Archivio mensile:dicembre 2008

Fine e principio

Siamo arrivati al 31 dicembre. E, come ogni anno, viene spontaneo lanciare uno sguardo a quello che è successo nel corso dell’anno che si sta concludendo.

Lo abbiamo fatto stamattina in onda, come nostra abitudine, sfogliando le notizie di evangelici.net, che nel suo piccolo ormai da cinque anni segue l’impegno di informare i cristiani su quello che avviene nel mondo e, in tutto o in parte, li riguarda.

Come ogni anno, il 2008 non fa eccezione: fatti tristi, drammatici, penosi si alternano a situazioni gioiose, positive, costruttive che offrono buone speranze per il futuro. Non possiamo non cominciare ricordandoci dei nostri fratelli che soffrono. E il 2008, come gli anni precedenti, ha visto un continuo, martellante assalto alla libertà di espressione e di culto dei cristiani nel mondo.

Un mondo piccolo, accomunato dalla persecuzione. Già a gennaio piangevamo i cinquanta cristiani morti in Kenia a seguito dell’incendio della loro chiesa, e la situazione non è per niente migliorata con il passare dei mesi, con una lunga fila di tragedie e persecuzioni dalla Nigeria all’Iraq, dall’Iran alla Cina, dalle Filippine all’Arabia Saudita, dall’India al Bangladesh, per citare solo alcuni dei Paesi interessati. Ma potremmo estendere l’elenco anche alla civilissima Milano, dove una chiesa viene regolarmente vessata dai vandali, e solo a distanza di anni comincia a vedere un intervento da parte delle autorità.

Non sono mancate anche le buone notizie. Abbiamo assistito alle testimonianze pubbliche di personaggi noti, sportivi in primo luogo, ma anche artisti: Ornella Vanoni, per esempio, nel cinquantenario del suo esordio musicale, ha avuto occasione di parlare ampiamente della sua fede e del suo rapporto con Dio. Ma anche il giornalista Magdi Allam e il leader pentito delle “Bestie di Satana”, Andrea Volpe.

Tra tante notizie distorte in relazione alla fede cristiana e al mondo evangelico non sono mancate alcune soddisfazioni: a livello nazionale si sono visti servizi televisivi su chiese e gruppi musicali; sul piano internazionale non si può non ricordare con soddisfazione l’ampio spazio dato a Rick Warren per la sua intervista doppia con Obama e Mc Cain, sfociata poi nell’invito del pastore alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente.

Molto più in piccolo è capitato anche a noi di evangelici.net l’occasione di parlare di Dio in diretta a Chi l’ha visto, in occasione di una triste vicenda di cronaca nera cui – purtroppo – ancora non si è giunti a capo.

Abbiamo dimenticato sicuramente più di qualcosa, ma dobbiamo fermarci qui, per non rischiare di sforare nel 2009.

Perché ormai ci siamo: tra poche ore saremo tutti, o quasi tutti, intenti a festeggiare il nuovo anno che viene.
Non dimentichiamoci di rimanere responsabili, sobri, esemplari nel nostro comportamento. Di essere degni figli di degno Padre.

E poi, una volta smaltite le ore di sonno rimaste in sospeso, cominciamo bene il 2009.
Non dimentichiamoci di chi soffre. Come abbiamo visto non sono pochi, nel mondo, a subire privazioni e vessazioni a causa della loro fede: che, è bene ricordarlo, è anche la nostra fede.

Non dimentichiamoci di chi ci sta attorno: il mondo ha perso di vista i suoi valori, i suoi principi, i suoi punti di riferimento. Ed è disorientato, stanco, disilluso. Ha fame, sete di qualcuno che possa dargli una speranza. Quel qualcuno siamo noi: perché non siamo stati posti a caso nella città, nella cerchia di amicizie, nella posizione (professionale, umana, politica) in cui ci troviamo.

Non dimentichiamoci che la fede nasce e si rafforza nel rapporto quotidiano, costante, intimo con Dio. Dio ci ama come siamo, ma ci vuole per sé. Sta a noi impegnarci in questa sfida per essere più vicini a lui, consapevoli che è il meglio per noi.

Non dimentichiamoci che viviamo nel 2009. E il 2009 non è il 1959. E nemmeno il 1979 o il 1999. Non cambia solo il modo di vestire, il colore di moda, i tormentoni musicali.
Ogni anno ha il suo linguaggio, i suoi mezzi di comunicazione, i suoi modi e strumenti. Il nostro messaggio è sempre lo stesso: c’è speranza in Gesù Cristo. Ma dobbiamo comunicarlo a persone diverse rispetto a dieci anni fa. Forse più deluse, forse incattivite. O forse più furbe, più colte, più preparate. In ogni caso, diverse.

Non trattiamo il 2009 come un anno qualsiasi. Sarà un anno importante, nel bene e nel male. Lo sarà perché siamo chiamati a farlo diventare importante. Non perdiamo il tempo che ci resta, sia poco o tanto. Non perdiamo le opportunità che abbiamo. Non sprechiamo i talenti, i doni su cui possiamo contare. Diamoci da fare. Che il 2009 sia un anno di impegno cristiano senza riserve, di intensa comunione – perché solo insieme si possono ottenere risultati -, di solidarietà, di riflessione, di onestà intellettuale. Per comprendere il punto a cui siamo arrivati, per riconoscere i nostri limiti e, con l’aiuto di Dio e dei nostri fratelli, superarli. Che il 2009 sia davvero tutto questo.

In questo caso sarà, davvero, un buon 2009.

Buona fine e buon principio a tutti. A chi festeggia, a chi riposa, a chi lavora. A chi spera e a chi prega. A chi si affida a Dio con tutto il suo cuore, e a chi sta imparando a farlo.

Noi ci fermiamo qui. Speriamo di avervi fatto buona compagnia. Anche scomoda, a volte, richiamando all’impegno cristiano e alla coerenza. Tutto quello che abbiamo fatto e detto, lo abbiamo fatto e detto con il cuore. Speriamo che sia servito.

Dio vi benedica.

Le ragioni di Gideon

«So di aver fatto di tutto perché in Criminal Minds la violenza fosse contenuta. Ma alla fine ho accettato che sia proprio questo elemento ad attirare l’attenzione del pubblico. Me ne sono fatto una ragione. Questo è ciò che il pubblico vuole, in tutto il mondo». È il motivo per cui un anno fa Mandy Patinkin, alias Jason Gideon, lasciava Criminal Minds, una delle serie poliziesche di stampo psicologico più amate degli ultimi anni.

La serie tv definita dalla Stampa come «la più cupa, angosciante, avviluppata com’è nell’analisi non dei crimini ma dei criminali» perdeva così il leader dell’Unità di analisi comportamentale dell’Fbi, sempre in giro per gli USA a caccia di cattivi, psicopatici e serial killer.

Criminal Minds ha continuato il suo cammino sostituendo Patinkin con Joe Mantegna e riequilibrando lo spazio dato agli altri profiler della squadra: il risultato, al momento, non convince del tutto, ma probabilmente è questione di tempo.

L’addio di Gideon-Patinkin tornava in mente ieri, nell’assistere all’episodio mandato in onda da RaiDue dove un pazzo, psicolabile e psicopatico uccide decine di donne (e le conserva), prima di farsi scoprire con un rituale macabro che rivela i suoi delitti e ulteriori dettagli raccapriccianti sulle sue pratiche.

Definirla una puntata da film dell’orrore potrebbe anche suonare come un complimento: la bravura degli autori nel riprodurre l’analisi del comportamento tenuto dal serial killer compensa ampiamente la violenza e il sangue che non si vedono, con risultati da voltastomaco.

Tuttavia per lo spettatore comune, affascinato dalle indagini psicologiche più che dalla violenza, le trame sempre più trucide della serie televisiva (la cui visione peraltro è consigliata al solo pubblico adulto, come precisa correttamente l’annuncio che apre ogni puntata), caratterizzate dalla scelta di premere sull’acceleratore dell’orrore, rappresentano un’involuzione, più che uno sviluppo.

Nessuno pretende che Criminal Minds sia istruttivo, didattico, formativo.
Ma raccontare la mente umana per quella sentina che può diventare è esercizio che si può svolgere con mano leggera, sezionando le vicende in profondità pur senza eccessi; oppure con mano pesante, facendo leva sul gusto dell’orrido e sui peggiori istinti dello spettatore.

Pare che gli autori, serie dopo serie, abbiano scelto la seconda strada, che rende sicuramente di più, in termini di pubblico. Ma, se questi devono essere i mezzi per raggiungere l’obiettivo, senza limiti di alcun genere, non si può non comprendere Gideon-Patinkin e la sua decisione di lasciare il campo.

Ruoli confusi

Si continua a parlare di Rick Warren: l’Ansa nei giorni scorsi rivelava che «Rick Warren, il popolare pastore della Saddleback Church che Barack Obama ha invitato a benedire la cerimonia dell’insediamento, ha ritirato dal suo sito web frasi anti-gay che avevano suscitato critiche al presidente eletto dalla comunità omosessuale».

«Dal sito web della Saddleback Church, la chiesa del religioso nella Orange County in California, è scomparsa la frase in cui si affermava che “chiunque non vuole pentirsi del suo stile di vita omosessuale non è benvenuto nella nostra chiesa“. Una frase che è peraltro rimasta conservata nella memoria nascosta di Google”.

In Veneto si direbbe “pezo el tacòn che el buso”, peggio la pezza del buco: togliere ora quella frase risulta in effetti una mossa politica, più che una scelta ragionata.

La frase in questione ovviamente ha scandalizzato gli omosessuali e molti laici, ma lascia perplessi anche guardandola in un’ottica cristiana.

Infatti è ben vero che Dio non tollera il peccato: accoglie ogni creatura che cerca la salvezza in lui, ma questa ricerca deve comportare la disponibilità a pentirsi dei propri peccati, dato che proprio i peccati tengono l’essere umano lontano da lui, precludendogli il rapporto con Dio.

Dio odia il peccato ma ama il peccatore e accetta chi si pente; bisognerebbe però chiedersi se si possa fare lo stesso ragionamento per la chiesa. Sono benvenuti tutti, o solo coloro disposti a pentirsi?

È un problema di approccio, e forse di logica.
In chiesa dovrebbero essere benvenuti tutti, nella speranza cristiana che anche il peccatore più incallito (di qualunque natura sia il peccato) possa ravvedersi, e possa farlo proprio in seguito al messaggio del vangelo che riceve nel corso della visita in chiesa.

È solo una questione di forma, dirà qualcuno. Viene invece da pensare che, per la chiesa di oggi, sia piuttosto un problema di sostanza.

Troppe volte vediamo i credenti confondere il “portare a Dio” un non credente con il “portarlo in chiesa”: pare quasi che il nostro obiettivo sia quello di far entrare le persone tra le quattro mura del luogo di culto, anziché impegnarsi personalmente, con pazienza e costanza, per comunicare loro in maniera efficace il messaggio del vangelo.

Troppe volte vediamo bollare con eccessiva leggerezza “l’allontanamento dalla chiesa” come un “allontanamento da Dio”, senza farsi troppe domande sui motivi di disagio o sofferenza della persona, quasi che la chiesa rivesta la perfezione e non debba porsi questioni scomode.

Troppe volte si confonde la santità della chiesa (o meglio, cui la chiesa è chiamata) con la sacralità di Dio: un equivoco da cui si sviluppa un circuito autoreferenziale di culti, incontri, rapporti e ruoli, in cui la chiesa si rifugia rifiutandosi di guardare la realtà circostante perché “noi non siamo di questo mondo”.

Insomma, troppo spesso tendiamo inconsciamente a identificare la chiesa con Gesù stesso. Con tutto quel che ne consegue quando si tende a sostituire l’umano al divino.

Chissà cosa ne penserebbero i tanti martiri che, nel corso dei secoli, hanno dato la vita per ribadire che nessuno, su questa terra, può sostituirsi a Cristo: nemmeno la chiesa stessa.

Rappresentazioni fedeli

“La moschea dentro il presepe: insorge la Lega, cattolici divisi”. La notizia compare, tra le altre testate, in prima pagina su Repubblica, e fa riflettere.

Non è la prima volta che constatiamo come la civiltà occidentale sia diventata più realista del re, e più politicamente corretta di quanto le venga richiesto: spesso i musulmani che vivono accanto a noi si stupiscono (o dicono di stupirsi) per i nostri eccessi di scrupolo. Come questo, appunto.

Dicevamo, il presepe. Diamo per scontato che il presepe sia un uso non condiviso negli ambienti cristiani diversi da quello cattolico, dato che non risultano riscontri biblici in relazione a festeggiamenti e rappresentazioni della natività (e infatti la tradizione risale a Francesco d’Assisi).

Chiarito questo, si può discutere serenamente sulla sostanza: e forse, viene da pensare, non è così malvagia l’idea di rammentare al popolo ignorante – ieri come oggi – quella che per la fede cristiana è una vicenda focale nella storia dell’umanità.

Naturalmente, però, in questo caso il presepe dovrebbe raccontare fedelmente, e non inventare nuovi ruoli e introdurre nel’ambientazione personaggi impropri, come si fa da generazioni.

Certo, di spettacolare resterebbe ben poco: niente grotte (era una stalla), niente magi (che non erano per forza tre, né sono giunti quella notte), niente neve (i pastori non sarebbero stati all’aperto, di notte, con le pecore), niente bue e asinello (non presenti nel racconto biblico). Semmai ci potrebbero stare una Maria provata dai dolori del parto, un Giuseppe perplesso di fronte all’Immensità di quel che stava accadendo davanti ai suoi occhi, un bambino non più bello o pulito di tanti altri neonati.

A rappresentarla così, visivamente parlando, non è che renda molto. E proprio per quello il quadro originale si è arricchito di animali, zampognari, scene di vita quotidiana di ogni epoca, segnando il primo esempio di patchwork transgenerazionale.

Ci riflettevo l’altro giorno, passando in una di quelle piazze del XXI secolo che sono i centri commerciali. In una zona del centro veniva proposta una mostra di presepi allestiti in ambientazioni diverse: dai bauli ai tronchi d’albero. Di fronte a ogni rappresentazione l’occhio si perdeva nei mille particolari, dettagli artistici, scene nella scena: i contadini, i pastori, le case, i bambini, il fuoco, le donne alla finestra… l’attenzione si concentrava sui mille dettagli che riproducevano la vita agreste in tutti i suoi aspetti. E, inevitabilmente, si scostava dalla vicenda più banale, intima e meno spettacolare: la nascita di Gesù.

Che poi, a ben guardare, è quel che succede in ogni risvolto del periodo natalizio: si celebra la festa senza ricordare il festeggiato, in un tripudio autoreferenziale che si autoalimenta e crea una festa sempre più vuota e fine se stessa.

Anno dopo anno l’attenzione si sposta su elementi di contorno – dal pranzo alle decorazioni, dagli auguri ai regali – tanto che ormai si può festeggiare il natale senza nemmeno sapere quale sia l’elemento centrale dell’avvenimento.

In questo, sì, il presepe è una rappresentazione del natale. Purtroppo per entrambi.

Prelievi e dubbi

Repubblica segnala oggi in prima pagina che “Scatta l’allarme-trapianti”. I medici sono preoccupati: per la prima volta gli interventi sono in calo del 3%. Una flessione che viene addebitata ai “troppi dubbi sui prelievi d’organo”.

Sicuramente nella decisione di donare o non donare i propri organi (o quelli dei propri cari) al momento della dipartita influisce pesantemente la trasparenza delle pratiche, su cui più di qualcuno ha da ridire: la Lega contro la predazione di organi, per citarne una realtà molto combattiva, che si schiera contro la “predazione a cuore battente”. Detta così suona piuttosto tetra, ma non è detto che la realtà sia sempre migliore.

Viene però da pensare che non si tratti solo di questo, e che la maggiore ritrosia a donare gli organi derivi anche da un’inquietudine che si è sviluppata negli ultimi tempi in seguito ai casi mediatici più seguiti. Vedere la vicenda di Eluana Englaro costantemente sotto i riflettori fa riflettere. Al di là della gestione del caso e delle sentenze, al di là dei pareri morali e delle conclusioni che verranno, a forza di sentirne parlare subentra nel cittadino medio una sottile preoccupazione, che nasce sottotraccia, quasi subliminale, e si sviluppa in una serie di considerazioni.

Di fronte a questa e ad altre tristi vicende non si può non riflettere su questioni essenziali. Nonostante i baldanti pareri della scienza, non ci sono certezze assolute su quell’area grigia che in certi casi dobbiamo attraversare prima della dipartita. E allora, di fronte all’impossibilità di sapere, sempre meno persone sono disposte ad affidarsi completamente a chi conosce la medicina, ma non può andare oltre la competenza medica nel tracciare confini in un campo così delicato.

Il pastore che piace a Obama

Il prossimo 20 gennaio sarà Rick Warren a innalzare la “inaugural invocation”, la preghiera che tradizionalmente apre la cerimonia di insediamento del nuovo presidente USA. La sua preghiera anticiperà di qualche minuto il giuramento che sancirà l’investitura di Barack Obama.

Si tratta di  un onore che non tutti gli osservatori europei hanno colto nella sua portata, e che in effetti non sembra così importante se non si conosce il contesto culturale statunitense.

La cerimonia dell’insediamento, infatti, è l’appuntamento più sentito negli USA, e forse nella sua struttura si presenta come l’esempio più significativo dello spirito americano: la cerimonia culmina, a mezzogiorno, con il giuramento del nuovo presidente, che – la mano sinistra sulla Bibbia, la destra alzata verso il cielo – si impegna solennemente a servire onestamente e rispettosamente gli Stati Uniti. Prima e dopo, è festa: cantanti, musicisti e poeti famosi, ma anche pastori, cui è affidata appunto l’invocazione a Dio e la benedizione conclusiva.
Insomma, si tratta di una cerimonia laica, ma che non prova imbarazzo a nominare Dio, né a essere riconoscente verso quelle radici e quel patrimonio culturale cristiano che hanno permesso agli USA di diventare quello che sono.

Al di là delle polemiche sorte – inevitabilmente – negli ambienti progressisti e nei circoli omosessuali, la scelta di Warren per la preghiera pre-giuramento è decisamente ragionata e accorta: Warren è un autorevole esponente della destra evangelica, ma – come segnala Maurizio Molinari sulla Stampa – in lui Obama ha trovato un interlocutore credibile. Warren si presenta come un uomo forte nelle sue convinzioni, ma capace di esercitare quel tatto e quella diplomazia quasi sconosciuti a esponenti evangelici più estremi, come Jerry Falwell e Robertson (o lo stesso Jeremiah Wright, già referente spirituale di Obama), o personaggi più noti ma troppo legati nel loro credo al mito della prosperità cristiana, come Benny Hill o Creflo Dollar.

Di qui la scelta di Warren dapprima come arbitro del primo confronto tra i due candidati alla presidenza, e poi come successore ideale di Billy Graham: Graham, ormai in età avanzata, si avvia verso una meritata pensione, e la designazione di Warren suona quasi come un’investitura a leader evangelico più influente nei confronti dell’autorità governativa.

D’altronde va anche ricordato che la scelta non cade su un illustre sconosciuto: Warren è noto da anni, la chiesa che cura come pastore è tra le più grandi degli Stati Uniti, i suoi libri di pratica cristiana sono letti e apprezzati in tutto il mondo, i suoi articoli e le sue riflessioni (presenti spesso su Charisma Magazine e reperibili in rete) sono ragionevoli e dimostrano una fede matura ed equilibrata.

Insomma, la sua “investitura” promette bene. Quasi quanto quella del tanto decantato Barack Obama.

Nomi da cani

Un commerciante marocchino porta una donna milanese davanti al Tribunale degli animali di Milano per una questione… da cani: la richiesta è «che la signora cinquantenne di religione cristiana cambi il nome al suo Mosè in quanto – a suo dire – nasconderebbe un richiamo religioso offensivo per la sua persona».

Farà sorridere, ma è successo davvero, in seguito a una scaramuccia (tra cani, e poi tra proprietari) a Parco Sempione.

Sia chiaro, non è il caso di avviare crociate: abbiamo problemi ben maggiori e motivi di indignazione molto più pressanti.

Dobbiamo però confessare che non ci ha mai convinto l’idea di chiamare un cane con il nome di un essere umano: sarà pure il migliore amico dell’uomo, ma resta un animale, e suona piuttosto bizzarro, al parco, sentirsi chiamare e scoprire che invece il richiamo era rivolto a un setter.

Qualche malizioso ricorderà che ormai sono gli uomini a usare nomi da cani, a partire dai nomi che i personaggi famosi impartiscono ai loro figli per concedersi qualche minuto di visibilità ulteriore.

Difficile darsi una regola quando non c’è più logica né buonsenso.

Eppure, nonostante questo – e forse proprio per compensare queste assenze – non dovremmo transigere da un punto fermo: il rispetto.

Si può non amare, ma non è giusto illudere chi ama. Si può non credere, ma è opportuno non offendere chi crede. Forse la richiesta del signore musulmano è strumentale e un po’ capziosa («alquanto stranuccio che a chiedere il cambio di nome non sia un cittadino di fede ebraica, bensì un musulmano», commenta La Stampa), ma molti altri avrebbero potuto fare la sua stessa osservazione: perché chiamare un cane con il nome di uno tra i più grandi profeti della Bibbia, padre della nazione ebraica, tra i personaggi biblici più ammirati anche in ambito cristiano?

Forse manca la fantasia per inventarsi qualcosa di diverso. O, forse, la risposta è ancora più agghiacciante, ma non così improbabile nel nostro paese: la signora ha dato al suo cane quel nome ignorandone l’origine biblica, convinta che si trattasse semplicemente di un personaggio di fantasia, protagonista di quel cartone animato così di moda qualche anno fa.

Regali inaspettati

Mette una certa tristezza leggere su Repubblica che sarà il natale dei regali low cost. I negozi “tutto a un euro” hanno avuto un’impennata di vendite del 20%: non li frequentano più solo ragazzi, pensionati e badanti, ossia persone con un borsellino limitato, ma anche coloro che in passato mai avrebbero pensato di entrarci, e perfino aziende, che cercano qualche prodotto dignitoso ma non dispendioso per i regali a clienti e dipendenti.

Gli articoli sul binomio natale&crisi compaiono in realtà già da un mese sui quotidiani, tanto da far sospettare che sia un nuovo luogo comune del giornalismo, versione aggiornata dei servizi che fino agli anni Novanta andavano in onda a natale ricordando la malinconica festa di quanti erano rimasti senza lavoro proprio alla vigilia delle feste per la chiusura improvvisa di qualche azienda.

Eppure forse la crisi di questo natale 2008 potrebbe essere salutare. Chissà: magari, più che un male, si potrebbe rivelare una cura: la cura a un consumismo esagerato che bene o male ha contagiato tutti, e negli ultimi anni ci ha fatto perdere tempo e serenità alla ricerca del regalo perfetto; la cura a una visione materialista della festa, dove quel che si dà conta più di quel che si è; la cura a una prospettiva distorta, che ci fa vedere il regalo come il massimo che possiamo offrire ai nostri familiari; la cura a un dono che ormai sostituisce la nostra presenza e il nostro impegno verso gli altri.

Chissà che la crisi non ci offra finalmente la possibilità di rivalutare ciò che più conta: il nostro cuore, la nostra presenza, la nostra attenzione nei confronti delle persone care. Perché nessun regalo ha mai potuto né potrà compensare l’abbandono, l’assenza, il disinteresse.

E allora, complice la crisi, approfittiamo di questo natale povero per dare noi stessi a chi amiamo. Sarà un regalo economico per noi, ma utile e apprezzato per chi lo riceverà. Una vera sorpresa.

La falsa novella

«No, bisogna sfatare gli stereotipi della black music: il significato originale di gospel è “buona novella”, e le buone notizie non sono per forza legate a un credo preciso…. credo fermamente che l’hip hop sia una vibrazione positiva che rende il “messaggio” del gospel meno settario da un punto di vista religioso e più universale”.

Sono le ispirate parole di Kenneth Ce Ce Rogers, artista americano in questi giorni a Milano, intervistato dal Corriere.

Un tentativo di sdoganare l’ossimoro del gospel laico che fa riflettere su quanto sia pericoloso smarrire il senso delle parole. Una buona notizia potebbe essere qualsiasi novità positiva, sicuramente. Ma anche “positivo” ha un significato molto relativo, e per niente universale. È positivo vivere o morire? Le discussioni di questi giorni sull’eutanasia insegnano che è difficile dare una risposta netta. È positiva la sicurezza o la riservatezza?

Il problema è che spesso i guru dei nostri anni dicono “positivo” e pensano, in ultima analisi, semplicemente “libero”.

Libero da tutto e da tutti, senza limiti e confini – per dirla con Battisti -, senza obblighi. Liberi malgrado tutto, e a prescindere da chiunque: va da sé che si tratta di una libertà che non contempla la sensibilità, l’amore, e il rispetto per gli altri. Insomma, una religione dell’ego.

Forse allora la soluzione “meno settaria” di cui parla Rogers non è altro che una non-fede universale, dove ognuno è libero di vivere la propria cattiva coscienza senza sentirsi dire alcunché da chi gli sta vicino.

Non c’è che dire: nel passare dal messaggio di speranza e di amore di Gesù Cristo all’anarchia disorientata e confusa dei guru odierni c’è proprio da guadagnarci.

Figurine mancanti

Un sito Internet, Reporter.it, parla delle comunità religiose presenti a Firenze: un bel numero di realtà innervano il capoluogo toscano, tanto che, scrivono in un’inchiesta Francesca Puliti e Roberta Salvucci,

L’area fiorentina è un po’ una “Babele delle religioni”: ospita la comunità ebraica, quella musulmana, quella valdese, la Chiesa Ortodossa Russa e quella Rumena. Poi ci sono i Metodisti e i Battisti, ma anche i Testimoni di Geova e gli Hare Krishna. La comunità musulmana è talmente cresciuta che per entrare in moschea si fanno i turni.

Va premesso che Firenze non è la città che conta il maggior numero di realtà religiose: anche lasciando perdere Roma, in testa per intuibili motivi, c’è quantomeno Trieste – imbattibile nel rapporto tra numero di abitanti e numero di denominazioni -, e anche Torino non scherza.

La cosa che stupisce, nell’articolo del Reporter, è un’assenza quantomeno sorprendente: nessun accenno alle chiese evangeliche di area non storica. E dire che in pieno centro, in via della Vigna Vecchia, ha la sua sede una chiesa “dei fratelli” presente in città già nell’Ottocento, storico luogo di incontro dei pionieri del movimento.

Non ci saremmo stupiti se avessimo trovato un elenco sommario in qualche articolo che cita en passant la varietà di gruppi religiosi in quel di Firenze. Ma qui l’articolo è incentrato proprio sul tema.

Sovviene il commento Umberto Eco, che nello spiegare “Come si fa una tesi di laurea”, raccomandava di fare un “lavoro serio”:

Si può fare in modo serio anche una raccolta di figurine: basta fissare l’argomento della raccolta, i criteri di catalogazione, i limiti storici della raccolta. Se si decide di non risalire indietro oltre il 1960, benissimo, purché dal ’60 a oggi le figurine ci siano tutte.

Qui, a quanto pare, qualche figurina decisamente manca, e la catalogazione non è delle più lineari: non ci sono varie chiese di Firenze, ma compare la comunità Hare Krishna della Val di Pesa; mentre, sempre in Val di Pesa, non viene segnalato il comprensorio di Poggio Ubertini.

E dire che sarebbe bastato consultare un banale elenco