Archivio mensile:agosto 2008

Parametri d'infelicità

Ora è ufficiale anche per la statistica: le famiglie italiane sono in sofferenza. Lo rivela – casomai ce ne fosse stato bisogno – l’Istat, che nei giorni scorsi ha pubblicato l’indagine sulla spesa delle famiglie italiane nel 2007.

Curiosamente negli ultimi anni la statistica ha subito un effetto comune anche alla temperatura, con una scollatura tra dati ufficiali e realtà percepita: gli esperti rassicuravano su un’inflazione bassa, e noi vedevamo crescere settimana dopo settimana il costo della spesa. A quanto pare, quindi, alla fine anche la statistica è tornata con i piedi per terra e si è allineata alle impressioni generali.

La deprimente situazione emersa dall’indagine, secondo gli esperti, fa emergere dati poco rassicuranti per il futuro: «Dal punto di vista macroeconomico – spiega Pietro Garibaldi sulla Stampa – la diminuzione reale dei consumi è uno dei fenomeni più preoccupanti, poiché nel lungo periodo il livello dei consumi è un indicatore chiave dello standard di vita».

Di fronte a una frase come questa, inserita quasi en passant tra dati e analisi, sorge un dubbio. Viene da chiedersi se la qualità della vita sia davvero così intimamente legata al livello dei consumi. Sarebbe sciocco negare che esistano delle esigenze primarie (come nutrirsi, vestirsi, abitare) sotto le quali la situazione umana si fa critica. Ma, allo stesso tempo, sarebbe forse il caso di chiedersi se, nella cultura occidentale, cercando una definizione del concetto di felicità non abbiamo dato troppo peso al parametro economico, alla soddisfazione materiale, al possesso.

Forse un momento di crisi come quello attuale, tra i tanti disagi che comporta, potrebbe avere il pregio di farci capire che la vera ricchezza di un popolo non si misura in playstation o schermi al plasma, e che la felicità non si conserva insieme allo scontrino.

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Esperienze benefiche

Massimo Gaggi sul Corriere raccontava ieri la storia di un gruppo particolare.

Erano conosciuti come Businessmen, ma non erano un azzimata congrega di professionisti: erano una banda di giovani di colore che negli anni Cinquanta ha cominciato a scorrazzare per la periferia di Los Angeles, contendendosi il territorio con la gang rivale (gli Slausons) e lasciando sul terreno, nelle proprie scorribande, più di qualche morto.

Gli anni sono passati, la banda si è sciolta e ognuno è andato per la sua strada: chi ha trovato la via della criminalità (e del carcere), chi un lavoro serio, chi addirittura una professione di un certo livello.

I superstiti si sono reincontrati per ricordare i cinquant’anni della gang, e hanno preso una decisione: aiutare i ragazzi di oggi a non cadere nei loro stessi errori. Così, in una ideale riedizione della banda, si sono organizzati per creare un centro dove i ragazzi disadattati della “loro” periferia possono entrare in contatto con una realtà diversa, trovando stimoli culturali e pedagogici per uscire da una realtà che, nelle periferie fatte di noia e criminalità, è quasi una strada obbligata per troppi ragazzi, nelle strade della west coast americana come a Scampia.

I Businessmen, come chiosa Gaggi, avrebbero potuto fare altro: incontrarsi per ricordare il passato tra una partita a carte e un drink. Hanno scelto la strada più difficile: ricordare il passato mettendo a frutto la loro dolorosa esperienza. Lontani da inutili autoreferenzialità e vicini ai bisogni di chi, oggi, rivive le stesse vicende e gli stessi pericoli dei giovani di ieri.

Naturalmente non sono i soli a impegnarsi socialmente per i ragazzi di periferia, ma hanno una carta in più rispetto ad altri: possiedono un’esperienza diretta e concreta che permette loro di capire meglio di chiunque altro i bisogni, le frustrazioni e le speranze dei Businessmen di oggi.

Indubbiamente una bella lezione: mica facile avere la il coraggio e la lungimiranza per mettere a frutto le proprie esperienze.

Viene da pensare a tutte le volte in cui, in passato, ci siamo ritrovati ad affrontare situazioni difficili, critiche, magari traumatiche. Ne siamo usciti, ma senza trovare una risposta plausibile alle nostre domande.

Chissà che la risposta ai perché di ieri non stia proprio in quell’esperienza che, oggi, potrebbe aiutare gli altri.

Buona pubblicità

“Uno sparo d’argento per il servitore di Dio”, titola oggi La Stampa parlando di Giovanni Pellielo, medaglia d’argento ieri nel tiro al piattello alle Olimpiadi di Pechino.

«”L’importante era fare un’altra volta pubblicità a Dio” . Giovanni Pellielo ha la faccia mite delle brave persone e lo sguardo strano degli uomini con molte certezze. Dice che la fede è la sua forza, e siccome a forza di spari e preghiere si è guadagnato la terza medaglia olimpica consecutiva, si vede costretto a ripeterlo ogni quattro anni, quando gli occhi del mondo tornano a posarsi su di lui. “Per me esserci significa testimoniare con la mia presenza la Verità”», spiega […].

A dire il vero Pellielo non sembra molto infastidito dal fatto di vedersi “costretto” a parlare della sua fede ogni quattro anni. Forse il fastidio maggiore è quello dei giornali, “costretti” a riprendere un tema scomodo come la fede anche in un contesto come le olimpiadi cinesi, che si vorrebbero asettiche come non mai.

Non solo a Pellielo non dispiace parlare di fede: pare che la sua motivazione principale sia fare “pubblicità a Dio”. E proprio con questo scopo aveva chiesto a Dio di farlo arrivare ancora una volta sul podio.

Fare “pubblicità a Dio”: al di là di ogni possibile interpretazione malevola, è quanto di più normale dovrebbe esserci per un cristiano che ha trovato in Dio la pace, la gioia, un senso alla propria vita.

Peccato che, come giustamente Pellielo rilevava nei giorni scorsi in un’intervista al Giornale, ci sono cristiani coerenti, ma anche molti che «si professano credenti e fanno ben altro». Vivere ogni giorno la propria fede è faticoso e richiede un impegno costante. Molto più comodo praticare una religione con le sue regole, i suoi doveri e suoi divieti.

Ogni tanto qualcuno che ha capito la differenza ha un’occasione – magari olimpica – per dirlo. Difficile che non dia fastidio.

Cattivi esempi

Mercoledì 6 agosto. Percorro una strada provinciale dove il limite di velocità, come avviene spesso nel nostro Paese, è sottostimato rispetto alle condizioni della strada: 50 chilometri all’ora nonostante non ci siano incroci, abitazioni o altri elementi di pericolo.

Tento, per quanto possibile, di non esagerare troppo rispetto al limite quando dietro di me arriva, di gran carriera, un’altra auto, che senza grossi problemi (e ci credo!) mi supera. A ruota mi sorpassa anche un’auto della Guardia di Finanza, senza lampeggiante né sirena.

Giovedì 7 agosto. Sono fermo in fila in attesa del verde. Accanto a me passano i soliti automobilisti che, per sentirsi vivi, hanno bisogno di fare i furbi: sanno benissimo che la loro corsia è cieca e dopo pochi metri dovranno immettersi nella fila di chi aspetta paziente. In mezzo a loro – incredibile dictu – una vettura della polizia, senza lampeggianti né sirene: passa lemme lemme arrivando fin dove può e poi, arrivato il verde, si incunea davanti a me insieme agli altri furbi, risparmiando così qualche metro di fila.

Provo massimo rispetto per le autorità, e ammirazione per chi dedica la via al servizio degli altri. Proprio per questo mi urta le volte in cui questa fiducia viene delusa.

Tamburi lontani

Poveri modenesi. Che sventura ritrovarsi dietro casa una chiesa evangelica. Pentecostale, per giunta: quelli più vivaci, estroversi, chiassosi.

I modenesi residenti in via Negrelli non ne possono più di una comunità pentecostale africana che si riunisce nella loro via: «hanno telefonato – si legge sul Resto del Carlino – alle forze dell’ordine durante la messa [sic] che alla domenica viene celebrata dalle 11 alle 12.30, infastiditi dai canti e dal suono dei tamburi. “Non ce l’abbiamo tanto con i presbiteriani-metodisti, ma con i pentecostali – dicono i cittadini – che usano il capannone come fosse una discoteca“».

Già. Meglio fare chiarezza, chiedendo al comune se i decibel emessi dalla chiesa non siano per caso troppi. Si sa, la domenica (alle 10, mica alle sette) tutti hanno diritto al loro riposo, soprattutto i reduci dalle fatiche del sabato sera. Fatiche nel corso delle quali difficilmente ci si cura dei decibel emessi dalle discoteche, dalle balere, e finanche dagli schiamazzi davanti ai locali. Sabato notte sì, tutti hanno il diritto di andare, urlare, parcheggiare dove capita, sporcare come barbari la pubblica via. Ma la domenica mattina, ohibò, ci si lasci dormire. E poco importa se il campanile scandisce da sempre i ritmi liturgici cattolici, magari anche prima delle dieci del mattino. I tamburi, i tamburi!

Ah, questi evangelici selvaggi. Poco importa se sono gente seria, onesta, corretta, rispettosa, civile, forse anche più di tanti italici rappresentanti della maleducazione europea.

Suonare e cantare alle dieci del mattino alla domenica? Non sia mai. Che se ne tornino in Africa con i loro tamburi e ci lascino con spacciatori e malintenzionati di varia risma. Quelli, almeno, non fanno rumore.

Fini e mezzi

A Torino è stato scoperta e chiusa dalla Polizia una sala massaggi che offriva ai clienti prestazioni particolari. Notizia non così rara, se non fosse per un dettaglio: i profitti dell’attività illegale venivano destinati – in parte, supponiamo – alla beneficenza.

Un dettaglio, questo, che rischia di scombinare il quadro, disorientando la nostra valutazione.

Inconsciamente il nostro ragionamento verte su luoghi comuni consolidati: la gentilezza è bene, la prevaricazione è male; l’onestà è bene, il crimine è male; la beneficenza è “bene”, l’attività illegale è “male”. Ma cosa succede se “bene” e “male” si incontrano?

Cosa succede se scopriamo il comportamento scandaloso di una persona perbene? E come valutare un boss della droga che viene considerato dalla popolazione un benefattore perché ha costruito scuole e offerto un livello di vita dignitoso?
È giusto credere che il fine giustifichi i mezzi?

Pecunia non olet, disse Vespasiano alle osservazioni di qualche purista: i soldi non puzzano, anche se la loro provenienza è poco pulita. Ovviamente il discorso vale fino a quando non entra in gioco il concetto di etica, quella categoria che scombina alcuni assoluti (la ricchezza a tutti i costi, il fine che giustifica i mezzi) per dettare alcune regole. Regole di vita, di morale, di convivenza civile.

Chissà se le organizzazioni beneficiate dalla struttura torinese sapevano la provenienza di quei finanziamenti. Forse no, magari non si sono mai chiesti chi, come, cosa, dove e, di fronte a un aiuto inaspettato, si sono astenuti dal fare “indagini di coscienza”, come dice l’apostolo Paolo.

Non dubitiamo della buona fede e dell’onestà delle strutture beneficiate, ma sarebbe interessante scoprire come si sarebbero comportate se fossero state al corrente delle malversazioni e dei servizi particolari da cui scaturivano i fondi. E sarebbe interessante chiedersi come ci comporteremmo noi in una situazione simile.

Perché è ben vero che la Provvidenza interviene nei modi più inusitati e senza porsi limiti. Ma noi qualche limite dobbiamo pur darcelo.

Messaggio d’amore

«Nessuno Stato, nessuna donna, nessun uomo dovrebbero avere paura dell’influenza che esercita una religione d’amore»: lo ha detto Bush nel corso della sua visita in Cina.

Un messaggio bivalente: buono per Pechino, quando parla di non avere paura della religione, ma valido in fondo anche per le chiese, che talvolta tendono a dimenticare la centralità dell’amore nel messaggio cristiano.

Messaggio d'amore

«Nessuno Stato, nessuna donna, nessun uomo dovrebbero avere paura dell’influenza che esercita una religione d’amore»: lo ha detto Bush nel corso della sua visita in Cina.

Un messaggio bivalente: buono per Pechino, quando parla di non avere paura della religione, ma valido in fondo anche per le chiese, che talvolta tendono a dimenticare la centralità dell’amore nel messaggio cristiano.

Se bastasse una data

Probabilmente ci avevano sperato tanto: speravano che una data cambiasse loro la vita. Parliamo delle coppie che, in Russia, avevano fatto di tutto per convolare a nozze nel giorno del triplo sette: sette luglio 2007.

Purtroppo la data fortunata non è bastata: il quotidiano russo Kommersant rivela che un quarto di quei matrimoni è naufragato. Stupisce la percentuale, ma soprattutto il fatto che sia bastato meno di un anno per convincere le coppie che l’esperienza matrimoniale fosse irrimediabilmente compromessa ad appena un anno di distanza, nonostante i buoni auspici del “triplo sette”.

Non conosciamo usi e costumi russi, ma alcune testimonianze ci fanno pensare che il vincolo matrimoniale da quelle parti non sia percepito in maniera troppo indissolubile. Ma, in fondo, su questo piano ormai tutto il mondo è paese.

Il problema è che spesso, nelle nostre scelte, ci basiamo su elementi emozionali. Una data, una sensazione, l’entusiasmo del momento, la passione.
E invece non basta rifugiarsi in una data, e nemmeno in una speranza, in una motivazione, in una convinzione.

Le decisioni, specie quelle che segnano la vita, hanno bisogno di qualcosa di più delle buone intenzioni. Per non ritrovarsi un anno dopo a chiedersi il perché di una scelta.

PS: nonostante il 7/7/7 non sia stato un grande successo, ci sono già code di aspiranti sposi per una nuova data fortunata: ovviamente l’8/8/08.

Nord dimenticato

«Il popolo dei ghiacci sente che la sua storia rischia di finire e si perde tra alcol e droga», scrive il Corriere raccontando la storia degli inuit e di un alpinista italiano che si è trasferito in Groenlandia per recuperarli.

A scuola li chiamavamo “eschimesi”: nel nostro immaginario di bambini che vivevano in un’Italia provinciale, senza Internet a disposizione, vedevamo le popolazioni della Groenlandia (e del Circolo polare artico in generale) in maniera un po’ pittoresca, persone dai tratti orientali sempre sorridenti che abitavano in igloo e giravano con i cani da slitta salutandosi con uno sfregamento di nasi.

La vita degli inuit negli ultimi decenni è cambiata rispetto a quella che leggevamo e sognavamo sui libri: sono diventati prevalentemente stanziali – a parte alcuni nomadi dell’estremo nord – e hanno i loro villaggi costieri che ricordano quelli dei paesi nordici, con le casette basse e colorate in stile Ikea.

Sembrerebbe un quadretto glaciale ma idilliaco, eppure «per i 56 mila uomini dagli occhi a mandorla che abitano la più grande isola del mondo la vita oggi non è facile». Lo racconta al Corriere Robert Peroni, alpinista ed esploratore che nel 1992 a Tasiilaq, il centro principale della Groenlandia orientale, ha creato la Fondazione Progetto Casa Rossa, «un centro di assistenza per giovani inuit sbandati o dipendenti da droga e alcol».

«Avvertono che la loro civiltà è giunta al capolinea – spiega Robert Peroni – e reagiscono abbandonandosi alla pulsione autodistruttiva. L’alcolismo è la piaga più grave. E può accadere che in un villaggio di 100 abitanti, si contino 6-7 suicidi all’anno, quasi tutti giovani tra i 18 e i 20 anni, che si impiccano in bagno o alla trave di casa. Se le stesse percentuali interessassero le grandi città europee o americane, sarebbe allarme rosso. Qui invece tutto continua nell’indifferenza generale».

Peroni si è impegnato nel recupero delle dipendenze e nel reinserimento lavorativo: creando occasioni nel settore turistico, ma anche riportando i giovani alle attività tradizionali, la caccia e la pesca.

Un impegno ammirevole, quello di Peroni, che però non basta: «È un popolo che sta morendo, nel silenzio e nell’indifferenza», ammette amaramente.

Una popolazione intera ha perso la sua ragione di vita, vede la propria cultura giunta al capolinea, e si autodistrugge con alcol e droga. Ce n’è per sollevare l’interesse mondiale, eppure non abbiamo mai sentito parlare di missionari che si addentrano nel profondo nord. Forse, anche qui, è una questione di immaginario: il “missionario” per definizione è quello che va a sud, in Indocina, in Africa, in Sudamerica. Quasi nessuno considera le popolazioni del nord come bisognose di un aiuto a tutto tondo: umano, pratico, spirituale.

Peroni è ammirevole, nel suo tentativo di stare vicino agli inuit: che hanno bisogno di aiuto, ma soprattutto di speranza. Chissà se qualcuno gliela porterà.