L’intolleranza ai tempi della crisi

Due giornalisti inglesi di origine asiatica si sono finti per otto settimane una coppia di immigrati pachistani in un sobborgo inglese: risultato, hanno subito oltre cinquanta aggressioni verbali e fisiche.

Il documentario realizzato per la BBC con il materiale raccolto (compresi i video registrati con una telecamera nascosta), significativamente si intitola “Hate on the doorstep”, odio sulla soglia di casa, e racconta un problema comune nelle periferie del Regno Unito.

«Non è una coincidenza – racconta Panorama – che il fenomeno riguardi le città con il più alto tasso di disoccupazione… I dati sono chiari: l’incidenza di molestie e crimini contro la persona s’impenna nelle comunità povere, spesso in quelle abitate da bianchi di origine britannica, e dove impera la disoccupazione che in questi mesi ha toccato livelli record per la crisi economica».

Un assistente sociale racconta che «in questi quartieri disagiati non c’è niente da fare e i trasporti diretti in centro hanno per molti costi proibitivi. Così i giovani restano intrappolati nel ciclo della povertà e prendono la strada del crimine».

Secondo Mark Wickham-Jones, professore di scienze politiche all’Università di Bristol, «la mancanza di aspirazioni e il fatto che non ci sia nulla di meglio da fare sfocia in comportamenti antisociali in comunità dove il razzismo è tra i problemi alimentati dall’impoverimento e dalla crisi, ma anche dal fallimento dei partiti maggiori nel fornire una guida per lo sviluppo di una società multiculturale».

Non è una novità, naturalmente, ma lo sono le conseguenze su larga scala di una crisi che ha messo in ginocchio migliaia di famiglie.

Insomma, perdere il lavoro rende irritabili, ipersensibili, mette a dura prova l’autocontrollo e la tolleranza verso gli altri. Basta un niente per scatenare la rabbia, e la diversità è il primo obiettivo delle reazioni sopra le righe.

Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, si tratta di un dramma umano, e sui drammi umani non si scherza. Però il dramma in questione è accentuato dalle condizioni di contorno: l’assenza di sostegno sul piano sociale, e l’assenza di prospettive sul piano personale.
L’ammissione che nei quartieri a rischio non ci sia “niente da fare”, o che i comportamenti antisociali nascano dalla “mancanza di aspirazioni” dovrebbe far riflettere anche chi non ha perso la propria occupazione.

Per decenni ci hanno insegnato che il lavoro è tutto, che la carriera è l’obiettivo, che i soldi danno la felicità, che il tempo speso senza riscontri immediati (coltivando la propria spiritualità, per esempio) è tempo perso. Tanto che oggi anche noi, probabilmente, senza lavoro ci sentiremmo persi.

Probabilmente come cristiani coerenti dovremmo muoverci con maggiore impegno per aiutare chi si trova in questa condizione. E, nello stesso tempo, sarebbe opportuno per noi focalizzare meglio i nostri scopi, gli strumenti e le priorità.

Sarebbe utile ridefinire la nostra etica nell’ottica di una maggiore concretezza per far sì che, domani, un possibile disagio lavorativo ci travolga solo dal punto di vista economico, lasciando intatti i nostri punti fermi e la nostra testimonianza.

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Pubblicato il 22 dicembre, 2009, in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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