Archivio mensile:aprile 2008

Semplicità limitata

Interessante articolo di Claudio Magris, uno dei più noti scrittori italiani, ieri sul Corriere in merito alle reliquie di Padre Pio.

Segnala in sintesi Magris che nei mesi scorsi il vescovo di San Giovanni Rotondo è stato denunciato da una associazione di fedeli «per aver violato il sepolcro di Padre Pio e vilipeso il suo cadavere. Si tratta, come è noto, della riesumazione delle sue spoglie dalla cripta del vecchio santuario».

Nell’iniziale diffida l’Associazione ammoniva: «La sua salma non deve essere sottoposta ad alcuna esposizione per vanità degli uomini». Domanda respinta dai giudici, ma «a parte le inoppugnabili ragioni dell’autorità giudiziaria, ci si può chiedere se non ci sia qualcosa di ragionevole nello sdegno di quei fedeli», ragiona Magris.

«È dallo stato fisico di conservazione di un cadavere – si chiede lo studioso triestino – che si può dedurre la spiritualità più o meno alta di una persona?» E aggiunge: «Questa idolatria feticista oltraggia il grande, sacro senso che il cattolicesimo ha dell’uomo e del corpo… Corpo che va amato, rispettato e goduto e che il feticismo superstizioso della macabra esibizione di qualche suo arto, più o meno putrefatto o conservato, profana. Su questa strada, si arriva all’aberrante richiesta del vescovo polacco Tadeusz Pieronek di estrarre il cuore dal cadavere di Giovanni Paolo II per conservarlo in Polonia», che Magris definisce “indecente stortura”.

«Naturalmente – continua l’autore – si può obiettare che esiste una religione popolare, la quale si esprime diversamente da quella delle persone intellettualmente più consapevoli, affidandosi allo slancio del cuore»: una semplicità spirituale che «va valorizzata nelle sue espressioni giuste ma “purificata dagli elementi negativi” e “aiutata a superare i suoi rischi di deviazione” (Paolo VI)».

Però «questa religione popolare del cuore ha tante legittime espressioni, ben diverse dalla paccottiglia magica e superstiziosa». Si può essere credenti “con semplice abbandono del cuore”, che però “è altra cosa dal fanatismo deviato di un esaltato devoto” come le combriccole di due paesi vicini che facevano a botte per chi aveva la processione più bella.

«Gesù – conclude Magris – si adira con chi ha bisogno di miracoli per aver fede. In ogni caso, anche chi crede ai miracoli farebbe bene… a non vederne troppo facilmente dappertutto; a sapere che il mistero… è quello della vita, nascere amare dubitare credere perdere illudersi osare morire, non gli effetti speciali delle Madonne di gesso che piangono. Che i morti seppelliscano i loro morti, ha detto Gesù, non che li riesumino e li mettano in mostra».

Vero. Se nelle persone il dono della semplicità va apprezzato, va altresì guardata con sospetto la chiesa che invita alla semplicioneria. Per ogni cristiano la vita dovrebbe essere una crescita continua, un’esperienza costante, e l’apprendimento – che può essere di vari livelli, dalla conoscenza biblica di base all’alta teologia – non dovrebbe esaurirsi mai.

Conoscere, spiega la Bibbia, porta dolore, ma salva anche la vita: la conoscenza ci mette in guardia, ci tiene lontano dai pericoli e dalle deviazioni, ci aiuta ad affrontare con la giusta luce i momenti difficili.

D’altronde è proprio grazie alla conoscenza che, come cristiani, abbiamo la vita: la conoscenza di Cristo ci ha indicato la via.
Una conoscenza preziosa, che vale la pena approfondire giorno per giorno.

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I nuovi niniviti

«Qualche volta è stato il clic dello scatto a tradirli. Qualche altra l’hanno invece fatto troppo… disinvoltamente per passare inosservati»: è così, secondo Avvenire, che almeno una decina di persone in giro per l’Italia hanno concluso la due giorni elettorale con una multa salata e una denuncia. Motivo? Il tentativo, evidentemente fallito, di fotografare la scheda.

Mi correggeranno i colleghi, ma non mi risulta che nelle tornate elettorali del passato ci sia stato tutto questo interesse a immortalare il momento del voto. Anzi, a dirla tutta non c’è mai stata troppa affezione nemmeno per il voto, vissuto dai più come un dovere da esercitare senza farsi troppe illusioni.

E allora, perché? Facciamo un passo indietro. A pochi giorni dalle elezioni il ministero dell’interno ha diramato una severa normativa in relazione all’uso in cabina elettorale di apparecchi per la riproduzione fotografica o video. Nulla di nuovo, nella sua radice: l’indicazione esiste da sempre, e fa parte di quell’insieme di norme che puntano a tutelare l’elettore, evitando il voto di scambio. Con le nuove tecnologie, e probabilmente con un occhio alle bravate esibite in rete, il ministro deve aver pensato che la linea dura sarebbe stata opportuna onde evitare problemi, polemiche, strascichi.

Per giorni i giornali, le tv, le radio ci hanno avvisato: sarà vietato entrare in cabina con fotocamere e affini, è vietato fotografare la scheda, le sanzioni sono pesanti.

Ed è qui che, nella mente di qualche persona debole, appassionata alle emozioni forti, è scattato il fascino della trasgressione: si sa, dai tempi di Adamo ed Eva più una cosa è vietata e più attira i desideri. E così in giro per il Paese, da Ceppaloni a Macerata, da Rovigo a Catanzaro, da Cuneo a Viterbo passando per Udine e chissà quante altre località, un gruppo di persone ha tentato la sua piccola missione impossibile: immortalare la scheda.

Missione resa impossibile soprattutto per la mancanza di organizzazione, capace di portare a vette sublimi di improvvisazione: dai maneggi poco disinvolti al cellulare che squilla in cabina, dal flash allo scatto che risuona nell’aula. Per tutti le stesse conseguenze: multa, denuncia, sequestro del cellulare e una bella dose di vergogna. O, almeno, si spera.

Naturalmente si trattava di persone impreparate e un tantino irresponsabili, specie a guardare le reazioni dopo la scoperta del gesto, una gamma di espressioni che va dalla rassegnazione al pianto dirotto.

E allora perché, viene da chiedersi. Perché rischiare conseguenze così gravi senza un apparente vantaggio.
Basta davvero il fascino del proibito per spingere a rischiare?

Colpisce la giovane età delle persone coinvolte. Certamente non si trattava di coloro cui la norma era rivolta, persone che volevano testimoniare di aver “votato bene”. Una generazione, forse, troppo annoiata da una domenica che non finisce mai, e davanti agli annunci perentori della tv decide di provare il brivido di una trasgressione. Per onorare una scommessa infantile, per ottenere un souvenir originale o per vantare una spacconata in più con gli amici del bar.

Annoiati e incauti. Molti probabilmente non si sono nemmeno resi conto della gravità del loro gesto, abituati come sono a dribblare quotidianamente leggi e divieti. Ed è questa, decisamente, la cosa più grave. Altro che generazione millennial, siamo di fronte alla generazione Ninive: una generazione che fa difficoltà a distinguere il bene dal male.

Dopo il voto

Le urne si sono chiuse, lo spoglio è stato completato, e finalmente la legge elettorale ha funzionato, offrendo un quadro abbastanza chiaro del futuro che ci aspetta: una maggioranza netta da poter governare, ma non esagerata da non tenere in considerazione le obiezioni degli altri.

Come in una democrazia normale, ci saranno cinque o sei partiti, non una ventina, e questo è un altro riscontro positivo del voto dei giorni scorsi.

I due dati rilevanti di questa tornata sono il raddoppio della Lega e l’estinzione della sinistra parlamentare: il primo fenomeno è probabilmente un sintomo di insofferenza alla casta e una reazione alle ultime vicende napoletane, su cui Bossi ha sapientemente puntato l’attenzione.
La sinistra, per parte sua, ha pagato una divisione ridicola in tre schieramenti e una consapevolezza: quella che hanno raggiunto gli elettori, ormai maturi per capire che non si può governare solo con i “no” (ai termovalorizzatori, alle centrali nucleari, all’alta velocità).

L’opposizione parlamentare è ora affidata a un partito nuovo, moderno, con un leader intelligente, che dovrà venire a capo delle mille anime del suo schieramento. Un leader che ha saputo dimostrarsi giovane ed europeo, riconoscendo la sconfitta. Di un’opposizione così c’è bisogno, in Italia.

Sull’altro fronte chi ha vinto potrà, invece, governare. Senza scuse, almeno sulla carta. Senza alleati riottosi a mettersi di traverso, senza maggioranze in bilico e senza singoli senatori capaci di far passare notti insonni al governo.

Potrà governare con un programma e, soprattutto, con impegni concreti, visibili, che tenteremo di non fargli dimenticare: la promessa di aumenti, il taglio di tasse odiose (il bollo auto) e degli sprechi, e così via.
In teoria può funzionare.
In prospettiva, anche la ventata federalista potrebbe giovare, facendo ritrovare la fiducia nei confronti del territorio, restituendo credito a una politica lontana, penalizzata pesantemente dagli ultimi scandali, dai privilegi e dagli sprechi sempre più insopportabili. E la presenza finiana dovrebbe riuscire a equilibrare le iperboli nordiche.

Tutto questo, ovviamente, è solo un’analisi del giorno dopo il voto. Da qualunque parte la si guardi non sarà facile, vista la situazione generale.

Per quanto riguarda le questioni legate alla fede, è ragionevole sperare che il prossimo governo, di stampo conservatore, nutra rispetto per i valori fondanti della tradizione cristiana, con tutto quel che ne consegue in termini di difesa della vita umana e di valorizzazione della famiglia.

L’agenda del governo entrante non potrà, inoltre, non tener conto delle questioni relative al complesso quadro multietnico e multiculturale con cui ormai ci confrontiamo da anni: la speranza è che la questione venga affrontata in maniera equilibrata, senza barricarsi dietro a qualche slogan, e soprattutto senza lasciare che i più esagitati trascendano in atti dimostrativi. Allo stesso tempo è essenziale che la certezza del diritto, e con essa della pena, ritrovi cittadinanza. Non servono nuove leggi, serve la capacità di applicarle senza eccessi ma anche senza ipocrisie buoniste.

L’agenda religiosa del governo non potrà non toccare l’approvazione della nuova legge sulle minoranze confessionali, legge che da troppo tempo aspetta una sua forma definitiva. Dovrà confrontarsi con le realtà, anche quelle evangeliche, e definire il modo più moderno ed efficace di applicare oggi il “libera chiesa in libero stato”, garantendo a tutte le comunità religiose pacifiche e rispettose i diritti che spettano loro in una società democratica e civile, superando una legge che ormai, più che antiquata, è anacronistica.

Come cristiani evangelici, nella legislatura entrante, ci troviamo con una rappresentanza parlamentare decimata. In realtà non sappiamo se sia un male, vista la luce che alcune sciagurate dichiarazioni hanno gettato in questi anni sul movimento evangelico.

Dal nuovo governo ci aspettiamo rispetto, ma anche comprensione: la consapevolezza di un contesto evangelico diverso da quello che i media comunemente presentano e che le autorità fino a oggi hanno dato per scontato. Certo, la nostra presenza testardamente frammentata non aiuta, ma siamo una realtà che non si può più ignorare quando si parla di movimenti cristiani nel nostro Paese.

In cambio non possiamo dare molto. Al nuovo Presidente del Consiglio possiamo solo assicurare – come abbiamo segnalato al suo predecessore due anni fa – la certezza che i cristiani evangelici (ma, speriamo, non solo loro) pregheranno per lui, come per tutte le autorità in carica, affinché Dio gli conceda la luce, l’onestà, la sensibilità, la responsabilità necessarie per governare al meglio l’Italia.

Ogni autorità è designata dall’Altissimo, afferma la Bibbia: al di là delle facili battute si tratta di un privilegio, ma è anche una bella responsabilità. Davanti agli uomini, ma anche davanti a Dio.

Lievito e radici

Paese che vai, problemi che trovi. Se da noi a far tremare i governi sono le intercettazioni, la disfida del pane azzimo rischia di trasformarsi in una crisi di governo per l’esecutivo israeliano.

Tutto comincia quando un giudice, evidentemente molto progressista per i parametri del luogo, decide di dare uno scossone a una di quelle leggi “intoccabili” che ogni paese ha: con una sentenza il magistrato ha limitato l’applicazione della legge che proibisce di esporre in luoghi pubblici i prodotti lievitati. Si sa, il lievito è vietato agli ebrei osservanti per tutta la durata della pasqua, e la norma in questione – datata 1986 – tentava di tutelare la sensibilità di chi rispetta i rituali tradizionali e non vuole dover camminare per strada vedendosi offrire qua e là prodotti non ammessi.

Il giudice, forse non a torto, ha stabilito che la legge volesse vietare l’esposizione in vetrina, ma non la vendita: tutelare sì, ma senza limitare la libertà dei laici; di qui la decisione di ammettere la vendita di pane lievitato, ma anche di alcolici.

La reazione? Paragonabile a quella che da noi toccherebbe a un giudice colpevole di “inquadrare” o “circoscrivere” la nota legge 194 sull’interruzione di gravidanza: lo Shas, partito ultraortodosso che fa parte della coalizione di governo, ha chiesto al premier Olmert di fermare la decisione del giudice, rea di permettere “una macchia sull’identità ebraica di Israele”.

Si potrebbe immaginare una battaglia tra osservanti e laici, ma in realtà gli schieramenti sono molto più trasversali: con il ministro ultraortodosso agli Affari religiosi c’è anche il ministro laico Tzipi Livni, secondo la quale questa norma «riguarda tutti noi e deve preoccupare chi considera importante il carattere ebraico dello Stato».

Questa alleanza eterogenea fa comprendere che, al di là della questione contingente, per Israele non si tratta di un problema di tradizioni, ma di radici. Israele è una democrazia, un paese liberale dove – contrariamente a quanto si crede – le leggi dello Stato non corrispondono con le leggi religiose; allo stesso tempo, scendendo nel merito, quelle stesse leggi dello Stato che tutelano la democrazia, tutelano anche il rispetto della tradizione ebraica.

Israele – checché ne dica qualche pensoso e disinformato intellettuale – offre a tutti la possibilità di vivere laicamente entro i suoi confini, senza limitazioni e senza differenze tra immigrati e nativi. Per poterselo permettere, però, ha ben presenti le sue origini, i suoi valori, i principi che reggono la società. E non intende scordarli, nemmeno di fronte a un contesto sempre più vario, disomogeneo, multietnico e multiculturale. Come dire: il rispetto è garantito a tutti, ma le nostre radici sono queste, e proprio sulla base di queste radici e di questa cultura che ci caratterizza, voi siete accolti e ospitati tra noi.

Forse l’esempio di Israele dovrebbe farci riflettere. Rinnegare la propria origine e smantellare la propria cultura cristiana significa rinnegare valori che hanno permesso di arrivare dove siamo. E accettare di ridurci alla neutralità di una non-cultura in ossequio a un malinteso senso di accoglienza rischia di non accontentare nessuno. Finendo per minare la convivenza stessa.

Un voto consapevole

Con tre anni di anticipo l’Italia torna al voto. La campagna elettorale che stiamo vivendo, a causa di un sistema di voto considerato dai più inadeguato, non ha dato spazio a particolari guizzi, finendo per appiattire – salvo rare eccezioni – le figure dei candidati sull’immagine dei leader, veri protagonisti della campagna elettorale con i loro programmi e le loro uscite fuori ordinanza.

Come se non bastasse, negli ultimi anni abbiamo assistito a una rissosità fuori controllo tra gli schieramenti e all’interno degli schieramenti con scontri, dichiarazioni bellicose, accordi improbabili e instabili. Le rivelazioni su privilegi e sprechi hanno favorito un’ascesa dell’antipolitica, interpretata a turno da ex comici votati al cambiamento del mondo e cittadini di buone intenzioni ma senza il carisma e la forza politica necessaria a cambiare le cose.

Inevitabile, in queste condizioni, percepire una diffusa disaffezione verso il voto, verso la politica vista come una casta e non come un servizio a beneficio del paese e dei suoi cittadini. Eppure, nonostante si faccia di tutto per far sembrare il contrario, il voto resta una cosa seria.

E lo è anche per un cristiano, per una serie di motivi che forse tendiamo a dimenticare.

Il dono della libertà
Come l’antico popolo di Israele sapeva bene, la libertà è un bene prezioso e per niente scontato. Oggi viviamo in un Occidente decadente sul piano morale ma benedetto sul piano del rispetto dei diritti umani: mai in passato era stato così sicuro, per un europeo, far sentire la propria voce, e allo stesso tempo mai era stato così semplice raggiungere il grande pubblico. Spesso consideriamo questo traguardo come un risultato ormai raggiunto, consolidato, scontato, tanto da rivendicarlo come un diritto acquisito e incontestabile. E invece è un privilegio da sfruttare (e, visti i risultati, verrebbe da chiedersi quanti cristiani lo facciano davvero), ma allo stesso tempo da difendere quotidianamente.

Se essere liberi di vivere ed esprimere la propria fede nel proprio Paese è un dono di Dio, dobbiamo esserne buoni amministratori, cercando le condizioni migliori per mantenerlo: comportarsi da fruitori fatalisti, come il servo che ha sepolto il talento, non sembra in linea con lo spirito del messaggio cristiano.

Se possiamo dire di avere la libertà di diffondere la speranza del messaggio evangelico, è perché ce lo garantisce una democrazia che, per quanto imperfetta e criticabile, offre a ognuno di noi il privilegio di diritti certi e reclamabili. Se ringraziamo Dio per averci donato questa libertà (la speranza è che ognuno di noi lo faccia), non possiamo dimenticarci che, come ogni dono, anche la libertà va coltivata.

Il panorama attuale
Se in passato, come cristiani biblici, i nostri avversari erano ben individuabili, oggi non è più così. L’Italia agricola, sanguigna nei suoi ideali ma sostanzialmente solidale e concreta che venne schematizzata in maniera così efficace da Guareschi attraverso Don Camillo e Peppone ha lasciato il posto a una società metropolitana complessa, schizofrenica, ansiosa, libera dai valori cristiani e di conseguenza dai vincoli che – nel bene e nel male – tenevano unita la società fino a qualche decennio fa. Il contesto multietnico, arricchente e contraddittorio, aggiunge un’ulteriore nota di difficoltà alla comprensione della realtà che ci circonda.

Se fino a ieri, sul piano politico e sociale, vivere la propria fede evangelica significava prevalentemente opporsi a una tradizione cattolica maggioritaria e spesso invadente, non possiamo non prendere atto che oggi è cambiata la società, sono cambiate le condizioni, sono cambiate le sfide e le priorità con cui ci dobbiamo confrontare.

Viviamo un contesto di battaglie di civiltà dove il crocifisso sui muri e i menù scolastici sono diventati pretesti, di spiritualità fai-da-te spacciate per cristiane, di un post-modernismo che ha fatto fuori anche il materialismo, di scientismi sempre più invadenti nel tentare di spiegare l’inspiegabile con il metro della scienza. In un contesto come questo suona risibile la difesa della propria identità evangelica “senza se e senza ma”, scordando il senso della più ampia identità cristiana (che, sperabilmente, anche gli evangelici riconoscono come propria).

Di fronte ai cristiani, a tutti i cristiani, si staglia l’attacco sempre più frequente da parte di uno scientismo che, proclamando la libertà di espressione con concetti rassicuranti come “scienza” e “laicità”, vorrebbe ridurre la fede a un fatto personale, privato, da non diffondere e soprattutto da non reclamare nella amministrazione della cosa pubblica. Una richiesta che, va da sé, come cristiani non possiamo accettare, convinti che siano proprio i principi biblici basilari a garantire il benessere della società. Solidarietà, compassione, uguaglianza, responsabilità non sono concetti inventati dalla Rivoluzione francese, e la storia ha mostrato che non funzionano quando vengono presi a sé stanti e privati di una linea, un obiettivo, una direzione.

La scelta
Si discute da sempre su quali debbano essere i valori politici del cristiano. L’unica certezza condivisa è che nessun movimento politico ci rappresenta completamente: d’altronde, a ben vedere, nemmeno tra noi evangelici esiste un’identità di vedute così precisa da permetterlo.

L’indirizzo per una scelta elettorale consapevole si deve basare, quindi, sulle priorità. Non quelle dei partiti, ma le nostre. Le esperienze, il retroterra culturale e – non ultimo – il livello che abbiamo raggiunto nel nostro rapporto personale con Dio ci porta ad avere una sensibilità più marcata su alcuni valori, e questo influisce sulla nostra prospettiva sociale, politica, umana portandoci ad alcune scelte anziché ad altre.

La legge elettorale in vigore e le vicissitudini della passata legislatura hanno portato a un sostanziale bipolarismo tra quelli che un tempo venivano chiamati conservatori e progressisti: si contrappongono tra loro due visioni della società opposte, che partono da premesse diverse e da cui discendono scelte e proposte diverse. Sono visioni più o meno condivisibili, chiaramente, a seconda della propria estrazione e della propria interpretazione della società; in ogni caso, come cristiani siamo chiamati a comprendere le due prospettive, così differenti tra loro, prima di esprimerci a favore dell’una o dell’altra.

Da un lato lo schieramento conservatore impernia le proprie scelte politiche su principi tradizionali di ispirazione cristiana, valorizzando nel proprio programma elementi morali e sostanziali di particolare rilevanza sul piano biblico, come la famiglia e la difesa della vita umana dal suo concepimento alla morte naturale. Dall’altro lato c’è la compagine progressista, che punta a dare spazio e tutela a tutte le minoranze sociali, religiose, etniche presenti nel nostro Paese, tra cui naturalmente anche la realtà evangelica: per garantire spazio e diritti alle minoranze naturalmente è necessario un approccio laicista, che accantona le tradizioni cristiane (o quel che ne resta) per dare a tutti la possibilità di esprimere la propria verità. Spazio alle verità evangeliche, certo, ma anche – per fare un esempio controverso – alla tutela legale delle coppie omosessuali.

Naturalmente non siamo così ingenui da credere che i conservatori rispettino i valori biblici per simpatia nei nostri confronti, o per amore del Vangelo; né crediamo che la sensibilità verso le realtà minoritarie da parte dei progressisti rappresenti un privilegio pensato per noi.
Non siamo nemmeno così smemorati da non cogliere le contraddizioni tra dichiarazioni e comportamento da parte dei politici: non ci risulta che i leader conservatori siano così esemplari sul piano personale o nei valori familiari; né, sull’altro fronte, risulta che l’unico ministro protestante degli ultimi decenni abbia fatto qualcosa per le realtà evangeliche, se non disorientare i media sui valori fondanti della nostra fede.

Nonostante questo, però, si tratta di due posizioni da prendere in considerazione e valutare con attenzione. E non vanno trascurate nemmeno le controindicazioni: scegliere la tutela delle radici cristiane significherà anche veder dare maggiore spazio alla realtà maggioritaria, quella cattolica, a discapito delle minoranze; scegliere la tutela delle minoranze significherà avere più voce, forse più finanziamenti, ma anche convivere con una società che si allontanerà man mano dal modello tradizionale cristiano su temi sensibili come l’interruzione di gravidanza o l’eutanasia.

Valori condivisi da un lato, visibilità alla minoranza evangelica dall’altro: la scelta forse per alcuni sarà scontata, ma obiettivamente merita una attenta riflessione. A ognuno di noi il compito di informarsi e valutare pro e contro, per prendere poi una decisione consapevole e responsabile.

PS: in ogni periodo elettorale qualcuno, giustamente, decide di astenersi facendosi forte dell’indicazione biblica “Il soldato non si impiccia degli affari civili”. E fa bene, se questa è la sua condizione.
Temiamo tuttavia che oggi i “soldati” a cui questo versetto fa riferimento siano ormai piuttosto rari: a meno che, oggi, essere soldati di Cristo non significhi barricarsi nella difesa delle quattro mura della chiesa per non far entrare spiragli di modernità, e non – come ai tempi di Paolo – correre nelle piazze e per le vie alla conquista delle anime con l’arma dell’amore cristiano.

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Discorsi scomodi

Un vero trattato di fede, concreto e per niente scontato, quello che Tony Blair ha proposto nei giorni scorsi nel suo discorso a Westminster.

Tony Blair, dopo le dimissioni da Primo ministro inglese, ha scatenato una serie polemiche per la decisione di parlare liberamente del suo percorso di fede, che l’ha portato ad abbracciare il cattolicesimo: se durante il suo mandato (uno tra i più duraturi della storia britannica) il motto era “We don’t do God”, non ci occupiamo di Dio, con l’abbandono delle responsabilità da statista ha sentito una maggiore libertà di espressione in relazione a un tema che, evidentemente, gli stava a cuore.

Nel suo discorso, sobrio ed equilibrato, ha toccato alcuni punti che vale la pena evidenziare. In primo luogo sfata un luogo comune: «Sono d’accordo che non devi essere religioso per essere buono – è vero -, ma non si può separare la religione dall’idea di fare del bene». Per “religione” Blair non intende, come si capisce nel testo, un insieme di regole, ma l’espressione pubblica della propria fede, sia personalmente, sia come chiesa.

Se quindi la fede, nonostante non sia essenziale per essere buoni, «non è scomparsa con l’arrivo della scienza moderna e della tecnologia» e «continua ad essere il centro della vita di milioni di persone», se «continua a ispirare opere di supremo sacrificio personale» è «perché nel suo nucleo essenziale la fede rappresenta un profondo desiderio dello spirito umano».

La fede, spiega Blair, «risponde al desiderio umano più fondamentale, irresistibile, irreprimibile di fare del bene, di migliorarsi, di pensare e agire oltre i limiti degli egoismi umani». La fede come elemento che ci stimola a migliorare e migliorarsi.

«Ancor più di questo – continua Blair -, essa è radicata nella convinzione che l’impulso a fare del bene consiste nel mettersi da parte, nella consapevolezza di qualcosa di più importante di noi stessi»: fare parte di qualcosa di più ampio è consolante, sapere di non essere il centro del mondo è salutare per darci una giusta opinione di noi stessi e, in ultima analisi, aiutarci a vivere meglio.

Questa prospettiva fa sì che «l’altro non viene rifiutato o ancor peggio escluso, ma abbracciato come più importante di me o di te. E chi crede è convinto che questo è il nostro scopo nella vita». Accogliere l’altro, servirlo, amarlo “come te stesso” significa pensare a lui e al suo bene, quintessenza dell’amore cristiano.

Anche la vita di chiesa, che Blair chiama “religione organizzata”, deve venir modellata su questi principi: «vista in questa luce, non è un arido rituale ma una collettiva dimostrazione di fede, un riunirsi di persone che credono nel potere dell’amore e della compassione di Dio, che sono convinte che essi siano diretti verso tutti e nel riunirsi simboleggiano questa comunione con Dio e con gli altri esseri umani». Una chiesa che non è solo una struttura, momenti di incontro che non sono freddi riti ma occasioni di condivisione e di incoraggiamento reciproco all’amore cristiano.

Siamo cristiani, sostiene poi Blair, ma restiamo umani: «la fede guida la nostra vita, consapevole delle nostre debolezze e concedendoci forza. La fede corregge, in modo necessario e vitale, la tendenza dell’umanità al relativismo. Dice che ci sono assoluti… Dà vera fibra morale».

Nella nostra natura peccatrice questo non ci preserva dagli errori, ma ci offre una prospettiva più nobile: «Sbagliamo, pecchiamo ma almeno lo sappiamo e sentiamo la spinta a fare meglio e il bisogno di cercare il perdono di Dio».

Blair offre poi una risposta anche a chi irride il cristiano, affermando che per coerenza la sua fede non dovrebbe avvalersi della scienza e della tecnica in quanto “Dio provvede”: «La fede è un credere vivo – ricorda Blair -, non fermo in un’epoca nella storia, ma che si muove col tempo, con la ragione, migliorata dalle scoperte scientifiche e tecnologiche, non in antitesi a esse, e dirige tali scoperte verso fini umani».

La scienza e la tecnica sono doni di Dio, ma solo la fede – con il suo patrimonio di valori ed esperienza – può guidare il loro sviluppo affinché sia a beneficio dell’uomo, e non contro di esso: quando la scienza pretende di farsi valore assoluto e di operare senza limiti, fine a se stessa, rischia di operare contro l’uomo anziché a suo favore. Un pericolo fin troppo concreto in questi ultimi anni.

Il discorso di Blair, come si vede, è intenso e significativo. E Blair, per la sua esperienza politica internazionale, sicuramente fa notizia di suo.
È quindi curioso che, tra tutte le testate nazionali, solo Repubblica, il Foglio e Avvenire si siano degnati di dare enfasi al discorso del leader progressista, quando invece altri interventi dello stesso Blair su altri temi – e non per forza sempre politici – vengono spesso segnalati, richiamati, commentati con trasporto per giorni.

Forse stavolta ha detto qualcosa che non doveva. Chissà, forse qualcuno pensa ancora che un uomo di sinistra come lui non dovrebbe occuparsi di fede, e tanto meno scorgerci il senso della vita.

La sobrietà del ruolo

«Il preside boccia il look dei professori»: a inizio aprile il responsabile di un liceo classico di Cuneo ha diramato una circolare per invitare i docenti “a vestirsi più da professori”, evitando un “abbigliamento caratterizzato da un eccesso di giovanilismo: jeans, magliette colorate, felpe, camicie improbabili, tute da teenagers».

Interpellato ieri dalla La Stampa, il preside ha risposto in maniera esemplare alla domanda su quale sia l’abbigliamento “scolasticamente corretto”: Non esiste un abbigliamento corretto in particolare – ha risposto -, «ma è facilmente intuibile quale sia quello sconveniente». Una frase che andrebbe incisa e posta all’ingresso di ogni luogo pubblico, dagli uffici alle chiese, o magari direttamente sull’uscio di casa. Ogni occasione richiede un codice di comportamento, e quindi di abbigliamento, diverso: andare al mare è – e deve – essere diverso dall’andare a visitare un museo, fare footing è diverso dalla partecipazione a una funzione religiosa, un funerale non è un party, e un matrimonio non è una sfilata.

Nei templi cattolici è vietato l’ingresso in minigonna, pantaloncini e canottiera o maglietta smanicata, ma anche con il cappello: se una saggezza millenaria ha imposto certe regole di rispetto, un motivo ci sarà. Possiamo essere anche gli esseri umani più illuminati del pianeta, ma prendersi la responsabilità di irridere generazioni di onesti predecessori è un comportamento quantomeno arrogante.

Allo stesso modo, non sarà un caso se nel corso dei secoli è emerso il concetto di divisa, a caratterizzare un’autorità da rispettare e cui è dovuta obbedienza. L’abbigliamento contraddistingue il ruolo, e anche quando la divisa non c’è, il principio resta: come commenta la stilista Laura Biagiotti, «La scelta dell’abito è determinante nella definizione dei ruoli. A maggior ragione la tenuta dei professori parla un linguaggio ben preciso. Chi insegna non deve essere un competitor [concorrente pari grado], ma un modello di riferimento».

Per parlare ai giovani non è necessario vestirsi da giovani, con eccessi che rischiano di rasentare il ridicolo. È opportuno e necessario adeguare il linguaggio, la forma, l’impostazione, i concetti, l’approccio per farsi capire al meglio: ma questo non significa trasfigurarsi in qualcosa che non siamo. Anzi, il fatto di poter garantire una dignità formale aiuta è un segno di rispetto per il Messaggio che comunichiamo, e a sua volta porta l’interlocutore a dare il giusto peso al messaggio che viene comunicato.

L’abbigliamento sobrio dei professori «regala serenità – conclude la stilista -, insegna a vivere, una cosa non da poco in questi momenti così difficili». Un po’ di rigore, in un mondo dove i giovani si buttano via per l’assenza di punti di riferimento e uccidono per noia, può dare il segno di una certezza. Quella certezza che siamo chiamati a trasmettere a chi ci circonda.

Da che pulpito

Panorama web riporta una notizia che proviene dall’agenzia di stampa iraniana Fars: «l’Iran risponderà al film Fitna, critico del Corano, diffuso su Internet dal deputato di estrema destra olandese Geert Wilders. La controffensiva di Teheran consisterà in un documentario per dimostrare “l’incitamento all’odio da parte della Bibbia”. […] Il documentario “Oltre la Fitna” in preparazione in Iran, scrive l’agenzia Fars, intende dimostrare che “il libro ritenuto sacro oggi dai cristiani è una versione distorta della Bibbia originale”. Il film, quindi, “si concentrerà sugli ordini dati dalla (versione distorta della) Bibbia per seminare la violenza, commettere genocidi, decapitare e bruciare donne e bambini fatti prigionieri”».

Sentirci insegnare dagli iraniani che la nostra Bibbia è corrotta è quantomeno singolare; sentirci dire che la Bibbia incita all’odio è ancora più sorprendente, detto da chi interpreta il Corano in maniera da non lasciare libertà di religione nei propri confini, libertà di espressione per le donne, e che in base a questa interpretazione vorrebbe perfino ributtare in mare Israele. Da che minareto vien la predica, verrebbe da commentare.

In ogni caso, gli iraniani sono liberi di produrre qualsiasi tipo di film desiderino: nel corso degli anni si è visto ben di peggio e di più offensivo rispetto a un documentario che tenta soltanto – diciamo così – di smontare l’attendibilità della Bibbia.

L’importante è che, se il film dovesse venir preso in considerazione dalle nostre parti – e siamo certi che qualche cineasta benpensante e un po’ progressista ci penserà seriamente -, venga proposto nel giusto contesto e con l’opportuna preparazione.
Abbiamo sperimentato qualche anno fa, con il Codice Da Vinci, quanto sia importante conoscere i fatti, per non basare le proprie riflessioni su false premesse, arrivando a conclusioni fallaci.

Perché è vero: è la verità a renderci liberi, non la censura. Ma, per poterne beneficiare, la Verità bisogna conoscerla.

Pausa inevitabile

Il Corriere parla di “svolta culturale” in seguito alla direttiva dell’Antitrust che ha sancito la liceità di tenere i negozi aperti anche la domenica.

«L’occasione: una segnalazione inviata dall’Autorità al Comune di Roma, “reo” di aver multato i negozi rimasti aperti a Pasquetta. Un messaggio senza sfumature: “I divieti all’apertura nei giorni di festa creano una restrizione ingiustificata della concorrenza”, sono “un ostacolo” all’ampliamento dell’offerta».

I pareri opposti – tra quelli che il Corriere definisce “partito della serranda” e del “carrello selvaggio”, sono ovviamente animati da prospettive specifiche: la chiesa cattolica ribadisce il suo no (l’arcivescovo di Pompei, non senza esagerare, avrebbe definito l’apertura domenicale «Un attentato a Dio»), mentre i classici dipendenti esultano: «Per me lo shopping settimanale è un problema, certo con le aperture nei festivi…».

C’è anche chi tenta una lettura sociologica della questione: i negozi aperti valorizzano la città e quindi stimolano a viverla di più, e poi «i negozi stanno diventando piattaforme semiotiche e relazionali. E in una città da cui sono scomparsi gli spazi pubblici, aprirli nei giorni di festa è ridare centralità ai “non-luoghi” metropolitani», come spiega Giampaolo Fabris.

Lo scrittore Giuseppe Culicchia ribatte che «I negozi come luogo di incontro mi fanno ansia, la sensazione è che ci si trovi lì perché non ci sono alternative». E poi spezza una lancia a favore dei commessi e delle commesse: se lo shopping domenicale agevola chi lavora durante la settimana, è un sacrificio (spesso, aggiungiamo, nemmeno pagato adeguatamente) per chi si trova privato in questa maniera del riposo e di una relazione normale con i propri cari.

Se è vero che «Il consumatore online è abituato a fare acquisti ad ogni ora, che senso ha un negozio di scarpe aperto dalle 9 alle 12?», come dice Fabris, è altrettanto vero che chi compra online non va in negozio, tantomeno prima delle nove del mattino o a notte fonda.

Forse però è la scrittrice Cinzia Felicetti a cogliere il punto: «lo ammetto: la libertà di orari è rinfrancante. Ma questa è una società del compro ergo sum, in cui si lavora 15 ore al giorno e si compensa con una bulimia d’acquisto».

Forse il problema nasce proprio quando gli acquisti diventano un hobby, travalicando la fisiologica necessità. Se, nella nostra prospettiva, il lavoro serve a guadagnare, e i soldi servono ad acquistare per essere più felici, allora il nostro orizzonte è ben limitato. Sul piano culturale, sociale e anche spirituale.

Se Dio ha stabilito un giorno alla settimana per il riposo – dandoci l’esempio, oltretutto -, un motivo c’è. Se poi il giorno di riposo abbia perso la sua connotazione ed è diventato via via nel tempo giorno di svago, di sballo, di esagerazione e attività impegnative, non cambia la sostanza: il giorno di riposo – si tratti del sabato o della domenica, non è questo il punto – nasce per concederci il tempo di meditare, riflettere, fare il punto della situazione, confrontarci con le nostre esperienze e la nostra coscienza, ritrovare l’equilibrio perso a causa dello stress e della fretta causata dalle vicende settimanali, trovare il tempo per avere un rapporto stare a contatto con il proprio Creatore.

Potrebbe sembrare limitativo rispetto alle nostre indicazioni, quasi uno scherzo del Creatore per toglierci una soddisfazione: e invece, a lungo andare, si coglie quanto sia importante questo momento di pausa per ritrovare se stessi. Non è una questione religiosa, ma di semplice rispetto umano, per se stessi per gli altri.

Privarsi – o privare gli altri – di questo privilegio è una scelta che si rischia di pagare: in termini di serenità personale, di relazioni familiari, e anche di rapporti sociali.

Quella vita che non conosciamo più

Turbano, perché nella loro semplicità ci mettono di fronte alla nostra vacuità. Sono i messaggi appesi all’albero dei bambini malati, uno spazio dove i bambini ricoverati al Bambin Gesù di Roma possono appendere i loro pensieri, le loro speranze, le loro preghiere.

Ne parla oggi il Corriere, che dedica mezza pagina a questa interessante iniziativa. Cartoncini colorati, un po’ di porporina (chi se la ricordava più?) e un pennarello. E frasi che toccano il cuore. “Dammi una vita migliore”, “Vorrei che domani esco”, “Caro Gesù, fa’ che mi passi la malattia”, “Vorrei che mamma e papà non litigassero”.

Fa male pensare che si tratta di bambini talvolta affetti da malattie gravi, lunghe o incurabili, e che queste frasi esprimono la vita vista da un letto d’ospedale. Sono bambini che vedono i genitori in crisi e soffrono, in barba a chi crede che i piccoli non se ne accorgano. Sono bambini che desiderano una vita migliore, dove quel “migliore” non rappresenta la nuova playstation, il lusso o il capriccio, ma la possibilità di andare a scuola, correre, forse anche solo respirare senza problemi e liberarsi dalle pastoie dei medicinali quotidiani.

Sono bambini che vogliono vivere. Vivere, nient’altro. E possiamo stare certi che, se ne avranno la possibilità, gusteranno la vita con un’intensità, un piacere, una gratitudine che noi, dando sempre più per scontato ciò che abbiamo da sempre, non proviamo più.