Archivio mensile:maggio 2008

Testimonial particolari

Fa sorridere una notizia comparsa in questi giorni sulla Gazzetta dello Sport: una stella del basket USA, Dwayne Wade, è rimasto così colpito dalla conversione della madre da volerle regalare… una chiesa.

Per la signora Jolinda non tirava una bella aria: fino a sette anni fa era «spacciatrice di droga, sbandata, frequente ospite delle prigioni di stato». Proprio in carcere ha trovato la fede, “ha scoperto Dio” e – per dirla con la Gazzetta – ha preso i voti diventando pastore battista.

Imprecisione tecnica a parte – non esistono, in campo evangelico, i “voti” né un “clero” -, stupisce la celerità: certo, in carcere si matura in fretta e l’esperienza sul campo non è secondaria, ma se questo basti a costituire un pastore è decisamente da verificare.

E così Dwayne Wade, entusiasta per il cambiamento di questa madre che dava tanti grattacapi, ha deciso di regalarle nientemeno che una chiesa, dove la signora due domeniche fa ha tenuto il suo primo sermone.

Il figlio ha dichiarato: “Sono orgoglioso di lei. Se siamo arrivati fin qui vuol dire che si è compiuto un miracolo. Anzi, posso sbilanciarmi affermando che mia madre è stata unta dal Signore”.

Se sia stata unta non lo sappiamo, ma lo dimostrerà il tempo. Quel che possiamo affermare con ragionevole certezza è che qualcosa, nella vita di quella donna, è cambiata, e decisamente in meglio. E che la tenacia non le manca.

La speranza è che sia in grado di comunicare, con le sue parole e il suo esempio, con tutti coloro che possono trovarsi nella stessa situazione vissuta da lei fino a qualche anno fa. Un testimonial con un’esperienza così intensa, e allo stesso tempo con tali potenzialità sul piano delle risorse non lo si trova facilmente.

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Piccoli editori, grandi assenti

Si svolge domani, 29 maggio, la prima edizione di “08-ml: piccoli e medi editori in festa a Milano”: sono trentasei editori con i loro libri e gli autori che, negli spazi della Triennale Bovisa del capoluogo lombardo, si presentano e presentano i loro lavori.

Un’idea nata, spiegano, vedendo l’esempio di Roma, dove le case editrici minori sono in contatto e collaborano: è proprio questo il clima che si vorrebbe portare anche a Milano, dove certo le case editrici minori non mancano, e coprono settori di nicchia interessanti sui quali altrimenti non avremmo riscontri editoriali.

Scorrendo i nomi delle trentasei case editrici presenti, risalta un’assenza: nessuna rappresentanza evangelica. E sì che di piccoli editori, nel milanese, ce ne sono vari, e aumentano ulteriormente se si allarga la ricerca all’intera Lombardia.

Non deve essere una questione economica: per essere presenti alla Fiera del Libro di Torino è necessario un impegno economico non indifferente, che in questo caso non era necessario. Difficilmente l’assenza è dovuta a una sorta di soggezione per la mancanza di produzioni interessanti da proporre: certo, alla Bovisa ci saranno case editrici che offrono libri ragguardevoli, ma ci sono anche editori molto modesti.

E allora viene il sospetto che si tratti di un problema di fondo. È comodo presentarsi a convegni, concerti, iniziative evangeliche e proporre lì i propri libri, in un ambiente ovattato, dove tutti sorridono. Facile parlare a chi già sa, a chi già ha, a chi già conosce: si risparmiano un sacco di preliminari e un confronto cui, forse, non siamo più abituati.

Il timore è che ci sia un’autoreferenzialità di fondo, che ci porta a evitare i contesti estranei concentrandoci nel nostro piccolo mondo: un contesto che ci sta comodo ma che, senza accorgersene, parla solo con se stesso e di se stesso. Un contesto facile ma pericoloso: negli ambienti chiusi, anche se nessuno se ne accorge, gradualmente comincia a mancare l’aria.
La storia insegna che i contesti asfittici, che credono di non doversi confrontare con l’esterno, che ritengono di non aver bisogno di stimoli nuovi, che “stanno bene così”, finiscono inevitabilmente per implodere.

E allora una ventata di aria fresca sarebbe più che opportuna. Presentiamo i nostri libri, la nostra cultura, la nostra fede. Senza paura. E se ci viene mossa un’obiezione (anche solo per lo squallore di troppe copertine) teniamone conto: aiuterà a crescere. E ci aiuterà, domani, a presentarci meglio.

Sempre che, naturalmente, l’obiettivo sia ancora quello di comunicare il messaggio del vangelo. Altrimenti, scusateci: abbiamo sbagliato chiesa.

Vernice spirituale

Sono sempre di più le persone, negli Stati Uniti, che si allenano “secondo i principi biblici”: fitness cristiano o qualcosa del genere, basato sulla consapevolezza che “Il corpo è il tempio dello Spirito” e per questo non va trascurato.

Dopo le diete e le ricette basate sulla Bibbia, l’ondata salutista dei cristiani d’America invade anche il settore del benessere, o wellness, e si appropria di tecniche di allenamento ammantandole di convinzioni basate sulla Bibbia.

Certo, nella Bibbia c’è davvero di tutto, ma forse sarebbe il caso di tener presente che non è un calderone: tutto quello che compare ha un senso nell’ottica di una priorità, di una prospettiva, di un obiettivo. L’uomo è nato per vivere in relazione con Dio, e solo privilegiando questo rapporto potrà vivere serenamente e con piena soddisfazione la propria vita.
Naturalmente con qualche estratto biblico sapientemente selezionato si può sostenere che dobbiamo curarci (perché il corpo è il tempio dello Spirito), che è necessario amare noi stessi (perché se non amiamo noi stessi, come faremo ad amare gli altri come noi stessi?), che è indispensabile essere economicamente prosperi (perché così Dio dimostrerà la sua approvazione verso di noi) e un sacco di altre cose.

La questione sta nel capire quale proporzione questi versetti abbiano all’interno della Bibbia, e quindi quale impatto debbano avere nella nostra vita.

È sempre utile ricordare che “il sabato è per l’uomo” e non viceversa, ma anche il contesto in cui lo si afferma: altrimenti si rischia di arrivare all’eccesso opposto e perdere di vista il vero senso del’affermazione.

Allo stesso modo non è sbagliato occuparsi della propria salute, essere rispettosi verso il creato, e nemmeno coltivare i propri interessi. Non è nemmeno necessario dare una mano di vernice biblica a queste sensibilità per non sentirsi in colpa nel praticarle: per caratterizzare la propria fede in palestra non è indispensabile un abbigliamento con pesci, versetti oppure omini che pregano, mentre è doveroso un comportamento sobrio e irreprensibile nei confronti di chi abbiamo di fronte. Per dimostrare la nostra fede non è indispensabile un adesivo sull’auto, specie se poi con quell’auto trasgrediamo il codice e insultiamo gli altri utenti: è opportuno, invece, mantenere un atteggiamento che testimoni la nostra fede anche quando non parliamo.

Che poi è la testimonianza più difficile, ma senza dubbio la più efficace.

Risvolti paradossali

Una direttiva dell’Unione europea, che la Gran Bretagna applica per prima con una legge in vigore da oggi, impone agli operatori dell’occulto di apporre nel loro studio una tabella che più o meno dovrebbe recitare “Si informa la clientela che il nostro servizio non ha evidenze scientifiche, ma è un semplice divertimento”.

Diverse le reazioni dei maghi italiani. Da un lato Otelma, che chiede quale sia il confine della scienza, dato che in certi paesi l’astrologia è insegnata nelle università, e chiede la par condicio: “il Vaticano può avere le sue grotte miracolose, le statue che piangono, tutte cose non dimostrabili scientificamente… ma perché non lo mettiamo [il cartello] anche sulle porte delle chiese?”.
Provocazione stringente sul piano logico, se si sorvola su un dettaglio: le chiese, di norma, non chiedono denaro, né promettono guarigioni.

Tale Giovanni Lucerna, collega di Otelma, la prende meglio: la norma serve anche a noi “professionisti seri” per tutelarci dai ciarlatani. «Io ho sempre lavorato così – spiega -, ho sempre avvertito i miei clienti che non potevo risolvere i loro problemi con delle fatture o dei miracoli. Le mie parole, le mie techiche, hanno un effetto placebo. Aiutare le persone depresse con il pensiero positivo. Il nostro lavoro è dare il sorriso a chi l’ha perso, non approfittare di chi soffre».
Insomma, per lui il ruolo del mago non è niente più di un telefono amico, uno psicologo da bar. Beata sincerità.

C’è poi la maga Kirone: una sensitiva che sa di azzeccare le previsioni, tanto che a suo dire i suoi clienti non verrebbero messi in crisi da un cartello.

Maghi contro ciarlatani. Bello vedere tutti d’accordo, o quasi. A sentire i “professionisti”, sembra quasi che la norma contro i maghi sia in realtà una legge a loro difesa.

Questo dovrebbe farci riflettere. Nel settore c’è chi turlupina, c’è chi crede davvero di avere dei poteri, e c’è chi indubbiamente li ha. Perché, come cristiani, non possiamo ignorare che il trascendente esiste, ed esiste l’occulto. Quella dell’occulto è una realtà che naturalmente – come figli della luce – non evochiamo né invochiamo, ma con cui dobbiamo fare i conti.

È giusta una legge contro i truffatori, che sfruttano la credulità e i bisogni dei più deboli. Ma la lotta contro i ciarlatani non dovrebbe diventare uno strumento per sdoganare i “seri” professionisti dell’occulto. Il pericolo è diverso, ma è sempre un pericolo: e non sono poche le testimonianze che raccontano come la soluzione di un disagio per via esoterica ha causato al cliente un beneficio solo apparente, avviluppandolo poi in una serie di problematiche spirituali sempre più difficili da sbrogliare.

Insomma, come in tutti i settori, nel mondo dell’occulto c’è da preoccuparsi dei truffatori. Ma in questo campo, ancora di più, c’è da preoccuparsi dei seri professionisti.

Esseri sociali

“Vivere al massimo pagando il minimo”: la Stampa presenta gli ultimi accorgimenti, modaioli e pratici, per contenere le spese “senza perdere in verve e in glamour”.

E così c’è il car-sharing, intelligente modo per condividere uso e spese di un’auto, dedicato a persone che la usano raramente; c’è il couch-surfing, comunità web di viaggiatori che mettono a disposizione il proprio divano e usufruiscono del divano altrui, quando soggiornano in città dove non hanno altri contatti; c’è il co-housing, versione moderna e urbana della casa di corte rurale, dove agli spazi privati corrispondono spazi comuni, dalla lavanderia alla palestra, dagli spazi-giochi per i bambini al salone per le feste. C’è poi lo swapping, alias baratto, che permette di scambiare libri, dischi e così via, dando nuova vita a quel che non si usa più e recuperando ciò che si desidera.

Una serie di nuove abitudini, dove la modernità il termine inglese nasconde l’origine antica, talvolta contadina, sicuramente sparagnina di un buonsenso che già i nostri padri (o nonni) possedevano e sfruttavano al meglio.

A beneficio del portafogli, e della socialità.
Sì, perché la caratteristica di base di queste nuove abitudini risparmiose è proprio l’interazione, che permette di conoscere persone, avvalersi dei loro servigi e mettere a disposizione i propri. La vecchia idea che aiutandosi a vicenda la vita possa essere migliore un’idea così antica da essere alla base della società stessa.

Dal punto di vista sociologico quindi questa tendenza, a prescindere dai risparmi che consente di ottenere, è positiva: l’individualismo anni Ottanta ha portato i vicini di casa a non conoscersi, ha congelato la solidarietà, ha elevato l’arrivismo a dottrina. Guadagnare sempre di più per fare da soli, fare da soli per guadagnare sempre di più, in un’autarchia economica che rasentava il solipsismo.

Ora la svolta: sarà stata la crisi economica, sarà stata l’insostenibilità umana dell’isolamento cittadino prolungato, fatto sta che ci si rende conto di aver bisogno dell’altro che fino a ieri si ignorava. Un bisogno economico, sociale, morale che non possiamo ignorare troppo a lungo.

Dobbiamo rassegnarci: siamo esseri sociali, progettati per stare insieme e cercare il bene reciproco. Una condizione che non possiamo ignorare senza impoverirci dentro.

Richieste shock

“Dateci messaggi shock”: è la richiesta che emerge da un sondaggio effettuato tra i giovani delle scuole udinesi, interpellati in merito alla sicurezza stradale.

I ragazzi, infatti, riterrebbero utile «confrontarsi direttamente con coetanei rimasti vittime dei sinistri e spot cruenti». E molti, quasi la metà del totale, trovano efficaci «gli slogan d’impatto, piuttosto che quelli che inducono a riflettere: «solo il 16% opta per messaggi che facciano riflettere, ma non violenti».

Un dato che fa riflettere. I messaggi duri, crudi, forti sono sempre stati considerati l’ultima spiaggia nella comunicazione: il modo per convincere chi non sa o non vuole ragionare, come i bambini o gli ingenui. E d’altronde l’esempio concreto e scioccante è sempre stato il modo migliore per correggere comportamenti sbagliati. Uno strumento da usare con la giusta misura, però: perché l’eccesso porta all’assuefazione, e l’assuefazione comporta una perdita di efficacia.

Chiedere messaggi di impatto significa ammettere la propria incapacità ad agire sul proprio comportamento senza una mano forte che sia capace di dimostrare subito e senza possibilità di equivoci la dannosità di un’azione. Significa ammettere di non saper – o voler – ragionare, preferendo la forza alla persuasione. Riflettere, certo, è impegnativo, e un’immagine (specie se cruda) comunica più di mille parole; però, in una società civile, l’azione non può mai prendere il posto del pensiero senza che vengano compromessi alcuni capisaldi della vita comunitaria. A partire da quella libertà che si sbandiera sempre più a sproposito per coprire i propri comodi: conquistata con l’azione per tutelare il pensiero, rischia di perdere il suo senso più profondo, con tutti i rischi che questo comporta.

Eppure, in fondo, non possiamo lamentarci. Se i giovani cercano lo shock, e con lui l’esagerazione e lo sballo, è perché sono figli nostri. Siamo noi ad aver accettato di buon grado una televisione senza di bassi stimoli. Siamo noi ad aver ammesso che la morale va decisa qui e ora, senza preconcetti e senza riferimenti più alti del “comune sentire”. Siamo noi che ci siamo sentiti così moderni nell’accettare che artisti controversi potessero riempire i muri delle nostre città con manifesti sconvolgenti, contrabbandati come campagne sociali e pubblicità progresso. Siamo noi che abbiamo accolto senza obiezioni un uso sempre più esagerato di termini, immagini, idee. Viviamo in un posto dove l’omicidio è subito strage, dove il sangue deborda dalle scene del crimine agli studi televisivi, dove i fatti scabrosi vengono passati ai raggi x, dove il linguaggio sempre più volgare viene fatto passare come normale diritto di espressione, dove il pietoso lenzuolo che copriva i cadaveri è stato tolto a beneficio delle telecamere e dei telefonini dei passanti.

Se tutto questo non fa più inorridire è perché ci abbiamo fatto l’abitudine noi per primi.
Se i giovani si comportano di conseguenza, non possiamo che rammaricarci per non essere stati in grado di fermare il degrado che, passo dopo passo, è diventato scempio.

In quest’ottica un cambiamento può partire solo da alcune direttrici forti: una maggiore sensibilità intellettuale, una più seria attenzione a quella spiritualità che abbiamo venduto – e, spesso, irriso – per un piatto di modernità. Chissà però se noi, prima ancora dei media, siamo ancora in grado di cogliere questi bisogni e dare il buon esempio.

Chissà se anche noi

Il Giornale intervista lo psichiatra americano Bruce Levine sul tema delle dipendenze.

Se, come rileva il giornalista, in un’epoca di massima libertà come quella attuale ci troviamo sempre più dipendenti da qualcosa è a causa del sistema sociale: «Questa esplosione di dipendenza – segnala Levine – è correlata alla moderna religione del “consumismo estremista”… La “fede” della cultura del consumatore è che tutte le tensioni e le irrazionalità possano e debbano essere eliminate da prodotti e servizi».

A chi ritiene che la depressione sia una principalmente una malattia, Levine ricorda che «Negli Stati Uniti il tasso delle depressioni è aumentato di dieci volte dagli anni Sessanta: è chiaro che la causa è di ordine sociale e culturale, non genetica».
Gli individui «sono così terrorizzati da non poter far altro che adeguarsi al consumo. Ma i debiti sono un altro modo per ridursi in schiavitù».

Si tratta di un malinteso modo di vedere la realtà: seguiamo quelli che definisce gli “eroi egoisti”, «un fondamentalismo che predica che si può essere egoisti quanto si vuole in ogni area della vita, comprese le relazioni sentimentali, e che tutto andrà bene, che il mercato si autoregolerà, purché ognuno si preoccupi unicamente dei propri bisogni sessuali e finanziari. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Le culture sagge, invece, sanno che deve esistere un equilibrio tra libertà individuali e attenzione all’impatto di tali libertà sugli altri. Parole come “compassione”, “condivisione” e “altruismo” sono per l’attuale “culto dell’egoismo”, bestemmie».

È sempre sgradevole e poco serio dare la colpa dei mali alla società: la società siamo noi, e come parte della società possiamo influire, quantomeno nel nostro piccolo, sulle dinamiche che la caratterizzano.

Se viviamo in una società che ha i suoi totem nel consumo, nell’egoismo, nella superficialità, è anche colpa nostra: certo, non li abbiamo introdotti noi, ma spesso li cementiamo con la nostra condotta quotidiana. Un tempo avere principi biblici rivestiva un significato distintivo: comportarsi “cristianamente”, fare “come Dio comanda” davano il senso di una morale convinta, di principi solidi, di un’etica irreprensibile.

C’è da chiedersi se oggi le cose stiano ancora così, o se, a causa della “società”, abbiamo abbassato i nostri parametri, attualizzando i nostri standard di comportamento.
C’è da chiedersi se è ancora importante, per noi, essere esemplari sul posto di lavoro, o se la furberia è un’abitudine che abbiamo adottato di buon grado per non fare la figura dei bigotti.
C’è da chiedersi se ha ancora un significato, per noi, la cortesia, la solidarietà, l’umanità nei rapporti quotidiani, o se fare del bene è solo un’occasione “a buon rendere”.
C’è da chiedersi se siamo ancora buoni amministratori di ciò che ci è stato affidato – tempo, denaro, energie, competenze – oppure se ci lasciamo coinvolgere piacevolmente dagli afflati compulsivi di un consumismo inutile e – oltretutto – spiritualmente dannoso.
C’è da chiedersi se siamo ancora in grado di fermarci, riflettere, gustare, sorridere o se i parametri della nostra vita si sono livellati sull’utilitarismo che infiltra ogni azione della società occidentale.

Generazione dopo generazione non sono mancate le filosofie che, inneggiando al progresso, hanno puntato a liberare l’essere umano da Dio. Una libertà che, puntualmente, ha portato l’uomo a dipendere da altri signori. Molto meno benevoli e molto meno umani.

Tanto comunque

Eccone un altro. La Stampa riferisce la notizia che il presidente francese Sarkozy “mette fuorilegge l’happy hour” perché gli appuntamenti con l’aperitivo serale “spingono i giovani verso l’alcol”. Viene chiesto un parere in merito a Marco Maccarini, conduttore di Mtv, che rileva: «all’happy hour non ho mai visto ragazzini che vogliono sballarsi». E aggiunge: «Certo, si beve. Però syuccederebbe lo stesso in altre occasioni».

Un ragionamento comune a molti commentatori: inutile il divieto di vendere alcolici dopo le 2 di notte, tanto i giovani si portano le bottiglie da casa; inutili i controlli, tanto con un paio di accorgimenti si riesce a passare indenni l’etilometro; inutile vietare le alte cilindrate ai giovanissimi, perché cih potrà userà comunque il macchinone di papà.

Inutile dire che, con il ragionamento del “tanto comunque”, si rischia l’immobilismo: guardando la questione in quest’ottica si conclude che nessuna legge, nessun decreto, nessun accorgimento serve a qualcosa, dato che comunque qualcuno riesce (e riuscirà) a trasgredirlo.

Mettendola su questo piano, il disfattismo porta all’immobilismo di fronte alle questioni sociali: e allora si rischia di far passare il messaggio che la legge non ha valore, “perché tanto comunque non risolve niente”, e quindi la si può bellamente ignorare, insieme alle autorità che tentano di farla rispettare.

Ma non c’è solo questo che stona, tra i numerosi sostenitori del “tanto comunque”. Pur senza condividere, possiamo capire che spesso si tratta di una boutade da parte dell’opinionista di turno, che deve per forza distinguersi in chiave giovanilista e dissentire per acquisire visibilità.

Se però si tratta di una convinzione, allora c’è da preoccuparsi.

Vero, per carità: “tanto comunque” qualcuno sfugge. Ma all’opinionista, con questo ragionamento, rischia di sfuggire il senso della prospettiva.

Che “chi vuole esagerare” un’alternativa la trovi sempre, è fuor di dubbio. Ma è grave se non si coglie la differenza tra l’esagitato che “comunque” si ubriacherà, si drogherà, correrà in autostrada, e la massa di giovani che non hanno intenzioni di arrivare all’eccesso, ma potrebbero venir tentati in questa direzione dalla facile reperibilità della materia prima (l’alcol, la droga, l’auto veloce).

“Non ci esporre alla tentazione”, insegnava Gesù nella preghiera del Padre Nostro. E lo stesso istinto di sopravvivenza ci insegna che è meglio tenersi lontani dal pericolo.

Forse allora in casi come questi, esercitando un po’ di ragionevolezza, sarebbe il caso di tralasciare commenti queruli e inconcludenti che sanno di autolesionismo, per pensare a quella maggioranza che, invece, si vuole bene.

Una fede profonda e silenziosa

Fino a qualche mese fa il candidato repubblicano alla Casa Bianca, John McCain, era in sofferenza a causa di un concorrente cui all’inizio nessuno avrebbe dato la minima chance. Invece Huckabee, per qualche settimana, ha coltivato il sogno di scalzare McCain – per l’ennesima volta – dalla candidatura ufficiale alla presidenza degli Stati Uniti.

Il motivo del successo di Huckabee era il disorientamento dell’elettorato evangelico, che per la prima volta rischiava di trovarsi senza un portabandiera: in campo c’erano il mormone Mitt Romney, il liberal Rudolph Giuliani, e appunto il veterano John McCain, che – lamentavano le alte sfere evangeliche d’oltreoceano – non aveva mai dato particolare cenno di religiosità: in questo contesto una candidatura obiettivamente debole come quella del pastore battista Huckabee per un momento aveva fatto sperare (o temere) il miracolo del sorpasso.

McCain non ha mai fugato, in nessun modo, i timori degli evangelicals, ma nonostante questo l’ha spuntata e ora è pronto all’assalto contro Barak Obama o Hillary Rodham Clinton.

Oggi, a giochi fatti, scopriamo che McCain avrebbe avuto tutte le carte in regola per meritarsi anche l’appoggio dei cristiani born again. E nemmeno oggi è stato lui a rivelarlo, bensì un suo commilitone, George Everett “Bud” Day, che Il Foglio presenta come «l’uomo più decorato d’America dop oil generale MacArthur».

McCain secolare, laico, dalla fede timida? In Vietnam, dove è stato prigioniero per cinque anni, e dove ha visto la sua condizione fisica irrimediabilmente compromessa a causa delle torture dei vietcong, McCain assuse il ruolo di pastore per i suoi compagni di cella. «Dopo essere stato trasferito di prigione in prigione, McCain si trovò ad essere l’ufficiale più anziano all’interno dell'”Hanoi Hilton”, come lo chiama spesso ridendo [il carcere della capitale vietnamita, ndr]. Così toccò a lui amministrare i servizi religiosi per gli altri».

Day racconta che McCain “parlava come un vero predicatore”, e lo conferma un ricordo in particolare. «Uno dei suoi primi sermoni si ispirò ai vangeli Luca 20,23 e Matteo 22,21: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. McCain sosteneva che non si dovesse chiedere a Dio di liberarli dalla prigionia, ma di aiutarli a diventare persone migliori in quel terribile momento».

Un messaggio molto profondo, significativo per la situazione in cui McCain e i suoi compagni si trovavano a vivere. Incoraggiare in questa direzione, infatti, richiede una comprensione matura del proprio rapporto con Dio: non l’ostinazione nella richiesta di un esaudimento secondo la nostra volontà, ma la fiducia nel controllo della situazione da parte di Dio, il desiderio di mantenere viva e intensa la comunione personale con Dio anche quando le avversità non accennano a scemare, la disponibilità a mettersi a disposizione di Dio al servizio degli altri anche quando riteniamo di essere noi ad aver bisogno di aiuto.

Ammettiamolo: è una verità difficile da capire. È più semplice insistere per ottenere un miracolo a prescindere dal momento e dal luogo, rifiutando senza appello la propria condizione e pregando di uscirne al più presto, come da un incubo con cui non vogliamo identificarci.

Eppure dovremmo quantomeno prendere in considerazione l’idea che forse Dio ci vuole in quella specifica situazione per qualche motivo. Ci metterebbe nella condizione di un personaggio biblico come Maria: vergine, giovanissima, probabilmente non capiva le modalità e le implicazioni del piano di Dio che Gabriele le aveva annunciato. Eppure non si ribellò a una proposta così incredibile, né chiese lumi: si accontentò di quel che le bastava a compiere la sua missione.

Stando a quanto racconta Bud Day, John McCain già all’epoca aveva colto l’atteggiamento opportuno per un cristiano di fronte al piano di Dio. E forse lo aveva colto addirittura più di quei ministri, sempre più numerosi, che predicano comode prosperità in mezzo a effetti speciali. E che fino a ieri consideravano McCain “uomo di poca fede”.

Bellezza da riscoprire

A volte, come cristiani, ci viene da vergognarci di fronte alla bellezza. Altre volte ci pare che come cristiani non ci riguardi se non marginalmente.


In merito è illuminante un articolo – non facile ma affascinante – pubblicato da Enzo Bianchi su TuttoLibri della Stampa.

Bianchi riflette sulla bellezza nella Bibbia, che non è solo una questione estetica. Fin dal concetto di fondo: la bellezza secondo Dio è “quella pienezza di senso che è l’intima unione tra bello e buono”.

Una bellezza non solo fisica, ma spirituale; una bellezza che può diventare una chiave di lettura della Bibbia, e non solo in relazione alle immagini poetiche dei Salmi o del Cantico dei Cantici.

La bellezza attiene al concetto stesso di santità, scrive Bianchi, che altro non è se non una condotta appartata, luminosa, che glorifica Dio, autore della bellezza.

La bellezza assoluta di Dio ci viene estesa, e non solo come custodi di un creato meraviglioso: «La parola di Dio – continua Bianchi – chiama i cristiani alla bellezza: una bellezza da instaurare nelle relazioni, per fare della chiesa una comunità in cui si vivano realmente rapporti fraterni, ispirati a gratuità, misericordia e perdono, perché ogni ferita alla comunione sfigura anche la bellezza dell’unico Corpo di Cristo». Una bellezza “di simpatia e non di contrapposizione con gli uomini, di condivisione e solidarietà”.

Questa «parola di bellezza che emana dalla Bibbia deve pervadere gli spazi e gli ambienti abitati dai cristiani e soprattutto quel tempio vivente di Dio che sono le persone stesse». Una bellezza che non è lusso o esagerazione, ma «che emerge dalla sobrietà, dalla povertà, dalla lotta contro l’idolatria e contro la mondanità; è la bellezza che rifulge là dove si fa vincere la comunione invece del consumo, la contemplazione e la gratuità invece del possesso e della voracità».
Sì, conclude Bianchi, il cristianesimo è amore per il bello.

Vero. Ma è un amore per il bello che, ahinoi, non sempre riconosciamo, presi come siamo da forme di bellezza adulterate, sofisticate, parziali. Sapori forti ma dozzinali ci vengono ammanniti quotidianamente nei fast food dell’anima cui incautamente ci avviciniamo: sapori che ci sembrano entusiasmanti nella loro intensità e che finiscono gradualmente per alterare le nostre capacità di percezione, fino a rendere insensibili le papille dell’anima.

Per questo, in un mondo che disorienta i nostri sensi spirituali, è necessario riqualificare periodicamente le nostre capacità sensoriali in modo da riprendere coscienza e ritrovare il giusto apprezzamento per la vera bellezza. In quei momenti, la Bibbia è lì che ci aspetta.