Archivio mensile:ottobre 2008

Tesi dimenticate

Dai giornali alle vetrine, in questi giorni è un dilagare di spazio dedicato ad halloween. Alcuni gentili ascoltatori mi hanno chiesto di parlarne anche in onda per spiegare che si tratta di una festa pagana, che è aliena dalla nostra cultura, che è un pericolo per i più piccoli: i genitori dovrebbero evitare di liquidare la questione con superficialità (“se mio figlio è felice, io sono felice”) e preoccuparsi per la valenza giustificativa che halloween offre al macabro (scheletri e cimiteri), all’esoterico (streghe e demoni), al ripugnante (cadaveri e mostri). Se i più piccoli sono davvero “entusiasti” di mostri e streghe, come dice Valentina Vezzali di suo figlio, forse è il momento di un esame di coscienza per quei genitori che non sanno, o non vogliono, o non trovano il tempo per indirizzare i figli verso esempi, eroi, valori positivi.

A forza di parlare di Halloween, però, ci stiamo dimenticando come ogni anno di un 31 ottobre che per chi ama la Bibbia dovrebbe significare molto.

Il 31 ottobre 1517 Martin Lutero affiggeva alle porte della cattedrale di Wittemberg le sue 95 tesi; non voleva essere un atto rivoluzionario, ma di fatto quel suo intervento cambiò la storia della cristianità. L’anniversario, come sempre, passa inosservato sui media nazionali (nessun accenno sui quotidiani o nei palinsesti televisivi), ma sorprendentemente nemmeno le chiese evangeliche sono particolarmente affezionate a questo ricordo. Eppure è significativo e potrebbe essere un ottimo spunto per letture pubbliche della Bibbia, per la proiezione di Luther (la Rai, purtroppo, l’ha mandato in onda di recente a notte fonda, e quindi non lo riproporrà oggi), per interrogarsi e interrogare la società sul significato e l’eredità di quella riforma.

Perché è innegabile che il sola fide, sola gratia, sola scriptura non è retaggio esclusivo del mondo protestante, ed è evidente che anche chi non si considera figlio di quella riforma – ma ama la Bibbia – ha un debito d’onore nei confronti di quel monaco tedesco che, coraggiosamente, proclamò per primo l’importanza di una lettura personale e diretta della Bibbia, senza intermediari, dove la tradizione (religiosa) lascia spazio alla traduzione (in lingua corrente).

In occasione dell’anniversario la casa editrice Claudiana propone la riedizione di un interessante volume di Giovanni Miegge. Si intitola Lutero. L’uomo e il pensiero fino alla dieta di Worms (1483-1521) e racconta, con dovizia di particolari anche poco noti, la vicenda umana e spirituale del monaco agostiniano che avviò la riforma protestante.

Miegge è stato uno dei più importanti teologi protestanti italiani del Novecento; l’opera uscì nel 1946 e viene ristampata ancora oggi in quanto è diventata, nel tempo, un punto di riferimento per la comprensione di un periodo fondamentale nella vita di Lutero, ossia il lasso di tempo che va dalla crisi convenutale alla ribellione.

Non deve spaventare il linguaggio un po’ datato del testo: la lettura è scorrevole e interessante, sia nel suo complesso – Miegge concentra l’attenzione sui motivi spirituali della scelta di Lutero – sia nei gustosi aneddoti sulla vita del riformatore, che accompagnano le quasi cinquecento pagine della narrazione.

La struttura del libro propone una divisione in capitoli che parte dall’infanzia di Lutero, passando per la carriera monastica, la crisi spirituale, la scoperta dell’evangelo, la questione delle indulgenze (causa scatenante, ricordiamolo, della ribellione di Lutero), il processo, i dibattiti teologici dell’epoca, gli scritti teologici di Lutero, fino appunto alla difesa davanti ai principi alla dieta di Worms nel 1521, che si concluse per lui con un editto di scomunica.

In fondo al volume, un’utile appendice propone il testo integrale delle celebri 95 tesi, in latino con testo italiano a fronte, per comprendere nel concreto quello che fu l’inizio di una riforma che avrebbe cambiato la storia.

Tavoli solidi

Scrive il Corriere che «Per otto milioni di famiglie il pranzo della domenica è un rito intramontabile: lo sostiene uno studio dell’Accademia Italiana della Cucina… Sembra, infatti, che tutte le domeniche il 52% delle famiglie italiane si sieda a tavola per gustare un menu che è lo stesso di 50 anni fa».

Il tradizionale pranzo della domenica resta «un cerimoniale amato e diffuso. Che non solo resiste alle nuove tendenze alimentari ma rappresenta il più solido presidio della tradizione gastronomica italiana, il baluardo più autentico contro i fast food e il rito attraverso il quale recuperare l’antica tradizione del desco familiare».

Al di là dei dettagli gastronomici legati alla notizia, sorprende l’inversione di tendenza. Negli anni Ottanta il pasto comune era diventato un optional: ritmi di vita diversi e orari inconciliabili avevano reso arduo per marito, moglie e figli sedersi a tavola allo stesso momento; a dare il colpo di grazia al rito del pranzo familiare è stata la tv, entrata di sottecchi in cucina e diventata ben presto commensale ingombrante e logorroico, capace di azzerare la comunicazione tra familiari per farsi ascoltare da tutti in religioso (si fa per dire) silenzio.

I ritmi di vita non sono cambiati, ma quantomeno le famiglie italiane hanno riscoperto la domenica: un appuntamento settimanale per stare insieme attorno a una tavola imbandita, parlando e scherzando, discutendo e rinsaldando quei legami che la società moderna tende a sfilacciare.

Perché a prescindere dal menù e dalla qualità dei cibi serviti, il pranzo in comune è fin dai tempi biblici un’occasione di interazione, di convivialità (il termine non è casuale), di relazione. È una di quelle piccole buone abitudini che non sono codificate dalla dottrina né enfatizzate dai sociologi, ma che contribuiscono nel loro piccolo a tenere insieme una famiglia, o a segnalare un disagio prima che sia troppo tardi.

Il pranzo in comune non ha valore in quanto simbolo, ma come strumento; ha senso non come rito, ma in funzione di un modo di intendere la famiglia: un nucleo stabile, rassicurante, che offre ai suoi componenti affetto, serenità, certezze.

E, di questi tempi, Dio sa quanto ce ne sia bisogno.

Il senatore e l’Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.

Il senatore e l'Onnipotente

Un attempato senatore americano fa causa a Dio. Ernie Chambers, 71 anni, da 38 in carica, ha deciso di portare in tribunale nientemeno che l’Onnipotente per chiedergli di difendersi dalla sua condotta.

Infatti, nella denuncia di Chambers, Dio risulta responsabile “delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo”, nonché di “terremoti, uragani, guerre e nascite di bmibi on malformazioni”. Non solo: Dio avrebbe “distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza”.

La causa è stata giudicata inammissibile dalla corte del Nebraska, dal momento che non è noto un domicilio dove recapitare al Creatore l’invito a comparire davanti al tribunale.

Per parte sua Chambers si dice soddisfatto: avrebbe dimostrato che tutti possono accedere alla giustizia, e che chiunque può essere giudicato. Eppure i conti non tornano: fosse stato questo l’obiettivo, avrebbe fatto più effetto una causa contro il presidente Bush, o un Ahmadinejad qualsiasi.

Prendersela con Dio forse è più comodo, dato che apparentemente non risponde. Certo che poi quando si decide non è così semplice ribattergli, come ha imparato il buon Giobbe.

Chiamare in causa Dio per ascrivergli tutti i mali del mondo, d’altronde, è abbastanza comune, e rivela che il senatore Chambers non conosce Dio di persona. Niente di strano: negli USA come da noi molti si definiscono cristiani, ma limitano la loro fede a una religiosità di facciata, una formula vuota, ben lontana da una vita cristiana coerente.

Se non si conosce il Dio d’amore che ha dato suo figlio per l’uomo, è facile cadere nella demagogia un po’ ipocrita da supermarket del luogo comune. E dire che basterebbe un po’ di buonsenso e di onestà per rendersi conto che buona parte dei drammi e dei disastri di cui parliamo non li ha provocati Dio, ma l’uomo.

Quell’ora in più

Nella notte tra sabato e domenica torna l’ora solare. Non è una notizia, certo, anche se a qualcuno tornerà comodo sentirselo ripetere: il cambio dell’ora, d’altronde, non è qualcosa di naturale, per cui il rischio è sempre di dimenticarsene.

Onde evitare l’atroce dilemma che ne segue, chiariamo anche che le lancette andranno spostate indietro di un’ora: di conseguenza si dormirà un’ora di più, e ai primi appuntamenti della giornata si rischierà di arrivare in anticipo, anziché in ritardo.

In questa occasione i telegiornali hanno la curiosa abitudine di ricordare che “dormiremo un’ora di più recuperando, l’ora di sonno persa a fine marzo per il passaggio all’ora legale”

Naturalmente i nostri ritmi biologici non sono in grado di percepire un’ora recuperata a sei mesi di distanza, e piuttosto risentiranno inizialmente di quel fastidioso disorientamento da jet-lag che sempre più persone accusano.

Il nostro fisico, quindi, non tirerà un sospiro di sollievo per l’ora recuperata; tuttavia quell’ora in più, domenica, la sentiremo. La giornata sembrerà piacevomente lunga, percepiremo quell’ora aggiuntiva con lo stupore di chi – soffocato dai ritmi urbani, tra lavoro, televisione, impegni familiari di vario genere – si ritrova normalmente a dire “sono già le sei”, piuttosto che “sono ancora le sei”.

E allora, non sprechiamo questa occasione: godiamoci questa lunga domenica. Approfittiamo per prendere con più calma ogni singola fase della giornata: il risveglio, la lettura, la riflessione, la guida, il pranzo e così via.

L’ora guadagnata sarà veramente tale se saremo in grado di prendere una manciata di minuti in più per ogni occupazione, rilassando i tempi e, di conseguenza, noi stessi.

Sarebbe triste sprecare questa “ora in più” correndo come al solito, per passare poi un’ora di troppo davanti alla televisione, alla sera, in attesa della cena.

Da lunedì ci sveglieremo con un pallido sole e farà buio già a metà pomeriggio: giornate sempre più corte accompagneranno i nostri orari, figli di un secolo da vivere di corsa. Da lunedì, come prima e più di prima, sarà una conquista quotidiana ritagliarsi quel brandello di tempo dedicato alla spiritualità.

Ma lunedì è ancora lontano. Approfittiamo di questo regalo, e godiamoci nella maniera più opportuna quest’ora in più.

Quell'ora in più

Nella notte tra sabato e domenica torna l’ora solare. Non è una notizia, certo, anche se a qualcuno tornerà comodo sentirselo ripetere: il cambio dell’ora, d’altronde, non è qualcosa di naturale, per cui il rischio è sempre di dimenticarsene.

Onde evitare l’atroce dilemma che ne segue, chiariamo anche che le lancette andranno spostate indietro di un’ora: di conseguenza si dormirà un’ora di più, e ai primi appuntamenti della giornata si rischierà di arrivare in anticipo, anziché in ritardo.

In questa occasione i telegiornali hanno la curiosa abitudine di ricordare che “dormiremo un’ora di più recuperando, l’ora di sonno persa a fine marzo per il passaggio all’ora legale”

Naturalmente i nostri ritmi biologici non sono in grado di percepire un’ora recuperata a sei mesi di distanza, e piuttosto risentiranno inizialmente di quel fastidioso disorientamento da jet-lag che sempre più persone accusano.

Il nostro fisico, quindi, non tirerà un sospiro di sollievo per l’ora recuperata; tuttavia quell’ora in più, domenica, la sentiremo. La giornata sembrerà piacevomente lunga, percepiremo quell’ora aggiuntiva con lo stupore di chi – soffocato dai ritmi urbani, tra lavoro, televisione, impegni familiari di vario genere – si ritrova normalmente a dire “sono già le sei”, piuttosto che “sono ancora le sei”.

E allora, non sprechiamo questa occasione: godiamoci questa lunga domenica. Approfittiamo per prendere con più calma ogni singola fase della giornata: il risveglio, la lettura, la riflessione, la guida, il pranzo e così via.

L’ora guadagnata sarà veramente tale se saremo in grado di prendere una manciata di minuti in più per ogni occupazione, rilassando i tempi e, di conseguenza, noi stessi.

Sarebbe triste sprecare questa “ora in più” correndo come al solito, per passare poi un’ora di troppo davanti alla televisione, alla sera, in attesa della cena.

Da lunedì ci sveglieremo con un pallido sole e farà buio già a metà pomeriggio: giornate sempre più corte accompagneranno i nostri orari, figli di un secolo da vivere di corsa. Da lunedì, come prima e più di prima, sarà una conquista quotidiana ritagliarsi quel brandello di tempo dedicato alla spiritualità.

Ma lunedì è ancora lontano. Approfittiamo di questo regalo, e godiamoci nella maniera più opportuna quest’ora in più.

L’invincibile angoscia

Pare che a gennaio, per le strade di Londra, verrà lanciata una campagna promozionale decisamente originale sulle fiancate degli autobus campeggerà lo slogan “Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita”.

Ad aver lanciato l’iniziativa, insieme a una colletta per realizzarla, è la British Humanist Association, che in questi giorni ha annunciato di aver raggiunto la ragguardevole cifra di 113 mila dollari, “superando di ben sette volte gli obiettivi prefissati”, tanto da ipotizzare di estendere la campagna pubblicitaria a Manchester ed Edimburgo.

Tra i finanziatori ci sono anche alcuni personaggi noti a livello internazionale, e tra questi non poteva mancare il biologo Richard Dawkins, autore di vari libri dove espone la sua fede (o non-fede) e irride i cristiani, considerati creduloni, irrazionali e – tutto sommato – un po’ tonti per la loro ostinazione a credere in qualcosa che la scienza non percepisce e non capisce.

L’ideatrice, Ariane Sherin, ha spiegato «di aver pensato all’iniziativa dopo aver visitato un sito cristiano in cui si spiegava che i non credenti finiranno all’inferno. “Ho pensato che sarebbe stato positivo presentare un messaggio incoraggiante, per gli atei questa è l’unica vita che abbiamo e dovremmo godercela non vivere nel terrore”».

Poveri atei, viene da pensare. Canzonano i cristiani, e poi si angosciano per le loro elucubrazioni cui – a parole – non danno nessun credito.

Poveri atei, che ridono dei cristiani così poco scientifici, e poi per incoraggiarsi si basano su uno slogan che richiede altrettanta fede, se non di più.

L’ateo è scientifico, logico, lineare. E allora suona strano che per rassicurarlo basti uno slogan: tanto più uno slogan che si apre con l’incertezza di un “probabilmente”.

Non è la premessa più incoraggiante. “Non preoccuparti e goditi la vita”, si raccomanda. Ma in base a cosa? A un assunto la cui indimostrabilità è presente fin dalle premesse? A una certezza a metà? Dio (forse) non c’è, si dice. Ma se poi ci fosse?

In queste condizioni “godersela” e “non vivere nel terrore” suonano come frasi banali, senza senso né prospettiva. Godersela ignorando la realtà ricorda da vicino la vicenda dell’orchestrina che continuava a suonare mentre il Titanic affondava.

Se queste sono le loro certezze, se questo è il modo di rassicurarsi di fronte a chi paventa un inferno in cui non credono, se la risposta al terrore di una società senza valori e di una vita senza obiettivi è un piacere immediato, frugale, disperato… se questo è il loro mondo, allora la compassione nei loro confronti è d’obbligo.

L'invincibile angoscia

Pare che a gennaio, per le strade di Londra, verrà lanciata una campagna promozionale decisamente originale sulle fiancate degli autobus campeggerà lo slogan “Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita”.

Ad aver lanciato l’iniziativa, insieme a una colletta per realizzarla, è la British Humanist Association, che in questi giorni ha annunciato di aver raggiunto la ragguardevole cifra di 113 mila dollari, “superando di ben sette volte gli obiettivi prefissati”, tanto da ipotizzare di estendere la campagna pubblicitaria a Manchester ed Edimburgo.

Tra i finanziatori ci sono anche alcuni personaggi noti a livello internazionale, e tra questi non poteva mancare il biologo Richard Dawkins, autore di vari libri dove espone la sua fede (o non-fede) e irride i cristiani, considerati creduloni, irrazionali e – tutto sommato – un po’ tonti per la loro ostinazione a credere in qualcosa che la scienza non percepisce e non capisce.

L’ideatrice, Ariane Sherin, ha spiegato «di aver pensato all’iniziativa dopo aver visitato un sito cristiano in cui si spiegava che i non credenti finiranno all’inferno. “Ho pensato che sarebbe stato positivo presentare un messaggio incoraggiante, per gli atei questa è l’unica vita che abbiamo e dovremmo godercela non vivere nel terrore”».

Poveri atei, viene da pensare. Canzonano i cristiani, e poi si angosciano per le loro elucubrazioni cui – a parole – non danno nessun credito.

Poveri atei, che ridono dei cristiani così poco scientifici, e poi per incoraggiarsi si basano su uno slogan che richiede altrettanta fede, se non di più.

L’ateo è scientifico, logico, lineare. E allora suona strano che per rassicurarlo basti uno slogan: tanto più uno slogan che si apre con l’incertezza di un “probabilmente”.

Non è la premessa più incoraggiante. “Non preoccuparti e goditi la vita”, si raccomanda. Ma in base a cosa? A un assunto la cui indimostrabilità è presente fin dalle premesse? A una certezza a metà? Dio (forse) non c’è, si dice. Ma se poi ci fosse?

In queste condizioni “godersela” e “non vivere nel terrore” suonano come frasi banali, senza senso né prospettiva. Godersela ignorando la realtà ricorda da vicino la vicenda dell’orchestrina che continuava a suonare mentre il Titanic affondava.

Se queste sono le loro certezze, se questo è il modo di rassicurarsi di fronte a chi paventa un inferno in cui non credono, se la risposta al terrore di una società senza valori e di una vita senza obiettivi è un piacere immediato, frugale, disperato… se questo è il loro mondo, allora la compassione nei loro confronti è d’obbligo.

La felicità in un vagone del metrò

Metropolitana milanese, metà pomeriggio di una domenica qualsiasi. Su un vagone della linea rossa c’è un gruppo di sudamericani che si sta per mettere a suonare.

Sul momento pensi che si tratti del consueto numero artistico per racimolare qualche moneta, ma ti accorgi subito che qualcosa non quadra: troppo ordinati (con tutto il rispetto per i rom bohemienne), troppo “classici” nel modo di vestire.

E poi quei volantini in mano, e quei volumi sotto braccio… no, intuisci subito che si tratta di qualcosa di diverso: è un gruppetto di credenti evangelici.

Un’evangelizzazione in metropolitana? No, come ogni domenica pomeriggio stanno andando al culto nella loro chiesa, e lo fanno cantando e suonando, preparandosi con il cuore allegro alla riunione.

Ti torna in mente quel Salmo che dice «Mi son rallegrato quando m’hanno detto: “Andiamo alla casa del SIGNORE”».

E ti chiedi se sia così, magari in forma meno vivace, per tutti i cristiani coerenti. Ti chiedi se questo “andare alla casa del Signore” sia contraddistinto per tutti dalla gioia, dal desiderio di essere preparati al momento di serenità e comunione che si vivrà di lì a poco, o se magari invece il nostro “andare alla casa del Signore” sia caratterizzato piuttosto dalla fretta, dal nervosismo, da sentimenti poco consoni.

Ti chiedi se mai li rivedrai, quei cinque musicisti armati di chitarre, flauti, percussioni, in una domenica d’autunno qualsiasi. In fondo ti hanno fatto riflettere. E ti hanno illuminato il pomeriggio.

L’arte di accontentarsi

Una volta era un lusso, oggi una necessità: in Lombardia è boom dell’usato. Dal 2004 a oggi il numero di negozi relativi a prodotti di seconda mano è aumentato del 37%. Negli anni Ottanta e Novanta – spiega su Libero il presidente del Movimento dei consumatori, Sandro Miano – era chic girare per mercatini, quasi un gioco; oggi è un bisogno per una fascia di popolazione sempre più ampia.

Un quadro desolante, se teniamo conto che stiamo parlando dell’Italia nell’anno di grazia 2008, non di qualche paese dell’est che negli anni Novanta si stava faticosamente rialzando da decenni di comunismo.

Di fronte a questa situazione, sorge però una domanda impertinente: e se questa crisi fosse salutare?

Tutti coloro che hanno una cantina sapranno lo sconforto che prende quando si tratta di fare pulizia: sempre più spesso vi parcheggiamo, in attesa della discarica, oggetti che non usiamo più, sostituiti da prodotti più nuovi, più efficaci (qualcuno direbbe, con un brutto neolalismo, “più performanti”), magari anche esteticamente più piacevoli.

Lo sconforto iniziale assume una forma più acuta pensando al fatto che quella radio, quel computer, quel televisore che prendono polvere sono ancora funzionanti. Certo: i nuovi acquisti, quelli che fanno bella mostra di sé in salotto, sulla scrivania, in camera da letto sono certamente migliori. Ma ci sarà mai un momento in cui potremo possedere un oggetto di cui non esista un non plus ultra?

E allora, ecco che la crisi potrebbe essere davvero salutare, e potrebbe farci riscoprire un’arte messa in cantina insieme al vecchio Nokia formato mattone: l’arte di accontentarsi. Potremmo, finalmente, renderci conto che abbiamo tutto quello che ci serve. Accettare che qualcosa potrebbe non essere alla nostra portata, perché solo i bambini vogliono tutto, subito e indipendentemente dalle conseguenze. Ricordare che “tutto attorno a me” e “voglio il meglio” sono solo slogan scritti a beneficio di chi vende, non di chi si misura ogni giorno con un bilancio familiare.

La felicità non sta nel possedere, ma nell’essere. Non è fuori, ma dentro. Non è effimera, ma profonda. Non si nutre di esteriorità, ma di spiritualità.

Accontentarsi non è l’arte dei perdenti, ma dei realisti. Ed essere responsabili non significa essere meno felici.