Etica dimenticata

Un soldato americano ha fatto causa all’esercito: secondo la sua accusa, verrebbe discriminato in quanto ateo. Il Corriere spiega che il militare, di stanza in Iraq, organizzava assemblee di “liberi pensatori” e che sarebbe stato ostacolato, vessato ed emarginato per questo: insomma, un vero e proprio mobbing a sfondo religioso.

A opprimerlo, nel noto ruolo del cattivo sergente Foley, gli ufficiali evangelici. Che non si tratti di un caso isolato lo testimonierebbe una vicenda simile, nel 2004, quando i cadetti dell’Air Force «protestarono perché gli ufficiali, evangelici “cristiani rinati”» come il presidente Bush, «usavano la loro posizione per fare proselitismo». Le contromisure delle autorità portarono a scarsi risultati: «Alla fine – spiega al New York Times il paladino per la libertà religiosa tra i militari, Mikey Weinstein – quelli che ti promuovono sono i superiori che ti invitano a pregare».

Un problema, essere cristiani in autorità. Specie per chi interpreta con particolare zelo versetti biblici come “insistete in tempo e fuor di tempo”. È vero che, a fronte di pochi fondamentalisti al potere, corrispondono centinaia di cristiani che esercitano l’autorità in maniera fin troppo nicodemitica, quasi imbarazzati per la loro fede, arrivando a considerarla un semplice “fatto privato” anziché uno strumento per esercitare il loro incarico in maniera più efficace.

Sembra quasi scontato dover rilevare che, anche al fronte, il livello di fede non corrisponde per forza al grado militare: un generale non esprimerà necessariamente una fede matura, e lo dimostrano episodi come quelli citati.

Almeno per due buoni motivi. Un ufficiale la cui fede cristiana sia matura non si infuria di fronte a un sottoposto che si dichiara ateo e per questo non vuole pregare: facile comprendere che la reazione del sottoposto non sarà quella di avvicinarsi alla fede, semmai avrà l’effetto opposto. Solo un neofita può pensare di convincere (e salvare) con la forza dei metodi paternalistici, quando Dio stesso – il Padre per eccellenza – ha dato all’uomo la libertà di scegliere.

In secondo luogo, l’espressione e l’esercizio della fede sul luogo di lavoro non si misurano tanto in parole quanto in opere. Un comportamento corretto parla più di un calendario colmo di versetti biblici.
L’applicazione della fede nella vita di tutti i giorni implica anche un’etica professionale esemplare.

Ed è paradossale che oggi ci si ritrovi a doverlo riscoprire da capo. Nei secoli scorsi è diventata proverbiale a ogni latitudine l’etica (evangelica) calvinista come specchiato esempio di lavoro svolto al meglio, di relazione corretta con superiori, sottoposti e colleghi, di onestà sotto tutti i punti di vista. Spiace che oggi anche gli evangelici abbiano dimenticato questi capisaldi, che li hanno fatti apprezzare (e, spesso, li hanno resi vincenti) in ogni settore professionale.

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Pubblicato il 28 aprile, 2008 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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