Alibi egoisti

Tempi duri negli Stati Uniti, dove anche i ricchi vedono diminuire drasticamente i propri guadagni in seguito alla crisi delle borse, dei mutui, dei fondi.

«Stando così le cose – scrive Massimo Gaggi sul Corriere -, si può essere tentati di concludere che, proprio mentre Bill Gates abbandona la guida di Microsoft per diventare un filantropo a tempo pieno, la crisi del sistema finanziario Usa mette alle corde il “filantrocapitalismo”: l’ambizioso tentativo dei privati di offrire un contributo alla società – dalla cultura alla sanità, dalla scuola alla lotta alla povertà in patria o nei Paesi più poveri – dove lo Stato non arriva oppure funziona male e con pochi mezzi», ma pare non sia così.

È una questione di prospettive: «Gli europei, e soprattutto per gli italiani che da decenni sono abituati ad attribuire tutte le responsabilità in campo sociale al potere pubblico, tendono a vedere nelle difficoltà dei benefattori americani un’ulteriore conferma della superiorità dei loro sistemi pubblici di welfare. In realtà in America gli interventi filantropici sono più che mai vivi e vitali, grazie all’ intervento non solo dei grandi capitalisti, ma anche di milioni di cittadini-donatori: nel 2007, un anno già segnato dalla crisi… i versamenti filantropici sono ulteriormente cresciuti dell’1 per cento in termini reali, superando per la prima volta la soglia dei 300 miliardi di dollari. Anche in un momento difficile, insomma, gli americani hanno dato in beneficenza una cifra pari al 2,2 per cento del reddito nazionale».

E quest’anno non dovrebbe essere molto diverso, nonostante la situazione non sia per niente migliorata.

Viene da concludere che non è un problema di soldi, ma di mentalità. Di fronte alla crisi, gli americani continuano a donare a livelli che gli italiani nemmeno sognano. Vale in tutti i settori: interventi sociali, sostegno ai più poveri, terzo mondo, missioni. Il nostro paese, che pure si fregia della presenza tra i paesi più avanzati (e, di conseguenza, più ricchi) non è in grado di esprimere una liberalità degna del suo ruolo e delle sue possibilità.

Problema di mentalità, si diceva. La mentalità secondo la quale “è giusto che donino coloro che possono”. La mentalità secondo la quale “ora non posso, ma quando potrò…”. La mentalità secondo la quale “ognuno si arrangi da sé”. La mentalità secondo la quale “Do già abbastanza soldi allo stato, ci pensi lui”.

Certo, per essere tempi di crisi, spendiamo in maniera sorprendente per cellulari, schermi al plasma, vacanze. Naturalmente abbiamo tutte le migliori ragioni per farlo: il cellulare vecchio ormai ci stava abbandonando, o magari non aveva quella funzione avanzata che ci era così indispensabile; il televisore ingombrava, e non ci permetteva di poltrire con la dovuta comodità; la vacanza è sacrosanta, dopo un anno speso a lavorare per pagarla.

Le ragioni sono molte, e l’alibi è sempre pronto, quando in fondo all’anima manca il senso di solidarietà. Eppure basterebbe poco: basterebbe rispolverare il dizionario dei sentimenti cercando alla voce “altruismo”.

Ci aiuterebbe a risvegliare la coscienza dal solipsismo così di moda in questi anni, e ci permetterebbe di ritrovare la giusta prospettiva: quella che ci fa sentire parte del mondo anziché il suo centro.

Pubblicato il 28 luglio, 2008 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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