La cosa giusta

Qual è la cosa giusta? Nella vita o su un campo di calcio non è facile individuarla. E quando si pensa di averla trovata, il contesto finisce per metterla in discussione.

Ne sa qualcosa Bepi Pillon, allenatore dell’Ascoli, da sabato soprannominato “mister correttezza” per un gesto senza precedenti. La sua squadra ha segnato un gol con un avversario a terra, e quindi senza rispettare il patto tra gentiluomini di solito osservato in questi casi; Pillon – dice lui “d’accordo con la squadra” – ha ordinato ai suoi di fermarsi e di lasciar segnare gli avversari per ristabilire la parità e ripartire con il gioco ad armi pari.

Un gesto unico nella storia del nostro calcio (e, forse, del calcio internazionale) che anziché portare il giusto onore all’allenatore galantuomo, lo ha costretto a difendersi su tutti i fronti: il presidente della sua squadra ha sostenuto che il fair play sarà importante, ma «il calcio è agonismo all’interno delle regole, e le regole, quelle che sono state approvate, ci danno ragione»; i tifosi hanno assediato l’allenatore negli spogliatoi; anche tra i giocatori sorge qualche dubbio («L’arbitro, il guardalinee, il quarto uomo, se nessuno dei tre ha ritenuto di interrompere il l’azione perché avremmo dovuto farlo noi? Non sono pentito… mail gol era regolare, e ripensandoci a freddo…»).

Perfino la Federazione gioco calcio indaga sulla vicenda, e forse «aprirà un’inchiesta. Atto dovuto – scrive Stefano Semeraro sulla Stampa -, possibile atto d’accusa, con un’imputazione crudele, un filo paradossale: eccesso di fair play».

Pillon, di fronte a un fuoco così intenso, comincia a mettere in discussione la sua decisione, ma non si tira indietro: «Se avessimo fatto finta di nulla saremmo passati per disonesti… la mia coscienza è sana, è il calcio che è malato».

Ma Pillon è solo. Solo con la sua coscienza, di fronte a un mondo che non vuole vedere. Nello sport, ma anche nella vita.

Facile – nello sport e nella vita – invocare il fair play e fregiarsi di una condotta corretta, fino a quando non rischia di cambiare il risultato di una partita. Facile dire “io quel portafogli lo restituirei”, fino a quando non se ne trova uno, per la strada, gonfio di soldi.
Facile reclamare l’intervento dei vigili, se quel giorno la nostra auto non rischia la multa. Facile condannare la spintarella, fino a quando non si ha la possibilità di avvalersi di una raccomandazione.

Quando però ci ritroviamo sull’altro fronte, le cose cambiano. Quando la correttezza comporta una penalizzazione, o anche solo una scomodità, torna utile schierarsi dietro l’alibi delle regole: in fondo non ho fatto nulla di male. O dietro al paravento del qualunquismo più deteriore: se non intervengono gli altri, se non si muovono le autorità, perché dovrei inguaiarmi io?

E così scopriamo che quel fair play di cui tanto favoleggiamo nei nostri discorsi da bar diventa un impaccio, un fastidio, una buona norma che dovebbe valere per tutti ma non per noi.

La Bibbia, questo atteggiamento, lo chiama “ipocrisia”. Una sentenza dura che possiamo anche non accettare, ma che quantomeno dovrebbe farci comprendere quanto sia fantasiosa l’idea di trovare dentro di noi la giustizia, l’umanità e  la verità da cui discendono, come qualche illuminato filosofo pretende di poter fare.

L’uomo non può trovare dentro di sé le risposte; come Ponzio Pilato duemila anni fa, può solo continuare a chiedersi turbato «cos’è la verità?», ma non può raggiungere da sé quella verità che pure riconosce necessaria, e su cui si basano la giustizia, l’umanità, la convivenza civile.

L’unico in grado di rispondere alla domanda e soddisfare la  ricerca, allora come oggi, è Gesù Cristo. Proprio quel Gesù che, con poca lungimiranza, allora come oggi si vorrebbe escludere da una società evidentemente troppo avanzata per fondarsi sulla verità.

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Pubblicato il 7 dicembre, 2009, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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