Archivio mensile:ottobre 2008

L'arte di accontentarsi

Una volta era un lusso, oggi una necessità: in Lombardia è boom dell’usato. Dal 2004 a oggi il numero di negozi relativi a prodotti di seconda mano è aumentato del 37%. Negli anni Ottanta e Novanta – spiega su Libero il presidente del Movimento dei consumatori, Sandro Miano – era chic girare per mercatini, quasi un gioco; oggi è un bisogno per una fascia di popolazione sempre più ampia.

Un quadro desolante, se teniamo conto che stiamo parlando dell’Italia nell’anno di grazia 2008, non di qualche paese dell’est che negli anni Novanta si stava faticosamente rialzando da decenni di comunismo.

Di fronte a questa situazione, sorge però una domanda impertinente: e se questa crisi fosse salutare?

Tutti coloro che hanno una cantina sapranno lo sconforto che prende quando si tratta di fare pulizia: sempre più spesso vi parcheggiamo, in attesa della discarica, oggetti che non usiamo più, sostituiti da prodotti più nuovi, più efficaci (qualcuno direbbe, con un brutto neolalismo, “più performanti”), magari anche esteticamente più piacevoli.

Lo sconforto iniziale assume una forma più acuta pensando al fatto che quella radio, quel computer, quel televisore che prendono polvere sono ancora funzionanti. Certo: i nuovi acquisti, quelli che fanno bella mostra di sé in salotto, sulla scrivania, in camera da letto sono certamente migliori. Ma ci sarà mai un momento in cui potremo possedere un oggetto di cui non esista un non plus ultra?

E allora, ecco che la crisi potrebbe essere davvero salutare, e potrebbe farci riscoprire un’arte messa in cantina insieme al vecchio Nokia formato mattone: l’arte di accontentarsi. Potremmo, finalmente, renderci conto che abbiamo tutto quello che ci serve. Accettare che qualcosa potrebbe non essere alla nostra portata, perché solo i bambini vogliono tutto, subito e indipendentemente dalle conseguenze. Ricordare che “tutto attorno a me” e “voglio il meglio” sono solo slogan scritti a beneficio di chi vende, non di chi si misura ogni giorno con un bilancio familiare.

La felicità non sta nel possedere, ma nell’essere. Non è fuori, ma dentro. Non è effimera, ma profonda. Non si nutre di esteriorità, ma di spiritualità.

Accontentarsi non è l’arte dei perdenti, ma dei realisti. Ed essere responsabili non significa essere meno felici.

Titoli etici

Nel corso della vita capita a quasi tutti, chi più chi meno, di mettere da parte qualche soldo. E a quel punto, soddisfatte le esigenze di base, si pone la questione di come investire questi risparmi per garantire il ritorno più ragionevole possibile.

Curiosamente però come cristiani ci preoccupiamo molto poco delle implicazioni etiche di queste scelte, preferendo puntare solo sull’opzione più redditizia e affidandoci al fiuto (e all’onestà) di un agente che non sempre ha i nostri stessi parametri morali.

Non si tratta di malafede quanto di disattenzione. Una disattenzione sorprendente, considerando che in altri settori la nostra soglia di attenzione è ben più alta: siamo sensibili alla provenienza dei prodotti alimentari; firmiamo petizioni contro la schiavitù moderna che, in alcuni Paesi dell’estremo Oriente, permette di produrre a costi irrisori; siamo capaci di indignarci perché un’azienda propone capi di abbigliamento realizzati grazie a manodopera minorile.

Eppure, per quanto riguarda i nostri fondi, ci accontentiamo di scorrere la colonna dei ricavi, senza chiederci chi abbiamo finanziato per raggiungere il nostro guadagno. Attraverso i cocktail azionari e obbligazionari potremmo aver finanziato un governo che discrimina i cristiani, oppure un’azienda che vende armi da guerra. O una banca che compie operazioni spericolate.

Che non sia solo un particolare secondario lo si può dedurre dagli ultimi rovesci di borsa: perché la mancanza di etica, l’avidità, l’estrema spregiudicatezza si ripercuotono non solo sui dipendenti ma anche, presto o tardi, sui risultati finanziari.

Nei giorni scorsi Pieremilio Gadda, dalle colonne dell’Osservatorio finanza etica, raccontava della ICCR, Interfaith Center on Corporate Responsability: un coordinamento interdenominazionale e internazionale di finanzieri con dei valori morali e spirituali. Si tratta di agenti finanziari di estrazione evangelica, cattolica, ebraica (ma anche di altre religioni e laici) che, attraverso una preparazione finanziaria e dei saldi principi, esercitano un attento controllo al comportamento delle aziende nelle quali investono per conto dei propri clienti. Insomma, un portafoglio titoli eticamente orientato, per il bene di tutti.

Uno degli affiliati, il pastore William Somplasky-Jarman, è stato addirittura il primo a intravedere il rischio-Lehman: la ICCR aveva fatto presente, con anni di anticipo, i rischi dei mutui subprime, ottenendo un impegno formale da parte della banca d’affari “a sviluppare migliori procedure di analisi nel settore del credito”. Promessa a quanto pare disattesa, con le conseguenze che sappiamo.

Perché l’ICCR ha udienza e credito, con le sue istanze e le sue richieste, anche presso i colossi? Per una questione di numeri: spiega Gadda che «i trecento investitori istituzionali che fanno capo alla coalizione internazionale, complessivamente, gestiscono un patrimonio di oltre 100 miliardi di dollari», che diventano 2-3 mila miliardi comprendendo le organizzazioni associate e affiliate.

Da noi i numeri sono diversi, e di conseguenza cambia anche il possibile impatto. Ma non è scontato che sia così. Non mancano gli investimenti e non mancano gli operatori finanziari attenti all’etica. Viene allora da pensare che se anche in Italia almeno coloro che si definiscono cristiani coerenti badassero al loro portafoglio titoli andando oltre i numeri, qualcosa potrebbe cambiare.

Successi condivisi

Sembra una di quelle storie da sogno americano: una chiesetta di campagna (la Sherwood Baptist Church di Albany, in Georgia) decide di impegnarsi a produrre film capaci di enfatizzare i valori cristiani.

Il primo lavoro della Sherwood Pictures, Flywheel, costa ventimila dollari, un’inezia, e parla di un venditore di auto poco corretto, che trova la fede e abbandona i maneggi poco trasparenti. Il secondo prodotto, Facing the giants, racconta la classica vicenda della squadra giovanile poco quotata che arriva in finale grazie a un allenatore con pochi trofei in bacheca ma molta fede. Il film viene adocchiato dalla Sony, grazie anche a una polemica che offre una visibilità notevole alla pellicola: la censura statunitense decide che il film non è adatto ai minori non accompagnati (una sorta di V.M. 14 in salsa USA), facendo parlare i media della vicenda.

L’ultimo film, per ora, è Fireproof, ed è il primo girato con un budget ragionevolmente vicino a quello di un film “vero”: 500 mila dollari, tirati fuori dalla Sony, che ha tra l’altro messo in contatto la casa di produzione di Albany con Kirk Cameron, già noto per la serie tv “Genitori in blue jeans”, e da tempo ormai impegnato in pellicole cristiane (basti ricordare la serie Gli Esclusi). La pellicola racconta di un pompiere e della sua relazione matrimoniale in crisi, che viene salvata grazie a un percorso di coppia basato sui principi biblici.

Fireproof, in un paio di settimane di proiezione, ha superato i 12 milioni di dollari al botteghino. Naturalmente il successo è frutto anche di un impegno capillare delle chiese, che – contrariamente a quanto avviene ad altre latitudini – hanno saputo cogliere il messaggio positivo del film senza formalizzarsi sulla denominazione dei produttori, e hanno portato al cinema amici e colleghi, specie quelli – e, a quanto pare, non sono pochi nemmeno negli USA – con matrimoni a rischio.

Non sappiamo se Fireproof arriverà in Italia, dopo la fugace apparizione nel 2004 al Sabaoth Festival del cinema cristiano; certo sarebbe utile. Sarebbe però significativo se, quantomeno, la vicenda potesse insegnare un paio di cose.

Primo, che non servono grandi mezzi per arrivare a grandi risultati: bastano grandi competenze e una buona costanza.

Secondo, che la disponibilità a riconoscere l’impegno e la riuscita dell’altro può diventare un successo anche per noi, se non ci ostiniamo a guardare dall’altra parte ogni volta che sentiamo l’odore di una parrocchia diversa.

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AGGIORNAMENTO – la solerte Chiara Giacomini mi segnala che Affrontando i giganti è da
tempo disponibile in  italiano, distribuito dalla Sony Pictures: «un film a tutti gli effetti trattato come “cinema normale”: si trova anche da Blockbuster ed è acquistabile via internet».

Rasserena e stupisce

Lettura pura. A volte stentorea, altre volte stentata. Disinvolta o imbarazzata. Smozzicata o ben scandita. Sorprese come una Claudia Koll, attrice, che legge emozionata il Cantico dei Cantici, e Nicola Legrottaglie, calciatore, che emoziona leggendo il Salmo 119.

La Bibbia giorno e notte, maratona televisiva della Rai, è tutto questo. Rasserena e stupisce.

In un’epoca di voci confuse e provvisorie, rasserena e stupisce ascoltare una parola definitiva.

In un momento storico che considera le notizie vecchie a dieci minuti dal lancio, rasserena e stupisce un libro uguale da secoli e secoli.

In una società dove la visibilità è un must, rasserena e stupisce vedere una fila di personaggi noti che si mescolano a persone comuni e attendono, pazientemente, il proprio turno per una semplice lettura pubblica.

In un mondo che non sa più tacere, rasserena e stupisce assistere a sette giorni di letture e di canti a tema senza nemmeno un cenno di applauso, o quasi.

Sarà banale, ma mi sono rasserenato e stupito. La Bibbia ha compiuto un altro miracolo.

Bibbia e dettagli

“La Bibbia giorno e notte” è sicuramente una di quelle iniziative che lasciano il segno, anche sul piano mediatico: potremmo definirlo un kolossal, nel contesto dei programmi in diretta, e immaginiamo l’impegno che può aver richiesto per l’organizzazione.

La promozione, complice anche l’interesse del Vaticano (qualche commentatore parla di «una formidabile operazione d’immagine vaticana in concomitanza con il sinodo dei vescovi sulla “Parola di Dio”»), è stata massiccia e tutto sommato ben curata. Meno bene, invece, l’offerta di contenuti informativi cui è possibile accedere al sito dedicato dalla Rai all’iniziativa.

Non viene svelato, per esempio, un particolare banale: quale testo biblico venga usato nel corso di questa maratona di lettura. Usano tutti la stessa traduzione, e se sì quale? Oppure ognuno la sua?
Unico dettaglio reso noto dalle agenzie (e non, badate bene, dal sito) è che Domenico Maselli, presidente della Federazione chiese evangeliche italiane (FCEI), ha usato “il testo della Bibbia interconfessionale”.
Ma allora gli altri? La traduzione CEI? Anche l’ambasciatore di Israele? Anche l’ufficio stampa, interrogato in merito, tace.

Sarà anche un particolare, ma anche dai dettagli si può comprendere quanto, in questo progetto – ferma restando la validità dell’iniziativa -, si possa parlare di condivisione e quanto invece di ospitalità da parte di una realtà specifica (la chiesa cattolica) nei confronti delle altre (le altre comunità religiose che hanno aderito).

Un gospel per Milano

Coloro che, ieri pomeriggio alle cinque, si sono trovati a passare per piazza della Scala a Milano non hanno potuto fare a meno di sentire l’inconfondibile voce di Ornella Vanoni che raccontava come “essere famosi non significa non avere bisogno di Gesù”.

Ad ascoltarla, tre o quattrocento persone, molte delle quali si tenevano per mano “circondando” gioiosamente la piazza e ravvivandola con palloncini gialli: era il ministero Sabaoth, una tra le chiese evangeliche più note del milanese, impegnata da oltre dieci anni a tutto tondo in un’evangelizzazione fatta di comunicazione alternativa, briosa, adeguata ai tempi e ai contesti.

Più che un culto in piazza, quello del Sabaoth è stato un allegro happening, cui hanno aderito anche una decina di chiese evangeliche di Milano e dintorni: prima e dopo la testimonianza di Ornella Vanoni si sono alternati canti gospel, preghiere e testimonianze, per annunciare che “Gesù ama Milano”.

Per annunciare, ma anche per chiedere: il Ministeo Sabaoth si ritrova da anni senza una sede, stretto tra privati che non affittano per paura di trovarsi in casa una setta, e le istituzioni che rimandano anno dopo anno i bandi di concorso per gli spazi pubblici, salvo poi concedere una corsia preferenziale ai musulmani.

Insomma, un incontro estemporaneo, annunciato ma non programmato ufficialmente, e organizzato proprio in faccia a quel Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, che nonostante i buoni agganci della chiesa (Letizia Moratti, in campagna elettorale, partecipò a un culto della comunità, e ha mantenuto poi il contatto con la realtà evangelica) non ha trovato tempo e modo per dare una risposta convincente alla fame di spazio del Ministero Sabaoth.

Se l’iniziativa avrà esito positivo sarà una buona notizia, anche se resterà un retrogusto amaro: sarà l’ennesima conferma che in Italia, per veder affermare i propri diritti e far rispettare la legge, è necessario alzare la voce. Anche se solo per un canto gospel di fronte al Municipio.

Il Sabaoth in piazza

Il Sabaoth in piazza

Primogeniture contese

Una rivelazione sorprendente arriva dalla Germania: contrariamente a quanto si credeva fino a oggi, Lutero non fu il primo a tradurre la Bibbia in tedesco.

A dare la notizia è il quotidiano Die Welt, secondo cui «Martin Lutero non aveva a disposizione solo testi della Bibbia in latino, greco ed ebraico quando cominciò a lavorare alla versione in tedesco nel 1521: secondo alcuni studiosi, ne aveva già una copia scritta in questa lingua».

E non basta: non c’era solo la versione tradotta da Guenter Zainer e apparsa nel 1475 ad Augusta, di cui Lutero riprese lessico e grammatica.

Nel periodo giravano nei paesi germanofoni addirittura diciotto traduzioni delle Sacre Scritture prima della nota versione di Lutero, datata 1534.

«La particolarità di Lutero – concede Die Welt – rimane comunque che tradusse principalmente dall’ebraico e dal greco, cercando di rimanere il più vicino possibile alle fonti e non basandosi solamente sulla vulgata latina».

E non solo, viene da aggiungere. Non si può dimenticare che la Bibbia, come ogni libro (e più di ogni altro libro) ha un valore nel momento in cui la si legge: altrimenti diventa un simbolo, un feticcio, un idolo tra i tanti.

Lutero non ha avuto solo il merito di tradurre la Bibbia nella lingua del popolo, e di farlo con accuratezza filologica: ha diffuso su larga scala la consapevolezza di quanto sia importante per ogni cristiano di leggerla, comprenderla, viverla.

La conoscenza della Bibbia è diventata un caposaldo della riforma protestante e ancora oggi è un punto d’onore nelle culture (evangeliche) del nord Europa e del nord America, dove – contrariamente a quanto avviene nell’area mediterranea – fa parte del bagaglio culturale di base del cittadino medio.

Lutero non ha solo tradotto la Bibbia: l’ha accreditata nuovamente, dopo secoli, come la fonte e il motore della fede. Per questo, nonostante tutti i limiti che ogni personaggio umano può incarnare, come cristiani non possiamo non provare riconoscenza nei suoi confronti. Anche se la sua traduzione non dovesse essere la prima.

L’ultima spiaggia

Ormai i sondaggi imperversano, a prescindere dalla rilevanza del tema: torme di intervistatori tormentano persone che di rispondere a domande più o meno banali non hanno nessuna voglia.

L’ultima, in ordine di tempo, ha coinvolto mille italiani tra i 14 e i 79 anni (praticamente tutta la società produttiva, e oltre) con una domanda da salotto annoiato: cosa porteresti con te se dovessi vivere da solo, per cinque anni, su un atollo sperduto nel Pacifico. Ossia sulla classica isola deserta.

Emerge che gli italiani, noti buongustai, non rinuncerebbero alla pasta e al vino per quanto riguarda gli alimenti; porterebbero la radio e l’orologio come prodotti tecnologici, mentre tra i libri, sull’isola deserta porterebbero con sé la Bibbia.

Il responso sorprende. Stando ai sondaggi di settore, gli italiani non sembrano così affezionati alle Sacre Scritture: non le conoscono, non le praticano, non le leggono. Eppure, se dovessero trovarsi soli e isolati, non porterebbero Guerra e pace o l’Odissea, e nemmeno un testo del laico Odifreddi: riscoprirebbero la Bibbia.

Se è così viene da chiedersi come mai, allora, nell’ordinarietà del quotidiano la Bibbia resti ben chiusa su qualche mensola di casa.

Certo, è colpa del logorio della vita moderna, dello stress, degli impegni che non danno respiro: su un’isola deserta, con cinque anni da passare in serenità e senza le scadenze incombenti, magari nel silenzio assordante della solitudine, sarebbe diverso.

Non è vero, quindi, che la Bibbia non abbia importanza per gli italiani. La Bibbia gode di considerazione e rispetto, e viene vista come una soluzione, una consolazione, una risposta; solo che si tratta di un valore di scorta, un impegno in bassa priorità, una chance residuale.

La Bibbia, dall’italiano medio, non viene percepita come uno strumento utile per una vita sana, ma come un rifugio cui guardare nel momento del bisogno. Come il supermercato. Come il medico. Come Dio, purtroppo.

L'ultima spiaggia

Ormai i sondaggi imperversano, a prescindere dalla rilevanza del tema: torme di intervistatori tormentano persone che di rispondere a domande più o meno banali non hanno nessuna voglia.

L’ultima, in ordine di tempo, ha coinvolto mille italiani tra i 14 e i 79 anni (praticamente tutta la società produttiva, e oltre) con una domanda da salotto annoiato: cosa porteresti con te se dovessi vivere da solo, per cinque anni, su un atollo sperduto nel Pacifico. Ossia sulla classica isola deserta.

Emerge che gli italiani, noti buongustai, non rinuncerebbero alla pasta e al vino per quanto riguarda gli alimenti; porterebbero la radio e l’orologio come prodotti tecnologici, mentre tra i libri, sull’isola deserta porterebbero con sé la Bibbia.

Il responso sorprende. Stando ai sondaggi di settore, gli italiani non sembrano così affezionati alle Sacre Scritture: non le conoscono, non le praticano, non le leggono. Eppure, se dovessero trovarsi soli e isolati, non porterebbero Guerra e pace o l’Odissea, e nemmeno un testo del laico Odifreddi: riscoprirebbero la Bibbia.

Se è così viene da chiedersi come mai, allora, nell’ordinarietà del quotidiano la Bibbia resti ben chiusa su qualche mensola di casa.

Certo, è colpa del logorio della vita moderna, dello stress, degli impegni che non danno respiro: su un’isola deserta, con cinque anni da passare in serenità e senza le scadenze incombenti, magari nel silenzio assordante della solitudine, sarebbe diverso.

Non è vero, quindi, che la Bibbia non abbia importanza per gli italiani. La Bibbia gode di considerazione e rispetto, e viene vista come una soluzione, una consolazione, una risposta; solo che si tratta di un valore di scorta, un impegno in bassa priorità, una chance residuale.

La Bibbia, dall’italiano medio, non viene percepita come uno strumento utile per una vita sana, ma come un rifugio cui guardare nel momento del bisogno. Come il supermercato. Come il medico. Come Dio, purtroppo.