spettegolare o esprimere commenti ingenerosi verso una persona con una comunicazione elettronica ha, per i giudici, valore diffamatorio.

In fondo sul piano etico non c’è niente di nuovo, a parte la sentenza: il gossip ferisce in qualsiasi forma venga espresso, e in ogni contesto rischia di sfuggire di mano provocando conseguenze più gravi del previsto. Anzi, un pettegolezzo che gira via mail rischia di provocare conseguenze anche più gravi di quando le voci circolavano solo attraverso il passaparola: se il passaparola normalmente è limitato nel tempo e nello spazio, e si spegne una volta girato tra i conoscenti, una mail rischia di avere un riverbero molto più ampio. Basta un indirizzo sbagliato o un inoltro incauto, e un apprezzamento salace, una foto impropria, un parere imprudente può raggiungere girare in un momento il continente, cambiando connotazione e rovinando la vita e la reputazione di qualcuno che probabilmente non se lo meritava.

La Bibbia suggerisce di riflettere prima di parlare, e di non perdersi in parole oziose. È un consiglio che non ha perso il suo significato nemmeno nell’era dell’elettronica.

Matrimonio? Questione di plurali

A Bologna il comune finanzia “i corsi contro il divorzio”: lo segnala il Corriere.

Il corso prematrimoniale gratuito, nasce dall’idea di una consigliera comunale di sinistra, Lina Delli Quadri, che si è chiesta perché mai chi opta per il matrimonio civile non debba usufruire di qualche incontro di preparazione.

Detto, fatto: il sindaco Cofferati si è dimostrato subito favorevole e la prima serie di lezioni è partita. Al primo corso si è iscritta una ventina di coppie, stupite per l’iniziativa, che in quattro serate di due ore ciascuna hanno potuto affrontare temi come “Insieme per sempre”, “Sessualità e amore”, “Coppia e creatività”, Doveri e diritti nelle relazioni familiari”. A condurli, esperti in psicologia, sessualità e legislazione familiare.

Il corso verrà ripreso a maggio, mentre da ottobre “l’iniziativa sarà strutturata in modo completo, anche sulla base dei suggerimenti delle coppie”.

Insomma, dopo le chiese – cattoliche, ma anche evangeliche – anche chi si sposa in Comune avrà diritto al suo corso laico di preparazione. Al di là naturalmente delle connotazioni religiose, dottrinali e spirituali del gesto, non si può scordare che la componente sociale-relazionale non è secondaria.
Troppi matrimoni, per la fragilità che dimostrano, fanno pensare che la preparazione non sia stata sufficiente: si tratti di unioni civili o religiose, pare quasi che spesso l’impegno non venga compreso pienamente, e preso con la serietà che richiede. Religioso o civile, la fine di un matrimonio è comunque un fallimento: ma non è il fallimento di una convivenza o di una amicizia, né di un rapporto tra due persone. E, nel caso delle coppie cristiane, non è nemmeno questione di “benedizione divina” che viene a cessare, tappeto troppo comodo sotto cui scaricare ogni possibile responsabilità personale convincendosi che “non era la volontà di Dio”.

La fine di un matrimonio è il fallimento di un progetto di vita: che, se inteso correttamente, dovrebbe costituire lo scopo dell’unione. Se l’obiettivo è costruire qualcosa insieme per il bene dei due interessati – ma anche della società di cui fanno parte – non basterà una lite a interrompere il rapporto. Né basterà una “incompatibilità di carattere”, vera o presunta, permanente o sopraggiunta.

Ed è triste vedere quanto, nella nostra cultura, sappiamo essere più determinati nel portare avanti un progetto lavorativo (e talvolta perfino un hobby) nonostante i rapporti con i colleghi non sempre siano idilliaci: anzi, talvolta sono uno stimolo.

La differenza sta nella percezione del progetto: le difficoltà nel lavoro ci stimolano, o quantomeno le sopportiamo di buon grado; il matrimonio, alle prime difficoltà, diventa un impegno ingombrante, un ostacolo.

E il motivo c’è. Ridotto ai minimi termini, il problema riconduce alla piaga del nostro secolo: l’egoismo.

Perché il lavoro rischia di funzionare meglio del matrimonio (e durare di più)?
Perché, in carriera, l'”io” può – e deve – restare al centro dell’attenzione. E anche per questo i sacrifici non pesano.
Nel matrimonio invece, se l'”io” non diventa “noi”, difficilmente l’unione potrà durare.

A prescindere da ogni connotazione religiosa, quindi, il problema è dentro di noi: e va affrontato in partenza con la consapevolezza di quel “noi” che ci cambia la vita. Meglio saperlo subito, per evitare di scoprirlo troppo tardi.

Urne amare

Come siamo finiti a destra, verrebbe da commentare. E vallo a spiegare a Torre Pellice che non è colpa di nessuno e che è stata una congiunzione politica sfavorevole tra le mille possibili a lasciarli disorientati. Resta il risultato: la componente valdese, dopo una lunga e onorevole militanza a sinistra, si ritrova rappresentata in Parlamento da un solo senatore. Del Popolo delle libertà, per giunta.

Fino a ieri veniva visto dall’intellighentzia come un’anomalia, e oggi si ritrova nel difficile ruolo di unico rappresentante evangelico in Parlamento. Beninteso, Lucio Malan (PdL) non è stato eletto come evangelico, e onestamente lo fa presente: gli evangelici, nella loro storica frammentazione, non sarebbero mai capaci di esprimere un parlamentare, nonostante ormai il movimento evangelico conti oltre 400mila credenti.

Un solo rappresentante in Parlamento. E dire che la scorsa legislatura era stata un tripudio: tre deputati e un senatore, con la ciliegina di un ministro, a rappresentare quella piccola comunità protestante abbarbicata da ottocento anni nelle valli Germanasca, Pellice, Chisone. Una minoranza mal sopportata e perseguitata, che periodicamente veniva cacciata dalle sue terre e ostinatamente tornava ogni volta nella sua piccola patria. Fino al 1848, quando il re Carlo Alberto concesse loro le Lettere Patenti, una sorta di decreto antesignano della legge sulla libertà religiosa: si trattava, in verità, del semplice riconoscimento del diritto di esistere e vivere nelle proprie terre (senza dare fastidio agli altri, beninteso), ma fu un momento storico, che ancora oggi si ricorda come il primo passo verso la libertà religiosa in Italia. Poi, durante la Seconda Guerra, la militanza tra i partigiani, tra quelle rocce che conoscevano una a una, o a fianco degli Alleati, come il compianto storico Giorgio Spini. Fino alla liberazione e alla ricostruzione democratica.

La galleria storica della presenza politica valdese era sempre stata orgogliosamente a sinistra: mai un cedimento, fedeltà assoluta verso chi dava garanzie contro lo strapotere cattolico, che per le minoranze di allora significava segnare la differenza tra sopravvivere o soccombere.

Nel corso della Prima Repubblica si sono susseguiti nei Palazzi della politica personaggi evangelici più e meno noti, al più uno o due per legislatura. Fino alla quindicesima, quella appena conclusa, quando si registrò un filotto mai visto: Valdo Spini tra i socialisti, Mercedes Frias nelle file di Rifondazione, Paolo Ferrero addirittura ministro.

E poi lui, quel Malan lì. Valdese a tutti gli effetti, pure valligiano di famiglia e di nascita (la carta d’identità è perentoria: nato a Tor Luserna), ma così diverso. Cinque legislature fa era entrato alla Camera nelle file di Forza Italia. Uno scandalo rientrato ben presto con soddisfazione dei dietrologi: la mancata riconferma nella legislatura successiva aveva permesso di ridimensionare il fenomeno a un fuoco di paglia, la classica eccezione tra le parole “Valdo” e “Spini”.

Arrivò la quattordicesima legislatura, quella del 1996, e quel trentacinquenne dall’aria perbene tornò alla Camera. Da quel momento non usci più da Montecitorio, se non per traslocare a Palazzo Madama. E finire, nell’ultimo biennio, Segretario alla Presidenza.

Come se non bastasse, ad acuire il dramma di vedere a Palazzo un valdese conservatore è subentrata la falcidie dei partitini: socialisti e arcobaleno sono fuori, e con loro restano esclusi i rappresentanti più accreditati, di cui abbiamo già parlato sopra.

Nel frattempo Malan gongola, e in un’intervista al portale di informazione evangelici.net, mette in chiaro la sua distanza da una certa visione politicizzata della chiesa, così comune oggi nell’ambiente valdese; prende le distanze anche da una certa visione liberaleggiante della Bibbia e da una certa visione laicista della politica, secondo la quale il cristiano dovrebbe fare un passo indietro, tenendo per sé le proprie convinzioni, senza pretendere di applicarle nella amministrazione della cosa pubblica. Insomma, l’esatto opposto di quel profilo valdese che i giornali hanno imparato a conoscere negli ultimi due anni.

Se i valdesi piangono, gli altri evangelici si stropicciano gli occhi, increduli. Anche se la Rai non se n’è accorta, ormai da decenni il 95% dell’ambiente evangelico italiano non si riconosce nelle posizioni “liberal” delle chiese protestanti storiche, optando per un cristianesimo più biblico, forse un tantino ingenuo e talora bonariamente fondamentalista, che sottoscrive in pieno le parole di Malan: «Sono portato a credere che la Bibbia voglia dire proprio quello che dice. Se in qualche caso non capisco, nel dubbio do ragione alla Bibbia».

E così il biondo di Tor Luserna rischia di ritrovarsi a rappresentare un intero movimento, ma non la sua chiesa. Corsi e ricorsi storici. I più, a Torre Pellice, non avranno ancora digerito.

Libere e felici. Per ora

Il Corriere in questi giorni segnalava «La generazione delle “no kid”»: donne che scelgono coscientemente di non avere figli. Quella che era una decisione personale sta diventando movimento di pensiero, con tanto di ideologa: una certa Corinne Maier, scrittrice francese, che al tema ha dedicato perfino un libro, che ora giunge anche in Italia.

«Donne italiane non imitate le vostre cugine francesi, continuate a non fare figli – spiega -. Perché “costano”. Perché “non avrete più tempo per voi”. Perché sono una palla al piede in fatto di: a. carriera; b. rapporti di coppia; c. rapporti tout court».

Lei di figli ne ha due, e di ragioni per non averne ne ha trovate quaranta. Certo, se sono tutte come queste, sono il perfetto specchio della società miope di cui – volente o nolente – anche la Maier è figlia.

In Italia le “no kid” sono numerose e serene. La grecista Eva Cantarella teorizza: «I figli deve farli chi li vuole. Io non ho mai sentito questo desiderio, non mi pento e non mi sento un mostro… Ho voluto altro. Il lavoro, la carriera. Le donne si possono realizzare in mille modi», concludendo che la femminilità? «Non sta in un pancione. Basta tutta questa enfatizzazione della maternità». Già, queste anticaglie che non si riesce a mettere in soffitta.

La giornalista e scrittrice Candida Morvillo ha trovato perfino una soluzione per interposta persona all’eventuale bisogno: «Il mio orologio biologico non è mai scattato. Ho preferito il lavoro, i viaggi, gli amici. E poi ci sono così tante coppie/ scoppiate che ci si può sempre trovare, come me, un fidanzato con figli di cui occuparsi ogni tanto». Quando serve ecco i figli già pronti, grandi, da coccolare, da affittare per qualche ora per poi restituirli a chi – ahilui – ha avuto la brutta idea di metterli al mondo.

Natalia Strozzi (“attrice, imprenditrice e discendente della Monna Lisa”), la mette sul piano dell’ironia: «Nella mia vita, ora, non c’è spazio per un terzo lavoro».

Molto più pratica l’avvocato Giulia Bongiorno, che riconosce come per la donna si imponga una scelta di campo: «Professione o figli. Io ho scelto la prima. Forse con un po’ di dispiacere ma vergogna no, non scherziamo». E allora, di fronte a un lavoro “totalizzante”, ci viene spontaneo chiederci come farà – se le voci troveranno conferma – a trovare il tempo per gestire il suo studio legale, che già le occupa tutto il tempo disponibile, e contemporaneamente dedicarsi per cinque anni a un ministero pesante come quello della Giustizia. Forse non è questione di scelte, ma di desiderio.

Tiziana Maiolo ammette che “è stata molte cose ma non mamma”: «Insegnante, giornalista. Moglie. Mi sono anche divertita. Un mattino mi sono chiesta: “E i figli”? Il mio inconscio aveva lavorato per me».

Stiamo parlando di donne emancipate e intelligenti. Libere dal mito dell’istinto insopprimibile e senza timori reverenziali nei confronti dell’uomo. Ma proprio per questo ci saremmo aspettati da loro una maggiore lungimiranza e maturità.

Facile, certo: ottenere tutto e subito, e domani si vedrà. E d’altronde è tipico della nostra società esibire una superficialità quasi infantile.

Perché certo, oggi c’è la carriera da perseguire, la vita da vivere, ci sono cose da vedere e da sentire, c’è da divertirsi ed emozionarsi. E sinceramente auguriamo una vita piena e soddisfacente a tutte coloro che leggono. Fino a quando l’illusione potrà reggere. Perché un giorno i riflettori si spegneranno, insieme ai sensi e alle ambizioni.

Potere, successo, fama, ricchezza, ammirazione, invidia giungeranno al culmine, e forse a quel punto sorgerà dentro di loro la fatidica considerazione del Qoelet: “Tutto è vano”.

E, inutile illudersi, arriverà “l’età in cui i guardiani della casa tremano, gli uomini forti si curvano, le macinatrici si fermano perché sono ridotte a poche, quelli che guardano dalle finestre si oscurano, i due battenti della porta si chiudono sulla strada perché diminuisce il rumore della macina; in cui l’uomo si alza al canto dell’uccello, tutte le figlie del canto si affievoliscono, in cui uno ha paura delle alture, ha degli spaventi mentre cammina, in cui fiorisce il mandorlo, la locusta si fa pesante, e il cappero non fa più effetto”, per dirla con le mirabili parole dell’Ecclesiaste.

Arriverà il giorno in cui bisognerà fare i conti con i propri limiti, e il ricordo di quello che si è stati non sarà una soddisfazione ma una disperazione per quello che non si è più. E affittare figli e nipoti non sarà la stessa cosa.

Tentare di dimenticarsene, rimandare il pensiero, evitare di affrontare il problema in attesa che la scienza trovi la formula per la vita eterna non è saggio, tanto quanto non pensare alla pensione nella speranza di vincere al lotto.

Un domani quei quaranta motivi per non avere un figlio potrebbero diventare altrettanti rimpianti.